lunedì 26 gennaio 2026

Saluto al mio Papà.

 Così è la vita di un uomo. 

Si nasce. E papà era nato il 26 Agosto del 1962. 

Si cresce e si vive. E papà ha vissuto intensamente la sua vita. Ha sognato, sperato, amato, fatto sbagli, ma anche avuto la capacità e l’umiltà di chiedere scusa.

 

Ha vissuto la sua vita avendo alcuni punti di riferimento saldi: 

 

1.    La verità. Non mentiva mai. A costo di risultare sgradevole, scontroso, superbo. Era il suo più grande pregio e, tal volta, anche il suo più grande difetto. 

 

2.    La libertà. Aveva intuito che una vita da schiavi dei soldi, del potere, dell’apparenza era una vita povera già da giovane lavoratore quando a Reggio Calabria qualcuno gli prospettò la possibilità di fare il corriere della droga. Rifiutò molti soldi – mi confidò – ma preferiva dormire sereno e far dormire serena la sua famiglia. 

 

3.    La carità. Ricordo quando entrava nelle case dei suoi clienti, spesso si guardava attorno, e prima di chiedere il compenso cercava di capire in che condizione vivessero quelle persone. Come fece con Zio Peppino, un anziano cliente che, vivendo solo, lui pensò di adottare, portando anche noi figli spesso a fargli visita. 

 

4.    La devozione a Maria, nello specifico venerata con il Titolo di Vergine del Monte Carmelo. Era quasi commuovente vedere come il suo viso spesso duro, si ammorbidiva recitando il Rosario. E così Gesù avrà pensato di ricambiare quella tenerezza usata verso la sua madre, nel chiamarlo a sé proprio nel giorno dedicato a Maria. 

 

Ecco … così è la vita di un uomo. Si nasce, si vive, si muore per rinascere al cielo. È come un parto: lacrime, doglie, dolori improvvisi, ma poi la vita. Così se ieri papà è morto, oggi rinasce al cielo. 

 

Avrei omesso questo pensiero, ma le parole espresse dal Vescovo nell’omelia mi hanno incoraggiato, perché è vero noi non crediamo al caso, ma alla Provvidenza del Padre: Papà, ha mangiato la sua ultima cena a casa il giovedì, il venerdì è stato il momento della sua agonia, poi sabato è stato il momento del silenzio e del lutto e oggi che è domenica stiamo celebrando le sue esequie. Papà ha compiuto la sua Pasqua e questo è un segno di consolazione non solo per la nostra famiglia, ma per tutta la comunità.

 

Ed è per questo che voglio dire, a nome della mia famiglia, che oggi non è il giorno della tristezza e della rabbia, ma della gratitudine a Dio per averci donato un uomo con tante fragilità, ma anche con la testa sulle spalle, serio, onesto e con una fede semplice e genuina. Quella fede che in una notte di qualche mese fa gli fece avere questa intuizione che mi ha donato:  Mi è sembrato di capire che è molto difficile perderlo il paradiso, se Gesù ce lo ha donato con il suo sacrificio.

 

         Ecco … grazie a Dio per questo dono prezioso. E grazie anche a ciascuno di voi che in queste ore con la vostra vicinanza ed il vostro affetto ce lo state ancora di più facendo comprendere. Grazie in modo particolare a Lei, Eccellenza Reverendissima, per la sua vicinanza affettuosa e paterna, fin dal primo momento. Grazie a tutti i confratelli presenti e ai molti che, a causa della domenica, non sono oggi qui, ma sono passati da casa o si sono resi presenti con una telefonata. Grazie al Signor Sindaco di Cetraro per la sua presenza e all’Assessore Dito del Comune di Santa Maria del Cedro comunità che ho servito da Parroco fino a non molto tempo fa.

 

         Mentre come famiglia vi chiediamo la gentilezza di sentirvi dispensati dalle condoglianze perché dovremo recarci a Rende dove i resti del mio papà saranno tumulati, salutiamo affettuosamente tutti quanti, chiedendovi di sostenerci con la preghiera. 

 

         Ciao, papà. Ci rivedremo e sarà bellissimo. 






Saluto al mio papà.

    

                                     

 Così è la vita di un uomo. 

