giovedì 23 aprile 2026

Lettera ad ogni Cetrarese ... con la Chiesa chiusa!

 Caro Cetrarese (e in fondo caro uomo o donna di qualsiasi parte del mondo), 

 

 

            Nei giorni che hanno seguito la chiusura della chiesa dedicata al nostro patrono San Benedetto da Norcia, dopo aver letto e ascoltato parole di sfiducia, sofferenza e tristezza, sento l’istinto – e forse anche il dovere da figlio di questa comunità – di scriverti. 

 

            Lo faccio dopo aver visitato da poco la Basilica di San Benedetto a Norcia, edificata sulla casa natale del Patrono di Europa, e completamente distrutta dal terremoto del 2016. È stata, infatti, da poco riaperta al culto dopo ben 10 anni!

            

            Una Chiesa non è solo una chiesa. È il luogo di una storia, di una cultura, è luogo degli affetti, della propria identità. Sarà per questo che della chiusura di questa chiesa in tanti ne parlano, anche quelli che magari l’hanno visitata l’ultima volta in occasione della loro lontana prima (e forse unica) comunione. 

 

            In fondo si può essere atei, anticlericali o chissà cosa, ma la Chiesa, in una nazione profondamente cristiana, è un luogo di tutti e proprio per questo realizza la sua più profonda identità: quello spazio di misericordia che sulla croce il Figlio di Dio ha aperto proprio a tutti, anche ai suoi delatori e crocifissori!

 

            La Chiesa però non è solo questo. La Chiesa è un luogo simbolico. Simbolo, dal greco, significa “tenere unito” Dio e l’uomo. La Chiesa di San Benedetto, con le sue opere d’arte, i sepolcri di illustri cittadini santi, le effigi, l’altare, il battistero raccontano proprio questo: Dio abita in mezzo al suo popolo (da qui il nome parrocchia=presso le case). Una Chiesa dice che il cielo è sulla terra e per questo è un luogo di speranza, di rifugio. Ricordo quando – da adolescente – avvertendo la durezza della vita e la delusione che proveniva da alcune persone, mi rifugiavo proprio tra quei banchi, trovando davanti al tabernacolo l’Unico nel quale si può confidare senza paura di essere delusi! Che sollievo, che grazia, che beatitudine! Non si può descrivere a parole. 

 

            Un luogo simbolico, dunque. È per questo che Israele, quando perde il tempio, comprende che forse anche quella è un’esperienza simbolica che parla di un popolo che ha dimenticato Dio e per questo ha perso il suo tempio. 

 

            Caro cetrarese che sei triste, ma forse caro uomo di ogni luogo, hai ragione a sentirti un po’ smarrito, ma forse è perché prima delle pietre Dio non ha preso dimora a fondo nel tempio più prezioso: il nostro cuore. Hai ragione ad aver paura che i lavori durino assai, che chissà quando termineranno e soprattutto quando partiranno, ma è inutile cercare colpe e colpevoli, ricordati che Gesù stesso ha detto che non resterà pietra su pietra e non tanto per una catastrofe, ma perché noi stiamo viaggiando verso il tempio non costruito da mani di uomo che è il cielo stesso. 

 

            E allora questa è un’esperienza simbolica che richiede silenzio, contemplazione, orecchie bene aperte, proprio come ci ha insegnato il santo di Norcia. La comunità parrocchiale migra dalla imponente e monumentale casa di Benedetto e Scolastica alla più umile, ma pur sempre maestosa e ben più antica, chiesa del “Ritiro”. E forse anche questo non è un caso considerando che lì riposano le spoglie mortali della appena proclamata Venerabile Crocifissa Militerni. 

 

            Presso questa donna tanti cetraresi poveri e smarriti trovarono rifugio mentre lei era in vita e ancora oggi presso l’opera da lei fondata molti anziani trovano riparo. Adesso di nuovo la comunità torna sotto la sua ombra per riscoprirne la storia, la santità, la dolcezza e la profonda umanità. 

 

            Caro cetrarese, e forse caro uomo e donna che leggi, piuttosto che piangere su quel che oggi non hai e che in fondo è sempre relativo, sappi leggere ciò che la Provvidenza mette davanti ai tuoi occhi e allora scoprirai che il vero tempio, il vero tabernacolo che Dio vuole abitare è il tuo cuore affinché, attraverso le tue gambe e le tue braccia, Dio possa raggiungere altri fratelli e sorelle. 

