Era una sera come un’altra. In quell’ora in cui il sole bacia la cima delle montagne o piuttosto l’orizzonte in mezzo al mare; quel momento in cui i colori variano velocemente e distendono i pensieri. Quel giorno avevo proprio voglia di uscire nel giardino per fumare un sigaro e cercare qualche attimo di tranquillità al termine di una giornata, come tante, piuttosto frenetica e piena di lavoro. Ad occhi socchiusi, varcata la porta esterna che dà nell’ampio giardino del seminario, iniziavo così a godere del leggero vento di inizio estate. D’un tratto una voce: non è stupenda, vero?
Immediatamente spalanco gli occhi e mi guardo intorno con un po’ di apprensione. Dovrei essere solo – penso tra me e me. E, invece, non faccio in tempo a realizzare chi sia ad aver proferito parola che, in fondo al giardino, appoggiato alla ringhiera, con il naso all’insù, scorgo una figura che nulla ha di familiare. Rimango fermo. Intimorito da quella presenza, ma stranamente rassicurato da quella domanda pronunciata con voce calda e rilassata. Cosa? Riesco solo a domandare. Di profilo mi sembra che quella persona – a me ancora ignota – sorrida, quasi un ghigno. La sera. Una pausa. Poi riprende. Non è stupenda?
Mi verrebbe da chiedere chi sia e cosa ci faccia in una proprietà privata, ma la sua domanda mi prende in contropiede. Alzo per un momento gli occhi al cielo, mentre comincio a razionalizzare che il mio momento di quiete è sfumato, e in effetti il cuore improvvisamente pare allargarsi nel petto. Sì. Ammetto laconicamente. È il momento della giornata più bello.
Al mio dire quella persona ebbe un guizzo. Schiena dritta improvvisamente, senza ancora voltarsi. Io rimango ad una distanza di sicurezza. Esattamente! Esattamente! Ripete quasi entusiasta. L’unica cosa che riesco a capire è che si tratti di un uomo che, come me, non deve avere un buon rapporto con il pettine. Tant’è … Ma secondo te perché? Mi domanda con gli occhi fissi al cielo, mentre l’arancione comincia ad infuocare il cielo. Inspiro profondamente prima di rispondere – manco fossi all’esame di cristologia o di escatologia - poi mi faccio coraggio: Forse… forse … è perché alla fine della giornata, comunque sia andata, sentiamo di poter attraccare il nostro peregrinare in attesa di riprendere il passo il giorno dopo e ci sentiamo un po’ a casa. Termino di parlare e ho l’impressione di aver detto una cosa tanto banale quanto profonda, ma il suo silenzio mi inquieta, mi mette a disagio.
Lui tace ancora, poggia entrambe le mani sul parapetto della ringhiera, inspira profondamente lasciandosi andare e, come se stesse suonando una melodia, riprende a parlare: O forse è perché tu sei l’imago della fatal quiete a noi sì cara vieni, o sera?
Non so più se sta parlando con me, con sé stesso, con la sera. Se si aspetti una risposta oppure no. Ma quella domanda in un solo istante diventa mia. Quante volte in periodi di stanchezza, di incomprensione, di frustrazione, ma anche nei momenti felici e più soddisfacenti, sono arrivato alla sera con questo sospiro che mi serrava la gola: ma è possibile che la nostra vita sia solo un agitarsi, come i rami mossi da un vento invernale?
I miei pensieri a questo punto vengono infranti dalla sua voce che torna quasi a salmodiare: Vagar mi fai co’ miei pensier sull’orme che vanno al nulla eterno. Ascolto e taccio. Adesso avverto un po’ di nervosismo e senza che me ne accorgo comincio a torturare quel povero sigaro prigioniero in mezzo alle dita della mia mano destra. Un nulla eterno?Protesto tra me e me, ma non mi avvedo di aver espresso quella domanda ad alta voce. Finalmente si volta. Due occhi azzurri come il cielo che, però nel frattempo, sta diventando buio, mentre le prime stelle cominciano a fare il loro ingresso in scena. Mi fissa. Indurisce i lineamenti del volto, poi mi sorride e riprende: C’è qualcosa di eterno che per noi è come il nulla, tutto sembra ingoiare e masticare, ma in realtà è il nostro approdo ultimo che la sera – come una missione profetica – ogni giorno viene a ricordarci. Ho dei brividi. Mi viene difficile pensare all’eterno come qualcosa di avvicinabile al nulla. Però è anche vero che il salmista dice: Ecco, tu hai ridotto i miei giorni alla lunghezza di un palmo, e la durata della mia vita è come niente davanti a te; sí, ogni uomo nel suo stato migliore non è che vapore (salmo 39).
Ancora un rumoroso sospiro, poi questa figura che non riesco ad associare ad alcun nome, si volta, rivolge lo sguardo nuovamente al cielo e pronuncia un’ultima frase: E mentre io guardo la tua pace, dorme quello spirto guerrier ch’entro mi rugge. Questa è davvero bella. Improvvisamente gli occhi miei si puntano anche sul cielo stellato che adesso si è disteso in tutta la sua bellezza, adombrando la struttura antica del seminario. Proprio bella questa. Ripeto tra me e me. Mi sembra un po’ quello che provo quando, a fine della giornata, tra un salmo ed un altro, poggio lo sguardo sul tabernacolo e lì tutto quello che mi si agita dentro tace e allora sorge la pace. Una pace che sembra un nulla, ma ha il sapore dell’eterno. Quell’eterno che può giustificare l’agitarsi del giorno trascorso e di quello che verrà. Un lampo mi trafigge la testa: allora la morte non è una tragedia, ma varcare la soglia dell’eternità; così come la notte non è la fine del giorno trascorso, ma la soglia di quello che sta giungendo.
Avrei voluto dirlo al misterioso personaggio, ma è scomparso. Niente. Di Lui nessuna traccia. Anzi una. Un libro, poggiato sulla ringhiera. Mi avvicino, lo guardo e leggo: Poesie di Ugo Foscolo. Apro la copertina e trovo il primo componimento: Alla sera.
Il racconto è frutto di fantasia ed è ispirato al componimento poetico di Ugo Foscolo "Alla Sera" di cui qui di seguito si riporta il testo:
Forse perché della fatal quïete
Tu sei l’immago a me sì cara, vieni,
O Sera! E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zeffiri sereni,
E quando dal nevoso aere inquiete
Tenebre, e lunghe, all’universo meni,
Sempre scendi invocata, e le secrete
Vie del mio cor soavemente tieni.
Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
Che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
Questo reo tempo, e van con lui le torme
Delle cure, onde meco egli si strugge;
E mentre io guardo la tua pace, dorme
Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.
Don giuseppe Fazio
gfazio92@gmail.com





