venerdì 21 agosto 2026

Luciano, quel filosofo inaspettato!

      *Il testo è fantasioso e risente di interpretazioni personali dei vari testi di Luciano Ligabue. In neretto sono segnalati i testi citati e tal volta adeguati ai dialoghi. 


Sono le 22.30 circa. Appena finita l’ennesima catechesi. Il mio caro confratello e amico di seminario mi ha invitato a tenere un incontro sulla vita come chiamata all’amore. Sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla presenza di tante persone. Ma lui è forte. Sa stare in mezzo alla gente. Che bello! Sto raccogliendo gli appunti dal leggio, mentre qualcuno si avvicina a salutare e ringraziare. Per ultimo arriva un uomo distinto, curato e allo stesso tempo con qualcosa di disordinato nel quale mi rivedo facilmente. Uno di quelli che non sai mai se, aprendo la bocca saprà darti qualche ritorno interessante, o se sarà come le uova di Pasqua che ci regalavano da bambini: interessanti all’esterno, ma con una sorpresa deludente. Mantengo un’espressione di viso cordiale, ma formale. Anche lui mi ringrazia per l’incontro. Poi si presenta. È un docente di filosofia. Uhm… questo potrebbe essere interessante. Penso.

 

La vita come vocazione all’amore. Prende a parlare, mentre mi fissa dritto negli occhi. Ha qualche minuto o deve andare via? Domanda discretamente. Gli faccio cenno con la destra ad una sedia e così ci accomodiamo. Se l’avessi intuito prima… sospira. Si comincia da ragazzi. Sicuri, speranzosi, baldanzosi. Con la certezza di farcela da soli. In giro a dire a chi prova ad avvicinarsi a te che questa è la mia vita e se ho bisogno te lo dico. Sono io che guido e io che vado fuori strada. Perché quella è un’età in cui ti guardi intorno e ti sembra di vedere tutta gente entusiasta, tutti che vogliono viaggiare in prima, tutti posto finestrino. Sorride dopo aver esplicato quella metafora devo dire molto efficace. 

 

Me lo ricordo bene quel periodo. Quante notti in cui la strada non conta ma quello che conta è sentire che vai. Certe notti in cui sei solo più allegro, più ingordo, più ingenuo e coglione che puoi. Scusi padre. Non si offende mica per le parolacce? Sorrido e scuoto il capo. Uomo di altri tempi. Se sapesse che i ragazzi ormai non hanno la benché minima vergogna di dire parolacce davanti ad un prete! Penso tra me e me, mentre questo dialogo non capisco se stia prendendo le forme di una confessione o di uno sfogo. Il parroco frattanto si è allontanato, ha capito e ha preferito concederci un po’ di riservatezza. 

 

Lui poi riprende. Quanto tempo impiegato a ballare sul mondo. Andava bene qualsiasi musica. Sentirsi padroni di una vita che non sai nemmeno com’è. Fin quando qualcosa cambia … Credo che siano tre gli elementi che ci introducono nel mondo degli adulti: le speranze, i dolori e gli innamoramenti. Perché queste tre dimensioni ci aprono a tre grandi domande: su cosa mi giocherò? Per cosa o chi vale la pena soffrire? Cos’è l’amore?

 

Lei padre se lo ricorda quando si è innamorato? Domanda a bruciapelo. Fortuna che non ho la pelle chiara così non si vede che sto arrossendo. CertoCaspita se me lo ricordo. La testa vaga verso nomi, volti. Alcuni risalenti ai tempi dell’adolescenza, altri recenti. Sorrido, mentre il cuore in mezzo al petto fa ancora i capricci, come se ancora cantasse: ho messo via un po’ di cose, ma non riesco a metter via te. Lui poi ancora insiste. Allora esistono preti umani. Si innamorano anche, cipicchia. Mi sta benevolmente prendendo in giro. Professore, ma guardi … superato lo spaesamento della domanda mi riprendo velocemente. È l’amore che conta … lei conosce un altro modo per fregar la morte? Ci si innamora anche con la tonaca addosso e poi si finisce per ringraziare la vita, perché la vita è questo continuo passaggio dall’innamoramento all’amore. E tra le mille esperienze che abbiamo fatto, tra i mille errori – sospiro ora sorridendo a quel divertente interlocutore – se per ogni sbaglio avessi mille lire, che vecchiaia che passerei … Tra i mille errori si scopre che vale la pena rispondere a questa chiamata. 

 

È vero. Ma bisogna passare per tante frustrazioni prima di arrivare qui. Sentenzia con calma invidiabile. Certe vite passano leggere come le canzoni. A parte che gli anni passano per non ripassare più. E già questa è una grande frustrazione. Il cielo promette di tutto ma resta nascosto lì dietro il suo blu ed anche le donne passano qualcuna anche per di qua, qualcuna ci ha messo un minuto qualcuna è partita ma non se ne vaE tu vorresti tutto in ordine e siccome quest’ordine non esiste devi trovare qualcuno con cui prendertela. Sa Padre? Quanto me la sono presa con Dio… quanto ho vissuto urlando contro il cielo! Pensando che forse ci sentono lassù, ed è stato un po’ come sputare via il veleno. 

 

È cosa ha urlato, professore? Adesso sembra che la mia domanda a bruciapelo l’abbia preso di sorpresa. Sorride, quasi timido. Fa tenerezza. Ho urlato quello che urlerebbe un bambino che pensa di essere il centro del mondo: Hai un momento Dio? No, perché sono qua, insomma ci sarei anche io. Hai un momento Dio? O te o chi per te, avete un attimo per me? Perché sentivo che qualcuno lì sopra doveva esserci. Io credo che ci voglia un Dio e anche un bar. Adesso rido di cuore perché la conversazione è veramente interessante, però un bar e una birra fresca ci vorrebbero, ma non ho il coraggio di dirlo e così continuo ad ascoltare. Io penso che dentro di noi ci sia un posto in cui fa freddo. È il posto in cui nessuno è entrato mai. C’è un posto dentro te che tieni spento ed è il posto in cui nessuno arriva mai. È per questo che quelle tre domande ci squarciano, ci aprono a riflessioni adulte. E ci deve essere Qualcuno capace di entrare lì dentro, di squarciare questa nostra solitudine. Vivere è un atto di fede, mica un complimento, ed è questo il mio atto di fede: che qualcuno entri nella parte più intima di me. Quando sono arrivato qui ho capito, tutto è iniziato a sembrarmi diverso. 

