domenica 5 luglio 2026

Ma perché se voglio essere felice, finisco per sentirmi triste?

La domanda non è sciocca affatto. E almeno una volta nella vita ce la siamo posti tutti quanti. Soprattutto quando, dopo una serie di sforzi e progetti, ci siamo ritrovati con un pugno di mosche in mano e più soli di prima. 

Questo può accadere per una relazione di amicizia, di fidanzamento o matrimonio, per il lavoro, per una passione, per un progetto pastorale. Diventa addirittura drammatico quando dagli altri ci sentiamo apprezzati, ma dentro sentiamo crescere un vuoto esorbitante.


 E così parte – per citare ancora una volta il cantante del momento – il ballo delle incertezze: paure, sensi di colpa, accuse, rammarichi, rimpianti. Il punto è che tutto questo vortice di emozioni finisce ulteriormente per confondere le idee per cui il rischio di imboccare un’altra strada affettiva, esistenziale o lavorativa, che alla fine moltiplicherà la frustrazione è davvero molto alto. Il risultato altamente prevedibile è una vita all’insegna della stanchezza e del risentimento. 


 Ecco … ma perché questo? Generalmente sono due le attitudini che ci fanno risucchiare da questo vortice.


1.       La prima ha a che fare con l’incapacità di lasciare andare ciò che non è per noi. È un po’ come quando eravamo bambini e volevamo a tutti i costi il giocattolo di un compagnetto. La mamma ce lo portava via restituendolo al legittimo proprietario e noi iniziavamo una serie di sforzi, di brontolii, di guerre per raggiungere qualcosa che alla fine ci sarebbe stato ugualmente negato. La scena finale era quasi sempre la stessa: rintanati nella nostra stanzetta e rannicchiati sul lettino a pensare che il mondo fosse cattivo e che nessuno ci volesse davvero bene.

 

2.       La seconda riguarda, invece, l’incapacità di prendere ciò che ci viene offerto. L’arte cioè di accogliere il pane quotidiano, imparando a stare al ritmo della vita senza imporre su di esso la nostra volontà, il nostro ego, le nostre passioni. Saper godere di ciò che sorella Provvidenza offre, accogliendo le persone che si hanno davanti, le situazioni, e finanche le emozioni e i sentimenti, senza rifugiarsi in un’ideale che alla fine diventa una vera e propria evasione.


Queste due marce non sono per i rassegnati che, pur di non affrontare le difficoltà, rinunciano a realizzare i propri sogni, bensì costituiscono il fondamento dell’arte di andare a bersaglio nella vita. Chi, infatti, non sa lasciare andare ciò che non gli riguarda, e non sa accogliere quello che c’è, non può avere continuità nella vita. Viene, infatti, sempre distratto da altro, e penserà che la sua esistenza sia peggiore di quella degli altri e, a causa di questa discontinuità, non andrà mai fino in fondo in nessuno degli obbiettivi che si era posto.


Proprio nel Vangelo proclamato oggi nella XIV Domenica del Tempo ordinario troviamo la risposta di Gesù alla domanda posta in apertura: Imparate da me che sono mite e umile di cuore. Ma perché Gesù, dovendo descrivere il suo cuore, usa questi due aggettivi? Sostanzialmente perché il mite è colui che si lascia togliere ciò che non è essenziale; Gesù, infatti, pur di non perdere i suoi e il rapporto con il Padre, si lascerà togliere tutto quanto, finanche i vestiti. L’umiltà, invece, è propriamente la capacità di accogliere quel che viene offerto. Proprio come la terra (humus) che riceve e fa fruttare ciò che viene su di essa seminato. E anche Gesù sarà così: accoglierà e trasformerà tutti coloro che a lui si avvicineranno. 


