La domanda non è sciocca affatto. E almeno una volta nella vita ce la siamo posti tutti quanti. Soprattutto quando, dopo una serie di sforzi e progetti, ci siamo ritrovati con un pugno di mosche in mano e più soli di prima.
Questo può accadere per una relazione di amicizia, di fidanzamento o matrimonio, per il lavoro, per una passione, per un progetto pastorale. Diventa addirittura drammatico quando dagli altri ci sentiamo apprezzati, ma dentro sentiamo crescere un vuoto esorbitante.
E così parte – per citare ancora una volta il cantante del momento – il ballo delle incertezze: paure, sensi di colpa, accuse, rammarichi, rimpianti. Il punto è che tutto questo vortice di emozioni finisce ulteriormente per confondere le idee per cui il rischio di imboccare un’altra strada affettiva, esistenziale o lavorativa, che alla fine moltiplicherà la frustrazione è davvero molto alto. Il risultato altamente prevedibile è una vita all’insegna della stanchezza e del risentimento.
Ecco … ma perché questo? Generalmente sono due le attitudini che ci fanno risucchiare da questo vortice.
1. La prima ha a che fare con l’incapacità di lasciare andare ciò che non è per noi. È un po’ come quando eravamo bambini e volevamo a tutti i costi il giocattolo di un compagnetto. La mamma ce lo portava via restituendolo al legittimo proprietario e noi iniziavamo una serie di sforzi, di brontolii, di guerre per raggiungere qualcosa che alla fine ci sarebbe stato ugualmente negato. La scena finale era quasi sempre la stessa: rintanati nella nostra stanzetta e rannicchiati sul lettino a pensare che il mondo fosse cattivo e che nessuno ci volesse davvero bene.
2. La seconda riguarda, invece, l’incapacità di prendere ciò che ci viene offerto. L’arte cioè di accogliere il pane quotidiano, imparando a stare al ritmo della vita senza imporre su di esso la nostra volontà, il nostro ego, le nostre passioni. Saper godere di ciò che sorella Provvidenza offre, accogliendo le persone che si hanno davanti, le situazioni, e finanche le emozioni e i sentimenti, senza rifugiarsi in un’ideale che alla fine diventa una vera e propria evasione.
Queste due marce non sono per i rassegnati che, pur di non affrontare le difficoltà, rinunciano a realizzare i propri sogni, bensì costituiscono il fondamento dell’arte di andare a bersaglio nella vita. Chi, infatti, non sa lasciare andare ciò che non gli riguarda, e non sa accogliere quello che c’è, non può avere continuità nella vita. Viene, infatti, sempre distratto da altro, e penserà che la sua esistenza sia peggiore di quella degli altri e, a causa di questa discontinuità, non andrà mai fino in fondo in nessuno degli obbiettivi che si era posto.
Proprio nel Vangelo proclamato oggi nella XIV Domenica del Tempo ordinario troviamo la risposta di Gesù alla domanda posta in apertura: Imparate da me che sono mite e umile di cuore. Ma perché Gesù, dovendo descrivere il suo cuore, usa questi due aggettivi? Sostanzialmente perché il mite è colui che si lascia togliere ciò che non è essenziale; Gesù, infatti, pur di non perdere i suoi e il rapporto con il Padre, si lascerà togliere tutto quanto, finanche i vestiti. L’umiltà, invece, è propriamente la capacità di accogliere quel che viene offerto. Proprio come la terra (humus) che riceve e fa fruttare ciò che viene su di essa seminato. E anche Gesù sarà così: accoglierà e trasformerà tutti coloro che a lui si avvicineranno.
Ed è curioso che a queste due parole il Signore aggiunge questa promessa: troverete ristoro per la vostra anima. Il ristoro, la pace, il riposo, la gioia … sono la conseguenza di un cuore che ha imparato a lasciare andare e ad accogliere, senza inerpicarsi in guerre stupide, in rivendicazioni ossessive, in discussioni infantili dove tutto deve essere analizzato, spiegato e compreso. Ci voleva un Dio per aiutarci ad uscire da questo delirio infantile di onnipotenza che porta a distruggere nazioni, comunità parrocchiali, famiglie e relazioni di ogni genere. E così il grido che arriva da quel nazareno non pesa come una condanna per falliti o come un dito puntato contro, ma proviene dal cuore di un Dio che vede tutta la tristezza dell’uomo e la prende su di sé per offrirgli una via di uscita:
Imparare da me che sono mite e umile di cuore.