 

Socchiudo per qualche istante gli occhi. Come se volessi per un attimo rendermi presente a quella parte inaccessibile di me. In fondo son diventato credente per scelta quando ho sentito che Qualcuno dal cielo squarciava proprio quella solitudine che stava diventando desiderio di morte. Non sono diventato prete perché avevo capito tutti i dettami della religione o perché li condividessi appieno, ma perché Qualcuno mi aveva parlato, aveva parlato lì dove nessuno può parlare. 

 

Lì padre è andata via tutta quella rabbia con la quale spesso ho pregato bestemmiando per tutta l’agonia, per le scelte che stava facendo Dio o la vita, insomma. Ci siamo capiti. Lì, Padre vede ho smesso di essere un bimbo egoista e ho cominciato a guardare le mie paure. Paura di stare soli dentro troppa compagnia; paura che nella tua testa ci sia qualche anomalia. Paura di non essere come gli altri, che non esista Dio, Paura di essere come gli altri, paura che Dio ci sia. Paura di essere visti e di non essere visti mai, paura di essere figli solo di una manciata di like, di essersi persi troppo, di non riuscire a perdersi più, di fare del male, farti del male senza deciderlo tu

 

Certo che una litania della paura non l’avevo mai sentita. Ma ho i brividi. Una fotografia del groviglio che da prete di questa generazione mi sembra ritragga tante notti insonni. È allora, Padre, che ho cominciato a pensare a Dio come persona. E mi sono chiesto se dinanzi ai suoi figli così concentrati su se stessi, se Lui, Dio, si sente solo. Qua sotto la paura rende soli più che mai. Chissà se Dio si sente solo, se gli bastiamo, se gli manchiamo. 

 

Lì ho scoperto che ho ancora la forza e guardi che ne serve per rendere leggero il peso dei ricordi e far la conta degli amici andati a dire: ci vediam più tardi. Ci vuole forza quando devi dire a te, dopo l’ennesima delusione di amore o amicizia: mi abituerò a non trovarti, mi abituerò a voltarmi e non ci sarai, mi abituerò a non pensarti quasi mai. 

 

Grazie, Padre, Lei ha ragione. La vita è una chiamata all’amore. Non può andare tutto come vogliamo, noi possiamo solo scegliere, ogni momento, ogni attimo, ogni giorno, davanti a quello che ci accade, davanti alle persone che incontriamo, davanti a quelle che se ne vanno, se rispondere o no a questa chiamata, per quanto a volte possa essere faticoso e doloroso, proprio come essere crocifissi. 

 

Professore … riprendo adesso a parlare lentamente per soppesare ogni singola parola. Quando, infatti, qualcuno ti parla con questa profondità bisogna averne rispetto quasi come se si entrasse in un santuario. Mentre lei parlava ripercorrevo le mie esperienze e però pensavo che non cambierei questa vita con nessun’altra. Una lacrima scende, ma non fa niente. 

 

Della vita non sappiamo niente. Per esempio, dipendesse da me il telefono suonerebbe solamente notizie belle e bella compagnia, ma per fortuna la vita non dipende da me, altrimenti in giro ci sarebbe solo più tristezza. Finirei, infatti, solo per saziare il mio egoismo, al massimo quello delle persone a cui tengo. Ci sono troppe cose che noi ignoriamo. E ce lo dimentichiamo. E così al posto di vivere, giudichiamo la vita, sprecandola tra momenti di entusiasmo emozionante e picchi di tristezza deprimente … come dire… tra palco e realtà.

 

Ricordarmi che conosco poco della vita, della mia vita, della vita degli altri, mi apre ancora di più alla consapevolezza che c’è Qualcuno che legge nel profondo del nostro cuore, lì abita, lì raccoglie le nostre lacrime, i nostri pianti, i nostri desideri. Lì ci sentiamo veramente capiti e sentiamo di non essere più soli. È per questo che quando l’uomo capisce cosa sia veramente la preghiera, questo dialogo nella parte più intima di noi, allora non la lascia più. Chi la vive come un peso è solo un bimbo che ha ancora bisogno di crescere. 

 

Vede professore, se a qualcuno serve può chiamarmi scemo, ma io credo. E sono felice di non sentire più nel centro della mia esistenza il vuoto e la solitudine. A questo punto ci alziamo in piedi. Senza accorgercene si è fatto davvero tardi. Una stretta di mano e un sorriso ampio ci fanno capire, senza bisogno di aggiungere altro, che anche dialogare è una bellissima forma di chiamata all'amore.




Don giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com










mercoledì 29 luglio 2026

MEGLIO UN TOPO TRA DUE GATTI CHE… UN PRETE IN MEZZO A SEI PINGUINI

      *Il testo è fantasioso e risente di interpretazioni personali dei vari testi dei Pinguini Tattici Nucleari. In neretto sono segnalati i testi citati e tal volta adeguati ai dialoghi. 


    29 Luglio. Un caldo assurdo. Avete presente quel momento in cui sei nel letto, privo di aria condizionata, si è sollevato un lieve venticello e stai per addormentarti? Attimi di paradiso. Ecco. C’eravamo quasi quando dalla piazza arriva un urlo: dai passa la palla! E addio sonno. Sti pinguini! Sono sei ragazzi del gruppo giovani che, non avendo dove andare, vengono a giocare nella piazzetta della parrocchia. Rimango qualche istante a girarmi e rigirarmi nel letto, poi mi alzo. Vado al frigo prendo qualche bottiglia di coca-cola e, una volta vestitomi, esco anche io. Tanto di dormire non se ne parla. 

