giovedì 9 luglio 2026

Al parco con le cuffie e ... Ultimo.

    Il testo è fantasioso e risente di interpretazioni personali dei vari testi, ma anche di alcune interviste rilasciate da Ultimo. Per cui – soprattutto ai fans sfegatati – chiedo un po’ di misericordia e anche la clemenza di leggere con un occhio curioso e leggero. Questo testo, come altri, vuole essere una provocazione. Le parole in neretto sono evidentemente citazioni di titoli o testi delle canzoni di Ultimo. Il resto è puramente inventato.


         È un tranquillo pomeriggio di fine settembre, di quelli in cui il tepore autunnale si fa timidamente spazio in mezzo ai resti dell’estate. Sono seduto su una panchina della villa comunale, mentre mi godo il sole che fa capolino tra le nuvole. D’un tratto un ticchettio, come di qualcosa che cade per terra vicino ai miei piedi, attira la mia attenzione. Apro gli occhi e poco più avanti vedo un ragazzo che si guarda intorno come a cercare un oggetto improvvisamente smarrito. Gli occhi mi vanno vicino ai piedi, è una cuffia. La raccolgo. Cerchi questa? Mi rivolgo al ragazzo, sarà stato poco più che trentenne. Lui sorride, si avvicina. Grazie. Mi saluta cordialmente. Un vecchio fastidio di chi è abituato ad andare al parco con le cuffieIo l’ho risolto. Poi lo guardo e taccio mentre lui afferra la cuffietta e inizia a pulirla. Ah sì? E come? Mi prendo qualche istante prima di rispondergli. Semplice. Non le indosso più. Ascolto quello che c’è. Lui pare essere spiazzato dalla risposta. Ci ho provato, ma senza musica non riesco. Lo guardo in quegli occhi neri, profondi, che assomigliano agli occhi di quel bambino che contava le stelle e, ora un po’ deluso, trasforma pianeti in sassi.  Certo. Lo capisco. Scappi. È normale. Ti rifugi nelle note per non ascoltarti. Ho l’impressione che adesso rimanga basito. Mi fissa un istante. Mi guarda e poi sdrammatizza: ma lei fa lo psicologo? Sorrido ancora. No, molto peggio. Il prete. Scoppia a ridere, ma decide di prendersi una pausa dalla sua corsa e si siede accanto a me, poggiando i gomiti sulle ginocchia e protraendosi in avanti. 

            È vero, padre. Riprende guardando per terra. È una vita che ho vissuto con i sogni appesiProvo a dimenticare scelte che fanno male, abbraccio le mie certezze e provo a darmi da fare. Poi però niente brucio consigli, alzo il volume, l’ansia nasconde i sorrisi che hoLa nostra generazione è stata lasciata lì: in balia di social, con tanti rimproveri e senza veri punti di riferimento. Mi perdoni: ma anche nella Chiesa non mi sembra ci sia grande scelta. 


            Mentre prende a parlare sento una verità profonda, non sono solo parole poetiche, ma toccano il cuore. C’è un’energia dentro che parla delle ferite nascoste che questa generazione porta nella propria intimità. Poi…  ripensi al domani. Quali domande? Quante risposte? E via con la paura, l’insicurezza, e magari il dubbio che il dolore te lo sei meritato per le tue scelte sbagliate visto che tutti dicono che dovresti impegnarti di più e che il tempo passa e non lo puoi sprecare. Adesso alza lo sguardo e dal basso mi guarda, forse come quella donna adultera avrà guardato Gesù in cerca di un sollievo mentre era distesa ai suoi piedi.


            Però vedi? Riprendo a parlare. A che serve scappare via? Scuote lentamente il capo. No, certo a niente. Io ci ho provato a riprendere il passo. Sorride amaro. Ma ogni volta una delusionePerché amare che è la cosa più bella è anche la più dolora e complessa. E nessuno ci ha mai insegnato come fare. E allora pensi che a volte è meglio vivere come un vecchio pazzo che parla alle persone di cose mai accadute per vivere un po’ altrove. Poi ci ripensi ed è vero, come dice lei padre, che la vita va presa com’è, un viaggio che parte da sé e bisogna imparare a seguirlo perché non chiede il permesso mai a me. 


