martedì 7 maggio 2019

LIBERI DI PENSARE E DI PARLARE?







RUBRICA DI OPINIONE
"Agorà: piazza di discussione"





Venerdì 3 Maggio 2019 si è tenuta la Giornata mondiale della libertà di stampa, volta a sottolineare l'importanza della libertà editoriale e a ricordare ai governi (specialmente quelli filo-totalitari) il loro compito di "garante" della libertà di parola (Art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani). 
Purtroppo noi uomini prima compiamo gli orrori, poi cerchiamo di posizionare cerotti sulle atrocità del passato, tant’è che la suddetta celebrazione annuale nasce solamente nel 1993, il 17 dicembre (ma d’altronde, meglio tardi che mai), nel momento in cui le Nazioni Unite iniziarono ad interessarsi di ciò conferendo premi e tenendo conferenze internazionali, ricordando coloro rimasti uccisi durante il proprio lavoro e, in particolare, le vittime di Kabul (10 report uccisi solamente nel mese di aprile 2018).
Di seguito, una grafica realizzata nel 2019 in collaborazione con la ONG “Reporters Without Borders” per il portale web tedesco di statistica “Statista”, che ci mostra una mappa del livello della libertà di stampa nel mondo; la Norvegia ha registrato la migliore posizione, seguita da Finlandia e Svezia. I Paesi che occupano il fondo della classifica sono Eritrea, Corea del Nord e Turkmenistan. Dei 180 Paesi analizzati, solo il 24% è stato classificato come "buono", un calo dal 26% del 2018.



Tornando indietro di un anno, anche il 2018 è stato tutt’altro che rose e fiori; 80 giornalisti uccisi, 348 detenuti, 60 ostaggi e 3 dispersi, come mostra la seguente grafica di Reporters Sans Frontieres… Insomma, fino ad ora abbiamo parlato di professionisti torturati, minacciati ed infine giunti al punto di morte, per carità, massimo onore e rispetto per chi cade durante lo svolgimento di una professione così nobile, ricordare il passato è vitale per sviluppare al meglio il nostro presente e poi futuro, ma personalmente non mi piace piangere più del dovuto sul latte versato, cristallizzarmi sull’avvenuto, bensì concentrarmi su coloro ancora in vita che possono cambiare le cose e darci preziose pillole culturali acquisite dalla loro esperienza diretta, da fatti che hanno vissuto o che – purtroppo – vivono ancora oggi, ma soprattutto interessandomi sulle possibili cose da fare per migliorare la situazione circostante ( per esempio tutelare coloro che lavorano in determinati settori, dunque - in questo caso - i giornalisti, con le giuste osservazioni e mettendo mano per migliorare l’inefficiente macchina burocratica italiana, che altro non fa che tardare nelle indagini e nel prendere i “giusti” provvedimenti sicuramente non a tempo debito). 










In Italia, infatti, la libertà di stampa è osannata da ormai un paio di anni (mi soffermerò sulla situazione italiana, anche se nel mondo il modus operandi per tappare la bocca di coloro che vengono bollati come “scomodi” è più o meno simile), e nel Bel Paese – come la chiama Antonio Stoppani – si ci vanta di avere una stampa libera dai soprusi politici, libera di poter vivere autonomamente dal punto di vista economico (senza il necessario bisogno dei fondi statali per lo sviluppo delle testate giornalistiche), libera da coloro che si fanno trovare sotto casa tua con le braccia conserte - e sicuramente non pronti ad offrirti un pomeriggio tranquillo all’insegna di pacifiche chiacchierate - quando non sono d’accordo con ciò che hai scritto, dunque una stampa libera di poter scrivere ciò che vuole (naturalmente nei limiti consentiti dalla legge) senza pensare troppo alla post pubblicazione degli articoli, senza pensare “se scrivo questo, pinco pallino mi licenzia”, “se scrivo questo rischio di non tornare a casa”, “se scrivo questo mi censurano”… 

