giovedì 14 giugno 2018

CRISTIANI DA FAR PAURA

Rubrica di Attualità: Il mondo interroga la fede - la fede interroga il mondo.

Qualche giorno fa siamo scesi in spiaggia per goderci prima della partenza una giornata in riva al mare, che rivedremo se tutto va bene, a settembre. Vedo arrivare in lontananza lui, il “vu cumprà”. Percorre un lungo tratto di spiaggia nonostante ci siano pochi bagnanti. Come al solito, porta sulle spalle un peso non indifferente. Non è per niente giovane, e si vede che seppur abituato alle temperature alte del Senegal, sia provato dal caldo e dalla stanchezza. Come tutti gli altri, ha una famiglia lontana alla quale cerca di assicurare il minimo necessario. E ha una casa, abbastanza diversa da quelle occidentali, che è il luogo in cui col pensiero si reca centinaia di volte al giorno, per darsi forza. Arriva sempre con la testa bassa e le spalle curve e portate in avanti; sa anche lui che la gente è stanca perché sono in tanti. Ma appena incontra uno sguardo, sorride teneramente. Ogni tanto parliamo, e il suo modo di porsi è sempre discreto ed educato. Ogni volta che lo vedo mi chiedo quali fossero le sue speranze quando ha consegnato la cospicua somma di denaro che gli ha permesso di sognare. Avrà mai pensato che sarebbe stato così faticoso? E’ comunque fortunato, perché a differenza di molti (oltre i trenta mila morti negli ultimi anni durante l’attraversata), lui alla destinazione è arrivato. E ha la fortuna di avere questo lavoro che gli permette di guadagnare poco, ma abbastanza da poter dividere un affitto con altri connazionali, e in tasca gli restano così 200 euro mensili. Stavolta mentre lo vedevo arrivare, mi sono sentita in forte imbarazzo. Avrei avuto difficoltà a reggere il suo sguardo. Siccome non bastassero già i pesi, ora si è aggiunta anche la paura del non sapere come e dove andrà a finire domani. 
Ho provato vergogna di essere cittadina di un paese, culla della cultura, della civiltà e del diritto che ora condanna chi già ha perso tutto. Ho ricordato il giorno di qualche anno fa in cui dissi credendoci pienamente “Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato”. Fosse oggi, penso che non avrei più lo stesso entusiasmo. Nel guardarlo, nel pensare agli sfortunati sull’Aqaurius, per un attimo non mi sono riconosciuta più in questo stato. Credo sia una cosa grave, ma è difficile riconoscersi in uno stato fatto di persone che da settimane non smettono di sentenziare con parole che sanno di odio contro i deboli, al mercato, agli angoli delle strade, nello spazio virtuale. Così come non mi riconosco affatto in chi ora ha nelle mani le loro sorti e che questo stato lo rappresenta. Fa male toccare con la mano l’inconsistenza del pensiero comune, mediocre, perché assorbiamo tutto come spugne senza riflettere e senza cercare da soli le verità. Facciamo nostro tutto ciò che ci viene detto, non solo perché non teniamo più libri, ma telefonini in mano, e anche perché siamo tanto limitati nell’amare. Ci sono persone che si fanno i conti con i soldi dei fondi europei (che non si posso dirottare) destinati alla gestione dei migranti dicendo ancora che con quelle somme avremmo potuto aiutare “i nostri”. Si, li abbiamo aiutati già, specialmente coloro che hanno speculato sulla gestione delle quote. Ma non vorrei nemmeno da lontano toccare la soglia di un pensiero politico… La stessa veemenza che dobbiamo mettere nel chiedere alla politica di fare di più e di meglio, dobbiamo poi usarla nel fare ciò che tocca a noi cristiani: servire, operare senza “se” e senza “ma”.
La cosa che fa più male è vedere e sentire cristiani che battono i pugni sul tavolo con più frenesia degli altri. Per un cristiano non c’è un “prima i nostri”, perché “nostro” è ogni essere umano. C’è invece un “amatevi gli uni gli atri come io ho amato voi”, perché chi non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede. C’è un “ero straniero e non mi avete accolto”, che oggi più che mai graffia le coscienze fino a farle sanguinare. C’è un “abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo”. C’è il “come ho fatto io, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri”. Le parole di Cristo sono imperative: dovete! Inginocchiarsi di fronte all’altro per sollevarlo dalla sua povertà fisica o morale, dalla sua sofferenza, per il cristiano non è un optional, semplicemente deve: “Fatte questo in memoria di me.” “Dovete”: non ci sono delimitazioni o restrizioni; non ci sono postille che dicano che i primi devono essere quelli come noi, postille che indichino come alcuni debbano venire prima di altri. Non è affatto nello stile di Gesù manifestare preferenze, se non nei confronti degli ultimi, chiunque essi siano. Fa male guardarsi attorno e vedere cristiani che (facendo anche molto rumore) prendono le distanze dal Vangelo. La “pacchia” non è finita come pensano, ma appena inizia. Inizia una pacchia molto pericolosa, quella della coscienza e della ragione che, rifacendomi alla visione di Goya, farà nascere mostri. Basta fermarsi a riflettere su dove sia finito il nostro spirito cristiano, del quale sappiamo ormai solo riempirci la bocca. 
“Lupus est homo homini” di Plauto, oggi riassume perfettamente la nostra condizione. Fa male l’ipocrisia nel dirci cristiani, uomini e donne che accolgono, che servono, che amano. No, non sappiamo amare nel fermarci al cerchio stretto della propria famiglia, ambiente o struttura nella quale ci piace identificarci. Non è amore quello che si chiude al diverso. Non è amore quello che fa comodo. Non è amore quello che pone condizioni. Non è amore quello che guarda alle proprie necessità e ne fa una priorità. Non è amore quello che isola. Non è amore quello che giudica. Non è amore quello che non sa più guardare negli occhi. Mi fa paura ciò che sento e leggo questi giorni, e fa paura il nostro denudarci gratuitamente e sbandierare con leggerezza sentenze che ci rendono così piccoli. E’ vergognoso e offensivo nei confronti della nostra natura, che è ben altro. Fa paura guardarsi attorno, anche tra le persone con le quali si condivide lo stesso credo e cogliere che sono pochi, troppo pochi coloro con i quali si è in sintonia nel sentire e pensare. Sopraggiunge una sorta di scoraggiamento, perché non posso più avere la fiducia nemmeno nelle persone che pensavo di conoscere. E se un giorno fossi io a dover avere bisogno di loro? Fa paura al pensare che i nostri figli potrebbero assimilare l’ideologia della disumanizzazione dell’uomo, il futuro che stiamo costruendo: quello di arrivare a guardare inerti verso i disperati che bussano alle porte, perché noi abbiamo delle priorità e abbiamo già perso abbastanza tempo. E hanno inventato il “perbenismo”, dietro il quale c’è la resa di fronte al peso di una vocazione, quella cristiana, che sappiamo… è molto impegnativa e molto scomoda.
Scrive padre Giuseppe Celli nella sua proposta di lectio divina, Grembiule ai fianchi: “Beati noi se serviamo i sofferenti, gli incompresi, gli umiliati e tutti i crocifissi dei nostri giorni, senza mai servirci di loro. […] Beati noi se – indipendentemente dall’essere uomini o donne- sappiamo avere un cuore di madre per coloro che incontreremo sul nostro cammino. […] Beati noi se - a immagine della Comunità Trinitaria- sappiamo essere comunione di persone uguali e distinte. Allora il sogno di Dio si fa realtà.” Beati noi, se avremo il coraggio di seminare amore, camminando controcorrente sulle vie del mondo.