            Mentre l’ascolto ho la percezione che questo ragazzo aspettasse solo il La per sfogarsi. E chissà quanti altri ragazzi stanno messi così. Avrebbero bisogno solo che qualcuno prestasse loro due orecchie. Certo non due orecchie qualunque, ma quelle di qualcuno che sappia ascoltare con un cuore di Padre. Quindi sospiro silenziosamente e lo lascio parlare. È allora che senti che non può essere tutto un caso e che c’è una missione, fosse anche quella di cantare in pieno inverno per dare la primaveraDi nuovo un attimo di silenzio, poi alza lo sguardo e si tira indietro sulla panchina. Vede padre, riesce a capirmi solo se ha sempre voluto qualcosa che non c’è. E qui mi scappa una risata, anche sonora. Lui si volta di scatto e mi guarda come se mi volesse dire: ma che c*** ridi?  Mi riprendo: rido perché ti capisco perfettamente. Ora lui inarca un sopracciglio. Ma perché succede anche ai preti? Torno a ridere scuotendo il capo. Ora però ride anche lui. Ma certo, fratello. A parte che aver dedicato la vita a Dio significa stare d’appresso ad uno che non lo acchiappi mai, sta sempre un passo in avanti. Ma è il nostro cuore che funziona così. Ci focalizziamo sempre su quello che non c’è … un lavoro, un amico, una ragazza. E anche per noi preti è così. Ed è vero, fa male. Sapessi quanto fa male, quando rientri in canonica, solo, mentre la città dorme dopo che hai fatto tanto e tanto ti senti solo.  Mi sembra ora che a sentirsi capito sia lui. Esatto … mi rimbalza con una luce particolare negli occhi. E adesso tirando le somme non sto vivendo come volevo. Ma posso essere fiero di portare avanti quello che credo. Da quando ero bambino, solo un obiettivo: dalla parte degli ultimi per sentirmi primo


            Mi sembra di sentire quella beatitudine che un giorno Gesù pronunciò quando disse che gli ultimi sarebbero stati i primi, almeno alcuni. Peccato che ad essere primi si parla del Regno dei cieli e non su questa terra, ma tant’è. Ma allora se stai così, qual è il problema? Hai qualcosa in cui credi, ne sei fiero, hai un obbiettivo. Dovresti essere contento no?


            Ancora una domanda. Ancora istanti di silenzio. Non lo so, padre. Il punto è questo: Non lo so. Mi guardo spesso dentro, ma tutto mi stanca. Il lavoro, il successo, mio figlio, gli amici … Mi guardo spesso dentro, ma cosa mi manca a me, per essere me, davvero non lo capisco. Adesso lo vedo che sotto le braccia stringe i pugni mentre ha rialzato lo sguardo verso il cielo. È un ragazzo intelligente, davvero in ricerca. Non è un superficiale, vede tanti elementi, ma non riesce a connetterli tra di loro. 


            Vedi… finché noi cerchiamo il nostro punto di appoggio nelle cose o nelle persone rimaniamo schiacciati. Puoi anche guadagnare il mondo intero, ma perdi te stesso. Non ti appaga fino in fondo. Un grande successo, e subito te ne serve un altro. Un grande affetto … e poi un altro. E poi capisci che non ti basta, quindi scappi, ma poi ti vengono i rimpianti e fai la vita del criceto nella gabbia a correre su di ruota che non porta da nessuna parte.