Ma dove? Ma quando? Chi sostiene ciò evidentemente è troppo impegnato a sorseggiare Dom Pérignon dall’alto delle sue terrazze invece di toccare la realtà con mano: l’Italia è prima nella classifica completa (stipulata tra gli Stati UE) delle aggressioni fisiche (83 aggressioni in tutto, seguita da Spagna, Francia, Germania e Ungheria), fa da capocannoniera anche nelle intimidazioni con i suoi 133 casi di minacce, e “vanta” 3.722 giornalisti uccisi e/o vittime di violenze. Tra quest’ultimi presentiamo Graziella Di Mambro, minacciata di lesioni per le sue inchieste sugli appalti e la corruzione legata alla gestione dei rifiuti nel basso Lazio e a Minturno; Massimiliano Coccia, giornalista di Radio Radicale, che dopo un’intervista pungente ricevette un foglietto anonimo che prometteva “piombo”. E ancora gli attacchi a Federico Ruffo, giornalista di Report che nel dicembre 2018 ha subito un tentativo di incendio della sua casa. 
I giornalisti uccisi in Italia sono 28: undici ammazzati in territorio italiano per mano delle mafie o del terrorismo, diciassette all’estero. L’impunità arriva al 90% (fonti: www.osservatoriodiritti.it). 
«i giornalisti italiani sono più spesso minacciati da privati cittadini, che ricorrono spesso alla violenza fisica. Inoltre subiscono forti pressioni da parte di persone legate alla criminalità organizzata»
Questa serie di episodi, avrete capito, rendono lo stivale tutto tranne che un Paese 100% democratico in cui si possa esprimere apertamente il proprio pensiero, e la situazione non fa che peggiorare. “Bisognerebbe sostenere il loro lavoro perché danno un contributo rilevante alla causa della democrazia, occorre proteggere le loro voci che rifiutano ogni sopraffazione. La libertà di informazione, come attesta la nostra Costituzione, è fondamento di democrazia", come disse il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ma il problema è che qui in Italia siamo troppo abituati ad usare il condizionale… la teoria la sappiamo molto bene (a volte), ma nei fatti cadiamo come delle pere cotte. 
Il mestiere del giornalista, a mio avviso, è uno dei più belli su questa terra; dare alle persone la possibilità di informarsi attraverso le notizie che, normalmente, non saprebbero ricavare e ricevere. Una cosa bellissima. Purtroppo ciò - basandomi anche sull’ascolto di esperienze e fatti locali - è molto a rischio per diverse cause, due principali: la prima è per via dei social, i quali hanno portato molti giornali ad abbassare la saracinesca poiché le copie cartacee vendute si sono ridotte sempre di più (si è passato dalle 5.000 copie vendute alle 180 per alcuni giornali del posto), ma il problema non è solo dell’internet – e qui parte la seconda causa, la più brutta e deludente - ma anche del numerosissimo tasso di mancato interesse verso questa professione da parte dei giovani studenti; nessuno vuole più fare il giornalista, vuoi per le scarse retribuzioni iniziali, vuoi per la “seccatura a scrivere” (testuali parole ascoltate da me in prima persona), vuoi per il fattore di rischio in base a ciò che si scrive, questo lavoro è messo a repentaglio, ed è una delle cose che mi addolora di più, soprattutto sentendo i numerosi casi di cronaca riportati proprio nelle giornate come quella interessata alla libertà di stampa. Vorrei che la stampa libera non si fermasse a qualcosa di utopico ma che un giorno divenisse realtà, perché – in fondo – ci credo.

Siamo arrivati alla conclusione di questo articolo e spero di aver suscitato interesse in voi, portandovi alla riflessione e al porvi diverse domande a riguardo. A cosa pensiate sia dovuta questa carenza nell’interesse verso il lavoro di giornalista? Credete che in Italia la stampa sia, in qualche modo, libera? Se col tempo non esistessero più i giornali, o fossero totalmente filtrati, cosa scatenerebbe ciò nel mondo? Fatecelo sapere nei commenti. 


«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure».






Aldo Maria Cupello
aldocupello6@gmail.com





lunedì 6 maggio 2019

UN NUOVO LOGO - UNA NUOVA PAGINA ISTAGRAM

Carissimi, 



        dopo aver ascoltato molti dei vostri pareri, siamo felici di presentarvi il logo del gruppo che da oggi sarà possibile seguire anche tramite la pagina Istagram (https://www.instagram.com/riflettendosicresce).

