domenica 7 giugno 2026

Cara Povertà


 

            Sono giunto a te tramite i tuoi due figli, obbedienza e celibato. Li ho incontrati un giorno in un giardino e, attratto dalla loro spensieratezza e serenità, corsi incontro a loro come un cane affamato può avventarsi su di una coscia di pollo lasciata incustodita su di un tavolo. La mia voracità mise loro agitazione e fecero per scappare, ma io li afferrai per il braccio. Il mio intento – lo giuro – era solo quello di chiedergli di insegnarmi ad essere felice. E quando mi giustificai dicendo: non voglio farvi niente, finii per agitarli ancor di più. Celibato – il più irruento – mi diede un violento calcio sullo stinco destro, mentre obbedienza, apparentemente più addomesticabile, infilava le sue unghie nel mio braccio. All’ennesimo calcio ricevuto, non ce la feci più, li lasciai e loro, ben lieti, fuggirono via. Pochi istanti mi servirono per riprendermi e così, non pago, mi lanciai all’inseguimento. Mi sembrava di essere un pazzo e probabilmente così dovevo sembrare agli occhi dei due tuoi figli e di chi per strada mi vedeva correre. Loro erano più svelti e così, girato l’angolo, arrivarono nel giardino dove tu eserciti il tuo mestiere di custode. Entrai senza chiedere permesso, ma loro si erano già nascosti dietro di te. E tu mi aspettavi, braccia conserte e sguardo fisso sull’ingresso.

 

            Eri suntuosa, nobile, semplice eppure solenne, al servizio del padrone della casa eppure estremamente libera. Mi accorsi di aver ecceduto quando i miei occhi incontrarono le tue nere iridi, profonde come se lì dentro fossero nascosti tutti i segreti della vita e della morte. 

 

            Cosa vai cercando dai miei figli? Tuonasti come farebbe una tigre gelosa dei suoi cuccioli. Io vo..vo…volevo solo giocare con loro. Mi sembravano felici e volevo esserlo anche io. Balbettai mentre i pensieri in testa mi parevano simili a quei mulinelli che si formano nei fiumi in piena, dopo una grande tempesta. 

 

            A te non è concesso. Rispondesti ancora più ferma e sicura di prima. Gli occhi mi si riempirono di lacrime che trattenni a fatica. Mi sentii respinto, il mio orgoglio era stato colpito, la mia vanagloria atterrita. E prima che potessi dire altro riprenderti a parlare:  a te non è concesso e per ora neppure può essere. Raccolsi le energie e come un bimbo a cui viene negato il cioccolato domandai: ma perché? E allora tu, vedendo la mia buona fede, accennasti ad un sorriso e ancora mi dicesti : dimmi, giovanotto, quali sono quelle cose per cui daresti la vita?

 

            Desideroso di fare bella figura dissi precipitosamente risposi, quasi senza pensare: la mia famiglia, i miei amici, la ragazza di cui tra i banchi del liceo mi sono innamorato, lo sport, la musica … un attimo esitai prima di concludere: sono questi! Ero orgoglioso della risposta e pensavo che avrebbe fatto colpo. Ma tu, Madonna Povertà, non eri uno di quegli uomini che si accontentano di qualche sentimento e frasetta pronunciata con un tono sicuro e allora mi rispondesti ferendo per l’ennesima volta il mio orgoglio: Bene. Credetti per un istante di aver superato l’esame. Allora vai a giocare con loroIl tuo cuore è lì, quelli sono i tuoi tesori. Lascia stare i miei. Buon divertimento.

 

            Tu facesti per voltarti, ma io insistetti, questa volta parlando con il cuore. Ma loro non sono così felici come i tuoi figli, né rendono me così! Di profilo scorsi adesso un sorriso soddisfatto sul tuo volto. Ti girasti nuovamente e mi domandasti: per questa felicità sei disposto a perdere tutto?

 

            Il cuore accelerò violentemente nel mio petto, quasi che mi sembrava dovesse saltare fuori, mentre la fronte improvvisamente divenne madida di sudore. Volevo rispondere, ma mi venne addirittura il fiatone. Tu mi guardavi e tacevi. Da dietro le tue gambe, ora più tranquilli, si affacciarono Obbedienza e celibato, quasi attendendo la mia risposta. Dai loro sguardi mi sembrava loro facessero il tifo per me. 