Andreea Chiriches Leone




sabato 9 giugno 2018

“FRONTIERA” E COERENZA. UNA QUESTIONE DI SCHEMI.

Rubrica di Attualità: Pensare fuori dalle righe.


È più forte di me … in momenti come questi, avverto un grande senso di confusione e di contraddizione, quasi di inquietudine. Non so se avete presente quei momenti in cui hai lo stomaco contratto e la voglia di spaccare a testate il muro; ecco questo è uno di quei momenti. Perché? Lo spiego subito …

Qualche settimana fa, durante il giro d’Italia, si sono levate da diverse parti (cittadini, istituzioni, partiti politici, ecc …) critiche per il becero modo di alcuni giornalisti Rai con il quale sono stati presentati un paio di paesi della Calabria e della Sicilia. Tra questi paesi c’era il mio. 

In quelle ore era un continuo di messaggi, articoli, post sui social: tutti erano indignati. Giusto – mi sono detto. Non si può sfregiare l’immagine di un paese in diretta nazionale. Bisogna avere delicatezza, tatto, comprensione per una terra che a fatica, lentamente, si sta rialzando dopo anni di violenza, morte e silenzio. Con un po’ di fatica ho compreso anche il malumore di tanti miei concittadini che, ancora una volta, si son sentiti gettati addosso l’etichetta di una storia che pesa a tanti di noi. Pesa ai parenti di quegli oltre dieci morti ammazzati dei quali ancora non si conosce il nome degli assassini e dei mandanti; pesa a quelle mamme, quei fratelli e quelle sorelle che non hanno nemmeno una tomba dove piangere i loro cari perché i loro corpi son spariti chissà dove; forse nell’acido, forse infondo al mare, magari in una di quelle navi che – si dice – non esistano. 