Il logo rappresenta una famiglia con le mani verso l'alto. È stato preferito questo all'altro che ugualmente rappresentava una famiglia perché in quest'ultimo sono ben riconoscibili i ruoli, evitando perciò eventuali ambiguità o strumentalizzazioni da parte di terzi. 

L'immagine indica da un lato che la riflessione è ciò che ci fa crescere e allo stesso tempo ci porta verso l'alto (il secondo logo preferito era quello delle due mani verso l'alto!); dall'altro indica che questo movimento non si può produrre da soli. Tutti, come il bambino rappresentato, abbiamo bisogno che qualcuno ci prenda per le mani e ci insegni a crescere, ci insegni a tendere verso l'alto, a porre le giuste domande e a cercare le risposte con intelligenza e profondità. 

Un ringraziamento corre doveroso, oltre che verso coloro i quali hanno espresso il loro parere tramite il gruppo Facebook (Riflettendo si cresce), anche ad Aldo Maria Cupello che ha curato, non solo la grafica del logo, ma anche la creazione della pagina Istagram. Inoltre, come già abbiamo visto, ha preso a curare una nuova rubrica di Opinione. Un secondo ringraziamento lo voglio rivolgere anche a Daniela Maccari la quale ha proposto l'immagine che da oggi è diventata nostro logo. Infine, un terzo ringraziamento mi pare giusto rivolgerlo anche a Francesca De Seta, che insieme a me e ad Aldo costituisce la Redazione di questo blog, e che ha preso a curare una nuova rubrica di Attualità. 

Augurandovi/augurandoci, una buona riflessione ed una buona crescita verso l'alto, vi saluto cordialmente anche a nome della rinnovata redazione.


Don Giuseppe Fazio






sabato 4 maggio 2019

CROCI NEI CIMITERI? NO, GRAZIE.

RUBRICA DI OPINIONE
"Agorà: piazza di discussione"



"Vi sono due cose durevoli che possiamo sperare di lasciare in eredità ai nostri figli: le radici e le ali"
La sopracitata locuzione è appartenente ad un proverbio della saggia Cina, la quale intende chiaramente cosa un educatore debba darei ai propri figli/allievi: la trasmissione delle proprie origini, ma anche le "ali", ovvero la capacità di progredire, tuttavia, senza dimenticare le proprie origini, dunque usi, costumi, credi e chi più ne ha più ne metta. 
Il problema, però, dove risiede? Quando per l’eccessivo e l’incosciente utilizzo di queste “ali”, con il “volare” altrove, il “volare” verso mete appetitose per i nostri portafogli - anche per il nostro ego – si dimentica di essere Italiani. Si, Italiani con la “I” maiuscola, perché non c’è nulla di più bello che esserlo. 
Nonostante ciò, c’è qualcuno che non la pensa così. Infatti è di due giorni fa, circa, la notizia secondo la quale una consigliera regionale del Veneto ha proposto di coprire qualsivoglia simbolo cristiano per non urtare la sensibilità di coloro che portano dentro di sé altri culti, rifacendosi all’uso di “tendine amovibili, che salgono e scendono, per coprire temporaneamente i simboli religiosi”. L’uso di tali tendine, inoltre, sembra essere allargato agli uffici pubblici (coprire temporaneamente, con l’entrata di soggetti non cristiani, crocifissi e altro) e ai cimiteri, con la rimozione di alcune croci. 
Atti del genere non sono nuovi alla cronaca, in quanto già in passato si era parlato di rendere il bambino Gesù di colore, di abolire il presepe o di rimuovere i crocifissi dalle aule didattiche… 
Sia chiaro, il seguente articolo è di opinione e non ha nulla a che vedere con “l’evangelizzare” il prossimo: ogni individuo (bianco, nero, giallo, verde ecc…) è liberissimo di scegliere il proprio credo e/o di portare avanti le fondamenta religiose che la sua nazione detiene. Semplicemente, il campanello di allarme suona in queste situazioni quando neanche i “non cristiani” (atei, musulmani, buddisti e così via) hanno proposto di attuare simili provvedimenti verso i noti simboli cattolici. Nessuno, quantomeno fino ad oggi, si ritiene urtato da un crocifisso! Lo scopo di questo scritto non è di sviluppare polemica, ma di creare una semplice e civile discussione nei commenti… Dunque, cosa ne pensate di ciò? Fatecelo sapere.