Si nasce. E papà era nato il 26 Agosto del 1962. 

Si cresce e si vive. E papà ha vissuto intensamente la sua vita. Ha sognato, sperato, amato, fatto sbagli, ma anche avuto la capacità e l’umiltà di chiedere scusa.

 

Ha vissuto la sua vita avendo alcuni punti di riferimento saldi: 

 

1.    La verità. Non mentiva mai. A costo di risultare sgradevole, scontroso, superbo. Era il suo più grande pregio e, tal volta, anche il suo più grande difetto. 

 

2.    La libertà. Aveva intuito che una vita da schiavi dei soldi, del potere, dell’apparenza era una vita povera già da giovane lavoratore quando a Reggio Calabria qualcuno gli prospettò la possibilità di fare il corriere della droga. Rifiutò molti soldi – mi confidò – ma preferiva dormire sereno e far dormire serena la sua famiglia. 

 

3.    La carità. Ricordo quando entrava nelle case dei suoi clienti, spesso si guardava attorno, e prima di chiedere il compenso cercava di capire in che condizione vivessero quelle persone. Come fece con Zio Peppino, un anziano cliente che, vivendo solo, lui pensò di adottare, portando anche noi figli spesso a fargli visita. 

 

4.    La devozione a Maria, nello specifico venerata con il Titolo di Vergine del Monte Carmelo. Era quasi commuovente vedere come il suo viso spesso duro, si ammorbidiva recitando il Rosario. E così Gesù avrà pensato di ricambiare quella tenerezza usata verso la sua madre, nel chiamarlo a sé proprio nel giorno dedicato a Maria. 

 

Ecco … così è la vita di un uomo. Si nasce, si vive, si muore per rinascere al cielo. È come un parto: lacrime, doglie, dolori improvvisi, ma poi la vita. Così se ieri papà è morto, oggi rinasce al cielo. 

 

Avrei omesso questo pensiero, ma le parole espresse dal Vescovo nell’omelia mi hanno incoraggiato, perché è vero noi non crediamo al caso, ma alla Provvidenza del Padre: Papà, ha mangiato la sua ultima cena a casa il giovedì, il venerdì è stato il momento della sua agonia, poi sabato è stato il momento del silenzio e del lutto e oggi che è domenica stiamo celebrando le sue esequie. Papà ha compiuto la sua Pasqua e questo è un segno di consolazione non solo per la nostra famiglia, ma per tutta la comunità.

 

Ed è per questo che voglio dire, a nome della mia famiglia, che oggi non è il giorno della tristezza e della rabbia, ma della gratitudine a Dio per averci donato un uomo con tante fragilità, ma anche con la testa sulle spalle, serio, onesto e con una fede semplice e genuina. Quella fede che in una notte di qualche mese fa gli fece avere questa intuizione che mi ha donato:  Mi è sembrato di capire che è molto difficile perderlo il paradiso, se Gesù ce lo ha donato con il suo sacrificio.

 

         Ecco … grazie a Dio per questo dono prezioso. E grazie anche a ciascuno di voi che in queste ore con la vostra vicinanza ed il vostro affetto ce lo state ancora di più facendo comprendere. Grazie in modo particolare a Lei, Eccellenza Reverendissima, per la sua vicinanza affettuosa e paterna, fin dal primo momento. Grazie a tutti i confratelli presenti e ai molti che, a causa della domenica, non sono oggi qui, ma sono passati da casa o si sono resi presenti con una telefonata. Grazie al Signor Sindaco di Cetraro per la sua presenza e all’Assessore Dito del Comune di Santa Maria del Cedro comunità che ho servito da Parroco fino a non molto tempo fa.

 

         Mentre come famiglia vi chiediamo la gentilezza di sentirvi dispensati dalle condoglianze perché dovremo recarci a Rende dove i resti del mio papà saranno tumulati, salutiamo affettuosamente tutti quanti, chiedendovi di sostenerci con la preghiera. 

 

         Ciao, papà. Ci rivedremo e sarà bellissimo. 



                                            



 




venerdì 19 dicembre 2025

Se è Natale ... ogni terra mi è straniera e ogni cuore mi è casa.

