Caro Cetrarese (e in fondo caro uomo o donna di qualsiasi parte del mondo),
Nei giorni che hanno seguito la chiusura della chiesa dedicata al nostro patrono San Benedetto da Norcia, dopo aver letto e ascoltato parole di sfiducia, sofferenza e tristezza, sento l’istinto – e forse anche il dovere da figlio di questa comunità – di scriverti.
Lo faccio dopo aver visitato da poco la Basilica di San Benedetto a Norcia, edificata sulla casa natale del Patrono di Europa, e completamente distrutta dal terremoto del 2016. È stata, infatti, da poco riaperta al culto dopo ben 10 anni!
Una Chiesa non è solo una chiesa. È il luogo di una storia, di una cultura, è luogo degli affetti, della propria identità. Sarà per questo che della chiusura di questa chiesa in tanti ne parlano, anche quelli che magari l’hanno visitata l’ultima volta in occasione della loro lontana prima (e forse unica) comunione.
In fondo si può essere atei, anticlericali o chissà cosa, ma la Chiesa, in una nazione profondamente cristiana, è un luogo di tutti e proprio per questo realizza la sua più profonda identità: quello spazio di misericordia che sulla croce il Figlio di Dio ha aperto proprio a tutti, anche ai suoi delatori e crocifissori!
La Chiesa però non è solo questo. La Chiesa è un luogo simbolico. Simbolo, dal greco, significa “tenere unito” Dio e l’uomo. La Chiesa di San Benedetto, con le sue opere d’arte, i sepolcri di illustri cittadini santi, le effigi, l’altare, il battistero raccontano proprio questo: Dio abita in mezzo al suo popolo (da qui il nome parrocchia=presso le case). Una Chiesa dice che il cielo è sulla terra e per questo è un luogo di speranza, di rifugio. Ricordo quando – da adolescente – avvertendo la durezza della vita e la delusione che proveniva da alcune persone, mi rifugiavo proprio tra quei banchi, trovando davanti al tabernacolo l’Unico nel quale si può confidare senza paura di essere delusi! Che sollievo, che grazia, che beatitudine! Non si può descrivere a parole.
Un luogo simbolico, dunque. È per questo che Israele, quando perde il tempio, comprende che forse anche quella è un’esperienza simbolica che parla di un popolo che ha dimenticato Dio e per questo ha perso il suo tempio.
Caro cetrarese che sei triste, ma forse caro uomo di ogni luogo, hai ragione a sentirti un po’ smarrito, ma forse è perché prima delle pietre Dio non ha preso dimora a fondo nel tempio più prezioso: il nostro cuore. Hai ragione ad aver paura che i lavori durino assai, che chissà quando termineranno e soprattutto quando partiranno, ma è inutile cercare colpe e colpevoli, ricordati che Gesù stesso ha detto che non resterà pietra su pietra e non tanto per una catastrofe, ma perché noi stiamo viaggiando verso il tempio non costruito da mani di uomo che è il cielo stesso.
E allora questa è un’esperienza simbolica che richiede silenzio, contemplazione, orecchie bene aperte, proprio come ci ha insegnato il santo di Norcia. La comunità parrocchiale migra dalla imponente e monumentale casa di Benedetto e Scolastica alla più umile, ma pur sempre maestosa e ben più antica, chiesa del “Ritiro”. E forse anche questo non è un caso considerando che lì riposano le spoglie mortali della appena proclamata Venerabile Crocifissa Militerni.
Presso questa donna tanti cetraresi poveri e smarriti trovarono rifugio mentre lei era in vita e ancora oggi presso l’opera da lei fondata molti anziani trovano riparo. Adesso di nuovo la comunità torna sotto la sua ombra per riscoprirne la storia, la santità, la dolcezza e la profonda umanità.
Caro cetrarese, e forse caro uomo e donna che leggi, piuttosto che piangere su quel che oggi non hai e che in fondo è sempre relativo, sappi leggere ciò che la Provvidenza mette davanti ai tuoi occhi e allora scoprirai che il vero tempio, il vero tabernacolo che Dio vuole abitare è il tuo cuore affinché, attraverso le tue gambe e le tue braccia, Dio possa raggiungere altri fratelli e sorelle.
Caro cetrerese, non dare troppa retta ai profeti di sventura che anche in queste circostanze alimentano sospetti e condanne per trovare uno spazio di vanagloria, tendi piuttosto l’orecchio al Dio che ha detto distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere. Del resto per un architetto (che non è quello dei massoni!) onnipotente nessuna catastrofe è irrisolvibile.
Ultimamente il primo cittadino della nostra comunità usa in modo felice questa espressione “Tempo di Rinascimento”. Nella Scrittura il rinascimento avviene sempre dopo un esilio, un tempo di deserto, di purificazione, di ritorno alla sobrietà. Che sia, questo tempo di esodo della comunità parrocchiale, non un tempo di superficiali romanticismi nostalgici, di chiacchiere da bar alla ricerca di colpevoli, ma un tempo di rinascimento spirituale senza il quale nessun’altra forma di rinascimento è veramente autentico. Perché – parafrasando le parole di Papa Francesco in tempo di Covid – occorre ricordare che peggio di questo esilio c’è solo il dramma di averlo sprecato!
Auguri a tutti e buon cammino!
Don Giuseppe Fazio
Figlio orgoglioso di Cetraro
