giovedì 24 maggio 2018

AMARE INOPPORTUNAMENTE

Rubrica: Il mondo interroga la fede - la fede interroga il mondo. 

Anni addietro, mentre mi trovavo a fare visita ad un anziano allettato, cogliendo il suo rammarico di non poter camminare più da un giorno all’altro, il suo senso di impotenza, mi venne spontaneo accarezzargli i cappelli. Un gesto naturale quello dell’accarezzare, come tanti altri con il quale sono cresciuta, e che vedevo quotidianamente nell’approccio delle suore della missione verso chiunque: ammalati, orfani, persone in difficoltà, verso coloro che avevano bisogno di condividere un peso con un anima amica, ma spesso scambiato anche tra di noi. Una carezza al volo da parte della superiora che passava mentre intenti a svolgere i nostri compiti quotidiani racchiudeva tutte le parole che il tempo non permetteva che ci scambiassimo: credo in te, non sei solo, fai bene ciò che fai, sono fiera di te, ti amo. Ti amo, non “ti voglio bene”. Il “ti voglio bene” nella nostra cultura non c’è, manca proprio nel lessico. E negli anni vissuti qui non sono riuscita ancora a comprendere bene cosa voglia dire… se ci volessimo male è sottinteso che non c’è lo diremmo mai, così come dovrebbe essere sottinteso che vogliamo il bene dell’altro. Lo uso con fatica quando necessario per una questione di convenzione linguistica, per evitare che qualcuno si scandalizzi del “ti amo”. Così come la volta che andai a trovare l’amico anziano e lo accarezzai, mi imbattetti nello sguardo fulminante e contrariato dei parenti attorno a lui. Chissà cosa avranno pensato… che magari il mio fosse un gesto di pietà che in una famiglia agiata come quella non ci stava bene; avranno pensato forse che avessi osato troppo, il protocollo ci incatena spesso. Per la prima volta ho avuto ben chiaro di essere stata inopportuna. Ciò che nel mio ambiente era del tutto naturale, ho compreso che ora può essere sottoposto al giudizio negativo. Mi porto dentro la contentezza che lessi nello sguardo di quell’anziano, nel suo sorriso e in quello di altri volti, e spero di avere la forza di essere spesso inopportuna piuttosto che reprimere. 
Abbiamo paura del “ti amo”. Persino coloro che cercano di abbracciare il Vangelo ogni giorno lo temono. Abbiamo caricato queste parole di connotazioni che non le appartengono, le abbiamo imbrattate con un modo di pensare equivoco e molto limitato. Mentre il Vangelo non ammette mezze misure: “Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amo. “(Mc 10, 21) L’amore non è un concetto biblico del quale bisogna riempirsi la bocca quando ci si trova in chiesa o nei locali della chiesa. Lo facciamo talmente spesso che lo abbiamo deturpato di essenza e significato, lo abbiamo reso astratto, come un cartellone da appendere molto in alto. Negli incontri di formazione cristiana con i bambini e i ragazzi, basta pronunciare qualsiasi parola che inizi con la “a” e loro frettolosamente dicono “amore”, anche quando parli loro di tutt’altro. Li abbiamo imboccati di “amore”, di “pace” (e di “peccato”) tanto che li collocano ovunque senza riflettere. Forse perché siamo noi a farli riflettere troppo poco su queste parole, forse non li aiutiamo a toccarle con la mano nella loro realtà, a viverle realmente. Ci riempiamo la bocca di amore e fuori proviamo imbarazzo a donarlo, per il timore di essere giudicati inopportuni. L’amore non è un concetto astratto, è ciò di cui abbiamo bisogno per vivere, è la nostra essenza. Basta guardare coloro che da piccoli vengono privati dell’amore, con quanta difficoltà e senso di inadeguatezza affrontano la vita. L’amore non è un “optional”.
Ci dice Paolo che l’amore è paziente e benevolo; non invidia, non si vanta, non si gonfia, non cerca il proprio interesse, non s'inasprisce, non addebita il male, non gode dell'ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre, crede, spera e sopporta ogni cosa; l'amore non verrà mai meno. Il Vangelo ci dimostra che l’amore non bada alla convenzione delle parole, non bada all’opportunità dei gesti e non bada all’apparenza. Non perché sia superficiale e relativista, ma perché l’amore non ha tempo, ha da fare, è impegnato ad amare. Al fariseo indignato perché Gesù si lasciasse toccare dalla donna che rannicchiata piangeva ai suoi piedi, Egli rispose: “Sono entrato nella tua casa e tu non mi hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco”. Le fonti francescane raccontano di Chiara che una notte decide di spogliarsi e poggiare il suo corpo sull’anca di una consorella, per scaldarla e far sì che il dolore diminuisse. E raccontano di Francesco che rinuncia a parte di ciò che indossava per regalarlo ad una vedova, o che interrompe il digiuno per essere solidale con il fratello debole che non regge la regola. Atteggiamenti che potrebbero urtare la sensibilità dei “giusti” e dei “perfetti”, di coloro attaccati ai canoni, e non pochi si saranno scandalizzati; sono invece atteggiamenti ispirati dall’amore più inopportuno della storia, di Colui che per amore ha abbracciato la croce. 
Uno psichiatra americano sottolineava nei suoi studi che l'amore non pone domande; il suo stato naturale è di estensione ed espansione, non di confronto e misurazione. “Ora dunque queste tre cose rimangono: fede, speranza e amore; ma la più grande di essa è l’amore”, scrive Paolo. Non è dunque l’amore o le sue manifestazioni ciò che la nostra società dovrebbe temere e confinare, ma l’assenza dell’amore, l’indifferenza, la paura del diverso, la schiavitù e la dipendenza del giudizio altrui, l’ossessione di offrire un’immagine impeccabile di se stessi agli occhi dell’Agorà. 