Aldo Maria Cupello
aldocupello6@gmail.com


giovedì 2 maggio 2019

UN GIORNO DI SPERANZA (Sul 1° Maggio) ...


RUBRICA DI ATTUALITÀ
"Pensare per sperare"



“L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Queste sono le parole iniziali che vanno a comporre il primo articolo della nostra amata costituzione, quella per cui abbiamo lottato tanto e che ci ha concesso i diritti che oggi come oggi hanno perso il loro valore e il loro significato, soprattutto per noi giovani.
Uno dei diritti che appunto sta "scadendo" è proprio quello del lavoro. La nostra costituzione lo mette in primo piano perché in quanto il suo compito è quello di custodire la nostra dignità di cittadini. Per tale ragione la prima dimensione che menziona e difende è quella del lavoro.
Il giorno del lavoro, il primo maggio, è importante non solo perché si festeggia questo diritto vitale, ma perché ci dà speranza di credere che per noi giovani forse c'è una possibilità di fare quello che amiamo nel nostro paese, senza andare all'estero.                                            
Purtroppo, infatti, qui in Italia, e soprattutto al sud, il posto lo trovi solo se sei figlio "di" o se conosci qualcuno. Sorge spontanea allora la domanda: perché rimanere qui dove non c'è niente da seminare e da raccogliere? Perché rimanere qui ed essere umiliato quando vedi che il lavoro ti viene soffiato sotto il naso?
E no, non sto parlando degli immigrati, perché alle nostre latitudini coloro che rubano il futuro ai giovani meritevoli sono proprio quelli che, come dicevo pocanzi, anche se non sono qualificati, hanno mamma e papà alle spalle con tutte le loro conoscenze e il conto in banca al seguito.
Il primo maggio è importante perché da speranza... speranza che un giorno forse ognuno di noi otterrà quello che gli spetta senza raccomandazioni o altro. 
Il primo maggio mi dà speranza di credere che un giorno, fra non molto, io e i miei coetanei non dovremo andare in America per essere valorizzati, ma potremo restare in Italia così da poterla cambiare e renderla un posto migliore.
Questo primo maggio lo dedico a me, a chi difende il posto di lavoro, a chi lo cerca, a chi lo ha perso, a chi da precario esige diritti. Perché – ricordiamocelo - il lavoro è dignità, e nessuno potrà mai deve potercela togliere. 
E oggi, per concludere, non voglio augurare un semplice "buon primo maggio", ma vorrei augurare a tutti il migliore lavoro: uno nel quale ognuno riesca a trovare la propria dimensione e, per questo, ad esprimere il meglio che ha e, soprattutto, che è. 



Francesca De Seta
ortensiadeseta@gmail.com





lunedì 29 aprile 2019

PICCOLI SEMI DI SPERANZA CONTRO LE PILLOLE DI VELENO DELLA 'NDRANGHETA


RUBRICA DI ATTUALITÀ
"Pensare fuori dalle Righe"



Venerdì scorso presso l’Istituto Santa Caterina da Siena in Paola (Cs), grazie all’invito della Prof.ssa Paola Serranò, ho avuto la possibilità di gustare, ancora una volta, la bellezza della speranza. Preparati dalla lettura del libro di Bruno Palermo dal titolo "Al Posto sbagliato" (libro che racconta l'assassinio di 108 bambini in tutta Italia per mano della 'Ndrangheta), insieme a don Ennio Stamile, referente regionale di Libera in Calabria, e a tanti ragazzi, abbiamo potuto ascoltare le testimonianza dei genitori di Domenico Gabriele, ucciso dalla ‘Ndrangheta “per sbaglio” a soli 11 anni (vedi qui per maggiori notizie: http://vivi.libera.it/storie-891-domenico_gabriele) e di Chiara Maiorano, giovane ragazza di Paola, anch’essa figlia di un uomo, Tonino, ucciso nella cittadina del cosentino perché scambiato per un boss (vedi qui per maggiori notizie: http://amicidilibera.blogspot.com/2018/07/non-uccidiamoli-una-seconda-volta_21.html).
Anche se sono diversi anni che mi occupo di organizzare giornate del genere nei licei, soprattutto in quelli di Cetraro, l’evento avvenuto qualche giorno fa, ha riempito il mio cuore di piccoli “semi di speranza”. Ho visto negli occhi dei ragazzi e nella loro voglia di porre domande, di avere risposte,  un desiderio di riscatto, di rivalsa; la voglia di mettersi in gioco per avere una società migliore. 

