sabato 31 ottobre 2026

Sorella morte, ti aspetto.

  

      Io sto aspettando quel momento – te lo giuro – con ansia e trepidazione. Quel momento in cui finalmente conoscerò tutto di me: l’origine delle mie paure, la causa ultima dei miei fallimenti, il senso di quei cortocircuiti che vedo, ma non riesco ad impedire; come anche il senso dei miei stati di insoddisfazione e tristezza che tante volte percepisco come un peso insopportabile. Li vedrò, li conoscerò e finalmente me ne fregherò perché libero.

 

    Io sto aspettando quel momento, non è una frase di circostanza, ma il motivo più profondo di ogni battito del mio cuore. Quel momento in cui finalmente potrò conoscere gli altri senza precomprensioni, timori o proiezioni, perché potrò finalmente guardare alle fragilità degli uomini con la tenerezza che meritano, ai loro talenti e capacità con la stima che richiedono e agli errori con quella misericordia che è capace di sciogliere ogni forma di male subito. 

 

      Io sto aspettando quel momento; credimi se ti dico che ogni desiderio è piccolo rispetto a questo. Sarà quel momento in cui incrocerò gli occhi del mio Dio, contemplerò il mistero eterno e non farò più domande. Non già perché avrò capito tutto, ma perché tutto avrà davvero un senso. 

 

    Aspetto, infatti, quel momento non per nutrirmi dell’albero della conoscenza del bene e del male, ma per poter vivere ogni attimo fino in fondo, senza più quell’invisibile aguzzino che mi toglie il fiato con la paura di un paventato errore, con un’eventuale minaccia di sofferenza o morte o di un previsto fallimento. 

 

    Se tu mi chiedi ancora, amico mio, perché io aspetti così ansiosamente quel momento ti risponderei che quello per me è il paradiso, e in quanto tale è ciò che mi dà la possibilità di vivere il mio pellegrinaggio terreno senza scoraggiarmi. Infatti, aspettando quell’istante in cui entrerò nell’eternità, posso vedere che i passi dell’oggi di questa storia non sono senza meta, indefiniti e freddi, bensì un continuo accorciare le distanze tra me e la comunione eterna che chiamiamo appunto paradiso.




Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com





giovedì 22 ottobre 2026

Beato te ... e (forse) poveri noi.

     Devo ammettere che questa volta, guardando la scena di quel grosso crocifisso che ha schiacciato un mio confratello, la domanda me la sono fatta anche io: Perché? E perché così?  Tante volte ho detto convintamente (e lo sono ancora) che queste domande non servono in quanto non è sapere un motivo che ci restituisce pace dinanzi alla morte. 

    Eppure, questa volta anche io mi sono lasciato andare. Quando poi ho appreso il contenuto della sua ultima omelia ho avuto i brividi. Si può morire in ogni momento, aveva detto concludendo. E allora anche a me è venuto da dire: Perché, Dio mio? Oppure: è stato il diavolo che ha perso le staffe? Al caso e alla fatalità mi rifiuto di credere perché è il modo più sciocco per trovare una spiegazione del tutto illogica e non ragionevole. È più facile pensare, come probabilmente sarà stato, che il supporto vecchio si sia rotto. Ciò però non toglie che sarebbe bastato un minuto prima o uno dopo e il sacerdote non sarebbe morto. Gli sarebbe bastato allungare di qualche minuto la predica e … zac… salvo. Il crocifisso sarebbe rovinato sull’altare, una grande paura e via…

 

    Lo ammetto: sono andato a dormire con non poca amarezza che si è sedimentata nel cuore per qualche giorno. Poi martedì mattina, preparandomi alla celebrazione eucaristica con i ragazzi della comunità, ho letto le parole del Vangelo che la liturgia proponeva: Siate sempre pronti… Beato quel servo che il padrone tornando troverà sveglio (Cfr. Lc 12,35-55)

 

    E mi sono detto: chi è più sveglio di un sacerdote che ha appena finito di dire che bisogna pensare la realtà della morte perché ogni istante può essere l’ultimo? Dunque, questo confratello non è un poveretto, ma un beato? Generalmente – in fondo siamo figli di Aristotele – noi ci soffermiamo a pensare alle cause, ai perché: e allora è stato Dio, il caso, il diavolo? Se l’è meritato oppure no? Era una punizione?