             Mentre ci apprestiamo a vivere la festa del Natale del Signore Gesù, mi ritrovo, per l’ennesima volta, a compilare le carte per la richiesta della Residenza nel comune di San Marco Argentano nel quale da qualche mese risiedo felicemente. 

            È da quando avevo circa 5 anni che mi trovo a vagare, prima per il lavoro dei miei genitori (da Rende a Cetraro), poi per la mia vocazione: San Marco, Roma, Verbicaro, Belvedere, Marcellina, Catanzaro e ora di Nuovo San Marco. Un elenco che mi ricorda esperienze, relazioni, volti anche di persone che ora contemplano già il volto bello del Padre nel quale quello di ciascuno di noi è mirabilmente contenuto, tanto da poter dire anche noi con Gesù che chi vede me vede il Padre

 

            Mentre compilo queste carte sono diversi i pensieri che mi abitano: da un lato la curiosità di poter vedere cosa Dio ha pensato per la mia storia in questo nuovo capitolo; quella curiosità che avevo da bambino proprio in queste ore mentre vedevo crescere sotto l’albero di Natale il numero dei pacchi e mi domandavo, scrutandoli, quale potesse toccare a me. Di tanto in tanto però il sospiro della nostalgia gonfia i polmoni mentre i miei pensieri si soffermano su altri volti, quelli delle persone che in qualche modo non abitano più la mia vita costantemente e che invece fino a pochi mesi fa erano il pane quotidiano

 

            Compilo queste carte e mi domando: ma io a chi appartengo? Certo mi sono sempre definito orgogliosamente cetrarese, ma a ben vedere a Cetraro ho vissuto solo da 5 ai 15 anni, lo stesso numero di anni che ho vissuto a Roma. Si dice che i figli sono di chi li cresce non di chi li fa per cui va anche bene dire che sono cetrarese. Però sento che il mio cuore ha il desiderio di sentirsi legato a qualcuno o qualcosa che non può rispondere al nome di nessuno di questi paesi. 

 

            E così mi viene da pensare ad un altro Giuseppe, figlio di Giacobbe, che, venduto dai suoi fratelli si ritrova in Egitto e cresce lì, e si sarà confrontato anche lui con questa domanda: di chi sono se i miei fratelli, la mia terra, mi hanno venduto? Poi mi viene da pensare anche a quell’altro Giuseppe che ha dovuto accogliere un figlio non suo, partorito in fretta in una capanna perché un re aveva indetto un censimento per quantificare la residenza (guarda un po’!) dei suoi sudditi. Quel Giuseppe che è dovuto fuggire in Egitto perché un altro potente minacciava la vita della sua prole; perché è sempre così: chi si pensa padrone del mondo finisce per togliere la vita agli altri, condannandosi però ad un'esistenza senza patria e senza affetto. Anche Giuseppe, dunque, forse smarrito e stanco, sentendo il bimbo piangere e poggiando i propri occhi sul volto bello e provato di Maria, si sarà domandato: e ora di chi siamo?

 

            Immagino in questo momento siano le domande di tanti studenti e lavoratori fuori sede, di mio fratello che vive in Germania e come lui di tanti altri costretti a lasciare la propria terra; saranno le domande di tanti fratelli e sorelle che dal sud del mondo arrivano in Europa nella speranza di trovare fratelli accoglienti che gli ricordino che non sono mostri, ma nostri; come i due fratelli Beninesi che abbiamo accolto nel nostro seminario diocesano affinché, terminati gli studi qui in Italia, possano ritornare a contribuire alla crescita della loro nazione. Accompagnando loro in questi giorni presso la Questura di Cosenza per sbrigare le pratiche necessarie ho visto file di immigrati stanchi, nervosi, speranzosi, innocenti come lo sanno essere solo i bambini … accenti strani che ripetono questa domanda che è di tutti, al di là dei colori, delle lingue, delle esperienze, dei meriti e degli sbagli: Qual è la nostra cittadinanza? La nostra Residenza? A chi appartengo?

 

            È una domanda feroce che si ripropone anche nel momento della morte quando tutto sembra finire ed essere consumato, lei ritorna lì, come non fosse mai andata via, forse mutata di forma, ma con la stessa forza: a cosa è servito vivere?

