sabato 20 giugno 2026

Un fanciullino che mi tortura ...

 Leo! Leooo! Leooo! 

    È sempre la solita storia. Il gatto va in giro, si diverte, spassa e ripassa e, alla sera, quando è ora di rientrare, si fa attendere. Soprattutto in questo periodo primaverile in cui la natura fa il suo mestiere a cui lui, in modo fiero e compiaciuto, non si sottrae. 

 

    E allora avanti a chiamarlo, nella speranza che possa capire che è ora della cena. Quando ode schizza come un razzo, mentre si fa annunciare da un miagolio acuto. Stasera invece silenzio, almeno per alcuni istanti. Poi un verso infastidito da dietro il cancello. No, un’altra volta – penso – Starà affrontando l’ennesima singolar tenzone per guadagnarsi qualche micettina compiacente. E invece … sorpresa! Era finito preda dell’abbraccio stritolatore di un bambino. Poteva avere sì e no 7 anni. Incredibile a dirsi non l’aveva graffiato. Di solito si innervosisce per molto meno. Meglio così. Affretto comunque il passo. Non si sa mai. 

 

    Ciao, bimbo. Non si fa così con i gatti. Potrebbero innervosirsi e farti male. Leo improvvisamente si calma e mi guarda, deve avermi riconosciuto quale suo salvatore, tipo Batman che interviene quando tutto sembra oramai perduto. 

 

    Il bambino, invece, mi fissa. Mi scruta da testa a piedi come solo un bambino sa fare. E poi mi incalza: che vuoi? Chi sei tu? Il tono è duro ed infastidito. Guarda tu questo che carattere! Sono il padrone del gatto. Si chiama Leo. Gli sorrido gentile, mentre un moto interiore vorrebbe dargli una sonora sberla. O quantomeno rimproverarlo per il suo modo arrogante di rispondere. Ma lasciamo stare: la carità, la pazienza e bla bla bla … e poi di sti tempi un prete che dà una sberla ad un bambino è un attimo che finisce con una denuncia per pedofilia. 

 

    Il gatto, come tutti gli esseri viventi, non si trattano così. Lascialo libero e, se si fa accarezzare, lo accarezzi. Il bambino adesso mi guarda mentre sembra soppesare seriamente le mie parole. Il gatto invece tenta in tutti i modi di arrampicarsi sulle sue spalle per sfuggirgli, ma nulla di fatto. Il bambino l’ha afferrato dal collo e lo stringe. Eh ma se poi scappa? Sospiro benevolmente. Se scappa poi vorrà dire che non voleva le carezze e bisogna rispettarlo. 

 

    Rimane in silenzio. Abbassa lo sguardo. Voi grandi parlate sempre di rispetto e poi fate come volete. Parlate di libertà e però quando volete una cosa ve la prendete e se non riuscite a prenderla vi agitate, vi arrabbiate, vi innervosite. Mio papà, per esempio, voleva un’altra donna, si è arrabbiato con mamma e se n’è andato di casa.

 

    Spiazzato. Anche il gatto si è arrestato improvvisamente. Mi dispiace. Sì, è vero a volte capita così. Non a tutti però. Rispondo in maniera impacciata. Per fortuna il gatto che deve aver notato la tristezza del bambino comincia a fargli le fusa sì da farlo sorridere per un attimo.

 

    Voi fate gli adulti, ma siete bambini. Noi siamo bambini e ci costringete a diventare adulti. Incalza mentre con la manina ora accarezza il musetto del gatto. Non so da dove arrivasse, ma mi stava inchiodando, frase dopo frase. Alla fine aggiunge: E così perdete la poesia.

 

    Vagamente mi tornano in mente alcune righe: È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Alzo per un momento lo sguardo verso il cielo e non mi pare vero che questo bambino mi stia scuotendo tanto. Mi pare udir ancora quel rimprovero: Forse il fanciullo tace in voi, professore, perché voi avete troppo cipiglio, e voi non lo udite. Per ascoltarlo Deve fare a meno di tanti ghirigori, così facili a farsi, di tante bellurie, così piacevoli alla vista, di tante dorature, che danno tanta idea della propria ricchezza: e questa è rinunzia. Deve lasciar molto greggio e molto imperfetto. Oh! Come è necessaria l'imperfezione per essere perfetti!


    Socchiudo per quel che mi era sembrato un attimo gli occhi, mentre penso a quante volte mi sono perso in rigidi ragionamenti, ingabbiando il bambino che è in me. Sembra assurdo: più questo bambino interiore lo si isola, più assumiamo atteggiamenti immaturi. Più lo si ascolta, più si diventa adulti. E così ci perdiamo la poesia.