 

    Ma le cause non dicono mai tutto. Ci sono anche le finalità. Questo sacerdote alla fine è beato perché il maestro l’ha trovato pronto. E non solo … infatti ciò che ha predicato l’ha vissuto, ha reso evidente quell’ultima parola pronunciata pochi istanti prima: in ogni momento. E se fino a lì quella predica era destinata alle persone presenti, in pochi istanti è diventato un messaggio universale. Come quello di Gesù. Aveva predicato a tante persone, ma con la Sua morte e Risurrezione è arrivato agli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi.

 

    In una comunità globale in cui alla morte non si pensa più, di cui non se ne può parlare più, mentre però continuiamo ad uccidere e ad ucciderci senza alcun ritegno, non è importante capire il perché di questa scena, ma cosa ha da dirci. 

 

    Non è una punizione. Non è una fatalità. È un grido profetico. Sarà che anche Dio si sarà rassegnato a parlare il linguaggio di questa generazione: quello delle immagini. E allora ci ha dato un’immagine forte che non a caso sta scuotendo tanti. Un’immagine che non ha un sapore apocalittico, ma quello di uno scossone: Svegliatevi … può accadere in ogni momento! 

 

    E non è una minaccia perché, da Gesù Cristo in poi, la morte non è più una catastrofe, ma ancora una volta un paterno invito a non sprecare la vita presente, sapendo che non è detto che ci sarà ancora un’altra occasione per rimediare ad un’esistenza sprecata.


   Mi viene da concludere questa riflessione citando quel Genio che rappresenta il professor Silente, personaggio epico del famoso racconto della storia di Harry Potter. Le parole che dice al giovane mago quando entrambi si trovano sulla soglia della morte, nel limbo, sono emblematiche: Harry, non avere pietà per i morti, ma per i vivi. Soprattutto per quelli che vivono senza amore. 



Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com





domenica 18 ottobre 2026

E se mi manca?

     Credo che sia esperienza comune sentire una mancanza. Certo. Non tutte le mancanze sono uguali. Ci sono le mancanze legate a bisogni fisiologici: la sete, la fame, il sonno. Ci sono mancanze legate a situazioni irreversibili: la morte, la distanza geografica, l’interruzione di un rapporto. Ci sono anche le mancanze causate dall’aver voluto possedere una relazione o altro. Ci sono poi anche le mancanze dettate dalle abitudini. Ovviamente ogni mancanza richiede un atteggiamento specifico.  

 

Da giovane seminarista, come da prete, sono stato sempre impressionato da un’espressione di uno dei salmi più famosi: Il signore è il mio pastore non manco di nulla (Salmo 23).

 

Da un lato questa espressione indica il fatto che il Signore Gesù conosce i nostri bisogni e sa prendersi realmente cura di noi, come un pastore con le sue pecore. D’altro canto, però l’esperienza concreta ci dice che la mancanza la si avverte anche stando con Gesù. Lui stesso, del resto, muore mentre gli manca tutto, finanche il Padre al quale domanda: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”

 

Il punto mi sembra che sia leggere questa frase dal nostro punto di vista, quello cioè di una generazione che ha rimosso la sensatezza dell’esperienza del dolore e della fatica. Quando sentiamo un dolore, una fatica, subito ci allarmiamo. Se ci pensate, biologicamente la fatica significa che qualcosa di buono sta accadendo e anche per alcuni dolori è così. Se vai in palestra e non senti fatica, finanche dolore (il giorno dopo), significa che qualcosa non sta funzionando. 

 

Ecco … non manco di nulla… significa forse saper rimanere nelle mancanze perché c’è qualcuno che ti sta guidando, non stai andando alla cieca. Puoi rimanere nella mancanza perché non stai andando a vuoto. 

 

Per una pecora mettersi in cammino dietro al proprio pastore significa abbandonare l’ovile, percorrere strade in cui non ci sarà niente da brucare, per arrivare, però, al pascolo; anzi con la certezza di arrivare al pascolo. Per questo – se potesse parlare – la pecora direbbe: non ho l’erba ora, ma so che il pastore mi sta conducendo dove ve ne sarà molta. 

 

E allora? Se mi manca un amico, una ragazza con cui ho interrotto, un’esperienza bella, ma passata? Se mi manca una cosa storta a cui mi ero abituato? Se le persone che amo hanno preso la loro strada e mi manca la loro quotidianità che faccio?