Ieri, invece, a Catanzaro si è concluso il processo “Frontiera”; processo che vede alla sbarra quasi la totalità del cosiddetto "Clan Muto". Sono state date pesanti condanne e assoluzioni, se non assurde, almeno poco comprensibili. Sarà un limite mio, ma io non riesco a capire mai com’è possibile che se per un detenuto si chiedono venti anni, poi si finisce con un’assoluzione. Ma che sono limitato – io – l’ho sempre saputo. Tuttavia il processo ha portato ad una grande svolta: 191 anni di carcere circa per 24 persone. Che significa? Lo Stato c’è e si sta riappropriando del suo territorio. 

Ecco … da ieri speravo di vedere un post, una dichiarazione ufficiale, almeno di chi si è costituito parte civile, dei cittadini. Niente … Perché in questi casi non c’è una passerella da solcare, un voto da guadagnare, un’immagine da rifarsi. Non c’è nemmeno un morto da piangere. E allora perché scrivere? Perché dire qualcosa?

Ci si copre sempre con il maledetto alibi: “lo stato è assente”. Ecco lo Stato sta celebrando un importante processo in Calabria (per la verità più di uno ne sono in corso), ma lo Stato non sono solo le istituzioni, siamo prima di tutto noi cittadini. Eppure preferiamo il silenzio. 
Ma non succede solo in Calabria. Ad Ostia – a pochi km da Roma – Federica Angeli si è vista costretta ad annullare la presentazione del proprio libro, attaccando frontalmente i propri concittadini, per svegliarli. Per fortuna c’è riuscita e, non solo i cittadini di Ostia, giovedì prossimo scenderanno in strada per dimostrare che sono a fianco dello Stato nel processo contro il famoso “clan Spada”, quello della testata al giornalista, e - magari - l’aula del tribunale di Rebibbia non sarà più piena solo di avvocati, giornalisti e dei parenti o tifosi (perché ci sono anche quelli) degli imputati, ma anche di cittadini onesti che ci mettono la faccia. 

Ma sì … infondo i miei amici me lo dicono sempre: “Giuseppe, non tutti ragionano come te. Hai tanti schemi, aspettative”. Boh … penso che sia vero. Hanno ragione. Però, secondo me, la coerenza ed il coraggio non sono schemi. Sarà uno schema anche questo? 

Un pensiero – alla fine – lo voglio rivolgere a quegli uomini e quelle donne che per diversi anni non abbracceranno i loro familiari. L’ho fatto tante volte, lo voglio rifare oggi: “Voi potete essere, con il vostro affetto e la vostra decisione, un importante pungolo che spinga i vostri cari a cambiare vita. Voi potete, con la sofferenza che portate nel cuore, prendere delle decisioni per invitarli a riflettere, a cambiare vita, a rinascere. Stategli accanto, ma nella verità! Voi potete, noi stiamo accanto a voi”. 


Don Giuseppe Fazio





sabato 2 giugno 2018

POLITICA E COERENZA: FACCIAMOCI QUALCHE DOMANDA.

Rubrica di Attualità: Pensare fuori dalle righe. 