 Ed è curioso che a queste due parole il Signore aggiunge questa promessa: troverete ristoro per la vostra anima. Il ristoro, la pace, il riposo, la gioia … sono la conseguenza di un cuore che ha imparato a lasciare andare e ad accogliere, senza inerpicarsi in guerre stupide, in rivendicazioni ossessive, in discussioni infantili dove tutto deve essere analizzato, spiegato e compreso. Ci voleva un Dio per aiutarci ad uscire da questo delirio infantile di onnipotenza che porta a distruggere nazioni, comunità parrocchiali, famiglie e relazioni di ogni genere. E così il grido che arriva da quel nazareno non pesa come una condanna per falliti o come un dito puntato contro, ma proviene dal cuore di un Dio che vede tutta la tristezza dell’uomo e la prende su di sé per offrirgli una via di uscita:

 

Imparare da me che sono mite e umile di cuore.

 

 

   


                            



venerdì 3 luglio 2026

Vasco al confessionale ...

 Il testo è fantasioso e risente di interpretazioni personali dei vari testi, ma anche di alcune interviste rilasciate da Vasco. Per cui – soprattutto ai fans sfegatati – chiedo un po’ di misericordia e anche la clemenza di leggere con un occhio curioso e leggero. Vasco dice di fare il provocatore delle coscienze, in questo mi rivedo anche io. E questo testo, come altri, vuole essere una provocazione. Le parole in neretto sono evidentemente citazioni di titoli o testi delle canzoni di Vasco. Il resto è puramente inventato.

 

            Erano già due ore che ero seduto in confessionale. Non c’era stata tanta gente quella mattina. Era una giornata uggiosa, di quelle che si preferisce stare a casa a fare faccende o a leggere un buon libro. A breve me ne sarei andato, quando ad un certo punto sentii la porta dall’altro lato aprirsi. 

 

            Si può? Mi venne da sorridere. Non deve essere una persona abituata alla confessione. Prego si accomodi che facciamo il caffè. Risposi sarcasticamente. Dall’altro lato mi sembrò di udire l’accenno di una risata, ma la grata mi impedì di averne certezza. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. AmenPrego. L’ascolto. Cominciò così la confessione predisponendomi a raccogliere l’anima di quel fratello. 

 

            Vede Padre… un sospiro. È da tanto. Non sono uno pratico. Sorrido. Persi la mia fede – semmai l’avevo – a quindici anni in un convento gestito da religiosi. Però oggi sento l’esigenza di aprire il mio cuore. Ho sempre cercato una vita spericolatasenza limiti, senza che qualcuno potesse decidere per meMi sembrava giusto distinguermi da quella generazione di borghesi che davanti mostravano un’apparenza e alle spalle, di nascosto, vivevano le loro passioni. Fuori bello, dentro un macelloIo invece volevo una vita vissuta fino in fondo. Anche se ho sempre saputo che non si può spingere solo l’acceleratore. Quell’introduzione mi face subito capire che non si sarebbe trattata di una confessione leggera. Preferii allora non interrompere quel buon uomo che sembrava avesse una voce forte, ma anche consumata dal tempo, forse dal fumo, dall’alcol o chissà cos’altro.

 

            E allora ho corso … nella mia vita sono andato al massimo con la curiosità di vedere come andasse a finire. Il successo non mi è mancato, nemmeno le donne e l’affetto di tanta gente. Ho anche creduto nell’amore, ma spesso mi sembrava poi di essere soli al mondo. Condividere la vita con altri … A questo punto sento un sospiro pesante, immagino forse stia per commuoversi … non è facile, padre, e non è facile neppure condividere la vita con me … non lo è stato mai anche per me. Poi rimase qualche istante in silenzio. 

 

            Sa, Padre, me la sono presa anche con Dio. Nella vita ho provato il dolore, ho visto persone andare via. Ho gridato a lui per una vita che non capivo … ho chiesto in giro di portarmi DioA lui ho chiesto il senso di questa vita perché io non riuscivo a trovarlo. Una vita in cui i buoni vogliono distinguersi dai cattivi e si fanno guerra, manco fosse la fine del mondo! E in tutto ciò io non ci vedo niente di sensato. E affrontare la vita, senza un senso, sapendo che domani arriverà lo stesso, mi creda, padre, è difficile!

