Sono giunto a te tramite i tuoi due figli, obbedienza e celibato. Li ho incontrati un giorno in un giardino e, attratto dalla loro spensieratezza e serenità, corsi incontro a loro come un cane affamato può avventarsi su di una coscia di pollo lasciata incustodita su di un tavolo. La mia voracità mise loro agitazione e fecero per scappare, ma io li afferrai per il braccio. Il mio intento – lo giuro – era solo quello di chiedergli di insegnarmi ad essere felice. E quando mi giustificai dicendo: non voglio farvi niente, finii per agitarli ancor di più. Celibato – il più irruento – mi diede un violento calcio sullo stinco destro, mentre obbedienza, apparentemente più addomesticabile, infilava le sue unghie nel mio braccio. All’ennesimo calcio ricevuto, non ce la feci più, li lasciai e loro, ben lieti, fuggirono via. Pochi istanti mi servirono per riprendermi e così, non pago, mi lanciai all’inseguimento. Mi sembrava di essere un pazzo e probabilmente così dovevo sembrare agli occhi dei due tuoi figli e di chi per strada mi vedeva correre. Loro erano più svelti e così, girato l’angolo, arrivarono nel giardino dove tu eserciti il tuo mestiere di custode. Entrai senza chiedere permesso, ma loro si erano già nascosti dietro di te. E tu mi aspettavi, braccia conserte e sguardo fisso sull’ingresso.
Eri suntuosa, nobile, semplice eppure solenne, al servizio del padrone della casa eppure estremamente libera. Mi accorsi di aver ecceduto quando i miei occhi incontrarono le tue nere iridi, profonde come se lì dentro fossero nascosti tutti i segreti della vita e della morte.
Cosa vai cercando dai miei figli? Tuonasti come farebbe una tigre gelosa dei suoi cuccioli. Io vo..vo…volevo solo giocare con loro. Mi sembravano felici e volevo esserlo anche io. Balbettai mentre i pensieri in testa mi parevano simili a quei mulinelli che si formano nei fiumi in piena, dopo una grande tempesta.
A te non è concesso. Rispondesti ancora più ferma e sicura di prima. Gli occhi mi si riempirono di lacrime che trattenni a fatica. Mi sentii respinto, il mio orgoglio era stato colpito, la mia vanagloria atterrita. E prima che potessi dire altro riprenderti a parlare: a te non è concesso e per ora neppure può essere. Raccolsi le energie e come un bimbo a cui viene negato il cioccolato domandai: ma perché? E allora tu, vedendo la mia buona fede, accennasti ad un sorriso e ancora mi dicesti : dimmi, giovanotto, quali sono quelle cose per cui daresti la vita?
Desideroso di fare bella figura dissi precipitosamente risposi, quasi senza pensare: la mia famiglia, i miei amici, la ragazza di cui tra i banchi del liceo mi sono innamorato, lo sport, la musica … un attimo esitai prima di concludere: sono questi! Ero orgoglioso della risposta e pensavo che avrebbe fatto colpo. Ma tu, Madonna Povertà, non eri uno di quegli uomini che si accontentano di qualche sentimento e frasetta pronunciata con un tono sicuro e allora mi rispondesti ferendo per l’ennesima volta il mio orgoglio: Bene. Credetti per un istante di aver superato l’esame. Allora vai a giocare con loro. Il tuo cuore è lì, quelli sono i tuoi tesori. Lascia stare i miei. Buon divertimento.
Tu facesti per voltarti, ma io insistetti, questa volta parlando con il cuore. Ma loro non sono così felici come i tuoi figli, né rendono me così! Di profilo scorsi adesso un sorriso soddisfatto sul tuo volto. Ti girasti nuovamente e mi domandasti: per questa felicità sei disposto a perdere tutto?
Il cuore accelerò violentemente nel mio petto, quasi che mi sembrava dovesse saltare fuori, mentre la fronte improvvisamente divenne madida di sudore. Volevo rispondere, ma mi venne addirittura il fiatone. Tu mi guardavi e tacevi. Da dietro le tue gambe, ora più tranquilli, si affacciarono Obbedienza e celibato, quasi attendendo la mia risposta. Dai loro sguardi mi sembrava loro facessero il tifo per me.
Cos’è? Hai paura di essere felice? Incalzasti, peggiorando ancora il mio stato emotivo. Se hai paura vedi che ho ragione? Non ne sei degno … e di nuovo ti voltasti adesso facendo come chi se ne va. Ti prego resta, si fa sera e sono solo. Alcuni secondi di silenzio intercorsero, mi sembrava un’eternità, e quel battito disperato del petto si tramutò in disperazione e allora, da dove non lo so, sulle mie labbra però si compose una frase che covavo probabilmente da sempre nel mio cuore: va bene, lascio tutto purché io sia felice.
E tu, che forse aspettavi più di me questo giorno, ti voltasti, mi sorridesti e mi dicesti: ora puoi giocare con loro. Perché adesso sei pronto ad accogliere l’unico tesoro che dà senso a tutto il resto. Non mi spiegasti altro, ma loro mi corsero incontro, mi abbracciarono e sottovoce mi dissero: non ti preoccupare, nostro Padre, ti restituirà tutti i tuoi tesori in modo tale che in loro ora tu contemplerai il suo volto.
Tu te ne andasti e mi lasciasti giocare con loro ed improvvisamente il mio cuore divenne leggero, libero, riconciliato. E allora capii che stupido è chi vuole sottomettere il corpo e la volontà senza prima aver liberato il proprio cuore da attaccamenti che sono come l’erba: al mattino fioriscono e alla sera avvizziscono. E allora compresi che tu, Madonna Povertà, non sei ladra maligna di beni agognati, ma Madre tenera che toglie di dosso lo sporco incrostato affinché rifulga sui nostri volti la bella dignità di coloro che creati sono ad Immagine di quel Dio che, pur possedendo tutto, si fa povero per noi.
Don Giuseppe Fazio
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