Chi segue questo blog sa benissimo che quasi mai tratto argomenti che riguardano la politica. Da consacrato, infatti, non è mio intento, e neppure mio compito, scrivere su questo o quel partito. Tuttavia ci sono dei casi, e quello che mostrerò a breve ne è uno, in cui è il Vangelo stesso che ci interpella riguardo alla questione politica nel senso più profondo del termine. Chi sostiene, infatti, che Politica e Vangelo siano due cose differenti ed inconciliabili dovrebbe, non solo rileggere il testo sacro, ma anche il Magistero ufficiale della Chiesa dell’ultimo secolo. Basti ricordare gli interventi di Paolo VI il quale, tra le altre cose, definì la Politica la più alta forma di carità, oppure quelli di Francesco che all’Azione Cattolica Italiana ha espressamente chiesto di formare uomini e donne capaci di impegnarsi in Politica, quella con la “P” maiuscola. 
Posta questa breve premessa, per evitare le più superficiali reazioni, vorrei semplicemente esporre una riflessione sul concetto di coerenzache purtroppo noi italiani abbiamo troppo facilmente messo da parte soprattutto nel campo della politica. Un tempo la coerenza era il minimo indispensabile richiesto perché si potesse sperare di essere candidati in un partito, adesso sembrerebbe il minimo dispensabile. Lo scenario politico delle ultime settimane, se ancora ce ne fosse stato bisogno, ce lo ha ampiamente dimostrato.
Facciamo alcuni esempi: Il 23 Maggio Di Maio sosteneva che i ministri li avrebbe dovuti scegliere il Presidente della Repubblica. Pochi giorni dopo, quando Mattarella pone il veto sulla candidatura di Savona al ministero dell’economia, lo stesso Di Maio sostiene che il Presidente abbia compiuto un atto non costituzionale (Mentiva il 23 Maggio?). Solo poche ore dopo (forse qualcuno gli avrà fatto notare la contraddizione) arriva a sostenere che il problema non fosse il veto, ma la motivazione data, manifestando la determinazione a procedere per l’Impeachment. Non passa neppure una settimana che l’impeachment sembra un brutto incubo, si torna a collaborare e formare un governo con un presidente della Repubblica che poche ore prima era stato definito irrispettoso della Costituzione e del volere dei cittadini cosa sulla quale non si poteva assolutamente transigere a qualunque costo. 
Un esempio ancora più datato, ma non troppo, è quello di Matteo Renzi, il quale aveva garantito che, se avesse perso il Referendum (ritengo che non ci sia cosa più squallida che politicizzare un referendum sulla costituzione), si sarebbe completamente ritirato dalla scena politica.  Più simpatico, si fa per dire, fu Matteo Salvini che prima entra in polemica con alcuni ecclesiastici, poi in campagna elettorale sventola il rosario per accaparrarsi i voti dei cattolici, come se bastasse avere un rosario in tasca per essere tali. 
Insomma … ce n’è per tutti i gusti. Posti questi esempi – lo ammetto – in modo del tutto sommario. Vorrei, questa settimana, condividere con voi una semplice domanda: Se questi personaggi continuano a governare lo scenario politico della nostra amata nazione, se si permettono questi cambi di idee senza nemmeno la preoccupazione di nascondere evidenti contraddizioni, non vuol dire forse che qualche responsabilità sarà anche nostra?
In questi giorni pensavo: l’unica cosa positiva di queste ultime settimane è stata che un po’ tutti gli italiani hanno iniziato ad interessarsi nuovamente alla politica. Allora forse è il caso – proprio ora – di cominciare a rivedere i parametri con i quali si vota. Magari sarebbe ora di smettere di votare “per protesta”, “per simpatia”, “per parentele”, “per ricambiare favori”. Sarebbe, forse, il caso di cominciare a votare sulla base dei programmi elettorali, della coerenza con le proprie idee, della trasparenza e della serietà dei candidati. 
Forse sono state un po’ dure le parole di Oettinger; un giudizio duro che da un uomo di tal livello nessuno si sarebbe aspettato, ma non possiamo non ammettere che un fondo di verità in quella frase si trova; o forse almeno una speranza. Sì, quella che tutto questo teatro al quale stiamo assistendo da diversi anni e che negli ultimi mesi ha assunto tinte di ridicolo, abbia insegnato a ciascuno di noi quanto è importante votare con coscienza, intelligenza e attenzione. Del resto dovremmo ricordare ogni volta prima di esprimere la nostra preferenza che, parafrasando una pericope del Vangelo di Luca, “chi è incoerente nel poco, lo è anche nel molto”.


Don Giuseppe Fazio




giovedì 24 maggio 2018

AMARE INOPPORTUNAMENTE

Rubrica: Il mondo interroga la fede - la fede interroga il mondo. 