 

Gli istinti generalmente sono due: faticare per riconquistare quella persona o cosa (e ci sono situazioni in cui proprio non è possibile) oppure piangersi addosso. Nel più dei casi si passa da una all’altra indiscriminatamente. 

 

Ma forse c’è una terza via: starci dentro. Una mancanza intanto dice la capacità di amare. Stare in quel dolore significa riconoscere a se stessi che si è amato qualcuno, che si vuole bene, che non lo si è ingabbiato. Riconoscere all’altro che lui/lei è più importante del mio benessere. 

 

Lasciare andare una persona, accettando la sofferenza che potrebbe venire fuori, è un atto di amore immenso. Non per niente l’immagine per eccellenza di questa dimensione è quella del parto. 

 

Ma questo non basta. A volte il dolore, soprattutto quello emotivo, è più forte. Serve anche una prospettiva: accogliere queste mancanze, dire a sé stessi dei no, senza lasciarsi prendere dal rancore o dal giudizio, non lo si fa se non per un bene maggiore. Per questo dietro al Pastore Eterno, Gesù Cristo, non si manca di nulla perché Lui sa di cosa ha bisogno il nostro cuore e ci conduce a quel pascolo (il cielo) dove ogni mancanza sarà realmente colmata. In fondo questa vita è un po’ come il tragitto tra l’ovile e il pascolo. In mezzo ci stanno una serie di passi, di squilibri, di mancanze, di pericoli che hanno senso solo se si approda a qualcosa di decisamente migliore dell’ovile di partenza.

 

E allora se mi manca che faccio?

Continuo ad amare con dolcezza me stesso, per tutto l’amore che sono in grado di sentire; l’altro perché quel dolore mi ricorda l’affetto sincero; Dio perché quel dolore mi ricorda che sono in cammino verso qualcosa di più grande. 



Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com








mercoledì 30 settembre 2026

LA DIGNITÀ DI UN VOLTO CHE PIANGE

 

            Guardate questa foto. Questo volto. Si tratta di una donna evidentemente ammalata. Non si conosce il suo nome, la sua storia, la sua origine. Niente. Si sa solo che, durante l’ultimo viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Francia, lei era presente a Lourdes durante un incontro con ammalati, volontari e operatori sanitari.

 

            L’immagine che vedete risale al momento del discorso tenuto dal Papa. Poche parole, non mirabolanti, non ad effetto, semplici, ma dirette e non per il mondo, ma prima di tutto per quelle persone che aveva davanti a sé. Qui la fragilità non viene nascosta, ma diventa luogo di un incontro sacro. Esordisce così il Papa Americano nel cuore della Francia ormai definita scristianizzata. 

 

            Pian piano, parola dopo parola, arriva a denunciare la cattiva abitudine di distogliere lo sguardo dinanzi alla dignità della vita umana, anche quella segnata dal dolore. Parole che hanno fatto infuriare gli intellettuali, quelli detti sani, che, da dietro la scrivania (probabilmente come me in questo momento), hanno sempre una risposta a tutto. Come del resto si sono infuriati anche i cattoliconi che volevano che il Papa dicesse qualcosa in più, magari sull’aborto o su altre questioni delicate. 

 

            Ma Lui, Prevost, era lì per quelle persone che aveva davanti e loro, che della malattia non fanno una teoria, ma la sfida del quotidiano; quella sfida che scandisce le giornate a colpi di pillole, gocce, visite mediche; loro, che quella sfida la conoscono bene, hanno accolto le parole del Successore di Pietro senza filtri. 

 

            Mentre il Papa continua, come sempre accade in queste circostane, la regia offre una panoramica della gente presente, soffermandosi per alcuni istanti sui volti dei fratelli malati. Ed ecco che compare lei, proprio nel momento in cui il papa parla della vocazione al servizio della dignità umana, ribadendo la dignità di ogni ammalato. Ed ecco che questa donna comincia a piangere, dapprima solo singhiozzando, poi senza fermarsi. 

 

            È la dignità di un pianto che mi ha fatto ricordare le tante lacrime raccolte al letto dei miei più grandi maestri di vita: gli ammalati che ho potuto accompagnare al cielo negli anni da parroco. Quanta dignità. Quanta consapevolezza del dono della vita. Quanta intimità con Gesù, non come un Dio astratto a cui chiedere la Grazia, ma come un Amico da cui si è certi di essere sostenuti e incoraggiati. 