            Ora è lui che sospira. Sì, Padre è così. Ci sono persone e cose che non rivedrò e forse è giusto anche lasciarle lì nei ricordi che lascio sempre giù come anelli persi giù nel mare blu. So che forse è banale, ma ci inizio a pensare sempre quando è buio e dorme la città


            Butto anche io indietro la testa a godermi quel cielo primaverile, distendo un po’ le gambe e le incrocio. Eh certo … perché di notte, quando la città dorme, non c’è musica o attività che tenga. Ti puoi alzare, mettere ad un computer, scrivere lettere o canzoni per sentirti meno solo, ma poi la notte è la notte. Ti interroga, ti tira fuori l’anima, la verità. Sarà per questo che Gesù amava pregare durante la notte? Ci prendiamo una pausa non concordata, poi aggiungo ancora qualcosa: la vita è fatta di errori, di persone che abbiamo lasciato andare a cui non resta che dedicare un silenzio, ci sono ferite e rimpianti, sguardi, mani, labbra, profumi … e poi c’è l’amore, c’è Dio. La vita non sta in uno schema, in una ricetta e nemmeno Dio. Dio sta tra gli ultimi perché gli ultimi sono quelli che non hanno schemi, hanno perso tutto o non hanno mai avuto niente oppure hanno tutto e si sentono vuoti. Dio sta lì perché è lì che la vita si riprende. È lì che è possibile scorgerne un senso dove non ci sono più pretese o attese, ma il desiderio di vivere e di vivere fino in fondo. Ognuno di noi porta i suoi pesi, ma che ci vuoi fare? Non sono quelli che contano per davvero. 


            Non so se mi sta ancora ascoltando, mi giro un istante per spiarlo. Ha gli occhi socchiusi. Dio … io ho urlato a Dio “ti prego se esisti rispondi”. Avevo bisogno di un Dio e l’ho cercato nei sensi di colpa. Sta per continuare, ma lo interrompo bruscamente questa volta: Per carità. Ancora con questo Dio moralista!?! I nostri sbagli possono essere occasioni in cui facciamo silenzio e allora Lui parla, dà delle risposte proprio perché in quel momento tacciamo per davvero. Si è fatto tardi e comincia ad alzarsi un po’ di vento, ma mi sembra che lui rimanga come risucchiato da un vortice di pensieri. Vero anche questo. Proprio in circostanze simili mi è sembrato di aver fatto esperienza di Dio … sul serio … incalza come a volermene convincere. Nei momenti in cui avevo bisogno di una risposta la sentivo e arrivava dentro di me e allora anche se non credevo sentivo che lì Dio c’era al di là di tutto e stava quiConclude portandosi un indice al cuore e riportandosi quasi dritto sulla panchina. 


            Certo che Dio lì c’è. Anche se tu non ci credi Lui è sempre lì. E finché tu non accetti di averne bisogno, Lui rimane lì, in silenzio a sussurrarti una parola che è il suo stile di vita: tu amati sempre perché sei nobile, sei mio Figlio e in te mi compiaccio. Ecco cosa ci manca per sentirci quello che siamo: sapere di essere Figli e non orfani. Lui ora si alza. La pausa è finita e del resto il sole è quasi al tramonto. Mi sorride con quel volto sbarazzino e i capelli ancora madidi di sudore. Padre, mi sa che siamo fatti tutti un po’ così: occhi forti e cuori fragili. Spero di trovare quell’appoggio di cui lei mi parlava. Ricambio il suo sguardo e gli sorrido. Ce l’hai già, ti serve solo riconoscerlo. 




Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com









 

 

 

 

 

            

 

domenica 5 luglio 2026

Ma perché se voglio essere felice, finisco per sentirmi triste?

La domanda non è sciocca affatto. E almeno una volta nella vita ce la siamo posti tutti quanti. Soprattutto quando, dopo una serie di sforzi e progetti, ci siamo ritrovati con un pugno di mosche in mano e più soli di prima. 

Questo può accadere per una relazione di amicizia, di fidanzamento o matrimonio, per il lavoro, per una passione, per un progetto pastorale. Diventa addirittura drammatico quando dagli altri ci sentiamo apprezzati, ma dentro sentiamo crescere un vuoto esorbitante.


 E così parte – per citare ancora una volta il cantante del momento – il ballo delle incertezze: paure, sensi di colpa, accuse, rammarichi, rimpianti. Il punto è che tutto questo vortice di emozioni finisce ulteriormente per confondere le idee per cui il rischio di imboccare un’altra strada affettiva, esistenziale o lavorativa, che alla fine moltiplicherà la frustrazione è davvero molto alto. Il risultato altamente prevedibile è una vita all’insegna della stanchezza e del risentimento. 