Anni addietro, mentre mi trovavo a fare visita ad un anziano allettato, cogliendo il suo rammarico di non poter camminare più da un giorno all’altro, il suo senso di impotenza, mi venne spontaneo accarezzargli i cappelli. Un gesto naturale quello dell’accarezzare, come tanti altri con il quale sono cresciuta, e che vedevo quotidianamente nell’approccio delle suore della missione verso chiunque: ammalati, orfani, persone in difficoltà, verso coloro che avevano bisogno di condividere un peso con un anima amica, ma spesso scambiato anche tra di noi. Una carezza al volo da parte della superiora che passava mentre intenti a svolgere i nostri compiti quotidiani racchiudeva tutte le parole che il tempo non permetteva che ci scambiassimo: credo in te, non sei solo, fai bene ciò che fai, sono fiera di te, ti amo. Ti amo, non “ti voglio bene”. Il “ti voglio bene” nella nostra cultura non c’è, manca proprio nel lessico. E negli anni vissuti qui non sono riuscita ancora a comprendere bene cosa voglia dire… se ci volessimo male è sottinteso che non c’è lo diremmo mai, così come dovrebbe essere sottinteso che vogliamo il bene dell’altro. Lo uso con fatica quando necessario per una questione di convenzione linguistica, per evitare che qualcuno si scandalizzi del “ti amo”. Così come la volta che andai a trovare l’amico anziano e lo accarezzai, mi imbattetti nello sguardo fulminante e contrariato dei parenti attorno a lui. Chissà cosa avranno pensato… che magari il mio fosse un gesto di pietà che in una famiglia agiata come quella non ci stava bene; avranno pensato forse che avessi osato troppo, il protocollo ci incatena spesso. Per la prima volta ho avuto ben chiaro di essere stata inopportuna. Ciò che nel mio ambiente era del tutto naturale, ho compreso che ora può essere sottoposto al giudizio negativo. Mi porto dentro la contentezza che lessi nello sguardo di quell’anziano, nel suo sorriso e in quello di altri volti, e spero di avere la forza di essere spesso inopportuna piuttosto che reprimere. 
Abbiamo paura del “ti amo”. Persino coloro che cercano di abbracciare il Vangelo ogni giorno lo temono. Abbiamo caricato queste parole di connotazioni che non le appartengono, le abbiamo imbrattate con un modo di pensare equivoco e molto limitato. Mentre il Vangelo non ammette mezze misure: “Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amo. “(Mc 10, 21) L’amore non è un concetto biblico del quale bisogna riempirsi la bocca quando ci si trova in chiesa o nei locali della chiesa. Lo facciamo talmente spesso che lo abbiamo deturpato di essenza e significato, lo abbiamo reso astratto, come un cartellone da appendere molto in alto. Negli incontri di formazione cristiana con i bambini e i ragazzi, basta pronunciare qualsiasi parola che inizi con la “a” e loro frettolosamente dicono “amore”, anche quando parli loro di tutt’altro. Li abbiamo imboccati di “amore”, di “pace” (e di “peccato”) tanto che li collocano ovunque senza riflettere. Forse perché siamo noi a farli riflettere troppo poco su queste parole, forse non li aiutiamo a toccarle con la mano nella loro realtà, a viverle realmente. Ci riempiamo la bocca di amore e fuori proviamo imbarazzo a donarlo, per il timore di essere giudicati inopportuni. L’amore non è un concetto astratto, è ciò di cui abbiamo bisogno per vivere, è la nostra essenza. Basta guardare coloro che da piccoli vengono privati dell’amore, con quanta difficoltà e senso di inadeguatezza affrontano la vita. L’amore non è un “optional”.
Ci dice Paolo che l’amore è paziente e benevolo; non invidia, non si vanta, non si gonfia, non cerca il proprio interesse, non s'inasprisce, non addebita il male, non gode dell'ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre, crede, spera e sopporta ogni cosa; l'amore non verrà mai meno. Il Vangelo ci dimostra che l’amore non bada alla convenzione delle parole, non bada all’opportunità dei gesti e non bada all’apparenza. Non perché sia superficiale e relativista, ma perché l’amore non ha tempo, ha da fare, è impegnato ad amare. Al fariseo indignato perché Gesù si lasciasse toccare dalla donna che rannicchiata piangeva ai suoi piedi, Egli rispose: “Sono entrato nella tua casa e tu non mi hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco”. Le fonti francescane raccontano di Chiara che una notte decide di spogliarsi e poggiare il suo corpo sull’anca di una consorella, per scaldarla e far sì che il dolore diminuisse. E raccontano di Francesco che rinuncia a parte di ciò che indossava per regalarlo ad una vedova, o che interrompe il digiuno per essere solidale con il fratello debole che non regge la regola. Atteggiamenti che potrebbero urtare la sensibilità dei “giusti” e dei “perfetti”, di coloro attaccati ai canoni, e non pochi si saranno scandalizzati; sono invece atteggiamenti ispirati dall’amore più inopportuno della storia, di Colui che per amore ha abbracciato la croce. 
Uno psichiatra americano sottolineava nei suoi studi che l'amore non pone domande; il suo stato naturale è di estensione ed espansione, non di confronto e misurazione. “Ora dunque queste tre cose rimangono: fede, speranza e amore; ma la più grande di essa è l’amore”, scrive Paolo. Non è dunque l’amore o le sue manifestazioni ciò che la nostra società dovrebbe temere e confinare, ma l’assenza dell’amore, l’indifferenza, la paura del diverso, la schiavitù e la dipendenza del giudizio altrui, l’ossessione di offrire un’immagine impeccabile di se stessi agli occhi dell’Agorà. 

Andreea Chiriches Leone



mercoledì 23 maggio 2018

RAGAZZI, NON SPRECATE LA VOSTRA VITA

Rubrica di Attualità: pensare fuori dalle righe.