    Riapro gli occhi solo quando Leo comincia a strusciarsi contro la mia gamba destra. Ed è in quel momento che, ritornando presente a me stesso, mi accorgo che il fanciullo è scomparso. Non una parola, niente. Ha lasciato libero il povero Leo e, insieme a lui, ha liberato qualcosa o qualcuno dentro di me. Quel fanciullino che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l'ombra di fantasmi e il cielo di dei. Egli è quello che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione. 

 


Il racconto è frutto di fantasia ed è molto liberamente ispirato alla concezione de "Il Fanciullino" di Giovanni Pascoli


Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com






 

mercoledì 17 giugno 2026

Una sorpresa "alla sera" ...

        Era una sera come un’altra. In quell’ora in cui il sole bacia la cima delle montagne o piuttosto l’orizzonte in mezzo al mare; quel momento in cui i colori variano velocemente e distendono i pensieri. Quel giorno avevo proprio voglia di uscire nel giardino per fumare un sigaro e cercare qualche attimo di tranquillità al termine di una giornata, come tante, piuttosto frenetica e piena di lavoro. Ad occhi socchiusi, varcata la porta esterna che dà nell’ampio giardino del seminario, iniziavo così a godere del leggero vento di inizio estate. D’un tratto una voce: non è stupenda, vero?

            Immediatamente spalanco gli occhi e mi guardo intorno con un po’ di apprensione. Dovrei essere solo – penso tra me e me. E, invece, non faccio in tempo a realizzare chi sia ad aver proferito parola che, in fondo al giardino, appoggiato alla ringhiera, con il naso all’insù, scorgo una figura che nulla ha di familiare. Rimango fermo. Intimorito da quella presenza, ma stranamente rassicurato da quella domanda pronunciata con voce calda e rilassata. Cosa? Riesco solo a domandare. Di profilo mi sembra che quella persona – a me ancora ignota – sorrida, quasi un ghigno. La sera. Una pausa. Poi riprende. Non è stupenda?

            Mi verrebbe da chiedere chi sia e cosa ci faccia in una proprietà privata, ma la sua domanda mi prende in contropiede. Alzo per un momento gli occhi al cielo, mentre comincio a razionalizzare che il mio momento di quiete è sfumato, e in effetti il cuore improvvisamente pare allargarsi nel petto. Sì. Ammetto laconicamente. È il momento della giornata più bello. 


            Al mio dire quella persona ebbe un guizzo. Schiena dritta improvvisamente, senza ancora voltarsi. Io rimango ad una distanza di sicurezza. Esattamente! Esattamente! Ripete quasi entusiasta. L’unica cosa che riesco a capire è che si tratti di un uomo che, come me, non deve avere un buon rapporto con il pettine. Tant’è … Ma secondo te perché? Mi domanda con gli occhi fissi al cielo, mentre l’arancione comincia ad infuocare il cielo. Inspiro profondamente prima di rispondere – manco fossi all’esame di cristologia o di escatologia - poi mi faccio coraggio: Forse… forse … è perché alla fine della giornata, comunque sia andata, sentiamo di poter attraccare il nostro peregrinare in attesa di riprendere il passo il giorno dopo e ci sentiamo un po’ a casa. Termino di parlare e ho l’impressione di aver detto una cosa tanto banale quanto profonda, ma il suo silenzio mi inquieta, mi mette a disagio. 


            Lui tace ancora, poggia entrambe le mani sul parapetto della ringhiera, inspira profondamente lasciandosi andare e, come se stesse suonando una melodia, riprende a parlare: O forse è perché tu sei l’imago della fatal quiete a noi sì cara vieni, o sera?


            Non so più se sta parlando con me, con sé stesso, con la sera. Se si aspetti una risposta oppure no. Ma quella domanda in un solo istante diventa mia. Quante volte in periodi di stanchezza, di incomprensione, di frustrazione, ma anche nei momenti felici e più soddisfacenti, sono arrivato alla sera con questo sospiro che mi serrava la gola: ma è possibile che la nostra vita sia solo un agitarsi, come i rami mossi da un vento invernale?


            I miei pensieri a questo punto vengono infranti dalla sua voce che torna quasi a salmodiare: Vagar mi fai co’ miei pensier sull’orme che vanno al nulla eterno. Ascolto e taccio. Adesso avverto un po’ di nervosismo e senza che me ne accorgo comincio a torturare quel povero sigaro prigioniero in mezzo alle dita della mia mano destra.  Un nulla eterno?Protesto tra me e me, ma non mi avvedo di aver espresso quella domanda ad alta voce. Finalmente si volta. Due occhi azzurri come il cielo che, però nel frattempo, sta diventando buio, mentre le prime stelle cominciano a fare il loro ingresso in scena. Mi fissa. Indurisce i lineamenti del volto, poi mi sorride e riprende: C’è qualcosa di eterno che per noi è come il nulla, tutto sembra ingoiare e masticare, ma in realtà è il nostro approdo ultimo che la sera – come una missione profetica – ogni giorno viene a ricordarci. Ho dei brividi. Mi viene difficile pensare all’eterno come qualcosa di avvicinabile al nulla. Però è anche vero che il salmista dice: Ecco, tu hai ridotto i miei giorni alla lunghezza di un palmo, e la durata della mia vita è come niente davanti a te; sí, ogni uomo nel suo stato migliore non è che vapore (salmo 39). 