 Ecco … ma perché questo? Generalmente sono due le attitudini che ci fanno risucchiare da questo vortice.


1.       La prima ha a che fare con l’incapacità di lasciare andare ciò che non è per noi. È un po’ come quando eravamo bambini e volevamo a tutti i costi il giocattolo di un compagnetto. La mamma ce lo portava via restituendolo al legittimo proprietario e noi iniziavamo una serie di sforzi, di brontolii, di guerre per raggiungere qualcosa che alla fine ci sarebbe stato ugualmente negato. La scena finale era quasi sempre la stessa: rintanati nella nostra stanzetta e rannicchiati sul lettino a pensare che il mondo fosse cattivo e che nessuno ci volesse davvero bene.

 

2.       La seconda riguarda, invece, l’incapacità di prendere ciò che ci viene offerto. L’arte cioè di accogliere il pane quotidiano, imparando a stare al ritmo della vita senza imporre su di esso la nostra volontà, il nostro ego, le nostre passioni. Saper godere di ciò che sorella Provvidenza offre, accogliendo le persone che si hanno davanti, le situazioni, e finanche le emozioni e i sentimenti, senza rifugiarsi in un’ideale che alla fine diventa una vera e propria evasione.


Queste due marce non sono per i rassegnati che, pur di non affrontare le difficoltà, rinunciano a realizzare i propri sogni, bensì costituiscono il fondamento dell’arte di andare a bersaglio nella vita. Chi, infatti, non sa lasciare andare ciò che non gli riguarda, e non sa accogliere quello che c’è, non può avere continuità nella vita. Viene, infatti, sempre distratto da altro, e penserà che la sua esistenza sia peggiore di quella degli altri e, a causa di questa discontinuità, non andrà mai fino in fondo in nessuno degli obbiettivi che si era posto.


Proprio nel Vangelo proclamato oggi nella XIV Domenica del Tempo ordinario troviamo la risposta di Gesù alla domanda posta in apertura: Imparate da me che sono mite e umile di cuore. Ma perché Gesù, dovendo descrivere il suo cuore, usa questi due aggettivi? Sostanzialmente perché il mite è colui che si lascia togliere ciò che non è essenziale; Gesù, infatti, pur di non perdere i suoi e il rapporto con il Padre, si lascerà togliere tutto quanto, finanche i vestiti. L’umiltà, invece, è propriamente la capacità di accogliere quel che viene offerto. Proprio come la terra (humus) che riceve e fa fruttare ciò che viene su di essa seminato. E anche Gesù sarà così: accoglierà e trasformerà tutti coloro che a lui si avvicineranno. 


 Ed è curioso che a queste due parole il Signore aggiunge questa promessa: troverete ristoro per la vostra anima. Il ristoro, la pace, il riposo, la gioia … sono la conseguenza di un cuore che ha imparato a lasciare andare e ad accogliere, senza inerpicarsi in guerre stupide, in rivendicazioni ossessive, in discussioni infantili dove tutto deve essere analizzato, spiegato e compreso. Ci voleva un Dio per aiutarci ad uscire da questo delirio infantile di onnipotenza che porta a distruggere nazioni, comunità parrocchiali, famiglie e relazioni di ogni genere. E così il grido che arriva da quel nazareno non pesa come una condanna per falliti o come un dito puntato contro, ma proviene dal cuore di un Dio che vede tutta la tristezza dell’uomo e la prende su di sé per offrirgli una via di uscita:

 

Imparare da me che sono mite e umile di cuore.

 

 

   


                            



venerdì 3 luglio 2026

Vasco al confessionale ...

 Il testo è fantasioso e risente di interpretazioni personali dei vari testi, ma anche di alcune interviste rilasciate da Vasco. Per cui – soprattutto ai fans sfegatati – chiedo un po’ di misericordia e anche la clemenza di leggere con un occhio curioso e leggero. Vasco dice di fare il provocatore delle coscienze, in questo mi rivedo anche io. E questo testo, come altri, vuole essere una provocazione. Le parole in neretto sono evidentemente citazioni di titoli o testi delle canzoni di Vasco. Il resto è puramente inventato.