            

            Caro cetrerese, non dare troppa retta ai profeti di sventura che anche in queste circostanze alimentano sospetti e condanne per trovare uno spazio di vanagloria, tendi piuttosto l’orecchio al Dio che ha detto distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere. Del resto per un architetto (che non è quello dei massoni!) onnipotente nessuna catastrofe è irrisolvibile.

 

            Ultimamente il primo cittadino della nostra comunità usa in modo felice questa espressione “Tempo di Rinascimento”. Nella Scrittura il rinascimento avviene sempre dopo un esilio, un tempo di deserto, di purificazione, di ritorno alla sobrietà. Che sia, questo tempo di esodo della comunità parrocchiale, non un tempo di superficiali romanticismi nostalgici, di chiacchiere da bar alla ricerca di colpevoli, ma un tempo di rinascimento spirituale senza il quale nessun’altra forma di rinascimento è veramente autentico. Perché – parafrasando le parole di Papa Francesco in tempo di Covid – occorre ricordare che peggio di questo esilio c’è solo il dramma di averlo sprecato!

 

            Auguri a tutti e buon cammino!

 

 



Don Giuseppe Fazio

Figlio orgoglioso di Cetraro






lunedì 16 marzo 2026

Mentre alcuni politici sfilano ... altri si costituiscono parte civile.

     È di poche ore fa la notizia secondo la quale la giunta comunale di Cetraro guidata dal Prof. Giuseppe Aieta ha deciso di costituirsi quale parte civile ad un processo che vede imputati 21 concittadini per diversi reati tra i quali anche quello di associazione mafiosa (https://www.pillamaro.it/politica/ndrangheta-a-cetraro-il-comune-di-costituisce-parte-civile).

 

Non è una decisione che piove dall’alto, bensì frutto di un percorso che questa comunità ha avviato da oltre un ventennio. Il comune di Cetraro, infatti, ci ha abituato a questi gesti. Basti pensare che altre volte si è costituito parte civile, l'ultima nel processo “Frontiera”; oppure come presidiò il Mercato Ittico del porto cittadino, nonostante poi l’asta andò deserta; e ancora le prese di posizione affinché si evitassero infiltrazioni negli appalti dei lavori pubblici, la collaborazione con le scuole, le parrocchie e le associazioni culturali.

 

Ma cosa significa nello specifico questa nuova presa di posizione?

 

È molto semplice: la giunta comunale si dichiara parte lesa rispetto ai reati che vengono contestati agli imputati. Ovverosia la massima espressione di democrazia cittadina dice, con un gesto che vale più di mille parole, che ogni atto criminale ferisce non solo le vittime dirette, ma tutta la comunità. 

 

È un segno potente che parla, rompe muri, e soprattutto dice da che parte stanno coloro che amministrano la cosa pubblica. E così, mentre abbiamo altri politici che nell’ultima tornata elettorale si sono affaticati a dire che dalle parti nostre non c’è mafia o criminalità e che era ingiusto continuare a denigrare un territorio, ci sono altri servitori dello stato che riconoscono quel semplice principio secondo il quale non c’è sviluppo senza verità

 

E la verità è una: il nostro territorio patisce una guerra volta alla rivendicazione di quel potere che deve passare alle nuove generazioni. Sono i numeri degli omicidi, delle persone scomparse, degli atti intimidatori avvenuti in pieno giorno e in luoghi molto frequentati a dircelo; non se ne ricordavano così numerosi dagli anni ‘80. E vale la pena ricordare che dietro a questi atti non ci sono solo numeri: volti, storie, mamme e papà che piangono, figli che crescono nel dolore e nella disperazione.

 

I ben pensanti obbiettano: ma non se ne deve parlare altrimenti poi il turismo … a volte ho l’impressione che chi parla così lo faccia soltanto per difendere il proprio consenso. Chi, infatti, riceve amicizia e appoggio da certi ambienti non può parlare di alcune cose, altrimenti rovinerebbe alleanze preziose e soprattutto farebbe emergere le proprie inadempienze.