            Cos’è? Hai paura di essere felice? Incalzasti, peggiorando ancora il mio stato emotivo. Se hai paura vedi che ho ragione? Non ne sei degno … e di nuovo ti voltasti adesso facendo come chi se ne va. Ti prego resta, si fa sera e sono solo. Alcuni secondi di silenzio intercorsero, mi sembrava un’eternità, e quel battito disperato del petto si tramutò in disperazione e allora, da dove non lo so, sulle mie labbra però si compose una frase che covavo probabilmente da sempre nel mio cuore: va bene, lascio tutto purché io sia felice

 

            E tu, che forse aspettavi più di me questo giorno, ti voltasti, mi sorridesti e mi dicesti: ora puoi giocare con loro. Perché adesso sei pronto ad accogliere l’unico tesoro che dà senso a tutto il resto. Non mi spiegasti altro, ma loro mi corsero incontro, mi abbracciarono e sottovoce mi dissero: non ti preoccupare, nostro Padre, ti restituirà tutti i tuoi tesori in modo tale che in loro ora tu contemplerai il suo volto.

 

            Tu te ne andasti e mi lasciasti giocare con loro ed improvvisamente il mio cuore divenne leggero, libero, riconciliato. E allora capii che stupido è chi vuole sottomettere il corpo e la volontà senza prima aver liberato il proprio cuore da attaccamenti che sono come l’erba: al mattino fioriscono e alla sera avvizziscono. E allora compresi che tu, Madonna Povertà, non sei ladra maligna di beni agognati, ma Madre tenera che toglie di dosso lo sporco incrostato affinché rifulga sui nostri volti la bella dignità di coloro che creati sono ad Immagine di quel Dio che, pur possedendo tutto, si fa povero per noi. 




Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com











sabato 30 maggio 2026

Cara Obbedienza ...

 

            Qualche giorno fa – seminando un po’ il panico tra i curiosi e i benpensanti – ho scritto al tuo fratello minore celibato. Tu lo sai, lui non ha una buona reputazione di questi tempi, ma deve essere un problema di famiglia, perché anche di te non si parla proprio bene bene. 

 

            Io e te ci siamo conosciuti fin da quando, piccolo terrorista che gattonava, la mamma, con il dito alzato e la voce perentoria, forse stanca dei miei capricci, mi diceva: obbedisci o ti metto in punizione. Certo poi capisci che se all’inizio mi stavi un po’ antipatica era anche perché tu da subito sei intervenuta a castrare i miei infantili deliri di onnipotenza. Alla fine, però, poiché ho sempre avuto paura di essere rifiutato, ho capito che tu mi eri utile. Se faccio il bravo – mi dicevo – sarò apprezzato.

 

            E allora, in modo superficiale, ma anche convinto, cominciai a fare tutto quel che si deve fare. Entrato in seminario mi hai permesso di risultare tra le fila del seminarista modello, e poco importava se il mio voler essere apprezzato e inappuntabile faceva rosicare altri a tal punto da risultare poi insopportabile e pedante. Tu eri il mio passpartou per il riconoscimento e l’ingresso nel mondo degli adulti; mi facevi sentire importante; specie quando poi mi sentivo dire: chi obbedisce non sbaglia mai. Ecco, pronto – mi ripetevo – io non sbaglio mai, faccio sempre quello che si deve fare e per fortuna non sono come gli altri, quei pubblicani disobbedienti e zozzoni.

 

            Nel frattempo, però, questo atteggiamento faceva sì che sempre meno dessi ob-udienza ad una parte profonda di me: l'emotività. Cosa provasse quel seminarista, poi diacono e infine prete, non contava: contava solo ciò che era giusto, ciò che si doveva fare, ciò che faceva sentire bene gli altri. Del resto anche Gesù nel Getsemani e, prima ancora nel Padre Nostro, ci aveva insegnato che ciò che conta è la Sua volontà; quella del Padre. E allora ancor di più mi incoraggiavo pensando: sei fai il bravo e obbedisci, non solo i grandi ti vorranno bene, ma anche Dio Padre

 

            Avanti tutta, dunque, con il valzer delle cose da fare, gli impegni da rispettare in modo stoico, mentre finanche le analisi del sangue cominciavano a dire che qualcosa stava funzionando male. Quanta pazienza hai avuto con me, sorella obbedienza, nel dover mantenere distacco, nel non regalarmi subito quella gioia che il Signore Gesù ha promesso per coloro che lo avrebbero ascoltato e seguito. Mi frustravi ogni volta con una gioia a cui mancava sempre un numero per fare tombola.

 

            Finché un giorno, proprio insieme a tuo fratello celibato, non mi hai urlato che obbedire non è sottomettersi, annientarsi, azzerare il volume di ogni emozione o sentimento in vista di un bene maggiore, come macchine sottomesse ad un profitto ultimo, fosse anche di carattere spirituale.

 

            Ti sei stancata quel giorno e mi hai ricordato che tu, sei figlia di Ascolto ed Umiltà e che ben poco posso obbedire a Dio e agli altri, se non imparo ad ascoltare il mio cuore, le mie paure, i miei desideri, le mie frustrazioni, i miei sogni e aspirazioni e finanche la mia rabbia. Perché la prima e ultima obbedienza alla fine la si deve alla propria coscienza, quel sacrario bello e altrettanto difficile da praticare, in cui Dio parla a tu per tu con i suoi figli. 