Don … che ci fai ancora sveglio? Il più piccolo domanda non appena faccio la mia comparsa. Ehhhh … te lo direi. Penso tra me e me. Gioventù bruciata! Esclamo mentre loro ridono passandosi la palla tra loro. Vi ho portato qualcosa da bere. Aggiungo quando finalmente raggiungo la scalinata della Chiesa su cui vado ad appollaiarmi. 

 

Oh don … ma lo sai che hanno chiamato i carabinieri perché dicono che disturbiamo la quiete pubblica? Sorrido, ma in modo amaro. È estate, dannazione. Sono ragazzini. Ah sì? Scuoto il capo. Ci siete rimasti male? Domando mentre stanno già distribuendosi abbondanti dosi di coca-cola con la calma dei gelatai il 15 di Agosto. 

 

Nahhhh … ci siamo abituati. Genitori disattenti e parchi di parole che non badano di certo all’educazione impartita alla propria prole. Premeranno play e scapperanno a fare pilates. Se ne laveranno le mani, come fece al tempo Ponzio Pilates. È sempre così: se stiamo a casa siamo reclusi, se giochiamo in strada siamo vandali, se ci nascondiamo nei vicoli siamo drogati. Fa spallucce, mentre termina di pronunciare quelle parole con una leggerezza che quasi mi convince che non sia veramente consapevole della verità lancinante che ha appena proferito. 

 

Don te la posso fare una domanda? Esordisce adesso quello più riflessivo. Ti prego insegnami come si fa a giocare alla libertà fingendosi schiavi? Sbam. Un pugno in faccia sarebbe stato più leggero. Capite perché pinguini? Girano in gruppo e tra una fesseria ed un’altra, come quei simpatici animaletti che sembra vaghino senza meta, sparano frecce appuntite. I più grandi – tu no eh – stanno sempre a fare lezioni, a mostrarsi forti, a dirci che dobbiamo studiare e trovarci un lavoro e poi … tutti schiavi di un’ipocrisia terribile. Io gente felice non ne vedo e mi fa paura.  Sospiro. Abbasso lo sguardo. Mi sento in colpa anche io. Forse qualche volta un po’ il predicozzo morale sui giovani scappa anche a me. Senti – mi riprendo lentamente - secondo me è meglio se non impari questo gioco e rimani te stesso. Rialzo lo sguardo ed è l’unica cosa che riesco a dirgli. Lui ne approfitta e affonda. Gli altri tacciono. Tutti pensano che noi giovani siamo stupidi s***** però questa canzone ha una morale, ovvero: non dovreste giudicare mai quello che non siete in grado di annaffiare. Hanno chiamato i carabinieri perché nessuno è in grado di scendere qui a parlare con noi. Anche tu … chissà oggi come ti è detta. Altra sberla recapitata al binario tre. 

 

Dai però ora non esagerare. Cerco disperatamente una difesa. Hai ragione. È vero. Oggi siete più giudicati che ascoltati. Vi abbiamo buttato in un mondo digitale e ci lamentiamo delle conseguenze, scaricando le colpe su di voi. 

 

Don, forse quello che vuole dire – adesso è il più grande che interviene – è che voi tante volte nemmeno vi ponete il dubbio sui pensieri che abbiamo perso. Quelli che abbiamo scacciato via dalla testa perché magari una lei dormisse comoda dentro e si sentisse speciale come in un giorno di festa. Per i miei genitori contano solo i compiti, i voti, che dica grazie, buongiorno e che non porti problemi a casa, così quando sta con le sue amiche al bar può raccogliere complimenti. Non farmi fare brutta figura. Scimmiotta la voce della madre e gli riesce proprio bene. Devo trattenere con fatica una risata. Che tenerezza. Sembra un ometto. Eppure, l’età adolescenziale – che un po’ ti rimane attaccata dentro con quel senso di essere sempre incompreso, inspiegabile agli altri – è così: né carne né pesce. Hai intuizioni grandi, ma non sai come gestirle. Dovresti avere qualcuno che ti accompagni anche quando fai le cavolate più grosse e invece … cioè dovrebbe essere come quando impari a camminare, cadi e ti rialzano. Invece, pare che a volte cadi e ti ammazzano. Vogliono spiegazioni, ti fanno interrogatori, e a te sempre meno ti va di parlare e finisci per isolarti. Ma che spiegazioni può dare uno che è caduto? Sta a terra. Sospiro mentre mi girano in testa tutti questi pensieri che non ho il coraggio di tirare fuori. Poco importa perché per fortuna loro vanno avanti. 

 

Come hai detto domenica scorsa? Spalanco gli occhi. Nella predica dico … sotto la camicia mi do un pizzicotto, forse sogno. Ha ascoltato l’omelia? Non la salute, ma l’amore è la cosa più importante. Caspita mi ha ascoltato davvero. Eppure, sembrava sbadigliasse in continuazione. Esatto. Gli sorrido soddisfatto. Ma allora perché nessuno ci domanda mai se siamo innamorati davvero? Se il cuore ci batte per qualcosa?

 

Oh stasera stanno andando proprio alla grande. Questi li faccio tutti catechisti. Ma senti … perché ...  se tuo padre ti chiedesse se ti sei innamorato gli risponderesti? Silenzio, giusto alcuni istanti. No, ma mi piacerebbe tanto che lo facesse. E invece… rimproveri perché gioco troppo, mangio troppo, dormo troppo. Lo so che quello che ingoio non risana le ferite che mi porto dentro. Ma intanto penso poi chissà lei cosa fa là. Ha trovato la felicità tra le braccia di un tipo spagnolo che dice Te quiero ma non l’amerà mai come avrei voluto ioE alla fine, siccome a nessuno interessa niente di quello che mi porto dentro, mi alieno dall’umanità. Sono un nativo digitale e per annaffiare i sogni aspetto il temporale. 