 

            Io non lo so. Sarà che sono sulla soglia dei 35 e dicono che a quest’età non si è più giovani, ma guardando questa donna mi sono commosso. E mi sono commosso soprattutto pensando che quel pianto possa significare qualcosa di questo genere: finalmente qualcuno che al posto di compatirci, ci ricorda che la nostra vita non è una malattia da curare, ma un’avventura da attraversare per arrivare al cielo; proprio come la vita di tutti!

 

            Proprio su questa intuizione il Beato Luigi Novarese aveva fondato la sua opera. Soleva ripetere sempre, infatti, che i malati non sono solo destinatari di cure e di evangelizzazione, ma, proprio perché stanno sul letto del dolore e sulla croce della sofferenza, sono primariamente protagonisti della vita e dell’evangelizzazione. Dal letto della malattia, infatti, le cose frivole si sciolgono come neve al sole e la vita appare in tutta la sua bellezza e in tutta la sua serietà. Così come la Speranza vera di un compimento nell’eternità. Forse, prima di parlare di malati e di malattia, questo dovremmo ricordarcelo, magari versando qualche lacrima. 




don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com





giovedì 24 settembre 2026

Eterni come il Bacio di Klimt


                 *Il testo è fantasioso e risente di interpretazioni personali dei vari testi di Emanuele Aloia. In neretto sono segnalati i testi citati e tal volta adeguati ai dialoghi.  


            È sempre così. Quando in città arriva una mostra non so trattenermi. Sono stato sempre preso in giro dai miei amici per questo. Loro a calcetto e io a contemplare Van Gogh, Klimt, Cezanne. Non ci posso fare niente. Per me andare a Museo è un’esperienza mistica. E la cosa che mi dispiace è che sono sempre più vuoti i musei, sempre più pieni sti social, il mondo che cade, tutto allo sfascio, cito Bernini e mi chiedono liscio o con ghiaccio. Questa volta, però, mai mi sarei aspettato un simile epilogo. 

 

            Pagato il biglietto, come sempre, acquisto l’audio guida per poi iniziare il mio percorso come un bambino che ha appena scartato il suo gelato preferito. Così mentre passo da un respiro all’altro, da una stanza all’altra, scrivo e penso che non siamo mai abbastanza, che non c’è nulla di certo. Questo perché l’arte ha il grande potere di relativizzarti. Ti senti sì, coinvolto nelle opere che contempli, ma poi scopri che c’è sempre un di più: un’altra possibile interpretazione, un’altra sfumatura di colore, altri sentimenti ed emozioni, altri pensieri. 

 

            Sono dinanzi all’ennesima rappresentazione quando mi sento chiamare. Emanuele … poi un sospiro che riconoscerei in mezzo ad una folla di camionisti che festeggiano il pensionamento, quindi di nuovo … Emanuele, dovevo aspettarmelo … Rimango silente per alcuni istanti, poi mi volto e niente … davanti a me Lei che chissà quante volte mi ha assecondato nelle visite ai musei più impensati. 

 

            La guardo. Senza nemmeno accorgermene ho gli occhi lucidi. Poi fisso il pavimento. Lei sorride, tenera. Ma che fai? Ancora? Taccio alcuni istanti poi mi riprendo. Sempre. Alcune cose non le controlli. E va bene così. Provo a sorridere, ma devo apparirle goffo. Questa tristezza è solo l’essenza di arte incompiuta che chiamiamo amore. Questi artisti ci hanno composto opere fantastiche con le loro pene d’amore.

 

È vero. Riprende lei. Che ne dici di questa mostra? Poi mi domanda guardandosi intorno forse per togliermi dall’imbarazzo. Lo sai per me l’arte è un rifugio. Mentre fisso un’opera è come far l’amore la prima volta, un mistero eterno come la Gioconda. Dietro si nasconde un mondo: pensieri, emozioni, paure, dubbi. E tu puoi immedesimarti e allo stesso tempo fonderti con l’autore mentre anneghi tra i potevi, dovevi, se fossi. 