 

            Per un attimo, quel giorno, mi sembrò che crollasse tutto quanto. Dovetti ammettere a me stesso che tanta obbedienza, pur motivata con le più sante delle intenzioni, non era altro che vanagloria truccata, ansia di riconoscimento, paura di essere dimenticato, porta sul baratro della depressione e della ribellione. 

 

            Mi ricordai allora dei primi momenti in cui sperimentai la presenza e l’amicizia di Gesù. Fu quando, dialogando con lui, mi dissi: basta inseguire i miei sogni, se seguo i tuoi è tutto molto più bello. A 13 anni quello fu l’atto più autentico, più libero e più alto di obbedienza … sarà forse per questo che Gesù ha lasciato detto che solo chi torna ad essere come un bambino entra nel Regno del Padre. A pensarci bene, infatti, quando un bambino ascolta un adulto e si entusiasma accoglie ogni consiglio e indicazione con una generosità di cui non sarebbe capace nemmeno il più virtuoso dei militari di fronte al suo generale in caso di emergenza. 

            

            E allora tornai a comprendere che quel Maestro che chiede di essere obbedito (cioè ascoltato) parla nelle emozioni, come nei sentimenti, nei segreti più inconfessabili, come nei desideri più alti e puri; parla nelle persone che incontri e in quelle che non vorresti incontrare; nei successi e negli insuccessi e finanche nei peccati; parla addirittura nelle malattie e nei lutti. Insomma, non sta mai zitto. Non sarà mica un caso se Giovanni – l’aquila che vola alto e vede in profondità – ha voluto chiamare il suo maestro il Verbo

 

            Obbedienza, dunque, non sei tu un cieco reclinare del capo per eseguire ordini non condivisi, ma piuttosto orecchio teso verso il cielo, capace di scorgere la voce dell’Amico celeste in ogni circostanza; sei sorella preziosa che mi sussurra che la più grande libertà si manifesta proprio quando, pur ascoltando tutto e tutti, impari a disobbedire a te stesso, per donarti agli altri e che a volte, proprio per questo, ti nutri del dissenso e dell’obiezione di coscienza.

 

            Perché quando tu sei veramente tu rendi l’uomo capace di scelte così alte che possono andare contro il consenso, la popolarità, la paura dell’abbandono e del tradimento. Insomma, quando tu sei veramente tu compare un uomo capace di mostrare il cielo, un uomo davanti al quale anche il più pagano e crudele dei centurioni, che non si fa problema a conficcare chiodi nelle mani dei poveri condannati a morte, deve rassegnarsi a dire: Veramente quest’uomo era figlio di Dio.

            

* Come la precedente, non si tratta di autobiografia, seppur, com'è ovvio che sia (e menomale!) queste sono esperienze da cui tutti passiamo, nella fattispecie ancor di più noi preti. 

 


Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com





            

martedì 26 maggio 2026

Caro Celibato ...

 

 

            Quando ci siamo conosciuti non avevo pienamente nella testa e nel cuore cosa sarebbe significato farti entrare nella mia vita. Di te ho sempre sentito parlare apertamente bene, ma nel silenzio di confidenze private ho accolto anche cose molto tristi. Sarà perché come ogni amicizia veramente profonda anche quella con te porta gioie e dolori, sorrisi leggeri e lacrime pesanti. 

 

            Nell’entusiasmo della gioventù e degli anni del seminario forse non ho mai preso troppo sul serio quello che tu mi chiedevi. Per me era scontato averti accanto: volevo dare tutto me stesso al Signore, anzi era Lui che mi aveva dato tutto sé stesso per cui non vedevo spazio per un’altra relazione esclusiva. Era normale, scontato, ovvio.

 

            A te devo la grazia di aver vissuto con intensità i miei primi anni di ministero: giornate intense, strapazzanti, ritmi accelerati, un cuore, come la porta della sagrestia, aperto a tutti a tutte le ore. Ricordo bene quando la sera, tornando a casa solo e stanco, senza neppure aver cenato, tu mi nutrivi con una consapevolezza: vedi? Ne vale la pena

 

            Certo. Vale la pena aver consacrato tutto, anche la propria affettività, quando questo spazio di solitudine che tu hai aperto nella mia vita, diventa lo spazio fecondo in cui tanti trovano riposo, gli sfiduciati il coraggio, i disperati la speranza, i tristi la gioia.

 

            Poi però è subentrata la stanchezza. Il vescovo che chiede un altro trasferimento, abbracciato anch’esso con grande generosità per paura di perdere la relazione con il maestro in cambio di quattro spiccioli di sicurezza. Tuttavia, mentre il cuore andava da una parte, la carne tirava da un’altra. Lo strappo, anche ben dissimulato all’esterno e forse anche a me stesso, ha prodotto dentro una ferita notevole. Ricominciare da capo, lasciare persone, amici, figli. 