 

Guarda se avessi saputo che mi facevate lavorare a quest’ora non ve la portavo la coca cola. Ironizzo per distendere il discorso. Il fatto è che succede a tutti prima o poi di sentire che il vuoto che hai attorno è uguale al vuoto che hai dentro. Alla fine, tu sei come me, in fondo balliamo per non sentire la fine del mondo. E forse è proprio questo lo sbaglio. Dovremmo invece ascoltarla questa musica, questa inquietudine. Ve lo ricordate quando al campo abbiamo fatto quell’attività: lasciare i cellulari, ritagliarsi un momento di silenzio e provare a distinguere ciò che sentiamo dentro di noi? Annuiscono silenziosamente. Si sono seduti tutti attorno a me. Quando uno si ascolta comincia a valutare le cose, le persone le situazioni … impara a non salire su certi treni perché perderne alcuni fa bene ai pensieri. Ma davvero pensate che per noi più grandi non sia stato così? Tutti abbiamo una storia da non raccontare mai. Un momento in cui ci siamo sentiti soli. Ma è in quella solitudine che si può percepire un’Altra presenza che ti invita ad andare avanti. E poi che importa se qualcosa la devi lasciare perché ogni tanto per andare avanti, bisogna lasciar perdere i vecchi ricordi. Non si può rimanere a piangersi addosso perché qualcosa è andata storta. Ma ti pare che esista una vita in cui tutto fila liscio?

 

Rimango in silenzio ora. Non so se perché penso di aver esagerato o se è perché un po’ mi sento confuso anche io. Sì, però don … fa male. Fa male quando senti che qualcosa è per l’ultima volta. Fa male e fa paura. Le ultime volte non bussano alla porta. Le ultime volte le senti all’improvviso e se va bene, ti lasciano l’amaro in bocca e se va male, una cicatrice in visoE allora ti servirà un amaro per far passar l’amaro. Cominci a bere, o fare delle fesserie, ma è solo per distrarti, forse perché nessuno ti ascolta. O forse perché semplicemente a te sembra così. Sono brutte le ultime volte perché ti lasciano dentro la nostalgia, il ricordo di quelle promesse: resta qui con me tutta la notte e ti giurò che ti salverò … con i te i lunedì sanno di sabato. E cose di questo genere. Forse l’amore ci estinguerà come ha fatto con i dinosauri, per effetto della distrazione. Quando caddero gli asteroidi loro non li avevano visti perché erano troppo impegnati ad ascoltare dischi di Lucio Battisti.

 

Scoppio a ridere adesso, mentre mi ricordo i tempi della mia adolescenza. Delle mie incomprensioni, delle paure, dei dubbi, degli innamoramenti. È in questo tritacarne che si fa la scelta di crescere oppure di vivere da fuggiasco. Il tempo in cui a papà dicevo io non sono come te, io sono diverso, io sono migliore. Con questi pensieri mi rimetto in piedi. Fra qualche ora mi tocca celebrare la messa mattutina. L’amore è la cosa più bella che ci sia. Vi siete ascoltati? Stasera eravate vivi. Di amare non si ama per stare bene, ma per vivere. Se non ami, sei già morto. Ed è meglio essere vivi con qualche ferita, che morti e non sentire niente. Quanto alle ultime volte … sospiro e gli occhi mi si inumidiscono un po’… ci ricordano che la vita ha un suo ritmo e piuttosto che cambiarlo, bisogna imparare a seguirlo per gustarne le note. Noi non possiamo andare né indietro, né avanti. Abbiamo solo oggi, solo il passo da fare oggi, e vi pare poco? Per esempio ormai… non posso più dormire! Pazienza. Faccio un occhiolino. Tornate a casa che è tardi. 





Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com








 

venerdì 17 luglio 2026

Kekko e il suo amore proibito … Modà

 *Il testo è fantasioso e risente di interpretazioni personali dei vari testi dei Modà. In neretto sono segnalati i testi citati. 

 

 

            Sono le quattro del pomeriggio. Fa un caldo boia e sono intento nel compilare alcune pratiche di matrimonio. Una delle cose che più ho in antipatia di tutto il mio ministero sacerdotale. Date, numeri, nomi. Ce ne fosse una che non abbia sbagliato. Le devo sempre compilare almeno due volte. Nata il 23 febbr…. Ecco lo sapevo… era Gennaio! Uff… ho sbagliato di nuovo. Prendo il foglio e inizio ad accartocciarlo, mentre un grido squarcia il silenzio.

 

            Doooooon, ci sei? Sobbalzo dalla sedia. N’altro grido così e c’ero. Chi è? Un po’ nervoso rispondo mentre alzo lo sguardo verso la porta dell’ufficio. Qualche istante e mi compare il faccione di Kekko, un ragazzo che spesso si fa vivo quando vuole un po’ sfogarsi. E chi poteva essere … lo saluto sorridendogli mentre noto il suo sguardo disteso, ma stanco. Vieni, siediti. Come stai? Gli domando. Lo osservo entrare mentre raggiunge la sedia che mi sta di fronte per poi accomodarsi in caduta libera, quasi che a momenti si ribalta per terra. Na schifezza … Taccio qualche istante osservandolo ancora. Nel frattempo lui ha buttato lo sguardo un po’ spento sui fogli delle pratiche matrimoniali. Diciamo che non si vede per niente. Ironizzo. Cosa ti prende?