Dinanzi alle parola di Giovanni e Francesca Gabriele e di Chiara Maiorano, i quali che semplicità e profondità, hanno mostrato che è possibile percorrere un’altra via, quella della pace e della vita, anche quando la morte ti viene appiccicata addosso con violenza e brutalità, abbiamo percepito tutti quanti un senso di bellezza e speranza che va al di là delle povere parole con le quali potrei provare a descrivervi la giornata. Essi ci hanno mostrato con la loro testimonianza che c'è un'alternativa alla morte, al dolore, e all'ingiustizia. Forse non a caso (chi crede non può accettare il caso come giustificazione della vita) questo incontro è caduto nell'Ottava di Pasqua, giorno solenne nel quale celebriamo l'alternativa di Dio alla morte e all'ingiustizia. 

E allora, oltre al video di La Cnews24, voglio lasciare la parola ad una di quelle tante ragazze che erano presenti. Parole belle, sapienti, intelligenti, quelle di Francesca de Seta. Piccoli semi di speranza dinanzi alle tante pillole di veleno che la ‘Ndrangheta, neanche troppo silenziosamente, costringe ad ingoiare quotidianamente. Semi di speranza che illuminano il cuore, allargano gli orizzonti, fanno tornare il sorriso.


Sono calabrese, e ne sono fiera, ma spesso, troppo spesso, me ne vergogno... La Calabria, quant'è bella, con quel mare così limpido sembra quasi il giardino dell'Eden, ma anche qui c'è un albero con delle mele avvelenate che rovina tutto ciò che c'è di bello e di buono. Per usare una frase di Domenico Modugno, la mia terra è "amara e bella". È come una mela rossa, bella e succulenta che vuoi mordere, ma appena dai il primo morso trovi un piccolo infido verme che rovina quel bel frutto. Il verme qui da noi si chiama Ndrangheta, però non esiste solo in Calabria, ma in tutta Italia, anche se con nomi diversi. Tutti qui sono succubi di essa, alcuni non hanno la forza di dirle "NO" perché impauriti, ma altri la acclamano perché gli conviene. 

Qui ormai per noi giovani, o per tutti quelli che hanno un sogno, non c'è posto, ma se si trattasse solo di questo, forse saremmo già un passo avanti. Quanti morti, quante vite innocenti, quanti che hanno avuto la forza di combatterla, ma sono stati sparati, murati, sciolti nell'acido o morti in strani incidenti solo perché avevano un pensiero diverso e il coraggio di opporsi. 

Molte volte ci dimentichiamo di queste persone che hanno contribuito a rendere questo posto migliore e, buttandole nel dimenticatoio, facciamo si che siano morte invano, quando invece dovremmo essergli grati e fare in modo che continuino a vivere nelle nostre parole e nelle nostre gesta. 


La criminalità organizzata è un cancro che ti logora dall'interno, ci condanna e ci guida con i suoi fili da burattinaio, ti piega al suo volere e ti toglie tutto, non ti fa esistere. Tutti quelli che la sostengono ormai sono persone che non esistono, non pensano, non sono liberi. Tutti noi, anche nel nostro piccolo, dobbiamo ribellarci, dobbiamo essere più forti ed essere uomini e donne che possano essere definiti tali. 

Io, oggi, con questo piccolo e insignificante pensiero, che non dice molto è vero, voglio dare un semplice ma importantissimo messaggio: dire "BASTA", dire di "NO" e unirci per distruggere questo organismo malato, perché: "Io credo che occorra rendersi conto che questa non è una lotta personale tra noi e la mafia. Se si capisse che questo deve essere un impegno straordinario nell'ordinarietà di tutti nei confronti di un fenomeno che è indegno di un paese civile, certamente le cose andrebbero molto meglio" (Giovanni Falcone), e le cose potranno cambiare solo sei noi giovani vogliamo farle cambiare, la voglia  di cambiamento deve partire da noi, infatti "Se la gioventù le negherà il consenso, anche l'onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo" (Paolo Borsellino).