 

            E così quella sera, arrivato in un’ennesima struttura deserta dove mi si chiedeva di ricominciare da capo, tu mi sussurravi le stesse parole, ma con un punto di domanda finale: ne vale la pena? Non era la domanda di chi voleva provocare quel pianto liberatorio che pure è arrivato, nemmeno la provocazione sadica e fredda di un nemico, volevi solo che io maturassi con quella domanda una nuova consapevolezza. E invece, asciugate le lacrime, andai a dormire, liquidando velocemente quella feroce interrogazione.

 

            Nel frattempo, proprio in quei giorni, si riaffacciava alla porta della mia vita una ragazza che sempre ho reputato solare, bella, intelligente, ma con la quale non c’era mai stato niente. Adesso appariva in modo diverso. Velocemente ci siamo riavvicinati, abbiamo scambiato carezze e sorrisi, baci e silenzi. Ed ecco che in quel momento tutto è cambiato. Emozioni che tu mi avevi nascosto, o meglio che io avevo rinchiuso in un angolo segreto del cuore per paura che tu ti potessi offendere, sono tornate a far battere il petto, ad accelerare la sudorazione, a rimanere sveglio in attesa di un messaggio. Mi sembrava di essere tornato adolescente; eppure, mi piaceva provare quelle sensazioni, anche se tu mi sussurravi all’orecchio una parola dolce, ma ferma: “Il tuo cuore non è fatto per questo”. Questa parola divenne certezza quando baciandola ancora una volta sentii il vuoto dentro. Sembrava tutto finito. Eppure, non era così. 

 

            Avevi ancora un’altra lezione da consegnarmi. Forse è questo quello che non capiscono quelli che di te dicono male, che pensano che tu sia roba da medioevo da relegare in cantina, una privazione repressiva per la quale non v’è più spazio. Dovevi insegnarmi che avere un cuore celibe non significa avere un cuore sordo, freddo, inarrivabile, ma capace di sentire con maggiore sensibilità tutte le onde dell’affettività. Un cuore capace di tremare e di sognare, di sperare e di soffrire. Volevi portarmi fin qui, caro amico mio, e me l’hai nascosto perché forse avevi paura che prima mi sarei spaventato o forse, ancora una volta, io mi nascondevo per paura di essere inadeguato. 

 

            E allora hai atteso di parlarmi attraverso gli occhi di G., attraverso i suoi sorrisi, attraverso la sua pelle e le sue labbra, come anche attraverso la gelosia suscitata dalla notizia che lei adesso pensa ad un altro. 

 

            Credimi se ti dico che questa lezione sta facendo sanguinare il mio cuore, mentre toglie il sonno ai miei occhi, eppure sento che il mio spirito proprio adesso impara un po’ di più la povertà della sensibilità. Perché per essere davvero sensibili – lo imparo a mie spese – bisogna saper sentire tutto e tutti, bisogna lasciarsi colpire dalla vita, ma senza lasciarsi travolgere. E io, per paura che questo accadesse, molte volte ho preferito rimanere sordo, chiudere le esperienze in ragionamenti alti, ma freddi; profondi, ma vuoti; religiosi, ma forse anche un po’ disincarnati. 

 

            Caro Celibato, se l'altro giorno una parrocchiana, dopo l'ennesimo incontro, mi ha scritto ringraziandomi per la mia paternità, è perché – anche se un po’ inconsciamente ed incoscientemente – ti ho fatto entrare nella mia vita. Non mi pento di averti accolto anche se a volte mi regali notte di solitudine, di aridità e di dolore. Sì, dunque, ne vale la pena perché proprio tu sei la porta preziosa per la quale Cristo continua ad attraversare la mia esistenza per incontrare tanti fratelli e sorelle. E questo può valere tutto il dolore possibile, nella consapevolezza che tu, amico mio celibato, non sei privazione, ma donazione.  E non v’è donazione alcuna senza la possibilità di ferirsi, perdersi e addirittura morire.

 

            E se, morendo a me stesso, qualcuno gioirà e sorriderà, ripeterò ancora una volta in più che ne è valsa la pena, che la mia umanità, desiderosa di affetto e di fraternità, si è compiuta proprio mentre, appeso alla croce dell’amore, chiuderò gli occhi a questa vita. E allora sorriderà il mio cuore a sentire finalmente le parole sussurrate da quello sposo che a Cana di Galilea si è coniugato con la nostra fragile umanità: vieni a me perché avevo fame e mi hai dato da mangiare, avevo sete e mi hai dato da bere, ero carcerato e malato e sei venuto a visitarmi (Cfr. Mt 25,35-44).