È il 23 Maggio, giorno dell’anniversario della strage di Capaci. Sono appena uscito dalla Basilica di san Pietro nella quale ho partecipato alla messa con tutti i vescovi italiani riuniti per i lavori annuali della C.E.I. 
Decido di rientrare a casa: i libri sulla scrivania mi aspettano. Pochi minuti e sono all’altezza di Largo Argentina: in teatro c’è la presentazione del libro “a mano disarmata” di Federica Angeli. Mi fermo solo mezz’oretta e torno a lavorare – mi dico, mentre varco la soglia d’ingresso del teatro. L’evento è già iniziato e il teatro, benché capiente, è gremito di ragazzi, provenienti da diversi licei di Roma. Così, quasi controvoglia, riesco a trovare un posto in uno dei palchi al primo piano. 
Mi sento tanto fuori luogo: intorno a me tutti liceali. Tra le chiacchiere e gli scherzi dei ragazzi – attento, ma un po’ infastidito – seguo lo svolgersi della manifestazione fin quando un ragazzo non esordisce così: “Ma questa (Federica) è una pazza: mettere a repentaglio così la vita dei suoi figli”. 
Quelle parole – pronunciate con tanta sicurezza- son state per me quasi simili a due sberle. Ma come? Non si rende conto questo ragazzo che se magari tutti avessero il coraggio di fare il loro dovere Federica, come i suoi figli e suo marito, ora non sarebbero in pericolo?
Senza pensare lo guardo e gli dico: “Beh certo … perché sarebbe stato più giusto starsene a guardare e consegnare ai suoi figli un futuro da schiavi?”. 
È un botta e risposta veloce ed intenso quello che segue tra me e lui a tal punto che, senza nemmeno accorgermene, i restanti ragazzi si avvicinano ad ascoltare. Non me lo sarei mai aspettato, ma quel che ne è venuto fuori è stato un confronto davvero interessante. 
Le domande e le considerazione di Gabriele – così si chiama – non le ho disprezzate. Inizialmente – lo ammetto – mi hanno infastidito, ma poi mi son detto: che colpa ne ha? Vive, come ciascuno di noi, immerso in un mondo che continuamente ci dice che è meglio farsi i fatti propri, guardare al proprio orticello e tirare avanti. Sono poche le persone che si soffermano con i ragazzi – e questo lo ricordo bene fin dai tempi, non troppo lontani, in cui io sedevo tra i banchi del liceo – per spiegare loro che ci sono altre alternative, altre possibilità. 
A Gabriele, come ai suoi amici, ho provato a spiegare che la cosa strana non è che Federica abbia denunciato (dovrebbe essere la normalità!), ma che, in un paese democratico e civile, chi denuncia il malaffare deve proteggersi, manco fosse il peggiore dei criminali. Non sono loro che devono cambiare per evitare di lasciarci la pelle, ma la società, il nostro modo di pensare e di pensare che tanto non cambierà mai niente. A questi ragazzi ho raccontato la mia esperienza in carcere, come quella con tanti miei corregionali che nella mafia ci sono nati e che ora provano a ribellarsi, a scegliere un futuro bello perché libero da ogni compromesso. L’ho fatto nel tentativo di far capire loro che è possibile cambiare e che il cambiamento, del quale i mafiosi hanno paura tremenda, è nelle nostre mani, nei nostri cuori. 
Sono state tante le loro domande che si sono susseguite una dopo l’altra; nemmeno l’inserviente che ci ha rimproverato perché disturbavamo li ha fermati: Ma ne vale la pena? E se poi si muore? Tu non hai paura? Ma chi te lo fa fare? Un prete poi … ma come ti è venuta questa cosa? A queste domande ho provato a rispondere dicendo che per me la verità non è solo un valore, ma una persona, Gesù Cristo, che mi ama e mi ha promesso una seconda vita, per la quale vale la pena di giocarsi questa esistenza. Sì, perché la vita eterna non è un’altra vita, ma questa che diventa Altra perché pienamente realizzata! Uno di loro a questo punto scherza: “Daje abbiamo un’altra vita!”
Davvero impressionante – penso mentre sorrido guardandolo - il silenzio e l’attenzione con la quale mi hanno ascoltato; segno evidente questo che quella di Gabriele non era presunzione, arroganza o altro, bensì solo l’esternazione di un suo pensiero che aveva il diritto di esprimere.
Non so se ho convinto Gabriele e i suoi amici sull’importanza del perseguire la verità a qualsiasi costo; so solo che nei loro occhi ho letto quello che si legge negli occhi di un bambino al quale si è appena finito di raccontare una bellissima favola: “Magari avesse ragione lui … magari questo fosse tutto vero!” 
Forse mi sbaglio, forse no. Forse non ho lasciato niente a questi ragazzi, ma loro a me una cosa l’hanno lasciata; una domanda che mi ha anche ferito: “Ma perché con questi ragazzi nessuno parla?” È una domanda che spero di portarmi nel cuore per tutti i giorni del mio ministero. 
Abbiamo parlato, forse, per quasi un’ora (addio studio!) e la manifestazione è praticamente terminata. Ci alziamo in piedi, mi salutano uno per uno sorridenti. Stringo le loro mani mentre mi dicono i loro nomi (chiedo scusa per avrerli dimenticati, ma la mia memoria è pessima!). “Grazie a voi – rispondo – e mi raccomando: Ragazzi, non sprecate la vostra vita!”
Mentre sono di rientro in Collegio penso al lavoro che avrei dovuto fare quella mattina e sorrido: ne è valsa la pena!
Probabilmente questi ragazzi non leggeranno mai queste parole, forse sì, ma vorrei dire a loro e quanti leggono una cosa che questa mattina mi è sfuggita: “Non smettete mai di fare domande, di dire quello che pensate, anche se è controcorrente, anche se è una cosa sbagliata. Non smettete di farlo, ma abbiate anche l’umiltà di accogliere ciò che vi viene detto dall’altro. Poi riflettete e tiratene le somme”. 
Grazie di cuore Gabriele. Grazie a te ed ai tuoi amici. Al vostro liceo quest’anno è stato affidato il “Codice penale” appartenuto a Giovanni Falcone: custoditelo gelosamente come segno di memoria e d’impegno. Quando lo guarderete, lo toccherete, lo sfoglierete, pensate che Falcone non era un eroe, ma un semplice uomo che ha fatto il suo dovere. Pensate questo e pensate che se non fosse rimasto solo, se non gli avessero fatto terra bruciata intorno, non sarebbe mai stato ammazzato in quel modo barbaro. 