 

            Pene d’amore, don. Va’ dritto al sodo. Ma perché è così difficile? Io non so che rispondergli. Alzo prima lo sguardo al crocifisso, poi lo riporto sulle pratiche matrimoniali. Mi viene da ridere, ma mi trattengo. Allora riprende a parlare: Non capisco se mi manca o se è solo il panico che mi rende un po’ nervoso e malinconico. Di sicuro in un suo abbraccio starei già meglioInizia il profluvio delle sue parole. Meglio se resta lì, forse è meglio. Forse doveva andar così, forse è giusto se resta lì. Io non lo so

 

            Sei proprio innamorato. Prendo parola in un momento in cui è calato un silenzio difficile da sopportare, tanto più con questo caldo. Non è una brutta cosa, sai? Lui alza lo sguardo e senza parole sembra chiedermi se lo sto coglionando. Dico sul serio. Io ho paura delle persone che non si innamorano. Lo sguardo non cambia. Don, ma dici sul serio o è il caldo? Sul volto mi si disegna un sorriso largo, credo di dover sembrare uno scemo ai suoi occhi. Dico sul serio. E sì, anche un prete si innamora: della vita, di Dio, della comunità e anche di qualche donna, speriamo … A quell’ultima parola anche lui si mette ora a ridere. Io sto così male che non voglio più nostalgia. Così lontana da me, non pensavo fosse così difficile. Ci sono notti in cui non so proprio con chi parlare. E mi capita di uscire quando proprio non riesco a prendere sonno e cammino guardando il cielo per cercare un suo riflessoIo lo so che sembra stupido, ma vorrei tenerla, abbracciarla, respirarla in modo che quando mi manca e la cerco è dentro di me. 

 

È davvero tenero questo ragazzo. Penso tra me e me. Magari ce ne fossero un po’ in più capaci di sentire quanto l’amore può incidere un cuore, senza per questo averne paura. Un po’ come si fa con i sicomori che se non vengono incisi non maturano e non diventano commestibili. Ma guarda Kekko il nostro cuore si innamora perché cerca un appoggio. L’innamoramento è bello, anche se non è l’amore, perché ti dice che la parte più profonda di te sa che tu non ti basti. Tu ti innamori perché non ti sei chiuso in te stesso. E questo è bello. Lui inizia ora ad ascoltarmi con interesse. E allora spiegami perché fa così male? Bella domanda. Perché affinché diventi amore si deve smarcare dall’egoismo. Quando ci innamoriamo dobbiamo scegliere se divorare la persona o se rispettarla. Nel primo caso rimaniamo nell’egoismo, ma sazieremo le nostre brame, quindi poca sofferenza. Nel secondo caso entriamo nell’amore e allora … alzo di nuovo gli occhi al crocifisso, questa volta lui se ne accorge e muove gli occhi nella stessa direzione inquadrando silenziosamente il crocifisso di gesso bianco che hanno realizzato i ragazzi del gruppo giovani. Poi sospira ancora.  E allora … ho capito. 

 

Ma io che colpa ne ho? Mi domanda a bruciapelo. Non hai nessuna colpa. Gli rispondo pacatamente. Non so nemmeno io come diavolo è successo, ma è successo. Forse quella sera, quando ho detto per scherzare chissà come sarebbe la nostra vita insieme. E Adesso la amo ma non posso dirlo. Forse non c’è stato il momento o forse c’è stato ed era giusto non farlo.

 

A queste parole mi insospettisco un attimo. E perché non potresti dirglielo? Silenzio. Tombale. Eh don … riprende senza avere il coraggio di guardarmi in faccia. È sposata. Non so perché sento nel mio cuore ancora più tenerezza di prima. Non riesco proprio ad arrabbiarmi. Sarà perché ne sento tante, sarà perché è capitato che qualche donna sposata si innamorasse di me, sarà che conosco bene come ci si sente quando ci si innamora. Insomma, mi fa proprio tenerezza. Questa non è proprio un’agevolazione alla faccenda. Provo ad ironizzare ancora. E tu che hai deciso? Gli domando affinché si sfoghi ancora un po’. 

 

Ci sentivamo, siamo usciti insieme qualche volta. C’è stato anche qualche bacio. Stavamo bene insieme. Per la prima volta ho abbassato tutte le mie difese. Sorrisi, chiacchiere spensierate e tanta tenerezza. Però … adesso si chiude in sé stesso per alcuni istanti e capisco quanto stia soffrendo dall’indurirsi del suo volto. Ma come faccio a rovinare una famiglia? Lei mi ha detto che è felice con suo marito e allora abbiamo interrotto tutto. Forse abbiamo fatto un po’ bambini. E adesso cerco di moderarmi. Vorrei fare di tutto per non perderla e per questo è stato meglio fermare tutto. Ma adesso ho paura del silenzio e dei brividi e dei miei limiti.

 

Sospiro profondamente. Vorrei – credimi – toglierti questo dolore, ma anche se potessi non lo farei. Perché questo si chiama amore. Sei passato dalla fase egoistica alla fase del dono di sé. Avresti potuto organizzare una relazione clandestina e lei una seconda vita, forse non se ne sarebbe accorto nessuno. E adesso gli occhi mi vanno in piazza ai vari balconi, sede delle più antiche agenzie investigative. Forse … però alla fine cosa vi sarebbe rimasto? 

 

Sì, lo so don. Però sto male. E mi domando se a volte lei mi cerca tra la gentese mi pensa. Per non parlare della rosica quando penso che potrebbe essere tra le braccia di suo marito. 

 

Kekko … tu sia benedetto. E benedetto è questo momento che stai vivendo. Non sentirti in colpa, ti sei comportato in maniera adulta, le hai voluto e le vuoi bene veramente. Avete anche vissuto momenti belli. Non so dirti se sia questo il caso, ma a volte l’innamoramento può essere anche una bugia. Forse vi sareste fatti solo un po’ più male. Passerà e potrai vivere con lei una relazione costruttiva proprio perché non siete stati egoisti con voi stessi.