            Ancora un rumoroso sospiro, poi questa figura che non riesco ad associare ad alcun nome, si volta, rivolge lo sguardo nuovamente al cielo e pronuncia un’ultima frase: E mentre io guardo la tua pace, dorme quello spirto guerrier ch’entro mi rugge. Questa è davvero bella. Improvvisamente gli occhi miei si puntano anche sul cielo stellato che adesso si è disteso in tutta la sua bellezza, adombrando la struttura antica del seminario. Proprio bella questa. Ripeto tra me e me. Mi sembra un po’ quello che provo quando, a fine della giornata, tra un salmo ed un altro, poggio lo sguardo sul tabernacolo e lì tutto quello che mi si agita dentro tace e allora sorge la pace. Una pace che sembra un nulla, ma ha il sapore dell’eterno. Quell’eterno che può giustificare l’agitarsi del giorno trascorso e di quello che verrà. Un lampo mi trafigge la testa: allora la morte non è una tragedia, ma varcare la soglia dell’eternità; così come la notte non è la fine del giorno trascorso, ma la soglia di quello che sta giungendo.

           

      Avrei voluto dirlo al misterioso personaggio, ma è scomparso. Niente. Di Lui nessuna traccia. Anzi una. Un libro, poggiato sulla ringhiera. Mi avvicino, lo guardo e leggo: Poesie di Ugo Foscolo. Apro la copertina e trovo il primo componimento: Alla sera. 



Il racconto è frutto di fantasia ed è ispirato al componimento poetico di Ugo Foscolo "Alla Sera" di cui qui di seguito si riporta il testo:


Forse perché della fatal quïete
Tu sei l’immago a me sì cara, vieni,
O Sera! E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zeffiri sereni,


E quando dal nevoso aere inquiete
Tenebre, e lunghe, all’universo meni,
Sempre scendi invocata, e le secrete
Vie del mio cor soavemente tieni.


Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
Che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
Questo reo tempo, e van con lui le torme


Delle cure, onde meco egli si strugge;
E mentre io guardo la tua pace, dorme
Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.



Don giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com







giovedì 11 giugno 2026

Lettera all'Amore mio

 Caro Amore (mio), 

 

            con te è stato complicato relazionarsi, fin da quando ero bambino. E non per colpa tua. Tu sei semplice e lineare, ma il problema è quello che di te insegnano come se tutti fossero docenti universitari, mentre nella loro vita fanno macelli che al confronto Slasher sembra un fumetto dei puffi.

 

            Non si capisce più quale sia il tuo volto. In molti pensano che tu sia un sentimento, il più bello in assoluto, ma è solo un modo per giustificare i propri cambiamenti di umore, le proprie inconsistenze e i propri fallimenti, il tutto senza accorgersene; per ritrovarsi poi rassegnati a declamare una frase così banale che finisce per risultare pure convincente: l’amore eterno non esiste

 

            Eppure, io ho sempre avuto l’impressione che tu sia molto di più. I tuoi riflessi mi colpivano quando bambino vedevo come cosa più importante al mondo l’ultimo gelato rimasto e mia madre, che avrebbe voluto mangiarlo in un caldo pomeriggio di agosto, alla mia richiesta non ci pensava due volte a cedermelo. Era un gesto semplice che riempiva il mio cuore quasi fino a farlo esplodere, eppure lì intuivo la portata della tua presenza capace di cedere tutto perché sul volto dell’amato si disegni un sorriso.

 

            Ho compreso la tua profonda follia quando, adolescente innamorato, pur di vedere lei anche solo per qualche istante, uscivo a buttare la spazzatura agli orari più impensati perché sapevo che, proprio in quell’istante, sarebbe passata davanti casa. E in quel correre, mentre il cuore scoppiava, in quel rendermi ridicolo (perché come giustifichi che non vedi l’ora di andare a buttare la spazzatura?), in quel perdere tutti i freni della mia granitica razionalità, intuivo che c’era qualcosa più grande di un sentimento. V’era infatti la scelta di legare la propria esistenza a quella di un’altra; fosse anche per pochi istanti.