 

            Compilo questi fogli e penso però a Gesù che una casa ce l’aveva e questa casa non era una cosa o una terra, ma una persona: il Padre. Lui con il Padre, nella gioia dello Spirito, era dall’eternità a casa e nessuno avrebbe potuto spodestarlo. Eppure, nasce in una stalla. Sarà un girovago senza tana né nido o pietra dove poggiare il capo. E a tutti dirà: seguimi, mettiti in cammino. E quando gli chiederanno dove abiti? Ancora Lui risponderà: venite e vedete. E condurrà tutti e ciascuno sotto quella croce in cui a Pasqua sentiremo queste parole: Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito

 

E allora, mentre compilo queste carte, sento che questo bambino che sta per essere deposto di nuovo nella mangiatoia dei nostri presepi torna a dirmi che l’unica mia casa è il cuore del Padre che non ha confini di terre, case o abitazioni perché questo Padre abita i cieli e, abitando i cieli, mi ricorda che non siamo fatti per la terra; che su d’essa, bella e feconda, noi non siamo altro che pellegrini. 

 

            Sorrido, mentre metto le ultime firme e, avvertendo una parte di me che si domanda quante volte ancora mi toccherà cambiare residenza, mi rispondo: che importa se uno o altri cento alla fine sarò a casa solo nelle Braccia del Padre perciò ogni terra mi è straniera e ogni cuore di fratello mi è casa perché è proprio vero che a chi si mette in cammino Dio regala cento volte tanto in fratelli, sorelle, padri, madri, campi e la vita eterna … l’unica dimora che in fondo il mio cuore attende con ansia, anche quando non me ne accorgo.

 

            Sia questo Natale per ciascuno di noi l’occasione per ravvivare nel nostro cuore sia la Consapevolezza che se Cristo ha rinunciato alla Sua dimora per venire incontro a noi, anche noi possiamo rinunciare alle nostre comodità per andare incontro agli altri; sia l’invito speranzoso a non attaccarci troppo a ciò che alla fine è solo terra, nient’altro che terra.

 

            


Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com







domenica 19 ottobre 2025

Apriti Cielo! Un invito alla lettura ...



  

            È stata presentata ieri la seconda lettera pastorale del nostro vescovo, Mons. Stefano Rega, dal titolo simpatico e provocatorio Apriti cielo!

 

            Il testo, sintetico e agevole, vuole essere una pro-vocazione a tutta la Chiesa diocesana a riscoprire la bellezza del raccontare al cuore dell’uomo lo sconfinato amore di Dio. Lo scrive nelle prime battute il vescovo quando afferma: Parlare del suo amore alle persone che incontriamo è la ragione del nostro vivere (pag. 4). Del resto, se ci soffermassimo per un attimo a pensare all’esperienza del Nazareno, capace di convertire le prostitute, i pescatori, gli esattori delle tasse e finanche gli esaltati religiosi come Paolo di Tarso, troveremmo che ciò che ha annunciato Gesù è questo amore indefinibile e incondizionato di un Padre che addirittura permette la morte del Suo Figlio per la nostra salvezza.

 

            La lettera pastorale potrebbe essere definita un accorato invito ad ogni battezzato della nostra diocesi a tornare a credere che è possibile parlare ai cuori di ogni uomo, anche ai più induriti. Leggendo la lettera mi sono domandato: perché un cuore si indurisce? Un mafioso (mi scorrono davanti agli occhi diversi nomi di persone della nostra diocesi), un indolente, un infedele, un arrogante non nascono così. La Scrittura ci ricorda fin dalle sue prima pagine che, uscendo dalle mani di Dio, siamo tutti creati come molto belli perché Dio prima di crearci – ancora prima – ci benedice! 

 

            E allora perché un cuore si indurisce? Trovo una sola risposta: non ha incontrato e ricevuto l’amore; non quello egoistico che si agita per un po’ tranquillità, che vuole l’altro a disposizione secondo le proprie infantili voglie di affetto e attenzione, ma quell’amore che salva, quell’amore che supera difetti, fragilità, povertà, precarietà; quell’amore che prima accoglie senza troppi giri e poi educa alla crescita; quell’amore che solo da un Essere infinito può sorgere e che noi, a giusta ragione, chiamiamo Padre. 