 

Continuo a guardarlo mentre ha ancora una vena di tristezza sul volto e gli occhi un po’ più lucidi. A volte penso che bisognerebbe smetterla di fare tante attività inutili e avviare laboratori di lettura delle proprie emozioni per riconoscerle, guardarle, saperle accogliere e imparare a gestirle in qualche modo. Sarebbe anche una potente porta di accesso alla vita spirituale. Gesù in fondo era un uomo che viveva a pieno le proprie emozioni, ma non si lasciava trascinare da loro. In lui Emotività, intelletto e volontà erano perfettamente armonizzate con il suo Spirito. Ed è questo quello a cui dovremmo tendere tutti quanti. 

 

Don … io non so se sarò forte però. Sorrido ancora. Eh Kekko, se non lo sarai tu, lo sarà lei. Si morde il labbro e mi fissa, tra il preoccupato e lo speranzoso. E se non lo saremo entrambi? Scuoto appena il capo. Siamo nelle mani di Dio. Siamo fragili e Lui lo sa. Ma ciò che conta è rimanere onesti con noi stessi e con Lui. Quanto al resto … dopo la Pasqua anche alla morte c’è riparo!

 

Adesso mi sembra tiri un sospiro di sollievo. Forse si è sentito capito. Forse non si è sentito giudicato. Forse si sta accordando il permesso di vivere quello che sente. Reprimersi fa tanto male tanto quanto vivere senza filtri. Adesso riprendo quella pratica che avevo accartocciato e gliela tiro in testa. Lui si mette a ridere. Per penitenza ora mi aiuti a compilare le cartacce di questo matrimonio così capisci ancora meglio quanto è diventato complicato anche solo benedirlo l’amore! Coraggio ero arrivato qui … 23 Gennaio … 

            



Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com





giovedì 9 luglio 2026

Al parco con le cuffie e ... Ultimo.

    Il testo è fantasioso e risente di interpretazioni personali dei vari testi, ma anche di alcune interviste rilasciate da Ultimo. Per cui – soprattutto ai fans sfegatati – chiedo un po’ di misericordia e anche la clemenza di leggere con un occhio curioso e leggero. Questo testo, come altri, vuole essere una provocazione. Le parole in neretto sono evidentemente citazioni di titoli o testi delle canzoni di Ultimo. Il resto è puramente inventato.


         È un tranquillo pomeriggio di fine settembre, di quelli in cui il tepore autunnale si fa timidamente spazio in mezzo ai resti dell’estate. Sono seduto su una panchina della villa comunale, mentre mi godo il sole che fa capolino tra le nuvole. D’un tratto un ticchettio, come di qualcosa che cade per terra vicino ai miei piedi, attira la mia attenzione. Apro gli occhi e poco più avanti vedo un ragazzo che si guarda intorno come a cercare un oggetto improvvisamente smarrito. Gli occhi mi vanno vicino ai piedi, è una cuffia. La raccolgo. Cerchi questa? Mi rivolgo al ragazzo, sarà stato poco più che trentenne. Lui sorride, si avvicina. Grazie. Mi saluta cordialmente. Un vecchio fastidio di chi è abituato ad andare al parco con le cuffieIo l’ho risolto. Poi lo guardo e taccio mentre lui afferra la cuffietta e inizia a pulirla. Ah sì? E come? Mi prendo qualche istante prima di rispondergli. Semplice. Non le indosso più. Ascolto quello che c’è. Lui pare essere spiazzato dalla risposta. Ci ho provato, ma senza musica non riesco. Lo guardo in quegli occhi neri, profondi, che assomigliano agli occhi di quel bambino che contava le stelle e, ora un po’ deluso, trasforma pianeti in sassi.  Certo. Lo capisco. Scappi. È normale. Ti rifugi nelle note per non ascoltarti. Ho l’impressione che adesso rimanga basito. Mi fissa un istante. Mi guarda e poi sdrammatizza: ma lei fa lo psicologo? Sorrido ancora. No, molto peggio. Il prete. Scoppia a ridere, ma decide di prendersi una pausa dalla sua corsa e si siede accanto a me, poggiando i gomiti sulle ginocchia e protraendosi in avanti. 

            È vero, padre. Riprende guardando per terra. È una vita che ho vissuto con i sogni appesiProvo a dimenticare scelte che fanno male, abbraccio le mie certezze e provo a darmi da fare. Poi però niente brucio consigli, alzo il volume, l’ansia nasconde i sorrisi che hoLa nostra generazione è stata lasciata lì: in balia di social, con tanti rimproveri e senza veri punti di riferimento. Mi perdoni: ma anche nella Chiesa non mi sembra ci sia grande scelta. 


            Mentre prende a parlare sento una verità profonda, non sono solo parole poetiche, ma toccano il cuore. C’è un’energia dentro che parla delle ferite nascoste che questa generazione porta nella propria intimità. Poi…  ripensi al domani. Quali domande? Quante risposte? E via con la paura, l’insicurezza, e magari il dubbio che il dolore te lo sei meritato per le tue scelte sbagliate visto che tutti dicono che dovresti impegnarti di più e che il tempo passa e non lo puoi sprecare. Adesso alza lo sguardo e dal basso mi guarda, forse come quella donna adultera avrà guardato Gesù in cerca di un sollievo mentre era distesa ai suoi piedi.


            Però vedi? Riprendo a parlare. A che serve scappare via? Scuote lentamente il capo. No, certo a niente. Io ci ho provato a riprendere il passo. Sorride amaro. Ma ogni volta una delusionePerché amare che è la cosa più bella è anche la più dolora e complessa. E nessuno ci ha mai insegnato come fare. E allora pensi che a volte è meglio vivere come un vecchio pazzo che parla alle persone di cose mai accadute per vivere un po’ altrove. Poi ci ripensi ed è vero, come dice lei padre, che la vita va presa com’è, un viaggio che parte da sé e bisogna imparare a seguirlo perché non chiede il permesso mai a me. 