 

Tacciamo entrambi e senza volerlo ci mettiamo ad osservare il famoso Urlo. Poi riprendo a parlare. L’arte ti dischiude passato, presente e futuro. Lei tace per brevi attimi. Poi mi domanda: e in questa cosa vedi? Io sorrido appena e scuoto la testa. Questa opera mi rimanda a te. Dentro ogni tuo silenzio sento l’urlo di Munch. Qui ci vedo la disperazione di un uomo che non sa dove andare, forse non sa nemmeno da dove viene. E un uomo si sente così davanti al silenzio di una donna che lo guarda e, senza dire una parola, dice tutto. Forse questo urlo dice un po’ il non senso dell’amore. 

 

Non schiodo gli occhi da quelle forme e colori che sembrano quasi rarefatti. È lei a riprendere a parlare: forse l'amore è quella cosa che non sempre ha senso e forse il senso è proprio non trovare il senso. Mi devo a questo punto mordicchiare un po’ il labbro per frenare le emozioni che vorrebbero palesarsi sul mio volto, confuse, proprio come i colori utilizzati da Munch. In effetti di te mi è sempre piaciuto il fatto che non ti capisco e forse ti ho capito solo adesso che ti ho perso. Ti ho incontrato un po’ per gioco un po’ per sbaglio, di te ho amato ogni difetto, ogni dettaglio. Ma forse sono stato stupido, maledetto Cupido, che lancia frecce a caso. Tu dai la colpa al fato, ma sei un dato di fatto.

 

Emanuele … riprende lei con una calma impressionante. Non darti pena. Siamo viandanti sul mare che cercano un senso all’amore, abbiamo fatto un pezzo di strada insieme e va bene così. Ascolto quelle parole mentre prendo passo e mi porto davanti ad un’altra opera, questa volta di Klimt. Tu lo sai, Giù. Sono sopravvissuto ad esplosioni, tante, non so nemmeno quante. Non ho mai finito di contarle, mi chiedo solo tra morire e sopravvivere quale sia il miracolo più grande. 

 

Morire, senza dubbio. Riprende come se conoscesse da sempre questa risposta. Anzi … saper morire. Chi non sa morire, non sa nemmeno vivere. Noi siamo solo in bilico sulla corda di un futuro incerto, scopriamo tutto passo dopo passo. Per cui alle volte è necessario saper morire nella vita degli altri e lasciare che gli altri muoiano nella nostra. Certo non si può negare … quanto pesa la malinconia! 

 

A questo punto mi verrebbe solo da chiederle che cosa sia venuta a fare, se vuole restare oppure andare via. Sapeva di trovarmi qui. Era nostro un rito quello di venire al Museo l’ultimo giorno di permanenza delle mostre. Ma niente, non mi escono le parole. Osservo questi due giovani rappresentati che si baciano; deve essere stato un bacio intenso, chissà se il primo o forse l’ultimo perché mi sembra che i due corpi si fondano componendone uno. 

 

Eppure sai qual è la cosa più bella, Emanuele? 

Cosa, Giù?

 

Adesso lei sospira di nuovo e si mette accanto a me, fissando intensamente l’opera che sto ormai contemplando da un tempo che a me deve esser sembrato infinito. Quando hai amato per davvero qualcuno – al di là di tutto – alla fine scopri che quella persona per te rimane eterna come il bacio di Klimt. 

 

Taccio. Niente da dire. Le afferro la mano e la stringo. Tanto so che in quella stretta c’è tutto e ci capiamo. E forse è proprio vero che l’opera d’arte più bella siamo noi. Il nostro provare ad amare, sfidando paure, dubbi, traumi, ferite. Possono cambiare le culture, i tempi, le religioni … ma rimarrà sempre qualcuno che proverà ad amare. Sarà per questo che quel Nazareno ha lasciato come comandamento l’amore; forse è per questo che il suo discepolo amato, in una delle sue lettere, ha scritto che Dio è amore. Ecco … solo l’amore è eterno. 




don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com
















 

sabato 12 settembre 2026

Amante o innamorato?

           Sono due parole che si oppongono a vicenda. L’amante è spesso inteso in senso dispregiativo, ovverosia colui che ama di nascosto la donna o l’uomo di un altro/a. L’innamorato è invece colui che ha perso la testa per qualcuno/a che percepisce come unica ragione della propria vita. A volte – nella mente comune – le due cose possono anche sovrapporsi.

 

Eppure, Amante – etimologicamente – significa colui che ama. Mentre innamorato indica piuttosto colui che sta entrando nell’amore, ma ancora ne è estraneo. Dunque, stando alle parole, l’amante è un passo oltre la soglia. L’innamorato è colui che vi si sta incamminando. 