Don Giuseppe Fazio
gfazio92@gmail.com








martedì 16 aprile 2019

FUOCO CHE DISTRUGGE O PURIFICA?


RUBRICA DI ATTUALITÀ
"Pensare fuori dalle Righe"



Le immagini che sono andate in onda ieri sera hanno colpito il cuore di ciascuno di noi. Infatti, vedere bruciare la cattedrale di Notre Dame, resa nota dal celebre testo di Victor Hugo del 1831, ha un po’ ferito il cuore di ciascuno di noi, come giustamente ha anche detto il Presidente Conte. Quella Cattedrale, infatti, non solo è uno dei simboli della cultura europea, quella feconda, capace di generare bellezza, ma anche un significativo monumento della nostra cristianità nella quale, che piaccia o meno, la nostra Europa affonda le sue radici. 

Mentre quelle immagini scorrevano, rimandandomi al triste giorno dell’11 Settembre 2001 che s’impressero nella mia memoria di bambino, e mentre già si rincorrevano le ipotesi di incendio doloso, di attentato, di fatto premonitore, nel mio cuore sorgeva una riflessione. 

Cosa potrà voler dire questo capolavoro di arte e storia che brucia? Certamente non è un bruciare che produce incenso, ma una densa nube di fumo che tutto avvolge e stritola, finanche la famosa guglia che, crollando, non ha resistito. Senza voler essere apocalittici, a me sembra che questo fuoco somiglia un po’ al cristianesimo che la Nostra Europa vive adesso: apparente, superficiale, di facciata che però è destinato a bruciare e a produrre fumo, senza arrosto. 

Il cristianesimo delle grandi cattedrali, frutto della pietà e della religiosità di un popolo – questo lo dobbiamo ricordare! – sembra ormai svanito sotto le ceneri di grandi incendi che hanno mostrato – è quanto mai evidente, che piaccia o no l’ultima riflessione di Benedetto XVI – una società senza Dio.

Improvvisamente, però, questo evento drammatico ha anche mostrato altre immagini, di un altro fuoco: tanta gente si è radunata dinanzi a quello spettacolo terribile per pregare. È stato come un sussulto poter vedere quella folla che, quasi come richiamata, si rivolgeva alla “Notre Dame”, alla Nostra Signora, Maria Santissima. Con un po’ di commozione questa volta nel mio cuore si è composta un’altra immagine, quella che ci consegna il Libro della Genesi: il Roveto ardente. Un altro fuoco che brucia, ma non consuma. Un fuoco che custodisce la bellezza dell’incontro con Dio, origine e sorgente di ogni altra bellezza, che, a sua volta, rimanda ad un altro fuoco: quello dell’amore di Dio appeso ad una croce che consuma il Figlio, ma non lo annienta, anzi lo glorifica. 

Allora vorrei, attraverso queste poche righe, formulare a tutti voi, che con pazienza e costanza leggete questo blog, i miei più “calorosi” auguri per una Santa Pasqua. 

Vi auguro di poter passare con più profondità dal fuoco dell’apparenza che genera solo fumo e distruzione al fuoco della profondità e della spiritualità che il Padre ci consegna, attraverso il Figlio, nello Spirito Santo. 
Auguro a ciascuno di voi, delle vostre famiglie, che nei vostri cuori bruci, nella notte santissima di Pasqua, la fiamma del cero pasquale che, ancora una volta anche quest’anno, accenderemo nella Solenne Veglia; fiamma che illumina e purifica, fiamma che santifica e custodisce. 

Ammettiamolo: abbiamo bisogno di essere purificati nel profondo per scoprire l’autentico senso della nostra vita che non è un teatro fatto di gesti e di apparenze, ma il bellissimo dramma della relazione con il Padre che mai si stanca di cercarci e, attraverso il Figlio che muore per noi, ci rincorre, ci raggiunge e ci fortifica con il dono dello Spirito Santo, fuoco sempre bello, che sempre rinnova lo straordinario miracolo della creazione.  