 

            Il tuo volto però mi è divenuto più chiaro quando per la prima volta ho accompagnato gli operatori della caritas in una casa – nel centro del mio paese – dove una signora sola e in cattive condizioni igienico sanitarie si prendeva cura della figlia malata. Nella stretta di mano che quella donna, fragile e forte, smarrita e con la voglia di non arrendersi, degradata eppure dignitosa, ci regalava nel congedarsi da noi – quasi come se ci dicesse non possiedo né oro né argento, ma vi dono il sacramento della mia gratitudine - sentivo che c’era la manifestazione di qualcosa di divino.

 

            E così caro Amore (mio) ti ho visto in carcere, nelle parrocchie che ho frequentato, negli ospedali, per le strade, nei sospiri e nei baci scambiati, come negli abbracci nei quali sprofondare e finanche in quelle relazioni furtive …. La tua delicata presenza mi si manifestava ogni volta che qualcuno era disposto a scegliere di perdere e di perdersi perché altri avessero pace. Ed è per questo che non potevi che coniugarti con Madonna Povertà

 

            Perché tu Amore (mio), Amore del cuore (mio), sei totalmente proteso all’altro, senza calcoli matematici, senza richieste di soccorso o di riconoscimento. Sei semplice e semplicemente ti doni. Non obbedisci alle logiche del commercio e nemmeno a quelle della giustizia secondo le quali conviene che ogni cosa sia retribuita o remunerata. Non rivendichi possessi e sei capace di rinnegare te stesso perché gli altri abbiano vita e l’abbiano in abbondanza. E non rispondi nemmeno agli scellerati criteri della simpatia secondo i quali ognuno si dona esclusivamente a chi ritiene più simile a sé. 

 

Ed è per questo che, insieme alla povertà, generi sempre cuori obbedienti e casti che sappiano amare senza possedere, contemplare senza consumare, gustare senza divorare

 

            Sapessimo riconoscere, caro Amore (mio) che, alla fine di questa giostra che chiamiamo vita, tutti quanti cerchiamo Te. Disperatamente cerchiamo te. Nelle rivendicazioni, negli innamoramenti folli, nelle liti e nei progetti in partenza naufragati, cerchiamo la mano di qualcuno che sia sacramento della tua a sfiorare il nostro viso e a dirci che vale la pena morire per qualcuno; perché il nostro peregrinare, il nostro tempo, i nostri sacrifici e finanche i nostri errori diventano eterni solo quando sono per qualcuno.

 

            In fondo cerchiamo senza sosta il tuo bacio caldo sulla fronte che ci ricordi, come quando eravamo bambini, che la nostra vita aveva senso non per quello che avevamo o facevamo, ma perché c’era un nido nel quale potevamo sentirci al sicuro. 

 

            Tu Amore, amato e odiato, ci spieghi la vita e per questo ce la complichi perché tutto ciò che non somiglia a te, profuma di quella morte che seduce e distrugge gli aneliti più profondi. 

 

            Eppure, rimani lì: accolto, venerato, ricercato e rinnegato, ostentato ed insultato, elogiato e dileggiato. Ti manifesti ovunque, anche sotto le macerie delle bombe, in mezzo ai campi di concentramento, nei covi di coloro che vendono l’innocente, come nei templi dove vieni ostentato appeso ad una croce e venduto poi per trenta denari. Rimani lì come segno di contraddizione a ricordare al cuore dell’uomo – tal volta pellegrino, tal volta fuggiasco – che l’eternità ha il tuo volto. 

 

            Tu ti coniughi bene con i poveri perché ci insegni che un amore che cerca guadagno è solo un commercio. Ne sono prova tanti matrimoni e amicizie che al netto erano solo inconsce autocompensazioni a delinquere. Ti coniughi con la povertà e in questo legarti ad essa generi obbedienza e castità che, senza di te null’altro sono che sottomissione e castrazione.

 

            Caro Amore (mio), tutte le volte che sarò preso dalla brama di riempire la mia pancia, insegnami a ripetere l’espressione più grande della tua manifestazione: dare la vita per gli amici. Donami di saper lasciare andare ciò che soffoca le relazioni più pure; di saper obbedire alla bellezza che chiede di essere contemplata e non consumata e allora sì, che potrò comprendere che il cielo, come l’eternità, non  sono una dimensione, un luogo o una ricompensa per i freddi rispettosi delle regole, ma il godere di Te in ogni istante del mio presente; il godere di Te in una storia che non è affastellamento di esperienze, ma vela raccolta attorno all’albero maestro della Verità che è iscritta nel profondo di ogni uomo: Il nostro cuore è fatto per te e rimane inquieto finché in te non riposa.




Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com








 

            

domenica 7 giugno 2026

Cara Povertà


 

            Sono giunto a te tramite i tuoi due figli, obbedienza e celibato. Li ho incontrati un giorno in un giardino e, attratto dalla loro spensieratezza e serenità, corsi incontro a loro come un cane affamato può avventarsi su di una coscia di pollo lasciata incustodita su di un tavolo. La mia voracità mise loro agitazione e fecero per scappare, ma io li afferrai per il braccio. Il mio intento – lo giuro – era solo quello di chiedergli di insegnarmi ad essere felice. E quando mi giustificai dicendo: non voglio farvi niente, finii per agitarli ancor di più. Celibato – il più irruento – mi diede un violento calcio sullo stinco destro, mentre obbedienza, apparentemente più addomesticabile, infilava le sue unghie nel mio braccio. All’ennesimo calcio ricevuto, non ce la feci più, li lasciai e loro, ben lieti, fuggirono via. Pochi istanti mi servirono per riprendermi e così, non pago, mi lanciai all’inseguimento. Mi sembrava di essere un pazzo e probabilmente così dovevo sembrare agli occhi dei due tuoi figli e di chi per strada mi vedeva correre. Loro erano più svelti e così, girato l’angolo, arrivarono nel giardino dove tu eserciti il tuo mestiere di custode. Entrai senza chiedere permesso, ma loro si erano già nascosti dietro di te. E tu mi aspettavi, braccia conserte e sguardo fisso sull’ingresso.

 

            Eri suntuosa, nobile, semplice eppure solenne, al servizio del padrone della casa eppure estremamente libera. Mi accorsi di aver ecceduto quando i miei occhi incontrarono le tue nere iridi, profonde come se lì dentro fossero nascosti tutti i segreti della vita e della morte. 

 

            Cosa vai cercando dai miei figli? Tuonasti come farebbe una tigre gelosa dei suoi cuccioli. Io vo..vo…volevo solo giocare con loro. Mi sembravano felici e volevo esserlo anche io. Balbettai mentre i pensieri in testa mi parevano simili a quei mulinelli che si formano nei fiumi in piena, dopo una grande tempesta. 

 

            A te non è concesso. Rispondesti ancora più ferma e sicura di prima. Gli occhi mi si riempirono di lacrime che trattenni a fatica. Mi sentii respinto, il mio orgoglio era stato colpito, la mia vanagloria atterrita. E prima che potessi dire altro riprenderti a parlare:  a te non è concesso e per ora neppure può essere. Raccolsi le energie e come un bimbo a cui viene negato il cioccolato domandai: ma perché? E allora tu, vedendo la mia buona fede, accennasti ad un sorriso e ancora mi dicesti : dimmi, giovanotto, quali sono quelle cose per cui daresti la vita?

 

            Desideroso di fare bella figura dissi precipitosamente risposi, quasi senza pensare: la mia famiglia, i miei amici, la ragazza di cui tra i banchi del liceo mi sono innamorato, lo sport, la musica … un attimo esitai prima di concludere: sono questi! Ero orgoglioso della risposta e pensavo che avrebbe fatto colpo. Ma tu, Madonna Povertà, non eri uno di quegli uomini che si accontentano di qualche sentimento e frasetta pronunciata con un tono sicuro e allora mi rispondesti ferendo per l’ennesima volta il mio orgoglio: Bene. Credetti per un istante di aver superato l’esame. Allora vai a giocare con loroIl tuo cuore è lì, quelli sono i tuoi tesori. Lascia stare i miei. Buon divertimento.

 

            Tu facesti per voltarti, ma io insistetti, questa volta parlando con il cuore. Ma loro non sono così felici come i tuoi figli, né rendono me così! Di profilo scorsi adesso un sorriso soddisfatto sul tuo volto. Ti girasti nuovamente e mi domandasti: per questa felicità sei disposto a perdere tutto?

 

            Il cuore accelerò violentemente nel mio petto, quasi che mi sembrava dovesse saltare fuori, mentre la fronte improvvisamente divenne madida di sudore. Volevo rispondere, ma mi venne addirittura il fiatone. Tu mi guardavi e tacevi. Da dietro le tue gambe, ora più tranquilli, si affacciarono Obbedienza e celibato, quasi attendendo la mia risposta. Dai loro sguardi mi sembrava loro facessero il tifo per me. 

            Cos’è? Hai paura di essere felice? Incalzasti, peggiorando ancora il mio stato emotivo. Se hai paura vedi che ho ragione? Non ne sei degno … e di nuovo ti voltasti adesso facendo come chi se ne va. Ti prego resta, si fa sera e sono solo. Alcuni secondi di silenzio intercorsero, mi sembrava un’eternità, e quel battito disperato del petto si tramutò in disperazione e allora, da dove non lo so, sulle mie labbra però si compose una frase che covavo probabilmente da sempre nel mio cuore: va bene, lascio tutto purché io sia felice

 

            E tu, che forse aspettavi più di me questo giorno, ti voltasti, mi sorridesti e mi dicesti: ora puoi giocare con loro. Perché adesso sei pronto ad accogliere l’unico tesoro che dà senso a tutto il resto. Non mi spiegasti altro, ma loro mi corsero incontro, mi abbracciarono e sottovoce mi dissero: non ti preoccupare, nostro Padre, ti restituirà tutti i tuoi tesori in modo tale che in loro ora tu contemplerai il suo volto.