 

            Lui si bloccò, io mi persi nei miei pensieri. In effetti l’unico autorizzato a distinguere pecore da capri è un Altro. Uno che sa dare senso ai giorni, ai momenti, alle paure ed anche agli sbagli perché ama tutto senza condizioni. Attendere anche un solo giorno senza la prospettiva di questo amore deve essere davvero lancinante. Mi venne da sorridere in quel momento  – menomale che non poteva vedermi – perché penso a quanto sia stato fortunato ad essere stato deragliato dalla presenza di quel nazareno. L’incidente più bello della mia vita.

 

            Dentro – riprese a parlare ora come se stesse cambiando registro – però ho sempre avvertito una grande voglia di vivere pensando che domani potesse andare sempre meglio. Questa speranza non mi ha mai abbandonato. C’era dentro di me il desiderio di un amore più puro, che non fosse una notte e basta, ma una relazione bella, alta, limpida come nelle favole. E così ero sempre più diviso: vivevo e mi sembrava che mi stessero rubando il tempo e sono rimasto alla fine senza parole.

 

            E ora Padre, ora che sono vecchio, ho capito che c’era un XI comandamento che è scritto in ogni pagina della Bibbia e che sintetizza tutti gli altri: bisogna arrendersi. Non si può vivere comandando la vita, creandosi le proprie verità. La verità è una e arriva quando vuole. E quando arriva questa verità bisogna essere pronti a sposarla. 

 

            Adesso che però ho solo nostalgia capisco cos’ho rischiato di buttare via mi viene da dire – se un Dio esiste – perdonami se non ho più la fede in te. Ti faccio presente che è stato difficile vivere senza di te. 

 

            Lui terminò di parlare. E io sentii un lieve singhiozzo. Sorrisi ancora e mi presi qualche istante prima di tornare a parlare. 

 

            Vedi. Quel Dio di cui tu parli, se esiste, è stato da sempre dentro di te. È quel senso di insoddisfazione che ti ha accompagnato, quel desiderio di verità che ti ha tormentato, quel senso che ti sfuggiva continuamente. Ora … se non ti ha mai abbandonato mentre tu lo condannavi, vuoi che ti abbandoni adesso che ti sei arreso? Adesso, forse, è solo giunto il momento di ascoltarlo.  

 

Rimanemmo in silenzio qualche istante perché quella domanda scavi il suo e anche il mio cuore. Troppe volte non mi arrendo alla realtà, la voglio comandare, costruire, demolire, guidare, ricostruire. Troppe volte anche io vado al massimo e poi mi trovo ad aver corso in vano, perdendo il senso di tutto.

 

È vero non è facile pensare di cambiare le abitudini di tutta una stagione di una vita che è passata come un lampo e che fila via dritta verso la stazione … ma a questo Dio che è un Padre non interessa semplicemente il frutto delle nostre azioni o parole, altrimenti sarebbe solo un datore di lavoro, ma il cammino del nostro cuore. 

 

Non sentii di dover aggiungere altro. Mi limitai a recitare la formula di assoluzione mentre pensavo a quella donna che anche aveva vissuto al massimo, facendo i suoi errori.  A lei il Signore non chiese niente semplicemente le riconsegnò la consapevolezza di un amore immenso con delle semplici parole: nessuno ti ha condannato, neppure io. 




Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com








sabato 27 giugno 2026

Ultimo, Vasco, Giolier: i profeti di questo tempo, ma con un problema.

            

            Il prossimo quattro luglio a Roma ci sarà il concerto di Ultimo. Impressionante è vedere come il caldo terribile, anzi mortale, non abbia scoraggiato gruppi di fans ad occupare il suolo su cui si svolgerà l’evento da diversi giorni prima, costringendoli per questo a sacrifici estremi. Medesima cosa è successa per il concerto di Vasco a Bari. E lo stesso per concerti di Giolier ed altri cantanti del momento. 