Don Giuseppe Fazio
gfazio92@gmail.com





venerdì 12 aprile 2019

BENEDETTO XVI vs FRANCESCO?



RUBRICA DI ATTUALITÀ

"Pensare fuori dalle Righe"




È di ieri il testo di Benedetto XVI che tenta da un lato di ricostruire l’esplosione dello scandalo della pedofilia all’interno della Chiesa, mentre da un altro offre una via di risoluzione che possa andare oltre alla semplice repressione o punizione dei colpevoli. 

Premettendo che questo testo un po’ mi ha sorpreso e anche spiazzato perché forse, in certo senso, viene meno all’iniziale intento del papa emerito di non parlare più, vorrei soffermarmi su alcune reazioni che ho potuto cogliere in queste ore. Peraltro si deve dire che se, come egli stesso dice, si è confrontato con il Segretario di Stato e Papa Francesco, la scelta di pubblicare questo intervento deve essere stata ben ponderata, magari a partire da motivazioni che a noi lettori non possono essere ovviamente (senza fare dietrologie) del tutto chiare. 

I commenti che ho potuto leggere finora (eccetto quelli che ideologicamente osannano Benedetto XVI, quasi contrapponendolo ad un Francesco considerato incapace di parlare) hanno colto tre presunti punti negativi di questo testo: 

  1. La questione del ‘68 come origine del problema della pedofilia nella Chiesa; 
  2. Un attacco al Concilio Vaticano II ed alla sua impostazione teologica;
  3. Uno sgambetto a Francesco. 


Inizierei dall’ultima perché mi sembra quella più facilmente confutabile.
Se ben leggo Papa Francesco è stato menzionato per tre volte nel corso di questa lunga riflessione: 
  1. a.In apertura quando, come accennavo, si afferma che l’idea di intervenire è stata sottoposta all’attenzione del Papa; 
  2. b.Alla fine della seconda parte quando Ratzinger afferma che la scelta fatta da Giovanni Paolo II e da lui stesso sostenuta, di dare la responsabilità sui casi di abusi alla Congregazione per la Dottrina della Fede, si rivelò da un lato necessaria, ma da un altro insufficiente. Per tale ragione, scrive il papa emerito, “papa Francesco ha intrapreso ulteriori riforme”.
  3. c.Alla fine del testo quando, con la sua solita semplicità, mostra tutta la gratitudine verso Francesco affermando che il suo magistero mostra a lui personalmente “che la luce di Dio non è tramontata”. 

Queste tre menzioni spalmate, non so se volutamente, all’inizio, in mezzo e alla fine del testo, mostrano che Benedetto XVI pensa se stesso, e anche i suoi pochissimi interventi, come sostegno ed incoraggiamento al suo successore che per altro non manca mai di ricambiare la stima e l’affetto.

La seconda accusa, pur se a mio avviso grossolana, sembra essere un po’ più sottile. In questo intervento – secondo alcuni – Ratzinger attaccherebbe il Concilio mostrando che la debolezza della teologia morale degli ultimi decenni sarebbe adducibile al periodo conciliare.
Ora … non vorrei essere banale, ma questi tali, quando Joseph Ratzinger con la sua riflessione contribuiva alla realizzazione del Concilio, probabilmente non erano neppure nati. Allora mi verrebbe da consigliare loro di prendere in mano i due corposi volumi dell’opera omnia di Ratzinger in cui sono raccolte oltre 1900 pagine di contributi, riflessioni ed interventi tenuti durante e dopo il Concilio.
In questo testo il papa emerito sta semplicemente dicendo che una certa corrente di teologi, dagli anni sessanta in poi, si schierarono per una teologia morale di stampo “relativista” la quale non riconosceva più un male morale intrinseco. Ovverosia un’azione poteva e doveva essere ritenuta malvagia o buona a partire esclusivamente dalle circostanze in cui questa veniva posta.
Questo non è un pensiero di un anziano teologo inacidito, ma fu il pensiero di Giovanni Paolo II che all’epoca, come menziona il testo in esame, decise di scrivere e pubblicare la Veritatis splendor che, proprio per questo motivo, fu fortemente osteggiata.
Come si può affermare che Benedetto XVI indichi nella teologia del Concilio il crollo della teologia morale, quando egli stesso ha inteso il suo pontificato come prosecuzione del lavoro avviato dal Concilio? Forse toccherebbe andare a rileggere alcuni suoi discorsi tra cui quello, divenuto famoso, alla Curia Romana del 2005 in occasione dei tradizionali auguri di Natale, in cui l’allora Papa sosteneva che del Concilio si può e si deve parlare con un’ermeneutica della riforma, della continuità e del rinnovamento dell’unico soggetto Chiesa.