 

            Tu te ne andasti e mi lasciasti giocare con loro ed improvvisamente il mio cuore divenne leggero, libero, riconciliato. E allora capii che stupido è chi vuole sottomettere il corpo e la volontà senza prima aver liberato il proprio cuore da attaccamenti che sono come l’erba: al mattino fioriscono e alla sera avvizziscono. E allora compresi che tu, Madonna Povertà, non sei ladra maligna di beni agognati, ma Madre tenera che toglie di dosso lo sporco incrostato affinché rifulga sui nostri volti la bella dignità di coloro che creati sono ad Immagine di quel Dio che, pur possedendo tutto, si fa povero per noi. 




Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com











sabato 30 maggio 2026

Cara Obbedienza ...

 

            Qualche giorno fa – seminando un po’ il panico tra i curiosi e i benpensanti – ho scritto al tuo fratello minore celibato. Tu lo sai, lui non ha una buona reputazione di questi tempi, ma deve essere un problema di famiglia, perché anche di te non si parla proprio bene bene. 

 

            Io e te ci siamo conosciuti fin da quando, piccolo terrorista che gattonava, la mamma, con il dito alzato e la voce perentoria, forse stanca dei miei capricci, mi diceva: obbedisci o ti metto in punizione. Certo poi capisci che se all’inizio mi stavi un po’ antipatica era anche perché tu da subito sei intervenuta a castrare i miei infantili deliri di onnipotenza. Alla fine, però, poiché ho sempre avuto paura di essere rifiutato, ho capito che tu mi eri utile. Se faccio il bravo – mi dicevo – sarò apprezzato.

 

            E allora, in modo superficiale, ma anche convinto, cominciai a fare tutto quel che si deve fare. Entrato in seminario mi hai permesso di risultare tra le fila del seminarista modello, e poco importava se il mio voler essere apprezzato e inappuntabile faceva rosicare altri a tal punto da risultare poi insopportabile e pedante. Tu eri il mio passpartou per il riconoscimento e l’ingresso nel mondo degli adulti; mi facevi sentire importante; specie quando poi mi sentivo dire: chi obbedisce non sbaglia mai. Ecco, pronto – mi ripetevo – io non sbaglio mai, faccio sempre quello che si deve fare e per fortuna non sono come gli altri, quei pubblicani disobbedienti e zozzoni.

 

            Nel frattempo, però, questo atteggiamento faceva sì che sempre meno dessi ob-udienza ad una parte profonda di me: l'emotività. Cosa provasse quel seminarista, poi diacono e infine prete, non contava: contava solo ciò che era giusto, ciò che si doveva fare, ciò che faceva sentire bene gli altri. Del resto anche Gesù nel Getsemani e, prima ancora nel Padre Nostro, ci aveva insegnato che ciò che conta è la Sua volontà; quella del Padre. E allora ancor di più mi incoraggiavo pensando: sei fai il bravo e obbedisci, non solo i grandi ti vorranno bene, ma anche Dio Padre

 

            Avanti tutta, dunque, con il valzer delle cose da fare, gli impegni da rispettare in modo stoico, mentre finanche le analisi del sangue cominciavano a dire che qualcosa stava funzionando male. Quanta pazienza hai avuto con me, sorella obbedienza, nel dover mantenere distacco, nel non regalarmi subito quella gioia che il Signore Gesù ha promesso per coloro che lo avrebbero ascoltato e seguito. Mi frustravi ogni volta con una gioia a cui mancava sempre un numero per fare tombola.

 

            Finché un giorno, proprio insieme a tuo fratello celibato, non mi hai urlato che obbedire non è sottomettersi, annientarsi, azzerare il volume di ogni emozione o sentimento in vista di un bene maggiore, come macchine sottomesse ad un profitto ultimo, fosse anche di carattere spirituale.

 

            Ti sei stancata quel giorno e mi hai ricordato che tu, sei figlia di Ascolto ed Umiltà e che ben poco posso obbedire a Dio e agli altri, se non imparo ad ascoltare il mio cuore, le mie paure, i miei desideri, le mie frustrazioni, i miei sogni e aspirazioni e finanche la mia rabbia. Perché la prima e ultima obbedienza alla fine la si deve alla propria coscienza, quel sacrario bello e altrettanto difficile da praticare, in cui Dio parla a tu per tu con i suoi figli. 

