Sarà che sono prete e le parole sono il mio pane quotidiano (che poi è così per tutti!), ma a me piacciono tanto. Ogni parola ha una sua sfumatura, una storia, un significato specifico che rimane lì a disposizione di chi volesse esplorarlo.
Tuttavia, a furia di usarle con leggerezza, le parole sono diventate, per riprendere un’immagine Derridá, come una moneta logora di cui non si riconoscono più le iscrizioni. Eppure, proprio perché provengono da un passato lontano, portano in sé iscrizioni preziose che chiedono di essere decodificate. Ora, come una moneta priva delle iscrizioni perde il suo valore di scambio, così le parole, quando perdono la loro profondità, rischiano di diventare incomprensibili e quindi meno preziose nell’ambito della comunicazione. Basti pensare a quanto sia divenuto difficile decifrare e riconoscere parole come Amore, speranza, gratuità, etc …
È così anche per la parola fragile che non di rado viene usata come sinonimo di qualcosa che non funziona più. È curioso che se si scrive questa parola sul motore di ricerca delle immagini di Google il primo risultato che viene suggerito è un bicchiere rotto. Ma “fragile” non è “rotto”. Ci sono tanti tipi di fragilità.
Pensate a quel momento in cui l’ultimo bottone di una camicia sta lì lì per staccarsi. Oppure allo stato del peduncolo all’attimo prima che una mela matura cada dal suo ramo. O ancora ad una donna nell’ultima settimana di gravidanza. O magari ad una sedia di plastica prossima alla sua rottura.
La fragilità è uno stato di passaggio che chiede di essere interpretata. Nel caso del bottone, infatti, richiede l’intervento di una sarta che con pazienza lo riannodi al tessuto; riguardo alla mela o alla donna gravida quella fragilità non richiede proprio niente, se non di essere contemplata in attesa che essa favorisca la vita. Per la sedia, invece, occorrerebbe eliminare un po’ di quel peso che la opprime, magari chiedendo aiuto.
La fragilità è una domanda. Silenziosa. Perenne. La più bella e la più dolorosa che la nostra condizioni di viandanti ci pone. È quel trampolino di lancio che la Provvidenza ci chiede di calcare prima di lanciarci tra le braccia del Padre, eppure tante volte non ci va di ascoltarla.
Preferiamo la risposta più stupida: alla fragilità opponiamo la forza. Ma non collima. Sarebbe come se volessi aprire una porta con un fischietto. Cioè sono due cose che non c’entrano niente.
Fragilità significa darsi il diritto della ricerca, dell’incertezza, della lentezza, della vita.
“Fragile” è una parola fragile, sarà per questo che ogni altro lemma accanto mi fa paura, quasi mi infastidisce. Come quando si parla di fragilità e cura. Quante relazioni vengono soffocate (letteralmente) in nome del fatto che ce ne si voleva prendere cura. Battiato ci ha scritto anche una canzone che a me, più che una dedica d’amore, mi sembra una minaccia, tipo 41bis.
C’è poi chi a questa splendida principessa delle parole associa fatica. È faticoso essere fragili? Ma anche no. È faticoso combattere la fragilità, come se volessi nuotare controcorrente in un fiume.
Che altro? Possiamo dire che la fragilità possa fare coppia con paura? Bellezza? Boh … la fragilità è fragilità. Io credo che chieda solo di essere contemplata e vissuta.
La fragilità è come Dio. È, semplicemente è. Sarà per questo che, dovendo scegliere di incarnarsi, il Figlio di Dio si è mostrato fragile, dal primo vagito in quella mangiatoia fino all’ultimo suo respiro sulla croce. Bene lo aveva capito San Paolo, che per tanto tempo aveva pensato che vivere significasse essere forte. Dopo aver incontrato la fragilità di Gesù Cristo arriva a scrivere: Quando sono fragile è allora che sono forte (2Cor 12,10).
Don Giuseppe Fazio
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