Di tutte le accuse, la terza (ovvero la prima nell’ordine sopraesposto) è quella più violenta. Il 68 causa della pedofilia? Ma la pedofilia non esisteva anche prima? È assurdo! È ideologico! Ecco lo spirito antimodernista di Benedetto XVI. Queste le voci che si rincorrono a più livelli.
Il testo, però, dice ben altro. Una frase fra tutte credo sia illuminante: 

Il processo di dissoluzione della concezione cristiana della morale, da lungo tempo preparato e che è in corso, negli anni ’60, come ho cercato di mostrare, ha conosciuto una radicalità come mai c’era stata prima di allora.

Questa espressione che apre la seconda parte del testo offre una chiave ermeneutica sulla riflessione di Ratzinger sul ‘68. Egli è consapevole che non si può dire che la pedofilia sia frutto del ’68, sarebbe da pazzi. In queste battute egli si limita soltanto a cogliere un dato essenziale: ciò che significò la rivoluzione del ’68 portò ad un approccio alla sessualità certamente non illuminato dalla purezza, dalla trascendenza e dalla bellezza, cioè dai valori cristiani. Questo processo che, egli stesso sostiene iniziato già prima, trova negli anni sessanta una spinta in avanti notevole. Attenzione: questo discorso non vale solo per la società “laica”, ma anche e soprattutto per la Chiesa. Non a caso egli a questo punto del discorso menziona atteggiamenti di alcuni vescovi, di seminaristi e preti. Non si può chiudere gli occhi sull’evento epocale che fu il “fenomeno ‘68” e non solo in ambito morale, ma anche in ambito sociale e politico.

Ora questa analisi che Ratzinger offre non può essere letta a compartimenti stagno come alcuni, in modo tendenzioso, hanno fatto. La terza parte, infatti, rende ragione delle prime due. Il vero problema per Ratzinger è che il modo di intendere l’uomo (e in particolare la morale e la morale sessuale) distaccato da Dio, indipendente, autonomo (che risale in epoca moderna a Nietzsche e ad altri e che, però, è esploso negli anni ’60) ha condotto ad uno smarrimento progressivo dell’autentica comprensione dell’uomo. Così ancora Ratzinger: 

Un mondo senza Dio non può essere altro che un mondo senza senso. Infatti, da dove proviene tutto quello che è? In ogni caso sarebbe privo di un fondamento spirituale. In qualche modo ci sarebbe e basta, e sarebbe privo di qualsiasi fine e di qualsiasi senso. Non vi sarebbero più criteri del bene e del male. Dunque avrebbe valore unicamente ciò che è più forte. Il potere diviene allora l’unico principio. La verità non conta, anzi in realtà non esiste. Solo se le cose hanno un fondamento spirituale, solo se sono volute e pensate - solo se c’è un Dio creatore che è buono e vuole il bene - anche la vita dell’uomo può avere un senso.

Ecco il vero punto … dagli anni sessanta in poi “Anche noi cristiani e sacerdoti preferiamo non parlare di Dio, perché è un discorso che non sembra avere utilità pratica”. Per tale ragione “la frase «Dio è» diviene davvero una lieta novella, proprio perché è più che conoscenza, perché genera amore ed è amore. Rendere gli uomini nuovamente consapevoli di questo, rappresenta il primo e fondamentale compito che il Signore ci assegna”.

Sarò di parte, ma a me sembra che, nonostante l’inconsueto intervento di Benedetto XVI, si stia perdendo un’altra occasione per riflettere a fondo tirando da un lato e da un altro, a colpi di ideologie, questi due grandi doni che Dio ci ha fatto attraverso le persone di Joseph Ratzinger e Papa Francesco. 


Don Giuseppe Fazio
gfazio92@gmail.com