 

            Erano già due ore che ero seduto in confessionale. Non c’era stata tanta gente quella mattina. Era una giornata uggiosa, di quelle che si preferisce stare a casa a fare faccende o a leggere un buon libro. A breve me ne sarei andato, quando ad un certo punto sentii la porta dall’altro lato aprirsi. 

 

            Si può? Mi venne da sorridere. Non deve essere una persona abituata alla confessione. Prego si accomodi che facciamo il caffè. Risposi sarcasticamente. Dall’altro lato mi sembrò di udire l’accenno di una risata, ma la grata mi impedì di averne certezza. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. AmenPrego. L’ascolto. Cominciò così la confessione predisponendomi a raccogliere l’anima di quel fratello. 

 

            Vede Padre… un sospiro. È da tanto. Non sono uno pratico. Sorrido. Persi la mia fede – semmai l’avevo – a quindici anni in un convento gestito da religiosi. Però oggi sento l’esigenza di aprire il mio cuore. Ho sempre cercato una vita spericolatasenza limiti, senza che qualcuno potesse decidere per meMi sembrava giusto distinguermi da quella generazione di borghesi che davanti mostravano un’apparenza e alle spalle, di nascosto, vivevano le loro passioni. Fuori bello, dentro un macelloIo invece volevo una vita vissuta fino in fondo. Anche se ho sempre saputo che non si può spingere solo l’acceleratore. Quell’introduzione mi face subito capire che non si sarebbe trattata di una confessione leggera. Preferii allora non interrompere quel buon uomo che sembrava avesse una voce forte, ma anche consumata dal tempo, forse dal fumo, dall’alcol o chissà cos’altro.

 

            E allora ho corso … nella mia vita sono andato al massimo con la curiosità di vedere come andasse a finire. Il successo non mi è mancato, nemmeno le donne e l’affetto di tanta gente. Ho anche creduto nell’amore, ma spesso mi sembrava poi di essere soli al mondo. Condividere la vita con altri … A questo punto sento un sospiro pesante, immagino forse stia per commuoversi … non è facile, padre, e non è facile neppure condividere la vita con me … non lo è stato mai anche per me. Poi rimase qualche istante in silenzio. 

 

            Sa, Padre, me la sono presa anche con Dio. Nella vita ho provato il dolore, ho visto persone andare via. Ho gridato a lui per una vita che non capivo … ho chiesto in giro di portarmi DioA lui ho chiesto il senso di questa vita perché io non riuscivo a trovarlo. Una vita in cui i buoni vogliono distinguersi dai cattivi e si fanno guerra, manco fosse la fine del mondo! E in tutto ciò io non ci vedo niente di sensato. E affrontare la vita, senza un senso, sapendo che domani arriverà lo stesso, mi creda, padre, è difficile!

 

            Lui si bloccò, io mi persi nei miei pensieri. In effetti l’unico autorizzato a distinguere pecore da capri è un Altro. Uno che sa dare senso ai giorni, ai momenti, alle paure ed anche agli sbagli perché ama tutto senza condizioni. Attendere anche un solo giorno senza la prospettiva di questo amore deve essere davvero lancinante. Mi venne da sorridere in quel momento  – menomale che non poteva vedermi – perché penso a quanto sia stato fortunato ad essere stato deragliato dalla presenza di quel nazareno. L’incidente più bello della mia vita.

 

            Dentro – riprese a parlare ora come se stesse cambiando registro – però ho sempre avvertito una grande voglia di vivere pensando che domani potesse andare sempre meglio. Questa speranza non mi ha mai abbandonato. C’era dentro di me il desiderio di un amore più puro, che non fosse una notte e basta, ma una relazione bella, alta, limpida come nelle favole. E così ero sempre più diviso: vivevo e mi sembrava che mi stessero rubando il tempo e sono rimasto alla fine senza parole.