 

            Da teologo, ma prima ancora da prete e da uomo, mi pongo seriamente questa domanda: com’è possibile che folle di giovani si muovano per ascoltare un cantante e che per farlo siano disposti a sacrifici assurdi tali da  arrivare a pagare un biglietto per cifre esorbitanti? Sono sempre quei giovani che vengono definiti apatici, stanchi, svogliati e mediocri.


    Un cantante non impiega tempo per fare progetti pastorali, per accompagnare nella crescita i propri fans; meno ancora ad un artista interessa la felicità ed il bene dei suoi followers. Un cantante – certo è un uomo di spettacolo – ma non si scervella per capire quali attività far fare ai ragazzi una volta guadagnato l’agognato posto al sole (letteralmente!). Lui/lei Canta. Semplicemente (si fa per dire!) canta! 

 

            E pur tuttavia, mentre canta, accade una cosa: chi ascolta si sente compreso, capito e amato in modo personale, unico. Tutti ascoltano la stessa canzone e ognuno ritrova un pezzo di sé stesso. Devo dire che ascoltando l’ultimo album di Ultimo anche a me è successo. Sarà che sono acquario anche io! (scusate la pessima battuta sull’oroscopo ed il titolo della canzone! 

 

            Mi sono domandato a questo punto: non era ciò che succedeva quando le folle ascoltavano Gesù? Più recentemente: non è quello che succedeva quando milioni di giovani si muovevano per andare ad ascoltare Giovanni Paolo II o un altro papa? 

 

            Ma perché accade? Perché questi cantanti esercitano una forma di profezia. Il profeta è, infatti, anzitutto colui che sa leggere la realtà in profondità (intus legere da cui intelligente). A mio modesto avviso Ultimo – ma come lui altri - conosce bene il cuore e le sofferenze di tanti giovani e le canta, sfruttando  (non so se volutamente o meno) anche la tendenza al grigio e al depressivo di questa generazione. 

 

            E se c’è una cosa che ho capito da parroco è questa: quando un ragazzo si sente capito, e quindi per questo amato, non te lo levi più di dosso. Ti cerca, ti ascolta, ti interroga, ti chiede una risposta. 


    Ecco … una risposta… ma qui è il fallimento di questa profezia: questi cantanti sanno leggere il cuore dell’uomo, ma non sanno dare una risposta. Per cui questi concerti diventano il luogo in cui ci si sente letti e capiti, ci si sfoga, non ci si sente soli, ma lasciano un amaro in bocca in genere poi sopperito da alcol o altre forme di droga, se non un semplice senso di frustrazione per il ritorno alla normalità. Queste canzoni non danno una risposta al dramma che si porta dentro il più o meno giovane ascoltatore. 

 

            Prendo proprio la già citata canzone di Ultimo: mi guardo spesso dentro, ma cosa mi manca? Mi guardo spesso dentro, ma tutto mi manca. Mi guardo spesso dentro, ma cosa mi manca a me per essere me? Non c’è una risposta. Se non una banale e anche un po’ volgare: sono un c*** di acquario.

 

            Ma potrei citare anche Vasco Rossi: voglio trovare un senso a questa vita anche se un senso questa vita non ce l’ha

 

            Ecco… questa profezia non arriva al suo goaldare una via di uscita. Potesse la Chiesa riscoprire che questo è il suo spazio e che la salvezza che ogni cuore di Acquario cerca è Gesù Cristo! Allora dovrebbe pensare di costruire chiese più grandi per accogliere i giovani che tornerebbero come api richiamate dal miele. 

 

            Eppure, a tanti evangelizzatori manca quello che questi cantanti sanno fare: leggere il cuore. Propongo allora uno scambio: che loro ci insegnino di nuovo – proprio come faceva il Figlio di Dio - ad ascoltare il mondo, i suoi fallimenti, le sue ansie e paure e che noi possiamo insegnare di nuovo a questo mondo a cercare e trovare Gesù Cristo l’unico che, come disse Giovanni Paolo II, sa cosa è dentro l’uomo!



Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com





sabato 20 giugno 2026

Un fanciullino che mi tortura ...

 Leo! Leooo! Leooo! 