 

E così avanti con la giostra che prevede il solito cliché: aiuti a pioggia, eventi pubblici da sbandierare sui social come soluzioni ai mali atavici della Calabria; come se le questioni della sanità, delle infrastrutture, del Turismo, del lavoro che manca si potessero risolvere con qualche evento stagionale che, per carità dà risalto al territorio, ma non aiuta le famiglie.

 

E i cittadini – che anche se hanno sventuratamente rifiutato l’idea di manifestare il proprio dissenso nelle urne elettorali – non sono stupidi e si domandano: perché alcuni amministratori che frequentano eventi pubblici, pagine social, studi televisivi di tutto parlano, ma di alcuni argomenti tacciono? Peggio ancora: come mai alcuni amministratori che hanno strutturato la loro carriera e il loro consenso sulla lotta alla criminalità improvvisamente non se ne interessano più? È una domanda che fatica a trovare risposta anche perché, quando viene posta agli interessati, glissano ricordando l’importanza di altre questioni.

 

Ho ancora ben chiare nelle orecchie le parole di un sindaco che, durante una processione, ebbe a commentare le parole del parroco il quale, chiedendo di pregare per la conversione degli uomini di ‘Ndrangheta, invitava i fedeli a non abdicare al proprio impegno sociale. Così si espresse rivolto ai suoi colleghi, senza nemmeno curarsi della presenza e del parroco e degli altri fedeli: chissu sempre di chisse cose adda parlà.

 

A fronte di queste atteggiamenti il messaggio inviato dalla comunità cetrarese ci piace perché parla di coraggio e soprattutto ci ricorda che se ognuno, al proprio posto, facesse il proprio dovere certe dinamiche di violenza cesserebbero con grande facilità. 

 

 



Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com






Mentre alcuni politici sfilano ... altri si costituiscono parte civile.

         È di poche ore fa la notizia secondo la quale la giunta comunale di Cetraro guidata dal Prof. Giuseppe Aieta ha deciso di costituirsi quale parte civile ad un processo che vede imputati 21 concittadini per diversi reati tra i quali anche quello di associazione mafiosa (https://www.pillamaro.it/politica/ndrangheta-a-cetraro-il-comune-di-costituisce-parte-civile).

 

Non è una decisione che piove dall’alto, bensì frutto di un percorso che questa comunità ha avviato da oltre un ventennio. Il comune di Cetraro, infatti, ci ha abituato a questi gesti. Basti pensare che altre volte si è costituito parte civile, l'ultima nel processo “Frontiera”; oppure come presidiò il Mercato Ittico del porto cittadino, nonostante poi l’asta andò deserta; e ancora le prese di posizione affinché si evitassero infiltrazioni negli appalti dei lavori pubblici, la collaborazione con le scuole, le parrocchie e le associazioni culturali.

 

Ma cosa significa nello specifico questa nuova presa di posizione?

 

È molto semplice: la giunta comunale si dichiara parte lesa rispetto ai reati che vengono contestati agli imputati. Ovverosia la massima espressione di democrazia cittadina dice, con un gesto che vale più di mille parole, che ogni atto criminale ferisce non solo le vittime dirette, ma tutta la comunità. 

 

È un segno potente che parla, rompe muri, e soprattutto dice da che parte stanno coloro che amministrano la cosa pubblica. E così, mentre abbiamo altri politici che nell’ultima tornata elettorale si sono affaticati a dire che dalle parti nostre non c’è mafia o criminalità e che era ingiusto continuare a denigrare un territorio, ci sono altri servitori dello stato che riconoscono quel semplice principio secondo il quale non c’è sviluppo senza verità

 

E la verità è una: il nostro territorio patisce una guerra volta alla rivendicazione di quel potere che deve passare alle nuove generazioni. Sono i numeri degli omicidi, delle persone scomparse, degli atti intimidatori avvenuti in pieno giorno e in luoghi molto frequentati a dircelo; non se ne ricordavano così numerosi dagli anni ‘80. E vale la pena ricordare che dietro a questi atti non ci sono solo numeri: volti, storie, mamme e papà che piangono, figli che crescono nel dolore e nella disperazione.

