sabato 12 settembre 2026

Amante o innamorato?

           Sono due parole che si oppongono a vicenda. L’amante è spesso inteso in senso dispregiativo, ovverosia colui che ama di nascosto la donna o l’uomo di un altro/a. L’innamorato è invece colui che ha perso la testa per qualcuno/a che percepisce come unica ragione della propria vita. A volte – nella mente comune – le due cose possono anche sovrapporsi.

 

Eppure, Amante – etimologicamente – significa colui che ama. Mentre innamorato indica piuttosto colui che sta entrando nell’amore, ma ancora ne è estraneo. Dunque, stando alle parole, l’amante è un passo oltre la soglia. L’innamorato è colui che vi si sta incamminando. 

 

Attraversare una soglia, ma quale? 

 

Nel Vangelo di Giovanni al capitolo 15 Gesù si esprime in modo paradossale proprio sull’esperienza dell’amore dicendo: Non c’è amore più grande che dare la vita per gli amici

 

In questa prospettiva la soglia sarebbe decidere di dare la vita. E allora la prospettiva si ribalta perché, mentre uno che si innamora sta cercando la vita da colui o colei che vede come oggetto della propria infatuazione, chi ama, invece, decide di donare la propria vita. 

 

Questa domanda, dunque, arriva come una spada di Damocle a torturare l’intimità di ciascuno di noi: Essere amanti oppure rimanere innamorati, come cioè coloro che non decidono di dare la loro vita senza mai attraversare definitivamente questa soglia?

 

Nel contesto attuale dove tutto rimane sotto le leggi del capitalismo che, come sostiene Eva Illouz, hanno inquinato anche l’ecologia dei sentimenti e dell’amore, spesso si assiste ad un perenne innamoramento, simile all’atteggiamento delle api che volano di fiore in fiore non per donare sé stesse, ma per ottenere qualcosa, producendo un bene – l’impollinazione – solo come effetto collaterale e non desiderato. 

 

In fondo si riduce tutto (un’amicizia, un matrimonio, l’essere genitore e finanche una professione) a questa domanda: dare o prendere la vita? Decidersi per una persona o per un progetto, legando ad esso la propria vita, sacrificandola, andando contro sé stessi e rimanendo fedeli a quella consacrazione, è ciò che alla fine condanna o eleva l’esistenza di una persona.

 

Non tanto, quindi, sentirsi bene è ciò che conterebbe per davvero, quanto più lo stare nel bene di quella vita donata e non più richiesta indietro. È questo dono, infatti, che dà senso alla vita di ciascuno di noi. Alla fine dei conti l’insoddisfazione, le paure, la sofferenza sono esperienze riservate ad ogni uomo ed ogni donna, ma chi affronta tutto ciò perché ha donato sé stesso in favore della vita altrui e, prima ancora, perché altri gli hanno donato la loro di vita, stanno al mondo con un orizzonte di senso capace di donare pace e forza anche nelle situazioni più dolorose.

 

Certo, rimane sempre la possibilità di amare la persona sbagliata, il progetto sbagliato, ma il punto che qualifica la vita di una persona è se essa sia o no capace di uscire da sé stessa. Vengono alla mente le parole di Gesù che troviamo nel capitolo 16 del vangelo di Matteo: chi vuol venire dietro a me prenda la sua croce, rinneghi sé stesso e mi segua.

 

Cristo che è l’amore fatto persona, e per questo si presenta all’uomo di ogni tempo quale maestro, chiede di rinnegare sé stessi. Ecco la decisione che fa attraversare quella sottile soglia che determina l’essere o no amanti, piuttosto che eterni adolescenti innamorati. 


Quanto sia difficile fare questo passo per noi che oggi abbiamo idolatrato lo stare bene a tutti i costi e abbiamo etichettato il dolore e la sofferenza come una condizione da evitare assolutamente, lo sanno bene i tanti bambini nati da eterni innamorati che con la stessa passione con cui si sono illusi di amare, si sono abbandonati; lo sanno bene le tante comunità parrocchiali, i dipendenti, i cittadini che hanno avuto a che fare con uomini che, innamorati degli ideali, hanno pensato di realizzare sé stessi, prendendo la vita da quelle realtà che avrebbero, invece, dovuto servire.

 

Amanti o innamorati? Non è una domanda filosofica, ma forse è la domanda che ci varrà fatta alla fine del nostro pellegrinaggio terreno. Mi piace pensare che non ci verrà chiesto se abbiamo sbagliato o no, ma se abbiamo provato a donarci definitivamente. 



Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com