 

            Per un attimo, quel giorno, mi sembrò che crollasse tutto quanto. Dovetti ammettere a me stesso che tanta obbedienza, pur motivata con le più sante delle intenzioni, non era altro che vanagloria truccata, ansia di riconoscimento, paura di essere dimenticato, porta sul baratro della depressione e della ribellione. 

 

            Mi ricordai allora dei primi momenti in cui sperimentai la presenza e l’amicizia di Gesù. Fu quando, dialogando con lui, mi dissi: basta inseguire i miei sogni, se seguo i tuoi è tutto molto più bello. A 13 anni quello fu l’atto più autentico, più libero e più alto di obbedienza … sarà forse per questo che Gesù ha lasciato detto che solo chi torna ad essere come un bambino entra nel Regno del Padre. A pensarci bene, infatti, quando un bambino ascolta un adulto e si entusiasma accoglie ogni consiglio e indicazione con una generosità di cui non sarebbe capace nemmeno il più virtuoso dei militari di fronte al suo generale in caso di emergenza. 

            

            E allora tornai a comprendere che quel Maestro che chiede di essere obbedito (cioè ascoltato) parla nelle emozioni, come nei sentimenti, nei segreti più inconfessabili, come nei desideri più alti e puri; parla nelle persone che incontri e in quelle che non vorresti incontrare; nei successi e negli insuccessi e finanche nei peccati; parla addirittura nelle malattie e nei lutti. Insomma, non sta mai zitto. Non sarà mica un caso se Giovanni – l’aquila che vola alto e vede in profondità – ha voluto chiamare il suo maestro il Verbo

 

            Obbedienza, dunque, non sei tu un cieco reclinare del capo per eseguire ordini non condivisi, ma piuttosto orecchio teso verso il cielo, capace di scorgere la voce dell’Amico celeste in ogni circostanza; sei sorella preziosa che mi sussurra che la più grande libertà si manifesta proprio quando, pur ascoltando tutto e tutti, impari a disobbedire a te stesso, per donarti agli altri e che a volte, proprio per questo, ti nutri del dissenso e dell’obiezione di coscienza.

 

            Perché quando tu sei veramente tu rendi l’uomo capace di scelte così alte che possono andare contro il consenso, la popolarità, la paura dell’abbandono e del tradimento. Insomma, quando tu sei veramente tu compare un uomo capace di mostrare il cielo, un uomo davanti al quale anche il più pagano e crudele dei centurioni, che non si fa problema a conficcare chiodi nelle mani dei poveri condannati a morte, deve rassegnarsi a dire: Veramente quest’uomo era figlio di Dio.

            

* Come la precedente, non si tratta di autobiografia, seppur, com'è ovvio che sia (e menomale!) queste sono esperienze da cui tutti passiamo, nella fattispecie ancor di più noi preti. 

 


Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com





            

martedì 26 maggio 2026

Caro Celibato ...

 

 

            Quando ci siamo conosciuti non avevo pienamente nella testa e nel cuore cosa sarebbe significato farti entrare nella mia vita. Di te ho sempre sentito parlare apertamente bene, ma nel silenzio di confidenze private ho accolto anche cose molto tristi. Sarà perché come ogni amicizia veramente profonda anche quella con te porta gioie e dolori, sorrisi leggeri e lacrime pesanti. 

 

            Nell’entusiasmo della gioventù e degli anni del seminario forse non ho mai preso troppo sul serio quello che tu mi chiedevi. Per me era scontato averti accanto: volevo dare tutto me stesso al Signore, anzi era Lui che mi aveva dato tutto sé stesso per cui non vedevo spazio per un’altra relazione esclusiva. Era normale, scontato, ovvio.

 

            A te devo la grazia di aver vissuto con intensità i miei primi anni di ministero: giornate intense, strapazzanti, ritmi accelerati, un cuore, come la porta della sagrestia, aperto a tutti a tutte le ore. Ricordo bene quando la sera, tornando a casa solo e stanco, senza neppure aver cenato, tu mi nutrivi con una consapevolezza: vedi? Ne vale la pena

 

            Certo. Vale la pena aver consacrato tutto, anche la propria affettività, quando questo spazio di solitudine che tu hai aperto nella mia vita, diventa lo spazio fecondo in cui tanti trovano riposo, gli sfiduciati il coraggio, i disperati la speranza, i tristi la gioia.

 

            Poi però è subentrata la stanchezza. Il vescovo che chiede un altro trasferimento, abbracciato anch’esso con grande generosità per paura di perdere la relazione con il maestro in cambio di quattro spiccioli di sicurezza. Tuttavia, mentre il cuore andava da una parte, la carne tirava da un’altra. Lo strappo, anche ben dissimulato all’esterno e forse anche a me stesso, ha prodotto dentro una ferita notevole. Ricominciare da capo, lasciare persone, amici, figli. 