 

I ben pensanti obbiettano: ma non se ne deve parlare altrimenti poi il turismo … a volte ho l’impressione che chi parla così lo faccia soltanto per difendere il proprio consenso. Chi, infatti, riceve amicizia e appoggio da certi ambienti non può parlare di alcune cose, altrimenti rovinerebbe alleanze preziose e soprattutto farebbe emergere le proprie inadempienze.

 

E così avanti con la giostra che prevede il solito cliché: aiuti a pioggia, eventi pubblici da sbandierare sui social come soluzioni ai mali atavici della Calabria; come se le questioni della sanità, delle infrastrutture, del Turismo, del lavoro che manca si potessero risolvere con qualche evento stagionale che, per carità dà risalto al territorio, ma non aiuta le famiglie.

 

E i cittadini – che anche se hanno sventuratamente rifiutato l’idea di manifestare il proprio dissenso nelle urne elettorali – non sono stupidi e si domandano: perché alcuni amministratori che frequentano eventi pubblici, pagine social, studi televisivi di tutto parlano, ma di alcuni argomenti tacciono? Peggio ancora: come mai alcuni amministratori che hanno strutturato la loro carriera e il loro consenso sulla lotta alla criminalità improvvisamente non se ne interessano più? È una domanda che fatica a trovare risposta anche perché, quando viene posta agli interessati, glissano ricordando l’importanza di altre questioni.

 

Ho ancora ben chiare nelle orecchie le parole di un sindaco che, durante una processione, ebbe a commentare le parole del parroco il quale, chiedendo di pregare per la conversione degli uomini di ‘Ndrangheta, invitava i fedeli a non abdicare al proprio impegno sociale. Così si espresse rivolto ai suoi colleghi, senza nemmeno curarsi della presenza e del parroco e degli altri fedeli: chissu sempre di chisse cose adda parlà.

 

A fronte di queste atteggiamenti il messaggio inviato dalla comunità cetrarese ci piace perché parla di coraggio e soprattutto ci ricorda che se ognuno, al proprio posto, facesse il proprio dovere certe dinamiche di violenza cesserebbero con grande facilità. 

 

 



Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com







martedì 10 febbraio 2026

Dopo Suor Cristina, Don Ravagnani e poi? Avanti il prossimo...

  

        Qualche anno fa era stato il momento di Suor Cristina, la suora che aveva incantato il web con qualche canzone e un Padre Nostro recitato in diretta televisiva. Ho un dono e ve lo dono aveva detto prima di affermare che quel dono per lei era diventato una gabbia. 

 

        Luoghi e persone diverse, stesso copione è quello “recitato” da don Alberto Ravagnani. Il fenomeno esploso al tempo del Covid, il prete capace di radunare folle di giovani e adulti con i suoi video spopolati sul web.

 

        Persone diverse, ma in me suscitano sempre la stessa domanda: dove lo trovavano il tempo per fare tutto questo? Con la penuria di sacerdoti e consacrati che spesso non c’è chi possa celebrare messa, ascoltare una confessione, fare visita ad un ammalato o mantenere aperte opere di carità, questi personaggi riescono a passare ore e ore dietro ad un pc, una telecamera o un cellulare per … evangelizzare. 

 

       Ma si può essere così rincretiniti? Gesù Cristo rifuggiva le folle non le cercava. Certo le ammaestrava, ma poi si ritirava per passare la maggior parte del suo tempo nascosto ed in preghiera. E poi questa retorica del lascio il ministero perchécosì sono più libero, davvero fa venire i brividi perché da un consacrato non ce la si aspetta, ma è pur vero – e su questo ha ragione Ravagnani – che noi non siamo super eroi solo per il fatto di portare un abito. Dunque, ciò che prima si ostentava orgogliosamente adesso viene descritto come causa di sofferenza. Certo perché ciò che si ostenta non è mai qualcosa di veramente integrato nella personalità. Ad ogni modo di questa storia conosciamo già la fine: si spegneranno i riflettori e di lui non si saprà più niente. 

 

        Ma quest’ennesima storia pone domande ben più profonde. Di fatto Don Ravagnani e Suor Cristina non sono altro che la punta di un Iceberg più profondo. Sono tanti i consacrati e le religiose che giocano a fare gli influencer con la scusa – perdonate la franchezza – dell’evangelizzazione. 