* Questo scritto rielabora liberamente alcune confidenze ricevute e alcuni stimoli ricevuti lungo alcune letture e incontri formativi



don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com







giovedì 23 aprile 2026

Lettera ad ogni Cetrarese ... con la Chiesa chiusa!

 Caro Cetrarese (e in fondo caro uomo o donna di qualsiasi parte del mondo), 

 

 

            Nei giorni che hanno seguito la chiusura della chiesa dedicata al nostro patrono San Benedetto da Norcia, dopo aver letto e ascoltato parole di sfiducia, sofferenza e tristezza, sento l’istinto – e forse anche il dovere da figlio di questa comunità – di scriverti. 

 

            Lo faccio dopo aver visitato da poco la Basilica di San Benedetto a Norcia, edificata sulla casa natale del Patrono di Europa, e completamente distrutta dal terremoto del 2016. È stata, infatti, da poco riaperta al culto dopo ben 10 anni!

            

            Una Chiesa non è solo una chiesa. È il luogo di una storia, di una cultura, è luogo degli affetti, della propria identità. Sarà per questo che della chiusura di questa chiesa in tanti ne parlano, anche quelli che magari l’hanno visitata l’ultima volta in occasione della loro lontana prima (e forse unica) comunione. 

 

            In fondo si può essere atei, anticlericali o chissà cosa, ma la Chiesa, in una nazione profondamente cristiana, è un luogo di tutti e proprio per questo realizza la sua più profonda identità: quello spazio di misericordia che sulla croce il Figlio di Dio ha aperto proprio a tutti, anche ai suoi delatori e crocifissori!

 

            La Chiesa però non è solo questo. La Chiesa è un luogo simbolico. Simbolo, dal greco, significa “tenere unito” Dio e l’uomo. La Chiesa di San Benedetto, con le sue opere d’arte, i sepolcri di illustri cittadini santi, le effigi, l’altare, il battistero raccontano proprio questo: Dio abita in mezzo al suo popolo (da qui il nome parrocchia=presso le case). Una Chiesa dice che il cielo è sulla terra e per questo è un luogo di speranza, di rifugio. Ricordo quando – da adolescente – avvertendo la durezza della vita e la delusione che proveniva da alcune persone, mi rifugiavo proprio tra quei banchi, trovando davanti al tabernacolo l’Unico nel quale si può confidare senza paura di essere delusi! Che sollievo, che grazia, che beatitudine! Non si può descrivere a parole. 

 

            Un luogo simbolico, dunque. È per questo che Israele, quando perde il tempio, comprende che forse anche quella è un’esperienza simbolica che parla di un popolo che ha dimenticato Dio e per questo ha perso il suo tempio. 

 

            Caro cetrarese che sei triste, ma forse caro uomo di ogni luogo, hai ragione a sentirti un po’ smarrito, ma forse è perché prima delle pietre Dio non ha preso dimora a fondo nel tempio più prezioso: il nostro cuore. Hai ragione ad aver paura che i lavori durino assai, che chissà quando termineranno e soprattutto quando partiranno, ma è inutile cercare colpe e colpevoli, ricordati che Gesù stesso ha detto che non resterà pietra su pietra e non tanto per una catastrofe, ma perché noi stiamo viaggiando verso il tempio non costruito da mani di uomo che è il cielo stesso. 

 

            E allora questa è un’esperienza simbolica che richiede silenzio, contemplazione, orecchie bene aperte, proprio come ci ha insegnato il santo di Norcia. La comunità parrocchiale migra dalla imponente e monumentale casa di Benedetto e Scolastica alla più umile, ma pur sempre maestosa e ben più antica, chiesa del “Ritiro”. E forse anche questo non è un caso considerando che lì riposano le spoglie mortali della appena proclamata Venerabile Crocifissa Militerni. 

 

            Presso questa donna tanti cetraresi poveri e smarriti trovarono rifugio mentre lei era in vita e ancora oggi presso l’opera da lei fondata molti anziani trovano riparo. Adesso di nuovo la comunità torna sotto la sua ombra per riscoprirne la storia, la santità, la dolcezza e la profonda umanità. 

 

            Caro cetrarese, e forse caro uomo e donna che leggi, piuttosto che piangere su quel che oggi non hai e che in fondo è sempre relativo, sappi leggere ciò che la Provvidenza mette davanti ai tuoi occhi e allora scoprirai che il vero tempio, il vero tabernacolo che Dio vuole abitare è il tuo cuore affinché, attraverso le tue gambe e le tue braccia, Dio possa raggiungere altri fratelli e sorelle. 

            

            Caro cetrerese, non dare troppa retta ai profeti di sventura che anche in queste circostanze alimentano sospetti e condanne per trovare uno spazio di vanagloria, tendi piuttosto l’orecchio al Dio che ha detto distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere. Del resto per un architetto (che non è quello dei massoni!) onnipotente nessuna catastrofe è irrisolvibile.