P.s. Federì, scusami se ti ho distratto una classe di liceali. Penso che mi perdonerai. 



don Giuseppe Fazio





sabato 12 maggio 2018

POLITICO O PILATO? "NELLA VERITÀ LA PACE"

Rubrica di Attualità: pensare fuori dalle righe.



La riflessione che mi accingo a condividere con voi questa settimana è frutto di alcuni pensieri scaturiti dalla presentazione del nuovo volume della collana che raccoglie alcuni scritti di J. Ratzinger/Benedetto XVI che ieri si è tenuta presso il Senato della Republica italiana. 
Il titolo del volume presentato è quanto mai emblematico: “Liberare la libertà. Fede e politica nel terzo millennio”. 

In un tempo in cui la nostra politica sembra schiava, oggi più che in passato, di inciuci, accordi o disaccordi, interessi da difendere e consensi da mantenere, questo titolo (ancor di più il contenuto del volume) fa davvero riflettere. 

Nello splendido intervento tenuto dall’On. Antonio Tajani, Presidente del Parlamento Europeo, veniva ripresa la figura di Pilato, come esempio negativo di politico. Egli – si diceva – pur riconoscendo la verità dell’innocenza di Gesù, preferisce rimettere nelle mani della folla il giudizio, commettendo così – continuava il Presidente – il grave errore di compiere un’azione politica che non avesse alla base il valore oggettivo della verità, il quale non si può in nessun modo mettere ai voti. 

Certamente ai tempi di Pilato non v’era la democrazia, per cui non era strettamente necessario il consenso pubblico per governare, ma chi sta in posti di comando conosce bene quanto è “opportuno” tener a bada la gente. Oggi, come ieri, dunque, alla verità, al bene, al bello, si continua a preferire il consenso, l’immagine, la vetrina. Così continua ad accadere che la verità, anche se riconosciuta nell’intimo, viene messa in mano alla folla che glissa in favore di Barabba.

Attenzione – ricordava ancora l’On. Tajani – la folla sceglie il capo della rivolta che era andato proprio contro colui che ora lo rimette in libertà, contro cioè il potere romano. Potremmo dire, in certo senso, che un politico che preferisce la menzogna sta liberando colui che gli lotterà contro, in quanto il Padre della menzogna non è alleato dell’uomo, di nessun uomo, ma sfrutta la sua astuzia per mettere i fratelli l’uno contro l’altro!
Essere politico, infatti, vuol dire avere a cuore la res publica, lottare per la verità perché la pace sia custodita dalla verità. Ce lo ricordava lo stesso Benedetto XVI nel suo primo discorso per la pace da papa, al quale aveva dato un altro titolo stupendo: "Nella verità, la pace!"
E tuttavia dobbiamo anche riconoscere che l’impegno per la verità richiede sacrificio, sudore, lacrime amare. «Quello sul fuoco è uno dei più significativi detti di Gesù sulla pace, ma mostra contemporaneamente che carica conflittuale abbia la pace autentica. Quanto la verità valga la sofferenza e anche conflitti. Dimostra come non si possa accettare la menzogna pur di “vivere tranquilli”» (Benedetto XVI).
Pilato ed il Politico autentico non sono conciliabili. L’uno e l’altro devono rispondere alla domanda: Meglio la mia personale serenità o la giustizia? 
Per Pilato «la pace fu per lui più importante della giustizia. Doveva passare in seconda linea non soltanto la grande e inaccessibile verità, ma anche quella concreta del caso: credette in questo modo di adempiere il vero senso del diritto, la sua funzione pacificatrice. Così forse calmò la sua coscienza. Per il momento tutto sembrò andar bene. Gerusalemme rimase tranquilla. Il fatto, però, che la pace, in ultima analisi, non può essere stabilita contro la verità, doveva manifestarsi più tardi» (J. Ratzinger, Opera Omnia, 6/1, 625). 