 

        Di fatto però una domanda rimane: com’è possibile che loro, come altri, siano arrivati a questo tiro? Dov’erano i superiori? Che formazione hanno ricevuto? Possibile che nessuno abbia mai detto loro che dovevano smetterla di dedicare così tanto tempo all’apparenza, alla notorietà, alle televisioni, ai talkshow e alle liti adolescenziali con altri personaggi famosi? Ci deve pur essere qualcuno che faccia notare che quella non è la vita del prete. Non si tratta di dire che i social sono negativi tout cour (sto scrivendo su un blog pubblicizzato tramite pagina facebook!), ma che questo non può essere il campo di ministero di un prete. Si era detto che i preti dovevano fare i preti e i laici i laici e invece qua si è persa la bussola. Abbiamo i laici che vogliono fare i diaconi, le diaconesse e i preti e i preti che vogliono fare gli adolescenti sul web, ridicolizzando liturgie, preghiera, ascesi e quanto di bello e sano la tradizione spirituale cristiana ci ha trasmesso. 

 

       Aveva ragione Moltmann quando nel suo splendido saggio sulla speranza diceva che questi sono segni di un cristianesimo in putrefazione che, ormai incapace di incidere nei cuori delle persone, si accontenta di personaggi che facciano ancora pensare ad una parvenza di rilevanza nel campo sociale. 

 

        Peccato che la Chiesa, in quanto sposa di Cristo, trova la sua fecondità soltanto nei santi che, senza giornali, telegiornali, televisioni o chissà cosa hanno sempre toccato il cuore di tante persone, mettendole a contatto con Gesù Cristo. Certo perché l’unica cosa che converte è l’amore che per sua natura richiede auto-espropriazione, nascondimento, umiltà, sacrificio, donazione totale di sé fino alla morte. 

 

        E invece alla fine mentre si predica Cristo crocifisso qua si accampano sempre più diritti, risentimenti e piagnistei di vario genere perché– pur se avendo fatto promesse liberamente – la colpa sarebbe della Chiesa e del suo ruolo che ingabbia e fa soffrire. 

 

        Una domanda però a don Ravagnani gliela farei: ma non te ne frega proprio niente di quei ragazzi a cui avevi insegnato sempre il contrario e che ti avevano creduto perché nella tua voce a loro era parsa di sentire quella di Gesù Cristo?

 



Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com







lunedì 26 gennaio 2026

Saluto al mio Papà.

 Così è la vita di un uomo. 

Si nasce. E papà era nato il 26 Agosto del 1962. 

Si cresce e si vive. E papà ha vissuto intensamente la sua vita. Ha sognato, sperato, amato, fatto sbagli, ma anche avuto la capacità e l’umiltà di chiedere scusa.

 

Ha vissuto la sua vita avendo alcuni punti di riferimento saldi: 

 

1.    La verità. Non mentiva mai. A costo di risultare sgradevole, scontroso, superbo. Era il suo più grande pregio e, tal volta, anche il suo più grande difetto. 

 

2.    La libertà. Aveva intuito che una vita da schiavi dei soldi, del potere, dell’apparenza era una vita povera già da giovane lavoratore quando a Reggio Calabria qualcuno gli prospettò la possibilità di fare il corriere della droga. Rifiutò molti soldi – mi confidò – ma preferiva dormire sereno e far dormire serena la sua famiglia. 

 

3.    La carità. Ricordo quando entrava nelle case dei suoi clienti, spesso si guardava attorno, e prima di chiedere il compenso cercava di capire in che condizione vivessero quelle persone. Come fece con Zio Peppino, un anziano cliente che, vivendo solo, lui pensò di adottare, portando anche noi figli spesso a fargli visita. 

 

4.    La devozione a Maria, nello specifico venerata con il Titolo di Vergine del Monte Carmelo. Era quasi commuovente vedere come il suo viso spesso duro, si ammorbidiva recitando il Rosario. E così Gesù avrà pensato di ricambiare quella tenerezza usata verso la sua madre, nel chiamarlo a sé proprio nel giorno dedicato a Maria. 

 

Ecco … così è la vita di un uomo. Si nasce, si vive, si muore per rinascere al cielo. È come un parto: lacrime, doglie, dolori improvvisi, ma poi la vita. Così se ieri papà è morto, oggi rinasce al cielo. 

