*Il testo è fantasioso e risente di interpretazioni personali dei vari testi di Emanuele Aloia. In neretto sono segnalati i testi citati e tal volta adeguati ai dialoghi.
È sempre così. Quando in città arriva una mostra non so trattenermi. Sono stato sempre preso in giro dai miei amici per questo. Loro a calcetto e io a contemplare Van Gogh, Klimt, Cezanne. Non ci posso fare niente. Per me andare a Museo è un’esperienza mistica. E la cosa che mi dispiace è che sono sempre più vuoti i musei, sempre più pieni sti social, il mondo che cade, tutto allo sfascio, cito Bernini e mi chiedono liscio o con ghiaccio. Questa volta, però, mai mi sarei aspettato un simile epilogo.
Pagato il biglietto, come sempre, acquisto l’audio guida per poi iniziare il mio percorso come un bambino che ha appena scartato il suo gelato preferito. Così mentre passo da un respiro all’altro, da una stanza all’altra, scrivo e penso che non siamo mai abbastanza, che non c’è nulla di certo. Questo perché l’arte ha il grande potere di relativizzarti. Ti senti sì, coinvolto nelle opere che contempli, ma poi scopri che c’è sempre un di più: un’altra possibile interpretazione, un’altra sfumatura di colore, altri sentimenti ed emozioni, altri pensieri.
Sono dinanzi all’ennesima rappresentazione quando mi sento chiamare. Emanuele … poi un sospiro che riconoscerei in mezzo ad una folla di camionisti che festeggiano il pensionamento, quindi di nuovo … Emanuele, dovevo aspettarmelo … Rimango silente per alcuni istanti, poi mi volto e niente … davanti a me Lei che chissà quante volte mi ha assecondato nelle visite ai musei più impensati.
La guardo. Senza nemmeno accorgermene ho gli occhi lucidi. Poi fisso il pavimento. Lei sorride, tenera. Ma che fai? Ancora? Taccio alcuni istanti poi mi riprendo. Sempre. Alcune cose non le controlli. E va bene così. Provo a sorridere, ma devo apparirle goffo. Questa tristezza è solo l’essenza di arte incompiuta che chiamiamo amore. Questi artisti ci hanno composto opere fantastiche con le loro pene d’amore.
È vero. Riprende lei. Che ne dici di questa mostra? Poi mi domanda guardandosi intorno forse per togliermi dall’imbarazzo. Lo sai per me l’arte è un rifugio. Mentre fisso un’opera è come far l’amore la prima volta, un mistero eterno come la Gioconda. Dietro si nasconde un mondo: pensieri, emozioni, paure, dubbi. E tu puoi immedesimarti e allo stesso tempo fonderti con l’autore mentre anneghi tra i potevi, dovevi, se fossi.
Tacciamo entrambi e senza volerlo ci mettiamo ad osservare il famoso Urlo. Poi riprendo a parlare. L’arte ti dischiude passato, presente e futuro. Lei tace per brevi attimi. Poi mi domanda: e in questa cosa vedi? Io sorrido appena e scuoto la testa. Questa opera mi rimanda a te. Dentro ogni tuo silenzio sento l’urlo di Munch. Qui ci vedo la disperazione di un uomo che non sa dove andare, forse non sa nemmeno da dove viene. E un uomo si sente così davanti al silenzio di una donna che lo guarda e, senza dire una parola, dice tutto. Forse questo urlo dice un po’ il non senso dell’amore.
Non schiodo gli occhi da quelle forme e colori che sembrano quasi rarefatti. È lei a riprendere a parlare: forse l'amore è quella cosa che non sempre ha senso e forse il senso è proprio non trovare il senso. Mi devo a questo punto mordicchiare un po’ il labbro per frenare le emozioni che vorrebbero palesarsi sul mio volto, confuse, proprio come i colori utilizzati da Munch. In effetti di te mi è sempre piaciuto il fatto che non ti capisco e forse ti ho capito solo adesso che ti ho perso. Ti ho incontrato un po’ per gioco un po’ per sbaglio, di te ho amato ogni difetto, ogni dettaglio. Ma forse sono stato stupido, maledetto Cupido, che lancia frecce a caso. Tu dai la colpa al fato, ma sei un dato di fatto.
Emanuele … riprende lei con una calma impressionante. Non darti pena. Siamo viandanti sul mare che cercano un senso all’amore, abbiamo fatto un pezzo di strada insieme e va bene così. Ascolto quelle parole mentre prendo passo e mi porto davanti ad un’altra opera, questa volta di Klimt. Tu lo sai, Giù. Sono sopravvissuto ad esplosioni, tante, non so nemmeno quante. Non ho mai finito di contarle, mi chiedo solo tra morire e sopravvivere quale sia il miracolo più grande.
Morire, senza dubbio. Riprende come se conoscesse da sempre questa risposta. Anzi … saper morire. Chi non sa morire, non sa nemmeno vivere. Noi siamo solo in bilico sulla corda di un futuro incerto, scopriamo tutto passo dopo passo. Per cui alle volte è necessario saper morire nella vita degli altri e lasciare che gli altri muoiano nella nostra. Certo non si può negare … quanto pesa la malinconia!
A questo punto mi verrebbe solo da chiederle che cosa sia venuta a fare, se vuole restare oppure andare via. Sapeva di trovarmi qui. Era nostro un rito quello di venire al Museo l’ultimo giorno di permanenza delle mostre. Ma niente, non mi escono le parole. Osservo questi due giovani rappresentati che si baciano; deve essere stato un bacio intenso, chissà se il primo o forse l’ultimo perché mi sembra che i due corpi si fondano componendone uno.
Eppure sai qual è la cosa più bella, Emanuele?
Cosa, Giù?
Adesso lei sospira di nuovo e si mette accanto a me, fissando intensamente l’opera che sto ormai contemplando da un tempo che a me deve esser sembrato infinito. Quando hai amato per davvero qualcuno – al di là di tutto – alla fine scopri che quella persona per te rimane eterna come il bacio di Klimt.
Taccio. Niente da dire. Le afferro la mano e la stringo. Tanto so che in quella stretta c’è tutto e ci capiamo. E forse è proprio vero che l’opera d’arte più bella siamo noi. Il nostro provare ad amare, sfidando paure, dubbi, traumi, ferite. Possono cambiare le culture, i tempi, le religioni … ma rimarrà sempre qualcuno che proverà ad amare. Sarà per questo che quel Nazareno ha lasciato come comandamento l’amore; forse è per questo che il suo discepolo amato, in una delle sue lettere, ha scritto che Dio è amore. Ecco … solo l’amore è eterno.
don Giuseppe Fazio
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