 

            Scorgendo le pagine di questa lettera ci si può sentire un po’ rimproverati perché forse tante volte tante persone, girando dalle nostre parti, non hanno trovato il racconto e la testimonianza di questo amore, ma compromesso, rassegnazione, risentimento (quanto è brutto affermare anche cose vere, risentiti, rancorosi, con quella stessa violenza che si condanna!), soluzioni facili e isolamento. In questa prospettiva l'impegno per il sociale - che il vescovo incoraggia considerando la crescita della violenza criminale nel nostro territorio - ha senso solo se diventa una testimonianza credibile di quel Dio che è sempre e comunque amore e verità.

 

            Si percepisce, però, un rimprovero altro … un rimprovero paterno che diventa, anche attraverso il testimone scelto come icona di testimonianza (Don Peppe Diana), incoraggiamento. Non il rimprovero di chi dice: tu hai finito, ma lo scossone di chi desidera riattivare le energie che ci sono in questa nostra bella diocesi (cfr. Incipit della lettera).

 

            Un sussulto – consentitemelo di condividerlo – lo ho avuto scorgendo le ultime righe del testo di mons. Rega nel quale ricorda alla nostra memoria alcuni tra i testimoni eminenti della nostra diocesi. Ci sono certamente i santi canonizzati e poi alcuni testimoni che hanno versato il sangue: Lucio Ferrami, Giannino Losardo e poi ancora Suor Crocifissa Militerni e Fra Albenzio Rossi. Non sono sobbalzato dalla sedia leggendo questi nomi soltanto perché 3 di sono cetraresi e uno è quasi come lo fosse (anche se la cosa mi fa sognare e desiderare che ai loro nomi un giorno si possa associare anche il mio), ma soprattutto perché ci serve ricordare che è possibile vivere quanto il vescovo ci chiede perché altri (vicini a noi) lo hanno già vissuto. E noi delle loro vite, dei loro sacrifici oggi godiamo felicemente (troppe volte inconsapevolmente)! E allora questa lettera mi ha lasciato con una domanda bella, impegnativa, ma anche un po’ pungente: quando io non ci sarò più della mia esistenza i posteri cosa avranno da godere? Non voglio immaginare le risposte che tanti giustamente potreste dare altrimenti …   Apriti cielo! Mi piace invece immaginare quale risposta nella decisione di crearmi Dio abbia voluto dare! E sia così – lo spero e lo auguro – per tanti!





Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com






venerdì 3 ottobre 2025

Un voto che fa paura ....

            C’è un voto che fa paura. Fa paura a chi ha già fatto i suoi calcoli (a destra e a sinistra), fa paura a chi ha composto le liste sulla base dei dati delle ultime elezioni, dei sondaggi, delle amicizie e degli accordi che non emergeranno mai alla luce del sole, ma che potremo, anche se in modo sfuocato, intuire leggendo in maniera critica i risultati di questa tornata elettorale che ci apprestiamo a vivere. 

 

C’è un voto che fa paura perché è un voto imprevedibile, che non si può calcolare, qualificare, indirizzare. 

 

È il voto del 56% degli astenuti del 2021. Perché fa paura? Perché questa è gente libera. Se non sono andati a votare sicuramente non avevano padroni o padrini a cui sottomettersi, non hanno fatto ragionamenti del tipo “va beh mi ha dato il posto di lavoro” oppure “se non lo voto poi si vendica”. È gente di tutte le estrazioni sociali e condizioni culturali, o forse è gente che è semplicemente stanca e senza interessi da coltivare, senza favori da chiedere, senza amici da interpellare; forse è la gente che è dovuta scappare via dalla Calabria e che non ha voglia di spendere soldi e tempo per chi non si è speso affinché lui/lei potesse rimanere nella sua terra e in mezzo ai suoi affetti. 

 

Però provate per un attimo ad immaginare se questo 56% andasse a votare, ma se anche andasse solo il 30% in più. Ecco a qualcuno verrebbe un po’ di paura, ne sono certo. Perché guardate avere sotto controllo e indirizzare 900.000 preferenze è relativamente più facile, ma controllarne 1.800.000 (è un dato approssimativo) è un po’ più complessa come manovra. 