 

Attraversare una soglia, ma quale? 

 

Nel Vangelo di Giovanni al capitolo 15 Gesù si esprime in modo paradossale proprio sull’esperienza dell’amore dicendo: Non c’è amore più grande che dare la vita per gli amici. 

 

In questa prospettiva la soglia sarebbe decidere di dare la vita. E allora la prospettiva si ribalta perché, mentre uno che si innamora sta cercando la vita da colui o colei che vede come oggetto della propria infatuazione, chi ama, invece, decide di donare la propria vita. 

 

Questa domanda, dunque, arriva come una spada di Damocle a torturare l’intimità di ciascuno di noi: Essere amanti oppure rimanere innamorati, come cioè coloro che non decidono di dare la loro vita senza mai attraversare definitivamente questa soglia?

 

Nel contesto attuale dove tutto rimane sotto le leggi del capitalismo che, come sostiene Eva Illouz, hanno inquinato anche l’ecologia dei sentimenti e dell’amore, spesso si assiste ad un perenne innamoramento, simile all’atteggiamento delle api che volano di fiore in fiore non per donare sé stesse, ma per ottenere qualcosa, producendo un bene – l’impollinazione – solo come effetto collaterale e non desiderato. 

 

In fondo si riduce tutto (un’amicizia, un matrimonio, l’essere genitore e finanche una professione) a questa domanda: dare o prendere la vita? Decidersi per una persona o per un progetto, legando ad esso la propria vita, sacrificandola, andando contro sé stessi e rimanendo fedeli a quella consacrazione, è ciò che alla fine condanna o eleva l’esistenza di una persona.

 

Non tanto, quindi, sentirsi bene è ciò che conterebbe per davvero, quanto più lo stare nel bene di quella vita donata e non più richiesta indietro. È questo dono, infatti, che dà senso alla vita di ciascuno di noi. Alla fine dei conti l’insoddisfazione, le paure, la sofferenza sono esperienze riservate ad ogni uomo ed ogni donna, ma chi affronta tutto ciò perché ha donato sé stesso in favore della vita altrui e, prima ancora, perché altri gli hanno donato la loro di vita, stanno al mondo con un orizzonte di senso capace di donare pace e forza anche nelle situazioni più dolorose.

 

Certo, rimane sempre la possibilità di amare la persona sbagliata, il progetto sbagliato, ma il punto che qualifica la vita di una persona è se essa sia o no capace di uscire da sé stessa. Vengono alla mente le parole di Gesù che troviamo nel capitolo 16 del vangelo di Matteo: chi vuol venire dietro a me prenda la sua croce, rinneghi sé stesso e mi segua.

 

Cristo che è l’amore fatto persona, e per questo si presenta all’uomo di ogni tempo quale maestro, chiede di rinnegare sé stessi. Ecco la decisione che fa attraversare quella sottile soglia che determina l’essere o no amanti, piuttosto che eterni adolescenti innamorati. 


Quanto sia difficile fare questo passo per noi che oggi abbiamo idolatrato lo stare bene a tutti i costi e abbiamo etichettato il dolore e la sofferenza come una condizione da evitare assolutamente, lo sanno bene i tanti bambini nati da eterni innamorati che con la stessa passione con cui si sono illusi di amare, si sono abbandonati; lo sanno bene le tante comunità parrocchiali, i dipendenti, i cittadini che hanno avuto a che fare con uomini che, innamorati degli ideali, hanno pensato di realizzare sé stessi, prendendo la vita da quelle realtà che avrebbero, invece, dovuto servire.

 

Amanti o innamorati? Non è una domanda filosofica, ma forse è la domanda che ci varrà fatta alla fine del nostro pellegrinaggio terreno. Mi piace pensare che non ci verrà chiesto se abbiamo sbagliato o no, ma se abbiamo provato a donarci definitivamente. 



Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com








giovedì 27 agosto 2026

Un compleanno, compiere un anno, un tempo ... una vita!


 Cari fratelli e sorelle, 

 

 

            Siamo nel secondo giorno del triduo di preparazione alla festa del nostro caro San Francesco di Paola. Il Vangelo che abbiamo appena ascoltato, sulla scorta di questi giorni, continua ad andare su un punto: la coerenza tra ciò che mostriamo agli altri e ciò che abbiamo nel cuore. 