            Mentre l’ascolto ho la percezione che questo ragazzo aspettasse solo il La per sfogarsi. E chissà quanti altri ragazzi stanno messi così. Avrebbero bisogno solo che qualcuno prestasse loro due orecchie. Certo non due orecchie qualunque, ma quelle di qualcuno che sappia ascoltare con un cuore di Padre. Quindi sospiro silenziosamente e lo lascio parlare. È allora che senti che non può essere tutto un caso e che c’è una missione, fosse anche quella di cantare in pieno inverno per dare la primaveraDi nuovo un attimo di silenzio, poi alza lo sguardo e si tira indietro sulla panchina. Vede padre, riesce a capirmi solo se ha sempre voluto qualcosa che non c’è. E qui mi scappa una risata, anche sonora. Lui si volta di scatto e mi guarda come se mi volesse dire: ma che c*** ridi?  Mi riprendo: rido perché ti capisco perfettamente. Ora lui inarca un sopracciglio. Ma perché succede anche ai preti? Torno a ridere scuotendo il capo. Ora però ride anche lui. Ma certo, fratello. A parte che aver dedicato la vita a Dio significa stare d’appresso ad uno che non lo acchiappi mai, sta sempre un passo in avanti. Ma è il nostro cuore che funziona così. Ci focalizziamo sempre su quello che non c’è … un lavoro, un amico, una ragazza. E anche per noi preti è così. Ed è vero, fa male. Sapessi quanto fa male, quando rientri in canonica, solo, mentre la città dorme dopo che hai fatto tanto e tanto ti senti solo.  Mi sembra ora che a sentirsi capito sia lui. Esatto … mi rimbalza con una luce particolare negli occhi. E adesso tirando le somme non sto vivendo come volevo. Ma posso essere fiero di portare avanti quello che credo. Da quando ero bambino, solo un obiettivo: dalla parte degli ultimi per sentirmi primo


            Mi sembra di sentire quella beatitudine che un giorno Gesù pronunciò quando disse che gli ultimi sarebbero stati i primi, almeno alcuni. Peccato che ad essere primi si parla del Regno dei cieli e non su questa terra, ma tant’è. Ma allora se stai così, qual è il problema? Hai qualcosa in cui credi, ne sei fiero, hai un obbiettivo. Dovresti essere contento no?


            Ancora una domanda. Ancora istanti di silenzio. Non lo so, padre. Il punto è questo: Non lo so. Mi guardo spesso dentro, ma tutto mi stanca. Il lavoro, il successo, mio figlio, gli amici … Mi guardo spesso dentro, ma cosa mi manca a me, per essere me, davvero non lo capisco. Adesso lo vedo che sotto le braccia stringe i pugni mentre ha rialzato lo sguardo verso il cielo. È un ragazzo intelligente, davvero in ricerca. Non è un superficiale, vede tanti elementi, ma non riesce a connetterli tra di loro. 


            Vedi… finché noi cerchiamo il nostro punto di appoggio nelle cose o nelle persone rimaniamo schiacciati. Puoi anche guadagnare il mondo intero, ma perdi te stesso. Non ti appaga fino in fondo. Un grande successo, e subito te ne serve un altro. Un grande affetto … e poi un altro. E poi capisci che non ti basta, quindi scappi, ma poi ti vengono i rimpianti e fai la vita del criceto nella gabbia a correre su di ruota che non porta da nessuna parte.


            Ora è lui che sospira. Sì, Padre è così. Ci sono persone e cose che non rivedrò e forse è giusto anche lasciarle lì nei ricordi che lascio sempre giù come anelli persi giù nel mare blu. So che forse è banale, ma ci inizio a pensare sempre quando è buio e dorme la città


            Butto anche io indietro la testa a godermi quel cielo primaverile, distendo un po’ le gambe e le incrocio. Eh certo … perché di notte, quando la città dorme, non c’è musica o attività che tenga. Ti puoi alzare, mettere ad un computer, scrivere lettere o canzoni per sentirti meno solo, ma poi la notte è la notte. Ti interroga, ti tira fuori l’anima, la verità. Sarà per questo che Gesù amava pregare durante la notte? Ci prendiamo una pausa non concordata, poi aggiungo ancora qualcosa: la vita è fatta di errori, di persone che abbiamo lasciato andare a cui non resta che dedicare un silenzio, ci sono ferite e rimpianti, sguardi, mani, labbra, profumi … e poi c’è l’amore, c’è Dio. La vita non sta in uno schema, in una ricetta e nemmeno Dio. Dio sta tra gli ultimi perché gli ultimi sono quelli che non hanno schemi, hanno perso tutto o non hanno mai avuto niente oppure hanno tutto e si sentono vuoti. Dio sta lì perché è lì che la vita si riprende. È lì che è possibile scorgerne un senso dove non ci sono più pretese o attese, ma il desiderio di vivere e di vivere fino in fondo. Ognuno di noi porta i suoi pesi, ma che ci vuoi fare? Non sono quelli che contano per davvero. 


            Non so se mi sta ancora ascoltando, mi giro un istante per spiarlo. Ha gli occhi socchiusi. Dio … io ho urlato a Dio “ti prego se esisti rispondi”. Avevo bisogno di un Dio e l’ho cercato nei sensi di colpa. Sta per continuare, ma lo interrompo bruscamente questa volta: Per carità. Ancora con questo Dio moralista!?! I nostri sbagli possono essere occasioni in cui facciamo silenzio e allora Lui parla, dà delle risposte proprio perché in quel momento tacciamo per davvero. Si è fatto tardi e comincia ad alzarsi un po’ di vento, ma mi sembra che lui rimanga come risucchiato da un vortice di pensieri. Vero anche questo. Proprio in circostanze simili mi è sembrato di aver fatto esperienza di Dio … sul serio … incalza come a volermene convincere. Nei momenti in cui avevo bisogno di una risposta la sentivo e arrivava dentro di me e allora anche se non credevo sentivo che lì Dio c’era al di là di tutto e stava quiConclude portandosi un indice al cuore e riportandosi quasi dritto sulla panchina. 


