Leo! Leooo! Leooo!
È sempre la solita storia. Il gatto va in giro, si diverte, spassa e ripassa e, alla sera, quando è ora di rientrare, si fa attendere. Soprattutto in questo periodo primaverile in cui la natura fa il suo mestiere a cui lui, in modo fiero e compiaciuto, non si sottrae.
E allora avanti a chiamarlo, nella speranza che possa capire che è ora della cena. Quando ode schizza come un razzo, mentre si fa annunciare da un miagolio acuto. Stasera invece silenzio, almeno per alcuni istanti. Poi un verso infastidito da dietro il cancello. No, un’altra volta – penso – Starà affrontando l’ennesima singolar tenzone per guadagnarsi qualche micettina compiacente. E invece … sorpresa! Era finito preda dell’abbraccio stritolatore di un bambino. Poteva avere sì e no 7 anni. Incredibile a dirsi non l’aveva graffiato. Di solito si innervosisce per molto meno. Meglio così. Affretto comunque il passo. Non si sa mai.
Ciao, bimbo. Non si fa così con i gatti. Potrebbero innervosirsi e farti male. Leo improvvisamente si calma e mi guarda, deve avermi riconosciuto quale suo salvatore, tipo Batman che interviene quando tutto sembra oramai perduto.
Il bambino, invece, mi fissa. Mi scruta da testa a piedi come solo un bambino sa fare. E poi mi incalza: che vuoi? Chi sei tu? Il tono è duro ed infastidito. Guarda tu questo che carattere! Sono il padrone del gatto. Si chiama Leo. Gli sorrido gentile, mentre un moto interiore vorrebbe dargli una sonora sberla. O quantomeno rimproverarlo per il suo modo arrogante di rispondere. Ma lasciamo stare: la carità, la pazienza e bla bla bla … e poi di sti tempi un prete che dà una sberla ad un bambino è un attimo che finisce con una denuncia per pedofilia.
Il gatto, come tutti gli esseri viventi, non si trattano così. Lascialo libero e, se si fa accarezzare, lo accarezzi. Il bambino adesso mi guarda mentre sembra soppesare seriamente le mie parole. Il gatto invece tenta in tutti i modi di arrampicarsi sulle sue spalle per sfuggirgli, ma nulla di fatto. Il bambino l’ha afferrato dal collo e lo stringe. Eh ma se poi scappa? Sospiro benevolmente. Se scappa poi vorrà dire che non voleva le carezze e bisogna rispettarlo.
Rimane in silenzio. Abbassa lo sguardo. Voi grandi parlate sempre di rispetto e poi fate come volete. Parlate di libertà e però quando volete una cosa ve la prendete e se non riuscite a prenderla vi agitate, vi arrabbiate, vi innervosite. Mio papà, per esempio, voleva un’altra donna, si è arrabbiato con mamma e se n’è andato di casa.
Spiazzato. Anche il gatto si è arrestato improvvisamente. Mi dispiace. Sì, è vero a volte capita così. Non a tutti però. Rispondo in maniera impacciata. Per fortuna il gatto che deve aver notato la tristezza del bambino comincia a fargli le fusa sì da farlo sorridere per un attimo.
Voi fate gli adulti, ma siete bambini. Noi siamo bambini e ci costringete a diventare adulti. Incalza mentre con la manina ora accarezza il musetto del gatto. Non so da dove arrivasse, ma mi stava inchiodando, frase dopo frase. Alla fine aggiunge: E così perdete la poesia.
Vagamente mi tornano in mente alcune righe: È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Alzo per un momento lo sguardo verso il cielo e non mi pare vero che questo bambino mi stia scuotendo tanto. Mi pare udir ancora quel rimprovero: Forse il fanciullo tace in voi, professore, perché voi avete troppo cipiglio, e voi non lo udite. Per ascoltarlo Deve fare a meno di tanti ghirigori, così facili a farsi, di tante bellurie, così piacevoli alla vista, di tante dorature, che danno tanta idea della propria ricchezza: e questa è rinunzia. Deve lasciar molto greggio e molto imperfetto. Oh! Come è necessaria l'imperfezione per essere perfetti!
Socchiudo per quel che mi era sembrato un attimo gli occhi, mentre penso a quante volte mi sono perso in rigidi ragionamenti, ingabbiando il bambino che è in me. Sembra assurdo: più questo bambino interiore lo si isola, più assumiamo atteggiamenti immaturi. Più lo si ascolta, più si diventa adulti. E così ci perdiamo la poesia.
Riapro gli occhi solo quando Leo comincia a strusciarsi contro la mia gamba destra. Ed è in quel momento che, ritornando presente a me stesso, mi accorgo che il fanciullo è scomparso. Non una parola, niente. Ha lasciato libero il povero Leo e, insieme a lui, ha liberato qualcosa o qualcuno dentro di me. Quel fanciullino che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l'ombra di fantasmi e il cielo di dei. Egli è quello che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione.
Il racconto è frutto di fantasia ed è molto liberamente ispirato alla concezione de "Il Fanciullino" di Giovanni Pascoli
Don Giuseppe Fazio
gfazio92@gmail.com