 

            Si può passare una vita intera a recitare l’amore e la felicità. E le vie sono diverse. Una è quella che Gesù sta denunciando: dentro il marciume e fuori una bella immagine. Preoccuparsi solo dell’immagine, cercando di nascondere la polvere sotto il tappeto. 

 

Questa è una via praticata, ma non è la più praticata. Ce n’è una seconda. Che è quella secondo la quale una persona sa di avere marciume, sa che ciò che si vede non corrisponde a ciò che ha nel cuore per cui si sforzadi modificare il proprio cuore con propositi, impegni, fioretti, penitenze. È quello che in fondo facevano i farisei: quante regole rispettavano cercando di coprire così il male che avevano nel cuore! Sembrerebbe che questa sia la strada percorsa da Francesco di Paola, maestro di penitenza che addirittura sceglie di vivere tutta la vita in uno stile quaresimale. Ma una vita così è una tortura, una tristezza, uno sforzo anche inutile … perché alla fine l’esperienza ci dice cosa? Che non riusciamo a migliorare molto del nostro cuore. 

 

Ecco allora c’è una terza via. A badare bene Gesù non sta dicendo ai farisei di impegnarsi perché il loro cuore somigli alla immagine che danno di sé stessi. Non gli sta dicendo: siete belli fuori, ma guarda che cuore, aggiustate il cuore e così andrà meglio. In realtà sta dicendo che le due parti non coincidono. C’è una parte che dice una cosa, e una parte che dice un’altra. C’è una frattura dentro che in qualche modo noi non abbiamo potere di sanare. 

 

Oggi sarebbe il compleanno di mio papà, per il quale celebro  questa eucarestia. Compleanno significa letteralmente compiere un anno. Mi sono domandato: che significa compiere un anno, compiere un tempo, una vita compiuta. Gesù morendo sulla croce, ci dice il Vangelo di Giovanni, grida è compiuto, come appunto se avesse realizzato tutto. 

 

Pensiamo un po’ … quando una penna è compiuta? Quando ha realizzato tutto ciò per cui serviva, quando si è consumata scrivendo. Se tu vedi una penna, la prendi, vai per scrivere e la trovi senza punta, beh questa è una penna incompiuta perché l’esterno non corrisponde all’interno. Sarebbe come quelle sigarette di carnevale che sembrano perfette, ma poi dentro non c’è tabacco. Ricordo che una volta rubai una sigaretta a papà e, pensando funzionasse come quelle di carnevale, una volta accesa al posto di tirare, soffiai … il risultato fu che mi stavo per affogare nel tentativo di far uscire il fumo dalla mia bocca. Tant’è …

 

Ecco … Gesù non viene a chiederci coerenza, forza, cambiamento… non siamo capaci. Gesù è compiuto perché doveva mostrarci l’amore che il Padre ha per noi ed ha amato fino alla morte. Esterno ed interno sono unificati. E allora? Ecco … Gesù viene a chiederci di far corrispondere la nostra immagine al nostro cuore, viene a chiederci di non recitare… che sei tu? Un uomo… una creatura … non sei Dio, non sei perfetto, non sei un angelo … e allora? Smettila di recitare. Abbi il coraggio di vivere secondo quello che c’è nel tuo cuore. E se c’è fragilità, se c’è povertà, se c’è paura … vivi questo. Riconoscilo. Quanto è liberante dire: ho sbagliato, non riesco … perdonami, ci ho provato, ma proprio non ci riesco. Aiutami. Sarebbe propriamente il senso del sacramento della Riconciliazione che ci fa così tanto terrore perché in fondo non lo capiamo veramente.

 

E uno dice … eh la fai facile. Magari ci abbiamo pure provato un giorno a buttare via la maschera e ad essere noi stessi. E però quante sberle hai preso? Ti hanno accolto davvero? Uhm … ecco … Da dove parte la possibilità di smettere di vivere una recita? Chi te lo da questo coraggio? Chi ha dato a Francesco di Paola questo coraggio, questa fermezza tale che sia fosse davanti ad un re o un contadino, parlava allo stesso modo. Usava tanta carità quanto delicatezza ad un re come ad un contadino e diceva la verità con la stessa fermezza che usava ad un re come ad un contadino. 