    È sempre la solita storia. Il gatto va in giro, si diverte, spassa e ripassa e, alla sera, quando è ora di rientrare, si fa attendere. Soprattutto in questo periodo primaverile in cui la natura fa il suo mestiere a cui lui, in modo fiero e compiaciuto, non si sottrae. 

 

    E allora avanti a chiamarlo, nella speranza che possa capire che è ora della cena. Quando ode schizza come un razzo, mentre si fa annunciare da un miagolio acuto. Stasera invece silenzio, almeno per alcuni istanti. Poi un verso infastidito da dietro il cancello. No, un’altra volta – penso – Starà affrontando l’ennesima singolar tenzone per guadagnarsi qualche micettina compiacente. E invece … sorpresa! Era finito preda dell’abbraccio stritolatore di un bambino. Poteva avere sì e no 7 anni. Incredibile a dirsi non l’aveva graffiato. Di solito si innervosisce per molto meno. Meglio così. Affretto comunque il passo. Non si sa mai. 

 

    Ciao, bimbo. Non si fa così con i gatti. Potrebbero innervosirsi e farti male. Leo improvvisamente si calma e mi guarda, deve avermi riconosciuto quale suo salvatore, tipo Batman che interviene quando tutto sembra oramai perduto. 

 

    Il bambino, invece, mi fissa. Mi scruta da testa a piedi come solo un bambino sa fare. E poi mi incalza: che vuoi? Chi sei tu? Il tono è duro ed infastidito. Guarda tu questo che carattere! Sono il padrone del gatto. Si chiama Leo. Gli sorrido gentile, mentre un moto interiore vorrebbe dargli una sonora sberla. O quantomeno rimproverarlo per il suo modo arrogante di rispondere. Ma lasciamo stare: la carità, la pazienza e bla bla bla … e poi di sti tempi un prete che dà una sberla ad un bambino è un attimo che finisce con una denuncia per pedofilia. 

 

    Il gatto, come tutti gli esseri viventi, non si trattano così. Lascialo libero e, se si fa accarezzare, lo accarezzi. Il bambino adesso mi guarda mentre sembra soppesare seriamente le mie parole. Il gatto invece tenta in tutti i modi di arrampicarsi sulle sue spalle per sfuggirgli, ma nulla di fatto. Il bambino l’ha afferrato dal collo e lo stringe. Eh ma se poi scappa? Sospiro benevolmente. Se scappa poi vorrà dire che non voleva le carezze e bisogna rispettarlo. 

 

    Rimane in silenzio. Abbassa lo sguardo. Voi grandi parlate sempre di rispetto e poi fate come volete. Parlate di libertà e però quando volete una cosa ve la prendete e se non riuscite a prenderla vi agitate, vi arrabbiate, vi innervosite. Mio papà, per esempio, voleva un’altra donna, si è arrabbiato con mamma e se n’è andato di casa.

 

    Spiazzato. Anche il gatto si è arrestato improvvisamente. Mi dispiace. Sì, è vero a volte capita così. Non a tutti però. Rispondo in maniera impacciata. Per fortuna il gatto che deve aver notato la tristezza del bambino comincia a fargli le fusa sì da farlo sorridere per un attimo.

 

    Voi fate gli adulti, ma siete bambini. Noi siamo bambini e ci costringete a diventare adulti. Incalza mentre con la manina ora accarezza il musetto del gatto. Non so da dove arrivasse, ma mi stava inchiodando, frase dopo frase. Alla fine aggiunge: E così perdete la poesia.

 

    Vagamente mi tornano in mente alcune righe: È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Alzo per un momento lo sguardo verso il cielo e non mi pare vero che questo bambino mi stia scuotendo tanto. Mi pare udir ancora quel rimprovero: Forse il fanciullo tace in voi, professore, perché voi avete troppo cipiglio, e voi non lo udite. Per ascoltarlo Deve fare a meno di tanti ghirigori, così facili a farsi, di tante bellurie, così piacevoli alla vista, di tante dorature, che danno tanta idea della propria ricchezza: e questa è rinunzia. Deve lasciar molto greggio e molto imperfetto. Oh! Come è necessaria l'imperfezione per essere perfetti!