 

            Ultimamente il primo cittadino della nostra comunità usa in modo felice questa espressione “Tempo di Rinascimento”. Nella Scrittura il rinascimento avviene sempre dopo un esilio, un tempo di deserto, di purificazione, di ritorno alla sobrietà. Che sia, questo tempo di esodo della comunità parrocchiale, non un tempo di superficiali romanticismi nostalgici, di chiacchiere da bar alla ricerca di colpevoli, ma un tempo di rinascimento spirituale senza il quale nessun’altra forma di rinascimento è veramente autentico. Perché – parafrasando le parole di Papa Francesco in tempo di Covid – occorre ricordare che peggio di questo esilio c’è solo il dramma di averlo sprecato!

 

            Auguri a tutti e buon cammino!

 

 



Don Giuseppe Fazio

Figlio orgoglioso di Cetraro






lunedì 16 marzo 2026

Mentre alcuni politici sfilano ... altri si costituiscono parte civile.

     È di poche ore fa la notizia secondo la quale la giunta comunale di Cetraro guidata dal Prof. Giuseppe Aieta ha deciso di costituirsi quale parte civile ad un processo che vede imputati 21 concittadini per diversi reati tra i quali anche quello di associazione mafiosa (https://www.pillamaro.it/politica/ndrangheta-a-cetraro-il-comune-di-costituisce-parte-civile).

 

Non è una decisione che piove dall’alto, bensì frutto di un percorso che questa comunità ha avviato da oltre un ventennio. Il comune di Cetraro, infatti, ci ha abituato a questi gesti. Basti pensare che altre volte si è costituito parte civile, l'ultima nel processo “Frontiera”; oppure come presidiò il Mercato Ittico del porto cittadino, nonostante poi l’asta andò deserta; e ancora le prese di posizione affinché si evitassero infiltrazioni negli appalti dei lavori pubblici, la collaborazione con le scuole, le parrocchie e le associazioni culturali.

 

Ma cosa significa nello specifico questa nuova presa di posizione?

 

È molto semplice: la giunta comunale si dichiara parte lesa rispetto ai reati che vengono contestati agli imputati. Ovverosia la massima espressione di democrazia cittadina dice, con un gesto che vale più di mille parole, che ogni atto criminale ferisce non solo le vittime dirette, ma tutta la comunità. 

 

È un segno potente che parla, rompe muri, e soprattutto dice da che parte stanno coloro che amministrano la cosa pubblica. E così, mentre abbiamo altri politici che nell’ultima tornata elettorale si sono affaticati a dire che dalle parti nostre non c’è mafia o criminalità e che era ingiusto continuare a denigrare un territorio, ci sono altri servitori dello stato che riconoscono quel semplice principio secondo il quale non c’è sviluppo senza verità

 

E la verità è una: il nostro territorio patisce una guerra volta alla rivendicazione di quel potere che deve passare alle nuove generazioni. Sono i numeri degli omicidi, delle persone scomparse, degli atti intimidatori avvenuti in pieno giorno e in luoghi molto frequentati a dircelo; non se ne ricordavano così numerosi dagli anni ‘80. E vale la pena ricordare che dietro a questi atti non ci sono solo numeri: volti, storie, mamme e papà che piangono, figli che crescono nel dolore e nella disperazione.

 

I ben pensanti obbiettano: ma non se ne deve parlare altrimenti poi il turismo … a volte ho l’impressione che chi parla così lo faccia soltanto per difendere il proprio consenso. Chi, infatti, riceve amicizia e appoggio da certi ambienti non può parlare di alcune cose, altrimenti rovinerebbe alleanze preziose e soprattutto farebbe emergere le proprie inadempienze.

 

E così avanti con la giostra che prevede il solito cliché: aiuti a pioggia, eventi pubblici da sbandierare sui social come soluzioni ai mali atavici della Calabria; come se le questioni della sanità, delle infrastrutture, del Turismo, del lavoro che manca si potessero risolvere con qualche evento stagionale che, per carità dà risalto al territorio, ma non aiuta le famiglie.

 

E i cittadini – che anche se hanno sventuratamente rifiutato l’idea di manifestare il proprio dissenso nelle urne elettorali – non sono stupidi e si domandano: perché alcuni amministratori che frequentano eventi pubblici, pagine social, studi televisivi di tutto parlano, ma di alcuni argomenti tacciono? Peggio ancora: come mai alcuni amministratori che hanno strutturato la loro carriera e il loro consenso sulla lotta alla criminalità improvvisamente non se ne interessano più? È una domanda che fatica a trovare risposta anche perché, quando viene posta agli interessati, glissano ricordando l’importanza di altre questioni.