 

            E così quella sera, arrivato in un’ennesima struttura deserta dove mi si chiedeva di ricominciare da capo, tu mi sussurravi le stesse parole, ma con un punto di domanda finale: ne vale la pena? Non era la domanda di chi voleva provocare quel pianto liberatorio che pure è arrivato, nemmeno la provocazione sadica e fredda di un nemico, volevi solo che io maturassi con quella domanda una nuova consapevolezza. E invece, asciugate le lacrime, andai a dormire, liquidando velocemente quella feroce interrogazione.

 

            Nel frattempo, proprio in quei giorni, si riaffacciava alla porta della mia vita una ragazza che sempre ho reputato solare, bella, intelligente, ma con la quale non c’era mai stato niente. Adesso appariva in modo diverso. Velocemente ci siamo riavvicinati, abbiamo scambiato carezze e sorrisi, baci e silenzi. Ed ecco che in quel momento tutto è cambiato. Emozioni che tu mi avevi nascosto, o meglio che io avevo rinchiuso in un angolo segreto del cuore per paura che tu ti potessi offendere, sono tornate a far battere il petto, ad accelerare la sudorazione, a rimanere sveglio in attesa di un messaggio. Mi sembrava di essere tornato adolescente; eppure, mi piaceva provare quelle sensazioni, anche se tu mi sussurravi all’orecchio una parola dolce, ma ferma: “Il tuo cuore non è fatto per questo”. Questa parola divenne certezza quando baciandola ancora una volta sentii il vuoto dentro. Sembrava tutto finito. Eppure, non era così. 

 

            Avevi ancora un’altra lezione da consegnarmi. Forse è questo quello che non capiscono quelli che di te dicono male, che pensano che tu sia roba da medioevo da relegare in cantina, una privazione repressiva per la quale non v’è più spazio. Dovevi insegnarmi che avere un cuore celibe non significa avere un cuore sordo, freddo, inarrivabile, ma capace di sentire con maggiore sensibilità tutte le onde dell’affettività. Un cuore capace di tremare e di sognare, di sperare e di soffrire. Volevi portarmi fin qui, caro amico mio, e me l’hai nascosto perché forse avevi paura che prima mi sarei spaventato o forse, ancora una volta, io mi nascondevo per paura di essere inadeguato. 

 

            E allora hai atteso di parlarmi attraverso gli occhi di G., attraverso i suoi sorrisi, attraverso la sua pelle e le sue labbra, come anche attraverso la gelosia suscitata dalla notizia che lei adesso pensa ad un altro. 

 

            Credimi se ti dico che questa lezione sta facendo sanguinare il mio cuore, mentre toglie il sonno ai miei occhi, eppure sento che il mio spirito proprio adesso impara un po’ di più la povertà della sensibilità. Perché per essere davvero sensibili – lo imparo a mie spese – bisogna saper sentire tutto e tutti, bisogna lasciarsi colpire dalla vita, ma senza lasciarsi travolgere. E io, per paura che questo accadesse, molte volte ho preferito rimanere sordo, chiudere le esperienze in ragionamenti alti, ma freddi; profondi, ma vuoti; religiosi, ma forse anche un po’ disincarnati. 

 

            Caro Celibato, se l'altro giorno una parrocchiana, dopo l'ennesimo incontro, mi ha scritto ringraziandomi per la mia paternità, è perché – anche se un po’ inconsciamente ed incoscientemente – ti ho fatto entrare nella mia vita. Non mi pento di averti accolto anche se a volte mi regali notte di solitudine, di aridità e di dolore. Sì, dunque, ne vale la pena perché proprio tu sei la porta preziosa per la quale Cristo continua ad attraversare la mia esistenza per incontrare tanti fratelli e sorelle. E questo può valere tutto il dolore possibile, nella consapevolezza che tu, amico mio celibato, non sei privazione, ma donazione.  E non v’è donazione alcuna senza la possibilità di ferirsi, perdersi e addirittura morire.

 

            E se, morendo a me stesso, qualcuno gioirà e sorriderà, ripeterò ancora una volta in più che ne è valsa la pena, che la mia umanità, desiderosa di affetto e di fraternità, si è compiuta proprio mentre, appeso alla croce dell’amore, chiuderò gli occhi a questa vita. E allora sorriderà il mio cuore a sentire finalmente le parole sussurrate da quello sposo che a Cana di Galilea si è coniugato con la nostra fragile umanità: vieni a me perché avevo fame e mi hai dato da mangiare, avevo sete e mi hai dato da bere, ero carcerato e malato e sei venuto a visitarmi (Cfr. Mt 25,35-44).




* Questo scritto rielabora liberamente alcune confidenze ricevute e alcuni stimoli ricevuti lungo alcune letture e incontri formativi



don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com