    Socchiudo per quel che mi era sembrato un attimo gli occhi, mentre penso a quante volte mi sono perso in rigidi ragionamenti, ingabbiando il bambino che è in me. Sembra assurdo: più questo bambino interiore lo si isola, più assumiamo atteggiamenti immaturi. Più lo si ascolta, più si diventa adulti. E così ci perdiamo la poesia.


    Riapro gli occhi solo quando Leo comincia a strusciarsi contro la mia gamba destra. Ed è in quel momento che, ritornando presente a me stesso, mi accorgo che il fanciullo è scomparso. Non una parola, niente. Ha lasciato libero il povero Leo e, insieme a lui, ha liberato qualcosa o qualcuno dentro di me. Quel fanciullino che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l'ombra di fantasmi e il cielo di dei. Egli è quello che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione. 

 


Il racconto è frutto di fantasia ed è molto liberamente ispirato alla concezione de "Il Fanciullino" di Giovanni Pascoli


Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com






 

mercoledì 17 giugno 2026

Una sorpresa "alla sera" ...

        Era una sera come un’altra. In quell’ora in cui il sole bacia la cima delle montagne o piuttosto l’orizzonte in mezzo al mare; quel momento in cui i colori variano velocemente e distendono i pensieri. Quel giorno avevo proprio voglia di uscire nel giardino per fumare un sigaro e cercare qualche attimo di tranquillità al termine di una giornata, come tante, piuttosto frenetica e piena di lavoro. Ad occhi socchiusi, varcata la porta esterna che dà nell’ampio giardino del seminario, iniziavo così a godere del leggero vento di inizio estate. D’un tratto una voce: non è stupenda, vero?

            Immediatamente spalanco gli occhi e mi guardo intorno con un po’ di apprensione. Dovrei essere solo – penso tra me e me. E, invece, non faccio in tempo a realizzare chi sia ad aver proferito parola che, in fondo al giardino, appoggiato alla ringhiera, con il naso all’insù, scorgo una figura che nulla ha di familiare. Rimango fermo. Intimorito da quella presenza, ma stranamente rassicurato da quella domanda pronunciata con voce calda e rilassata. Cosa? Riesco solo a domandare. Di profilo mi sembra che quella persona – a me ancora ignota – sorrida, quasi un ghigno. La sera. Una pausa. Poi riprende. Non è stupenda?

            Mi verrebbe da chiedere chi sia e cosa ci faccia in una proprietà privata, ma la sua domanda mi prende in contropiede. Alzo per un momento gli occhi al cielo, mentre comincio a razionalizzare che il mio momento di quiete è sfumato, e in effetti il cuore improvvisamente pare allargarsi nel petto. Sì. Ammetto laconicamente. È il momento della giornata più bello. 


            Al mio dire quella persona ebbe un guizzo. Schiena dritta improvvisamente, senza ancora voltarsi. Io rimango ad una distanza di sicurezza. Esattamente! Esattamente! Ripete quasi entusiasta. L’unica cosa che riesco a capire è che si tratti di un uomo che, come me, non deve avere un buon rapporto con il pettine. Tant’è … Ma secondo te perché? Mi domanda con gli occhi fissi al cielo, mentre l’arancione comincia ad infuocare il cielo. Inspiro profondamente prima di rispondere – manco fossi all’esame di cristologia o di escatologia - poi mi faccio coraggio: Forse… forse … è perché alla fine della giornata, comunque sia andata, sentiamo di poter attraccare il nostro peregrinare in attesa di riprendere il passo il giorno dopo e ci sentiamo un po’ a casa. Termino di parlare e ho l’impressione di aver detto una cosa tanto banale quanto profonda, ma il suo silenzio mi inquieta, mi mette a disagio. 