Sì, la pace a scapito della verità dura poco. Il vero politico questo lo conosce nell’intimo del suo cuore e, proprio per questo, accetta il fuoco della verità, accetta qualche bruciatura, in attesa di entrare nella pace dei giusti!

Forse, non il male dei criminali, ma quanto poco i politici facciano questa autentica scelta rimane il uno dei veri autentici misteri non solo d’Italia, ma del mondo intero. 


Don Giuseppe Fazio




sabato 5 maggio 2018

BUONI O CATTIVI? CON L’AUGURIO DI ESSERE TORMENTATI … DAL TORMENTO DI UN MAFIOSO REDENTO



 RUBRICA DI ATTUALITÀ: PENSARE FUORI DALLE RIGHE.




“Quando tu ti metti dinnanzi ad una persona che ha sbagliato, che ha fatto soffrire tanta gente e che ha capito di aver sbagliato, non ti senti in crisi? Quando ti metti dinnanzi a persone che non cercano giustificazioni, ma chiedono di essere puniti per quello che hanno fatto, non ti senti in crisi? Quando ascolti una storia del genere, di un ragazzo che già a dieci anni era nel circolo della mafia, non ti metti in discussione? Non ti chiedi come un bambino a dieci anni può avere una vita già segnata perché avrebbe dovuto vendicare l’omicidio del padre? Perché il punto qui non è quello di perdonare – nessuno può sentirsi obbligato a farlo – il punto è che tu non puoi far finta che Caino esiste, che il carnefice esiste, c’è. Il problema penso sia un altro:Che cosa ne vogliamo fare di questo carnefice?quale società stiamo creando? Una società in cui si dividono nettamente i buoni e i cattivi, in cui dividiamo in maniera netta da quelli che hanno sbagliato o no? Oppure gli diamo una possibilità in più?Io non mi rassegno all’idea di dover costituire una razza ariana per dover decidere chi sta da una parte e chi sta da un’altra parte”.

Con simili parole don Marcello Cozzi, qualche giorno fa, provocava i ragazzi dei Licei statali di Cetraro (Cs) nei quali abbiamo parlato della storia di alcuni pentiti di mafia, insieme anche a don Ennio Stamile. 

Un tema delicato perché in fondo, quando si parla di qualcuno che ha fatto un male così grande, parlare di pentimento, di recupero, rinascita, è sempre molto difficile. Quasi che una cosa del genere non possa verificarsi. Noi, infatti, vorremmo eliminare questi fratelli, questi “Caino”, perché se lo meritano. 

Don Marcello, invece, “ha incontrato Caino” (è il titolo del suo libro). Raccontandoci dei suoi incontri con Caino ci ha raccontato del tormento di quelle persone che hanno potuto riconoscere il male compiuto, chiedendo di iniziare una vita diversa, nuova. 

Stare dinnanzi a Caino con umanità è cosa davvero difficile perché – come ricordava don Ennio – quando stai dinnanzi a lui con umiltà riconosci che Caino, in fondo, sei anche tu.

Allora, mentre ascoltavo don Marcello, da uomo e ancor di più, da uomo mandato dal Signore Gesù a testimoniare il Suo amore, mi domandavo: a cosa serve denunciare il male se non per stare vicino a chi lo subisce (questo è prioritario!) e per tentare di recuperare chi lo ha commesso?

Alla provocazione di don Marcello sono convinto che la risposta esatta sia questa: sì, gliela diamo una seconda possibilità a queste persone. Una seconda e anche una terza; non noi, ma Dio stesso gliela consegna, lasciandoli vivere ancora. La consegna a ciascuno di noi, ogni qual volta compiamo il male, ma ancor di più la consegna a questi fratelli e poco importa se si chiamano Riina, Muto, Messina Denaro, Piromalli, ecc … importa una sola cosa: fare un passo indietro e questo, fino all’ultimo istante, è possibile. 

No, perché qui sulla terra il quesito non è “buoni o cattivi?”, ma “Peccatori pentiti o peccatori incalliti?”. 

Cosa resta da fare a noi? Tendere una mano. Lasciare che la nostra vita onesta e coerente sia una mano tesa verso questi fratelli perché, un giorno o l’altro, possano afferrarla e iniziare a risalire la china; perché possano comprendere che una “vita confiscata alla mafia è molto meglio che una vita confiscata alla vita, alla libertà, alla pace!”

In fondo alla pagina troverete il video di parte della giornata. Lo allego con la speranza che il racconto di questo “tormento” possa tormentare ciascuno di noi, affinché possiamo abbandonare l’arte della “sentenza a morte” per imparare la bellezza della gioia del Padre che fa più festa per un peccatore pentito che per novantanove giusti (cfr. Lc 15,10). 

Don Giuseppe  Fazio


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