 

Avrei omesso questo pensiero, ma le parole espresse dal Vescovo nell’omelia mi hanno incoraggiato, perché è vero noi non crediamo al caso, ma alla Provvidenza del Padre: Papà, ha mangiato la sua ultima cena a casa il giovedì, il venerdì è stato il momento della sua agonia, poi sabato è stato il momento del silenzio e del lutto e oggi che è domenica stiamo celebrando le sue esequie. Papà ha compiuto la sua Pasqua e questo è un segno di consolazione non solo per la nostra famiglia, ma per tutta la comunità.

 

Ed è per questo che voglio dire, a nome della mia famiglia, che oggi non è il giorno della tristezza e della rabbia, ma della gratitudine a Dio per averci donato un uomo con tante fragilità, ma anche con la testa sulle spalle, serio, onesto e con una fede semplice e genuina. Quella fede che in una notte di qualche mese fa gli fece avere questa intuizione che mi ha donato:  Mi è sembrato di capire che è molto difficile perderlo il paradiso, se Gesù ce lo ha donato con il suo sacrificio.

 

         Ecco … grazie a Dio per questo dono prezioso. E grazie anche a ciascuno di voi che in queste ore con la vostra vicinanza ed il vostro affetto ce lo state ancora di più facendo comprendere. Grazie in modo particolare a Lei, Eccellenza Reverendissima, per la sua vicinanza affettuosa e paterna, fin dal primo momento. Grazie a tutti i confratelli presenti e ai molti che, a causa della domenica, non sono oggi qui, ma sono passati da casa o si sono resi presenti con una telefonata. Grazie al Signor Sindaco di Cetraro per la sua presenza e all’Assessore Dito del Comune di Santa Maria del Cedro comunità che ho servito da Parroco fino a non molto tempo fa.

 

         Mentre come famiglia vi chiediamo la gentilezza di sentirvi dispensati dalle condoglianze perché dovremo recarci a Rende dove i resti del mio papà saranno tumulati, salutiamo affettuosamente tutti quanti, chiedendovi di sostenerci con la preghiera. 

 

         Ciao, papà. Ci rivedremo e sarà bellissimo. 






Saluto al mio papà.

    

                                     

 Così è la vita di un uomo. 

Si nasce. E papà era nato il 26 Agosto del 1962. 

Si cresce e si vive. E papà ha vissuto intensamente la sua vita. Ha sognato, sperato, amato, fatto sbagli, ma anche avuto la capacità e l’umiltà di chiedere scusa.

 

Ha vissuto la sua vita avendo alcuni punti di riferimento saldi: 

 

1.    La verità. Non mentiva mai. A costo di risultare sgradevole, scontroso, superbo. Era il suo più grande pregio e, tal volta, anche il suo più grande difetto. 

 

2.    La libertà. Aveva intuito che una vita da schiavi dei soldi, del potere, dell’apparenza era una vita povera già da giovane lavoratore quando a Reggio Calabria qualcuno gli prospettò la possibilità di fare il corriere della droga. Rifiutò molti soldi – mi confidò – ma preferiva dormire sereno e far dormire serena la sua famiglia. 

 

3.    La carità. Ricordo quando entrava nelle case dei suoi clienti, spesso si guardava attorno, e prima di chiedere il compenso cercava di capire in che condizione vivessero quelle persone. Come fece con Zio Peppino, un anziano cliente che, vivendo solo, lui pensò di adottare, portando anche noi figli spesso a fargli visita. 

 

4.    La devozione a Maria, nello specifico venerata con il Titolo di Vergine del Monte Carmelo. Era quasi commuovente vedere come il suo viso spesso duro, si ammorbidiva recitando il Rosario. E così Gesù avrà pensato di ricambiare quella tenerezza usata verso la sua madre, nel chiamarlo a sé proprio nel giorno dedicato a Maria. 

 

Ecco … così è la vita di un uomo. Si nasce, si vive, si muore per rinascere al cielo. È come un parto: lacrime, doglie, dolori improvvisi, ma poi la vita. Così se ieri papà è morto, oggi rinasce al cielo. 