            Lui tace ancora, poggia entrambe le mani sul parapetto della ringhiera, inspira profondamente lasciandosi andare e, come se stesse suonando una melodia, riprende a parlare: O forse è perché tu sei l’imago della fatal quiete a noi sì cara vieni, o sera?


            Non so più se sta parlando con me, con sé stesso, con la sera. Se si aspetti una risposta oppure no. Ma quella domanda in un solo istante diventa mia. Quante volte in periodi di stanchezza, di incomprensione, di frustrazione, ma anche nei momenti felici e più soddisfacenti, sono arrivato alla sera con questo sospiro che mi serrava la gola: ma è possibile che la nostra vita sia solo un agitarsi, come i rami mossi da un vento invernale?


            I miei pensieri a questo punto vengono infranti dalla sua voce che torna quasi a salmodiare: Vagar mi fai co’ miei pensier sull’orme che vanno al nulla eterno. Ascolto e taccio. Adesso avverto un po’ di nervosismo e senza che me ne accorgo comincio a torturare quel povero sigaro prigioniero in mezzo alle dita della mia mano destra.  Un nulla eterno?Protesto tra me e me, ma non mi avvedo di aver espresso quella domanda ad alta voce. Finalmente si volta. Due occhi azzurri come il cielo che, però nel frattempo, sta diventando buio, mentre le prime stelle cominciano a fare il loro ingresso in scena. Mi fissa. Indurisce i lineamenti del volto, poi mi sorride e riprende: C’è qualcosa di eterno che per noi è come il nulla, tutto sembra ingoiare e masticare, ma in realtà è il nostro approdo ultimo che la sera – come una missione profetica – ogni giorno viene a ricordarci. Ho dei brividi. Mi viene difficile pensare all’eterno come qualcosa di avvicinabile al nulla. Però è anche vero che il salmista dice: Ecco, tu hai ridotto i miei giorni alla lunghezza di un palmo, e la durata della mia vita è come niente davanti a te; sí, ogni uomo nel suo stato migliore non è che vapore (salmo 39). 


            Ancora un rumoroso sospiro, poi questa figura che non riesco ad associare ad alcun nome, si volta, rivolge lo sguardo nuovamente al cielo e pronuncia un’ultima frase: E mentre io guardo la tua pace, dorme quello spirto guerrier ch’entro mi rugge. Questa è davvero bella. Improvvisamente gli occhi miei si puntano anche sul cielo stellato che adesso si è disteso in tutta la sua bellezza, adombrando la struttura antica del seminario. Proprio bella questa. Ripeto tra me e me. Mi sembra un po’ quello che provo quando, a fine della giornata, tra un salmo ed un altro, poggio lo sguardo sul tabernacolo e lì tutto quello che mi si agita dentro tace e allora sorge la pace. Una pace che sembra un nulla, ma ha il sapore dell’eterno. Quell’eterno che può giustificare l’agitarsi del giorno trascorso e di quello che verrà. Un lampo mi trafigge la testa: allora la morte non è una tragedia, ma varcare la soglia dell’eternità; così come la notte non è la fine del giorno trascorso, ma la soglia di quello che sta giungendo.

           

      Avrei voluto dirlo al misterioso personaggio, ma è scomparso. Niente. Di Lui nessuna traccia. Anzi una. Un libro, poggiato sulla ringhiera. Mi avvicino, lo guardo e leggo: Poesie di Ugo Foscolo. Apro la copertina e trovo il primo componimento: Alla sera. 



Il racconto è frutto di fantasia ed è ispirato al componimento poetico di Ugo Foscolo "Alla Sera" di cui qui di seguito si riporta il testo:


Forse perché della fatal quïete
Tu sei l’immago a me sì cara, vieni,
O Sera! E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zeffiri sereni,


E quando dal nevoso aere inquiete
Tenebre, e lunghe, all’universo meni,
Sempre scendi invocata, e le secrete
Vie del mio cor soavemente tieni.


Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
Che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
Questo reo tempo, e van con lui le torme


Delle cure, onde meco egli si strugge;
E mentre io guardo la tua pace, dorme
Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.



Don giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com