 

            E ora Padre, ora che sono vecchio, ho capito che c’era un XI comandamento che è scritto in ogni pagina della Bibbia e che sintetizza tutti gli altri: bisogna arrendersi. Non si può vivere comandando la vita, creandosi le proprie verità. La verità è una e arriva quando vuole. E quando arriva questa verità bisogna essere pronti a sposarla. 

 

            Adesso che però ho solo nostalgia capisco cos’ho rischiato di buttare via mi viene da dire – se un Dio esiste – perdonami se non ho più la fede in te. Ti faccio presente che è stato difficile vivere senza di te. 

 

            Lui terminò di parlare. E io sentii un lieve singhiozzo. Sorrisi ancora e mi presi qualche istante prima di tornare a parlare. 

 

            Vedi. Quel Dio di cui tu parli, se esiste, è stato da sempre dentro di te. È quel senso di insoddisfazione che ti ha accompagnato, quel desiderio di verità che ti ha tormentato, quel senso che ti sfuggiva continuamente. Ora … se non ti ha mai abbandonato mentre tu lo condannavi, vuoi che ti abbandoni adesso che ti sei arreso? Adesso, forse, è solo giunto il momento di ascoltarlo.  

 

Rimanemmo in silenzio qualche istante perché quella domanda scavi il suo e anche il mio cuore. Troppe volte non mi arrendo alla realtà, la voglio comandare, costruire, demolire, guidare, ricostruire. Troppe volte anche io vado al massimo e poi mi trovo ad aver corso in vano, perdendo il senso di tutto.

 

È vero non è facile pensare di cambiare le abitudini di tutta una stagione di una vita che è passata come un lampo e che fila via dritta verso la stazione … ma a questo Dio che è un Padre non interessa semplicemente il frutto delle nostre azioni o parole, altrimenti sarebbe solo un datore di lavoro, ma il cammino del nostro cuore. 

 

Non sentii di dover aggiungere altro. Mi limitai a recitare la formula di assoluzione mentre pensavo a quella donna che anche aveva vissuto al massimo, facendo i suoi errori.  A lei il Signore non chiese niente semplicemente le riconsegnò la consapevolezza di un amore immenso con delle semplici parole: nessuno ti ha condannato, neppure io. 




Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com








sabato 27 giugno 2026

Ultimo, Vasco, Geoloer: i profeti di questo tempo, ma con un problema.

            

            Il prossimo quattro luglio a Roma ci sarà il concerto di Ultimo. Impressionante è vedere come il caldo terribile, anzi mortale, non abbia scoraggiato gruppi di fans ad occupare il suolo su cui si svolgerà l’evento da diversi giorni prima, costringendoli per questo a sacrifici estremi. Medesima cosa è successa per il concerto di Vasco a Bari. E lo stesso per concerti di Giolier ed altri cantanti del momento. 

 

            Da teologo, ma prima ancora da prete e da uomo, mi pongo seriamente questa domanda: com’è possibile che folle di giovani si muovano per ascoltare un cantante e che per farlo siano disposti a sacrifici assurdi tali da  arrivare a pagare un biglietto per cifre esorbitanti? Sono sempre quei giovani che vengono definiti apatici, stanchi, svogliati e mediocri.


    Un cantante non impiega tempo per fare progetti pastorali, per accompagnare nella crescita i propri fans; meno ancora ad un artista interessa la felicità ed il bene dei suoi followers. Un cantante – certo è un uomo di spettacolo – ma non si scervella per capire quali attività far fare ai ragazzi una volta guadagnato l’agognato posto al sole (letteralmente!). Lui/lei Canta. Semplicemente (si fa per dire!) canta! 

 

            E pur tuttavia, mentre canta, accade una cosa: chi ascolta si sente compreso, capito e amato in modo personale, unico. Tutti ascoltano la stessa canzone e ognuno ritrova un pezzo di sé stesso. Devo dire che ascoltando l’ultimo album di Ultimo anche a me è successo. Sarà che sono acquario anche io! (scusate la pessima battuta sull’oroscopo ed il titolo della canzone! 