 

Ho ancora ben chiare nelle orecchie le parole di un sindaco che, durante una processione, ebbe a commentare le parole del parroco il quale, chiedendo di pregare per la conversione degli uomini di ‘Ndrangheta, invitava i fedeli a non abdicare al proprio impegno sociale. Così si espresse rivolto ai suoi colleghi, senza nemmeno curarsi della presenza e del parroco e degli altri fedeli: chissu sempre di chisse cose adda parlà.

 

A fronte di queste atteggiamenti il messaggio inviato dalla comunità cetrarese ci piace perché parla di coraggio e soprattutto ci ricorda che se ognuno, al proprio posto, facesse il proprio dovere certe dinamiche di violenza cesserebbero con grande facilità. 

 

 



Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com






Mentre alcuni politici sfilano ... altri si costituiscono parte civile.

         È di poche ore fa la notizia secondo la quale la giunta comunale di Cetraro guidata dal Prof. Giuseppe Aieta ha deciso di costituirsi quale parte civile ad un processo che vede imputati 21 concittadini per diversi reati tra i quali anche quello di associazione mafiosa (https://www.pillamaro.it/politica/ndrangheta-a-cetraro-il-comune-di-costituisce-parte-civile).

 

Non è una decisione che piove dall’alto, bensì frutto di un percorso che questa comunità ha avviato da oltre un ventennio. Il comune di Cetraro, infatti, ci ha abituato a questi gesti. Basti pensare che altre volte si è costituito parte civile, l'ultima nel processo “Frontiera”; oppure come presidiò il Mercato Ittico del porto cittadino, nonostante poi l’asta andò deserta; e ancora le prese di posizione affinché si evitassero infiltrazioni negli appalti dei lavori pubblici, la collaborazione con le scuole, le parrocchie e le associazioni culturali.

 

Ma cosa significa nello specifico questa nuova presa di posizione?

 

È molto semplice: la giunta comunale si dichiara parte lesa rispetto ai reati che vengono contestati agli imputati. Ovverosia la massima espressione di democrazia cittadina dice, con un gesto che vale più di mille parole, che ogni atto criminale ferisce non solo le vittime dirette, ma tutta la comunità. 

 

È un segno potente che parla, rompe muri, e soprattutto dice da che parte stanno coloro che amministrano la cosa pubblica. E così, mentre abbiamo altri politici che nell’ultima tornata elettorale si sono affaticati a dire che dalle parti nostre non c’è mafia o criminalità e che era ingiusto continuare a denigrare un territorio, ci sono altri servitori dello stato che riconoscono quel semplice principio secondo il quale non c’è sviluppo senza verità

 

E la verità è una: il nostro territorio patisce una guerra volta alla rivendicazione di quel potere che deve passare alle nuove generazioni. Sono i numeri degli omicidi, delle persone scomparse, degli atti intimidatori avvenuti in pieno giorno e in luoghi molto frequentati a dircelo; non se ne ricordavano così numerosi dagli anni ‘80. E vale la pena ricordare che dietro a questi atti non ci sono solo numeri: volti, storie, mamme e papà che piangono, figli che crescono nel dolore e nella disperazione.

 

I ben pensanti obbiettano: ma non se ne deve parlare altrimenti poi il turismo … a volte ho l’impressione che chi parla così lo faccia soltanto per difendere il proprio consenso. Chi, infatti, riceve amicizia e appoggio da certi ambienti non può parlare di alcune cose, altrimenti rovinerebbe alleanze preziose e soprattutto farebbe emergere le proprie inadempienze.

 

E così avanti con la giostra che prevede il solito cliché: aiuti a pioggia, eventi pubblici da sbandierare sui social come soluzioni ai mali atavici della Calabria; come se le questioni della sanità, delle infrastrutture, del Turismo, del lavoro che manca si potessero risolvere con qualche evento stagionale che, per carità dà risalto al territorio, ma non aiuta le famiglie.

 

E i cittadini – che anche se hanno sventuratamente rifiutato l’idea di manifestare il proprio dissenso nelle urne elettorali – non sono stupidi e si domandano: perché alcuni amministratori che frequentano eventi pubblici, pagine social, studi televisivi di tutto parlano, ma di alcuni argomenti tacciono? Peggio ancora: come mai alcuni amministratori che hanno strutturato la loro carriera e il loro consenso sulla lotta alla criminalità improvvisamente non se ne interessano più? È una domanda che fatica a trovare risposta anche perché, quando viene posta agli interessati, glissano ricordando l’importanza di altre questioni.

 

Ho ancora ben chiare nelle orecchie le parole di un sindaco che, durante una processione, ebbe a commentare le parole del parroco il quale, chiedendo di pregare per la conversione degli uomini di ‘Ndrangheta, invitava i fedeli a non abdicare al proprio impegno sociale. Così si espresse rivolto ai suoi colleghi, senza nemmeno curarsi della presenza e del parroco e degli altri fedeli: chissu sempre di chisse cose adda parlà.