 

Avrei omesso questo pensiero, ma le parole espresse dal Vescovo nell’omelia mi hanno incoraggiato, perché è vero noi non crediamo al caso, ma alla Provvidenza del Padre: Papà, ha mangiato la sua ultima cena a casa il giovedì, il venerdì è stato il momento della sua agonia, poi sabato è stato il momento del silenzio e del lutto e oggi che è domenica stiamo celebrando le sue esequie. Papà ha compiuto la sua Pasqua e questo è un segno di consolazione non solo per la nostra famiglia, ma per tutta la comunità.

 

Ed è per questo che voglio dire, a nome della mia famiglia, che oggi non è il giorno della tristezza e della rabbia, ma della gratitudine a Dio per averci donato un uomo con tante fragilità, ma anche con la testa sulle spalle, serio, onesto e con una fede semplice e genuina. Quella fede che in una notte di qualche mese fa gli fece avere questa intuizione che mi ha donato:  Mi è sembrato di capire che è molto difficile perderlo il paradiso, se Gesù ce lo ha donato con il suo sacrificio.

 

         Ecco … grazie a Dio per questo dono prezioso. E grazie anche a ciascuno di voi che in queste ore con la vostra vicinanza ed il vostro affetto ce lo state ancora di più facendo comprendere. Grazie in modo particolare a Lei, Eccellenza Reverendissima, per la sua vicinanza affettuosa e paterna, fin dal primo momento. Grazie a tutti i confratelli presenti e ai molti che, a causa della domenica, non sono oggi qui, ma sono passati da casa o si sono resi presenti con una telefonata. Grazie al Signor Sindaco di Cetraro per la sua presenza e all’Assessore Dito del Comune di Santa Maria del Cedro comunità che ho servito da Parroco fino a non molto tempo fa.

 

         Mentre come famiglia vi chiediamo la gentilezza di sentirvi dispensati dalle condoglianze perché dovremo recarci a Rende dove i resti del mio papà saranno tumulati, salutiamo affettuosamente tutti quanti, chiedendovi di sostenerci con la preghiera. 

 

         Ciao, papà. Ci rivedremo e sarà bellissimo. 



                                            



 




venerdì 19 dicembre 2025

Se è Natale ... ogni terra mi è straniera e ogni cuore mi è casa.

             Mentre ci apprestiamo a vivere la festa del Natale del Signore Gesù, mi ritrovo, per l’ennesima volta, a compilare le carte per la richiesta della Residenza nel comune di San Marco Argentano nel quale da qualche mese risiedo felicemente. 

            È da quando avevo circa 5 anni che mi trovo a vagare, prima per il lavoro dei miei genitori (da Rende a Cetraro), poi per la mia vocazione: San Marco, Roma, Verbicaro, Belvedere, Marcellina, Catanzaro e ora di Nuovo San Marco. Un elenco che mi ricorda esperienze, relazioni, volti anche di persone che ora contemplano già il volto bello del Padre nel quale quello di ciascuno di noi è mirabilmente contenuto, tanto da poter dire anche noi con Gesù che chi vede me vede il Padre

 

            Mentre compilo queste carte sono diversi i pensieri che mi abitano: da un lato la curiosità di poter vedere cosa Dio ha pensato per la mia storia in questo nuovo capitolo; quella curiosità che avevo da bambino proprio in queste ore mentre vedevo crescere sotto l’albero di Natale il numero dei pacchi e mi domandavo, scrutandoli, quale potesse toccare a me. Di tanto in tanto però il sospiro della nostalgia gonfia i polmoni mentre i miei pensieri si soffermano su altri volti, quelli delle persone che in qualche modo non abitano più la mia vita costantemente e che invece fino a pochi mesi fa erano il pane quotidiano

 

            Compilo queste carte e mi domando: ma io a chi appartengo? Certo mi sono sempre definito orgogliosamente cetrarese, ma a ben vedere a Cetraro ho vissuto solo da 5 ai 15 anni, lo stesso numero di anni che ho vissuto a Roma. Si dice che i figli sono di chi li cresce non di chi li fa per cui va anche bene dire che sono cetrarese. Però sento che il mio cuore ha il desiderio di sentirsi legato a qualcuno o qualcosa che non può rispondere al nome di nessuno di questi paesi. 