 

Per altro proviamo a farci questa domanda: chi sono questi 900.000? Togliamone un 60% (esagero? Forse sì, non lo sapremo mai) di persone che credono nel partito, nei candidati a cui daranno la loro preferenza e soprattutto nella politica in generale. L’altro 40% invece? Dipendenti, amici, persone compromesse, gente che ha interessi, persone intranee ad ambienti mafiosi e occulti. Alla fine, quel 40% sarà il dato derimente che condizionerà, come sempre, il risultato ultimo delle elezioni, ma questo non solo in Calabria, bensì in tutta Italia. 

 

Dunque, c’è un voto che fa paura: è quello degli astensionisti

 

E allora l’augurio è che il cosiddetto partito del non voto manifesti la propria presenza; così qualcuno magari potrebbe pensare che forse queste persone vanno calcolate, forse questi delusi vanno ascoltati, forse questo “partito” va formalizzato e incoraggiato, forse non possiamo più accontentarci di lasciarli al margine.




Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com





sabato 27 settembre 2025

Una canzone per Brunori: LA VERITÀ

 Cos’è la verità? Domanda Pilato a Gesù. La risposta? Un silenzio assordante. La verità … una domanda con cui ci si rompe il capo, il cuore e tante relazioni. Ognuno pensa di averla in tasca come un teorema da applicare a cose o persone. E in questa trappola ci si cade un po’ tutti. 

 

Te ne sei accorto sì? Comincia così la canzone di Brunori che ha proprio come titolo La verità. Una domanda che nel testo ripete per ben quattro volte. Un po’ come a dire fin dall’inizio che la verità non si costruisce, si rinviene. Il giusto nella Scrittura è uno che rinviene la verità di Dio nella vita. Non è un caso che gli orientali rappresentano i santi con la bocca piccola e gli occhi grandi. Per cogliere la verità bisogna saper contemplare la realtà senza paura di vedere la vita com’è (per citare un’altra canzone di Brunori che abbiamo già visto da vicino). 

 

E allora molto provocatoriamente il cantautore domanda a sé stesso (forse) e all’ascoltatore (certamente) se ce ne siamo accorti … che oggi è un po’ così: vuoi scalare le montagne e poi ti fermi alla prima compensazione; che per fare qualcosa di grande devi calcolare tutti, costi e ricavi; che in fondo non ci giochiamo e che alla fine ci accontentiamo di disegnare barchette in mezzo al mare dei nostri desideri e delle nostre nostalgie senza mai buttarci fino in fondo. 

 

Non ci vuole molto per capire che, ancora una volta, Brunori colpisce nel segno con una leggerezza che è simile a lama affilata. Basterebbe accedere ad un qualsiasi social media per sentire gente che millanta sogni di grandi amore, teorie di grandezza e umiltà che naufragano contro il sacrificio di alzarsi dal divano per andare a fare una piccola opera di amore, magari senza andare troppo lontano, cominciando dal proprio marito o dalla propria moglie, dai genitori o dai fratelli; che c’è gente che proclama la pace e poi dinanzi al primo sbaglio della persona che chiede pace si diventa tutti carnefici violenti senza un briciolo di tenerezza e misericordia.

 

Te ne sei accorto che è così, però, significa non solo semplicemente l’hai visto. L’etimologia della parola suggerisce piuttosto un significato di "correggere" o "aggiustare" il proprio pensiero, la percezione o la posizione rispetto a qualcosa che si è scorto o si è venuto a conoscenza (Fonte Al Overview). Infatti, accorgere contiene in sé il verbo correggere

 

Non so se Brunori fosse al corrente di questa etimologia, ma la prende sul serio quando nelle strofe che intercalano le domande riprende con un Ma l’hai capito, ripetuto questo per ben due volte. Perché appunto accorgersi significa capire; capire che passare il tempo a sorridere o a sembrare intelligente davanti alle persone non serve perché il dolore serve come la felicità morire serve a rinascere.

 

Forse per questo Gesù rimase in silenzio davanti a Pilato. Lui che si stava preparando a morire per risorgere non poteva dialogare con uno che lo avrebbe mandato a morte pur di non far morire il proprio potere e le proprie sicurezze in cui – come si evince dal Vangelo di Giovanni – non credeva con tutto sé stesso. 