 

            Mi sono domandato a questo punto: non era ciò che succedeva quando le folle ascoltavano Gesù? Più recentemente: non è quello che succedeva quando milioni di giovani si muovevano per andare ad ascoltare Giovanni Paolo II o un altro papa? 

 

            Ma perché accade? Perché questi cantanti esercitano una forma di profezia. Il profeta è, infatti, anzitutto colui che sa leggere la realtà in profondità (intus legere da cui intelligente). A mio modesto avviso Ultimo – ma come lui altri - conosce bene il cuore e le sofferenze di tanti giovani e le canta, sfruttando  (non so se volutamente o meno) anche la tendenza al grigio e al depressivo di questa generazione. 

 

            E se c’è una cosa che ho capito da parroco è questa: quando un ragazzo si sente capito, e quindi per questo amato, non te lo levi più di dosso. Ti cerca, ti ascolta, ti interroga, ti chiede una risposta. 


    Ecco … una risposta… ma qui è il fallimento di questa profezia: questi cantanti sanno leggere il cuore dell’uomo, ma non sanno dare una risposta. Per cui questi concerti diventano il luogo in cui ci si sente letti e capiti, ci si sfoga, non ci si sente soli, ma lasciano un amaro in bocca in genere poi sopperito da alcol o altre forme di droga, se non un semplice senso di frustrazione per il ritorno alla normalità. Queste canzoni non danno una risposta al dramma che si porta dentro il più o meno giovane ascoltatore. 

 

            Prendo proprio la già citata canzone di Ultimo: mi guardo spesso dentro, ma cosa mi manca? Mi guardo spesso dentro, ma tutto mi manca. Mi guardo spesso dentro, ma cosa mi manca a me per essere me? Non c’è una risposta. Se non una banale e anche un po’ volgare: sono un c*** di acquario.

 

            Ma potrei citare anche Vasco Rossi: voglio trovare un senso a questa vita anche se un senso questa vita non ce l’ha

 

            Ecco… questa profezia non arriva al suo goaldare una via di uscita. Potesse la Chiesa riscoprire che questo è il suo spazio e che la salvezza che ogni cuore di Acquario cerca è Gesù Cristo! Allora dovrebbe pensare di costruire chiese più grandi per accogliere i giovani che tornerebbero come api richiamate dal miele. 

 

            Eppure, a tanti evangelizzatori manca quello che questi cantanti sanno fare: leggere il cuore. Propongo allora uno scambio: che loro ci insegnino di nuovo – proprio come faceva il Figlio di Dio - ad ascoltare il mondo, i suoi fallimenti, le sue ansie e paure e che noi possiamo insegnare di nuovo a questo mondo a cercare e trovare Gesù Cristo l’unico che, come disse Giovanni Paolo II, sa cosa è dentro l’uomo!



Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com





sabato 20 giugno 2026

Un fanciullino che mi tortura ...

 Leo! Leooo! Leooo! 

    È sempre la solita storia. Il gatto va in giro, si diverte, spassa e ripassa e, alla sera, quando è ora di rientrare, si fa attendere. Soprattutto in questo periodo primaverile in cui la natura fa il suo mestiere a cui lui, in modo fiero e compiaciuto, non si sottrae. 

 

    E allora avanti a chiamarlo, nella speranza che possa capire che è ora della cena. Quando ode schizza come un razzo, mentre si fa annunciare da un miagolio acuto. Stasera invece silenzio, almeno per alcuni istanti. Poi un verso infastidito da dietro il cancello. No, un’altra volta – penso – Starà affrontando l’ennesima singolar tenzone per guadagnarsi qualche micettina compiacente. E invece … sorpresa! Era finito preda dell’abbraccio stritolatore di un bambino. Poteva avere sì e no 7 anni. Incredibile a dirsi non l’aveva graffiato. Di solito si innervosisce per molto meno. Meglio così. Affretto comunque il passo. Non si sa mai. 