 

A fronte di queste atteggiamenti il messaggio inviato dalla comunità cetrarese ci piace perché parla di coraggio e soprattutto ci ricorda che se ognuno, al proprio posto, facesse il proprio dovere certe dinamiche di violenza cesserebbero con grande facilità. 

 

 



Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com







martedì 10 febbraio 2026

Dopo Suor Cristina, Don Ravagnani e poi? Avanti il prossimo...

  

        Qualche anno fa era stato il momento di Suor Cristina, la suora che aveva incantato il web con qualche canzone e un Padre Nostro recitato in diretta televisiva. Ho un dono e ve lo dono aveva detto prima di affermare che quel dono per lei era diventato una gabbia. 

 

        Luoghi e persone diverse, stesso copione è quello “recitato” da don Alberto Ravagnani. Il fenomeno esploso al tempo del Covid, il prete capace di radunare folle di giovani e adulti con i suoi video spopolati sul web.

 

        Persone diverse, ma in me suscitano sempre la stessa domanda: dove lo trovavano il tempo per fare tutto questo? Con la penuria di sacerdoti e consacrati che spesso non c’è chi possa celebrare messa, ascoltare una confessione, fare visita ad un ammalato o mantenere aperte opere di carità, questi personaggi riescono a passare ore e ore dietro ad un pc, una telecamera o un cellulare per … evangelizzare. 

 

       Ma si può essere così rincretiniti? Gesù Cristo rifuggiva le folle non le cercava. Certo le ammaestrava, ma poi si ritirava per passare la maggior parte del suo tempo nascosto ed in preghiera. E poi questa retorica del lascio il ministero perchécosì sono più libero, davvero fa venire i brividi perché da un consacrato non ce la si aspetta, ma è pur vero – e su questo ha ragione Ravagnani – che noi non siamo super eroi solo per il fatto di portare un abito. Dunque, ciò che prima si ostentava orgogliosamente adesso viene descritto come causa di sofferenza. Certo perché ciò che si ostenta non è mai qualcosa di veramente integrato nella personalità. Ad ogni modo di questa storia conosciamo già la fine: si spegneranno i riflettori e di lui non si saprà più niente. 

 

        Ma quest’ennesima storia pone domande ben più profonde. Di fatto Don Ravagnani e Suor Cristina non sono altro che la punta di un Iceberg più profondo. Sono tanti i consacrati e le religiose che giocano a fare gli influencer con la scusa – perdonate la franchezza – dell’evangelizzazione. 

 

        Di fatto però una domanda rimane: com’è possibile che loro, come altri, siano arrivati a questo tiro? Dov’erano i superiori? Che formazione hanno ricevuto? Possibile che nessuno abbia mai detto loro che dovevano smetterla di dedicare così tanto tempo all’apparenza, alla notorietà, alle televisioni, ai talkshow e alle liti adolescenziali con altri personaggi famosi? Ci deve pur essere qualcuno che faccia notare che quella non è la vita del prete. Non si tratta di dire che i social sono negativi tout cour (sto scrivendo su un blog pubblicizzato tramite pagina facebook!), ma che questo non può essere il campo di ministero di un prete. Si era detto che i preti dovevano fare i preti e i laici i laici e invece qua si è persa la bussola. Abbiamo i laici che vogliono fare i diaconi, le diaconesse e i preti e i preti che vogliono fare gli adolescenti sul web, ridicolizzando liturgie, preghiera, ascesi e quanto di bello e sano la tradizione spirituale cristiana ci ha trasmesso. 

 

       Aveva ragione Moltmann quando nel suo splendido saggio sulla speranza diceva che questi sono segni di un cristianesimo in putrefazione che, ormai incapace di incidere nei cuori delle persone, si accontenta di personaggi che facciano ancora pensare ad una parvenza di rilevanza nel campo sociale. 

 

        Peccato che la Chiesa, in quanto sposa di Cristo, trova la sua fecondità soltanto nei santi che, senza giornali, telegiornali, televisioni o chissà cosa hanno sempre toccato il cuore di tante persone, mettendole a contatto con Gesù Cristo. Certo perché l’unica cosa che converte è l’amore che per sua natura richiede auto-espropriazione, nascondimento, umiltà, sacrificio, donazione totale di sé fino alla morte. 

 

        E invece alla fine mentre si predica Cristo crocifisso qua si accampano sempre più diritti, risentimenti e piagnistei di vario genere perché– pur se avendo fatto promesse liberamente – la colpa sarebbe della Chiesa e del suo ruolo che ingabbia e fa soffrire. 

 

        Una domanda però a don Ravagnani gliela farei: ma non te ne frega proprio niente di quei ragazzi a cui avevi insegnato sempre il contrario e che ti avevano creduto perché nella tua voce a loro era parsa di sentire quella di Gesù Cristo?

 



Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com