 

Ecco allora le ultime quattro strofe sono davvero un capolavoro, quattro stilettate a un modo ben pensante e borghese di stare dinanzi alla vita: La verità è

 

1.     Che non vuoi scomparire

2.     Che non vuoi cambiare

3.     Che ti fa paura l’idea che tutto ciò a cui ti aggrappi prima o poi dovrà morire

4.     Che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose a cui non credi neanche più

 

Insomma, la verità è che abbiamo perso il desiderio di vivere e la vita è cambiamento, mutamento, perdita e guadagno, morte e risurrezione, lasciare spazio agli altri perché altri vivano e siano felici; non prendersi e non prendere le proprie idee troppo sul serio, come fossero assoluti che tutti dovrebbero onorare e riconoscere. 

 

La verità è che forse quel bambino che diceva alla propria madre che la dittatura è bella, solo se io sono il dittatore, abita nel cuore di ciascuno di noi. Te ne sei accorto?




don Giuseppe Fazio

gfazio92gmail.com








lunedì 22 settembre 2025

Calabria, Elezioni e Vangelo

  

            È di ieri il messaggio che i nostri vescovi (Link) hanno voluto indirizzare a tutti i battezzati di Calabria. Un messaggio intenso che richiama al senso di responsabilità (da respondeo, cioè capace di dare risposte).

 

            I nostri vescovi, invitando al voto e alla scelta responsabile, hanno richiamato ciò che Papa Francesco ebbe a dire in occasione della Settimana Sociale celebrata a Trieste nel 2024: la democrazia, in questo momento, è come un cuore ferito che ha bisogno di cura, e della cura di tutti. 

 

            Se questo è vero per le democrazie di tutto il mondo, lo è ancor di più per la nostra terra di Calabria che vive, come sempre, situazioni al limite del credibile: una campagna elettorale scialba dove gli unici che - almeno un po’ - parlano di programmi sono i candidati a presidenti, gli altri (almeno la maggior parte) si limitano a regalarci un’esposizione di volti e fotografie degne dei social dei nostri adolescenti. Gli unici veri colori che stanno animando queste settimane che ci condurranno al voto sono quelle dei soliti cambi improvvisi di bandiera, dove tutto e il contrario di tutto è tacitamente ammesso; senza più nemmeno preoccuparsi del caro principio di non contraddizione e dei cittadini che giustamente si sentono presi in giro. Perché se quattro anni fa gli avversari erano mafiosi, inetti e inconsistenti, adesso improvvisamente sono diventati amici e persone perbene in grado di risollevare le sorti della nostra regione e nessuno deve poter sollevare dubbi o domande. Niente di nuovo, intendiamoci. Era successo quattro anni fa, e prima ancora, e risuccederà. Che dire poi dei soliti dinosauri che hanno affossato politica e partiti e che rimangono ancora lì a perpetuare il gioco delle tre carte che – ancora una volta – farà in modo che soltanto alcuni territori e famiglie verranno rappresentati. 

 

            Insomma, il cuore della politica calabrese è realmente malato, infartuato, quasi agonizzante. Ed è per questo che ha bisogno di un intervento urgente: quello dei calabresi. Perché se c’è un dato che è capace di dare uno shock è solo la percentuale dei votanti. E non importa se saranno schede nulle o bianche o di altro colore. Il numero che dichiarerà la percentuale dei votanti sarà quel semaforo che darà il via libera ai soliti noti per continuare a fare quel che si vuole, oppure l’alt che imporrà un immediato cambiamento. 

 

            In fondo se c’è una manovra che una certa politica – più o meno consciamente – è riuscita a mettere in pratica è quella di far credere che tanto andare a votare non serve a niente. E, invece, no … serve perché se il popolo torna a dire con chiarezza il proprio parere (fosse anche la stanchezza e la frustrazione!) i giochi si interrompono. Altrimenti? Altrimenti voteranno sempre gli amici degli amici e ognuno – conti alla mano – potrà sempre decidere prima chi passa e chi invece dovrà tentare al prossimo giro con un’altra casacca.

 

            Allora l’invito dei vescovi vale la pena di essere ascoltato. Bisogna partecipare alle elezioni e scegliere responsabilmente, guardando alla carriera politica dei candidati, alla loro moralitàcoerenza e ai loro programmi.




don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com