 

    Ciao, bimbo. Non si fa così con i gatti. Potrebbero innervosirsi e farti male. Leo improvvisamente si calma e mi guarda, deve avermi riconosciuto quale suo salvatore, tipo Batman che interviene quando tutto sembra oramai perduto. 

 

    Il bambino, invece, mi fissa. Mi scruta da testa a piedi come solo un bambino sa fare. E poi mi incalza: che vuoi? Chi sei tu? Il tono è duro ed infastidito. Guarda tu questo che carattere! Sono il padrone del gatto. Si chiama Leo. Gli sorrido gentile, mentre un moto interiore vorrebbe dargli una sonora sberla. O quantomeno rimproverarlo per il suo modo arrogante di rispondere. Ma lasciamo stare: la carità, la pazienza e bla bla bla … e poi di sti tempi un prete che dà una sberla ad un bambino è un attimo che finisce con una denuncia per pedofilia. 

 

    Il gatto, come tutti gli esseri viventi, non si trattano così. Lascialo libero e, se si fa accarezzare, lo accarezzi. Il bambino adesso mi guarda mentre sembra soppesare seriamente le mie parole. Il gatto invece tenta in tutti i modi di arrampicarsi sulle sue spalle per sfuggirgli, ma nulla di fatto. Il bambino l’ha afferrato dal collo e lo stringe. Eh ma se poi scappa? Sospiro benevolmente. Se scappa poi vorrà dire che non voleva le carezze e bisogna rispettarlo. 

 

    Rimane in silenzio. Abbassa lo sguardo. Voi grandi parlate sempre di rispetto e poi fate come volete. Parlate di libertà e però quando volete una cosa ve la prendete e se non riuscite a prenderla vi agitate, vi arrabbiate, vi innervosite. Mio papà, per esempio, voleva un’altra donna, si è arrabbiato con mamma e se n’è andato di casa.

 

    Spiazzato. Anche il gatto si è arrestato improvvisamente. Mi dispiace. Sì, è vero a volte capita così. Non a tutti però. Rispondo in maniera impacciata. Per fortuna il gatto che deve aver notato la tristezza del bambino comincia a fargli le fusa sì da farlo sorridere per un attimo.

 

    Voi fate gli adulti, ma siete bambini. Noi siamo bambini e ci costringete a diventare adulti. Incalza mentre con la manina ora accarezza il musetto del gatto. Non so da dove arrivasse, ma mi stava inchiodando, frase dopo frase. Alla fine aggiunge: E così perdete la poesia.

 

    Vagamente mi tornano in mente alcune righe: È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Alzo per un momento lo sguardo verso il cielo e non mi pare vero che questo bambino mi stia scuotendo tanto. Mi pare udir ancora quel rimprovero: Forse il fanciullo tace in voi, professore, perché voi avete troppo cipiglio, e voi non lo udite. Per ascoltarlo Deve fare a meno di tanti ghirigori, così facili a farsi, di tante bellurie, così piacevoli alla vista, di tante dorature, che danno tanta idea della propria ricchezza: e questa è rinunzia. Deve lasciar molto greggio e molto imperfetto. Oh! Come è necessaria l'imperfezione per essere perfetti!


    Socchiudo per quel che mi era sembrato un attimo gli occhi, mentre penso a quante volte mi sono perso in rigidi ragionamenti, ingabbiando il bambino che è in me. Sembra assurdo: più questo bambino interiore lo si isola, più assumiamo atteggiamenti immaturi. Più lo si ascolta, più si diventa adulti. E così ci perdiamo la poesia.


    Riapro gli occhi solo quando Leo comincia a strusciarsi contro la mia gamba destra. Ed è in quel momento che, ritornando presente a me stesso, mi accorgo che il fanciullo è scomparso. Non una parola, niente. Ha lasciato libero il povero Leo e, insieme a lui, ha liberato qualcosa o qualcuno dentro di me. Quel fanciullino che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l'ombra di fantasmi e il cielo di dei. Egli è quello che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione. 

 


Il racconto è frutto di fantasia ed è molto liberamente ispirato alla concezione de "Il Fanciullino" di Giovanni Pascoli


Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com