 

            E così mi viene da pensare ad un altro Giuseppe, figlio di Giacobbe, che, venduto dai suoi fratelli si ritrova in Egitto e cresce lì, e si sarà confrontato anche lui con questa domanda: di chi sono se i miei fratelli, la mia terra, mi hanno venduto? Poi mi viene da pensare anche a quell’altro Giuseppe che ha dovuto accogliere un figlio non suo, partorito in fretta in una capanna perché un re aveva indetto un censimento per quantificare la residenza (guarda un po’!) dei suoi sudditi. Quel Giuseppe che è dovuto fuggire in Egitto perché un altro potente minacciava la vita della sua prole; perché è sempre così: chi si pensa padrone del mondo finisce per togliere la vita agli altri, condannandosi però ad un'esistenza senza patria e senza affetto. Anche Giuseppe, dunque, forse smarrito e stanco, sentendo il bimbo piangere e poggiando i propri occhi sul volto bello e provato di Maria, si sarà domandato: e ora di chi siamo?

 

            Immagino in questo momento siano le domande di tanti studenti e lavoratori fuori sede, di mio fratello che vive in Germania e come lui di tanti altri costretti a lasciare la propria terra; saranno le domande di tanti fratelli e sorelle che dal sud del mondo arrivano in Europa nella speranza di trovare fratelli accoglienti che gli ricordino che non sono mostri, ma nostri; come i due fratelli Beninesi che abbiamo accolto nel nostro seminario diocesano affinché, terminati gli studi qui in Italia, possano ritornare a contribuire alla crescita della loro nazione. Accompagnando loro in questi giorni presso la Questura di Cosenza per sbrigare le pratiche necessarie ho visto file di immigrati stanchi, nervosi, speranzosi, innocenti come lo sanno essere solo i bambini … accenti strani che ripetono questa domanda che è di tutti, al di là dei colori, delle lingue, delle esperienze, dei meriti e degli sbagli: Qual è la nostra cittadinanza? La nostra Residenza? A chi appartengo?

 

            È una domanda feroce che si ripropone anche nel momento della morte quando tutto sembra finire ed essere consumato, lei ritorna lì, come non fosse mai andata via, forse mutata di forma, ma con la stessa forza: a cosa è servito vivere?

 

            Compilo questi fogli e penso però a Gesù che una casa ce l’aveva e questa casa non era una cosa o una terra, ma una persona: il Padre. Lui con il Padre, nella gioia dello Spirito, era dall’eternità a casa e nessuno avrebbe potuto spodestarlo. Eppure, nasce in una stalla. Sarà un girovago senza tana né nido o pietra dove poggiare il capo. E a tutti dirà: seguimi, mettiti in cammino. E quando gli chiederanno dove abiti? Ancora Lui risponderà: venite e vedete. E condurrà tutti e ciascuno sotto quella croce in cui a Pasqua sentiremo queste parole: Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito

 

E allora, mentre compilo queste carte, sento che questo bambino che sta per essere deposto di nuovo nella mangiatoia dei nostri presepi torna a dirmi che l’unica mia casa è il cuore del Padre che non ha confini di terre, case o abitazioni perché questo Padre abita i cieli e, abitando i cieli, mi ricorda che non siamo fatti per la terra; che su d’essa, bella e feconda, noi non siamo altro che pellegrini. 

 

            Sorrido, mentre metto le ultime firme e, avvertendo una parte di me che si domanda quante volte ancora mi toccherà cambiare residenza, mi rispondo: che importa se uno o altri cento alla fine sarò a casa solo nelle Braccia del Padre perciò ogni terra mi è straniera e ogni cuore di fratello mi è casa perché è proprio vero che a chi si mette in cammino Dio regala cento volte tanto in fratelli, sorelle, padri, madri, campi e la vita eterna … l’unica dimora che in fondo il mio cuore attende con ansia, anche quando non me ne accorgo.

 

            Sia questo Natale per ciascuno di noi l’occasione per ravvivare nel nostro cuore sia la Consapevolezza che se Cristo ha rinunciato alla Sua dimora per venire incontro a noi, anche noi possiamo rinunciare alle nostre comodità per andare incontro agli altri; sia l’invito speranzoso a non attaccarci troppo a ciò che alla fine è solo terra, nient’altro che terra.

 

            


Don Giuseppe Fazio

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