 

Francesco di Paola aveva incontrato tutto l’amore che Dio ha per ciascuno di noi. È quando ti senti amato per quello che sei che finisce la recita. Quando qualcuno ti dà il diritto di essere quello che sei che comincia la gratitudine e chi sta nella gratitudine sta anche nella verità. Infatti, Francesco, come tutti i santi, stanno davanti a Dio sapendo di essere poca cosa, ma amati alla follia. É questo amore  cheti fa essere libero. Cosa ci mostra il Signore su questa croce? Quanto sei amato. È commovente. Tu ti torturi con sforzi, fatiche, sensi di colpa e lui ti ama. Tu pensi a mostrarti giusto davanti a Dio per guadagnarti il paradiso, essere coerente e cose di questo genere … e lui vuole solo amarti. 

 

C’è una cosa di mio papà che più passa il tempo e più capisco. E dire che una volta litigando gliela rinfacciavo e lui mi rispose dicendo: poi lo capirai. Papà aveva una forte attitudine a lasciare trasparire quello che si portava dentro. Insomma, non sapeva recitare. Anche davanti ad errori grossolani, non cercava di nasconderli o nascondersi. Questo a volte comportava che venivano fuori lati di lui anche molto brutti, ma non dissimulava. Infatti, poi sapeva chiedere anche scusa. Credo che questo sia stato anche l’origine della sua profonda conversione … non recitava davanti agli altri e soprattutto davanti a Dio.

 

E questa cosa era diventata così forte da quando aveva approfondito la sua intimità con Dio, mediata anche dalla forte devozione a san Francesco. Alla fine –  l’ho già raccontato – arrivò a dire questa cosa: se il Padre ha sacrificato suo Figlio per noi, è difficile perdere il cielo. Che tradotto significa: non c’è bisogno di recitare l’amore, ci ha già salvati. 

 

Ecco … compiere un anno… compiere un tempo … compiere la vita. Quando sei davanti a Gesù Cristo, se veramente ci stai con tutta la tua persona, il tuo cuore povero e la tua immagine diventano una cosa sola e allora smetti di voler essere duro e puro perché entra in te la tenerezza, la pazienza, l’umiltà … e questo inizia ad apparire anche fuori. E si diventa persone con cui è piacevole parlare, passare il tempo. É molto bello stare con gli umili che non giocano ad essere duri, primi, forti. È molto pesante passare pochi istanti con chi vuole dare di sé un’immagine invincibile e impeccabile.

 

Ecco … Chi pensa ancora alla messa, la preghiera, la confessione come un dovere forse ancora non ha capito molto. La preghiera è un bisogno. Abbiamo bisogno di tempo davanti a Dio per imparare a vivere tutto alla sua presenza … abbiamo bisogno di avere spazi dove non recitiamo. Davanti a lui siamo quello che quello che siamo e ci possiamo prendere tutto l’amore che Lui è per noi. Infatti ogni celebrazione perché comincia con l’atto penitenziale? Perché mentre fuori agli altri devi mostrarti forte, arrivi in Chiesa, davanti a Dio e finalmente puoi stare come sei, ti puoi rilassare … e che succede? Non vieni punito o cacciato via, anzi fra poco sentiremo che Gesù dirà nuovamente per ciascuno di noi: questo è il mio corpo che è dato per voi.  E allora potremo uscire da questa Chiesa e andare in pace. Perché se hai fatto esperienza di questo amore hai trovato la pace. 

 

            Oggi è il compleanno più bello di mio papà. Definitivamente esterno ed interno sono per lui realizzati. E per lui si sono compiute anche le parole del salmo che abbiamo appena pregato:


Beato chi teme il Signore

e cammina nelle sue vie.

Della fatica delle tue mani ti nutrirai

sarai felice e avrai ogni bene.


          È per questo che se anche oggi mi manca prenderlo in giro mentre spegne le candeline, non sono triste, anzi sono felice perché so che non è semplicemente morto, ma compiuto. E allo stesso tempo, come San Paolo nella prima lettura racconta il suo esempio, chiedendo di imitarlo, guardo a lui, a Francesco di Paola e a tutti gli altri santi come un esempio, come una traccia da seguire e penso che la mia vita, la vita di ciascuno di noi sia un graduale cammino di compimento. Questo pensiero davvero può dare tanta pace davanti a Dio e davanti ai nostri fratelli. Amen.



Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com