            Certo che Dio lì c’è. Anche se tu non ci credi Lui è sempre lì. E finché tu non accetti di averne bisogno, Lui rimane lì, in silenzio a sussurrarti una parola che è il suo stile di vita: tu amati sempre perché sei nobile, sei mio Figlio e in te mi compiaccio. Ecco cosa ci manca per sentirci quello che siamo: sapere di essere Figli e non orfani. Lui ora si alza. La pausa è finita e del resto il sole è quasi al tramonto. Mi sorride con quel volto sbarazzino e i capelli ancora madidi di sudore. Padre, mi sa che siamo fatti tutti un po’ così: occhi forti e cuori fragili. Spero di trovare quell’appoggio di cui lei mi parlava. Ricambio il suo sguardo e gli sorrido. Ce l’hai già, ti serve solo riconoscerlo. 




Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com









 

 

 

 

 

            

 

domenica 5 luglio 2026

Ma perché se voglio essere felice, finisco per sentirmi triste?

La domanda non è sciocca affatto. E almeno una volta nella vita ce la siamo posti tutti quanti. Soprattutto quando, dopo una serie di sforzi e progetti, ci siamo ritrovati con un pugno di mosche in mano e più soli di prima. 

Questo può accadere per una relazione di amicizia, di fidanzamento o matrimonio, per il lavoro, per una passione, per un progetto pastorale. Diventa addirittura drammatico quando dagli altri ci sentiamo apprezzati, ma dentro sentiamo crescere un vuoto esorbitante.


 E così parte – per citare ancora una volta il cantante del momento – il ballo delle incertezze: paure, sensi di colpa, accuse, rammarichi, rimpianti. Il punto è che tutto questo vortice di emozioni finisce ulteriormente per confondere le idee per cui il rischio di imboccare un’altra strada affettiva, esistenziale o lavorativa, che alla fine moltiplicherà la frustrazione è davvero molto alto. Il risultato altamente prevedibile è una vita all’insegna della stanchezza e del risentimento. 


 Ecco … ma perché questo? Generalmente sono due le attitudini che ci fanno risucchiare da questo vortice.


1.       La prima ha a che fare con l’incapacità di lasciare andare ciò che non è per noi. È un po’ come quando eravamo bambini e volevamo a tutti i costi il giocattolo di un compagnetto. La mamma ce lo portava via restituendolo al legittimo proprietario e noi iniziavamo una serie di sforzi, di brontolii, di guerre per raggiungere qualcosa che alla fine ci sarebbe stato ugualmente negato. La scena finale era quasi sempre la stessa: rintanati nella nostra stanzetta e rannicchiati sul lettino a pensare che il mondo fosse cattivo e che nessuno ci volesse davvero bene.

 

2.       La seconda riguarda, invece, l’incapacità di prendere ciò che ci viene offerto. L’arte cioè di accogliere il pane quotidiano, imparando a stare al ritmo della vita senza imporre su di esso la nostra volontà, il nostro ego, le nostre passioni. Saper godere di ciò che sorella Provvidenza offre, accogliendo le persone che si hanno davanti, le situazioni, e finanche le emozioni e i sentimenti, senza rifugiarsi in un’ideale che alla fine diventa una vera e propria evasione.


Queste due marce non sono per i rassegnati che, pur di non affrontare le difficoltà, rinunciano a realizzare i propri sogni, bensì costituiscono il fondamento dell’arte di andare a bersaglio nella vita. Chi, infatti, non sa lasciare andare ciò che non gli riguarda, e non sa accogliere quello che c’è, non può avere continuità nella vita. Viene, infatti, sempre distratto da altro, e penserà che la sua esistenza sia peggiore di quella degli altri e, a causa di questa discontinuità, non andrà mai fino in fondo in nessuno degli obbiettivi che si era posto.


Proprio nel Vangelo proclamato oggi nella XIV Domenica del Tempo ordinario troviamo la risposta di Gesù alla domanda posta in apertura: Imparate da me che sono mite e umile di cuore. Ma perché Gesù, dovendo descrivere il suo cuore, usa questi due aggettivi? Sostanzialmente perché il mite è colui che si lascia togliere ciò che non è essenziale; Gesù, infatti, pur di non perdere i suoi e il rapporto con il Padre, si lascerà togliere tutto quanto, finanche i vestiti. L’umiltà, invece, è propriamente la capacità di accogliere quel che viene offerto. Proprio come la terra (humus) che riceve e fa fruttare ciò che viene su di essa seminato. E anche Gesù sarà così: accoglierà e trasformerà tutti coloro che a lui si avvicineranno. 


 Ed è curioso che a queste due parole il Signore aggiunge questa promessa: troverete ristoro per la vostra anima. Il ristoro, la pace, il riposo, la gioia … sono la conseguenza di un cuore che ha imparato a lasciare andare e ad accogliere, senza inerpicarsi in guerre stupide, in rivendicazioni ossessive, in discussioni infantili dove tutto deve essere analizzato, spiegato e compreso. Ci voleva un Dio per aiutarci ad uscire da questo delirio infantile di onnipotenza che porta a distruggere nazioni, comunità parrocchiali, famiglie e relazioni di ogni genere. E così il grido che arriva da quel nazareno non pesa come una condanna per falliti o come un dito puntato contro, ma proviene dal cuore di un Dio che vede tutta la tristezza dell’uomo e la prende su di sé per offrirgli una via di uscita:

 

Imparare da me che sono mite e umile di cuore.