Andreea Chiriches Leone



mercoledì 23 maggio 2018

RAGAZZI, NON SPRECATE LA VOSTRA VITA

Rubrica di Attualità: pensare fuori dalle righe.



È il 23 Maggio, giorno dell’anniversario della strage di Capaci. Sono appena uscito dalla Basilica di san Pietro nella quale ho partecipato alla messa con tutti i vescovi italiani riuniti per i lavori annuali della C.E.I. 
Decido di rientrare a casa: i libri sulla scrivania mi aspettano. Pochi minuti e sono all’altezza di Largo Argentina: in teatro c’è la presentazione del libro “a mano disarmata” di Federica Angeli. Mi fermo solo mezz’oretta e torno a lavorare – mi dico, mentre varco la soglia d’ingresso del teatro. L’evento è già iniziato e il teatro, benché capiente, è gremito di ragazzi, provenienti da diversi licei di Roma. Così, quasi controvoglia, riesco a trovare un posto in uno dei palchi al primo piano. 
Mi sento tanto fuori luogo: intorno a me tutti liceali. Tra le chiacchiere e gli scherzi dei ragazzi – attento, ma un po’ infastidito – seguo lo svolgersi della manifestazione fin quando un ragazzo non esordisce così: “Ma questa (Federica) è una pazza: mettere a repentaglio così la vita dei suoi figli”. 
Quelle parole – pronunciate con tanta sicurezza- son state per me quasi simili a due sberle. Ma come? Non si rende conto questo ragazzo che se magari tutti avessero il coraggio di fare il loro dovere Federica, come i suoi figli e suo marito, ora non sarebbero in pericolo?
Senza pensare lo guardo e gli dico: “Beh certo … perché sarebbe stato più giusto starsene a guardare e consegnare ai suoi figli un futuro da schiavi?”. 
È un botta e risposta veloce ed intenso quello che segue tra me e lui a tal punto che, senza nemmeno accorgermene, i restanti ragazzi si avvicinano ad ascoltare. Non me lo sarei mai aspettato, ma quel che ne è venuto fuori è stato un confronto davvero interessante. 
Le domande e le considerazione di Gabriele – così si chiama – non le ho disprezzate. Inizialmente – lo ammetto – mi hanno infastidito, ma poi mi son detto: che colpa ne ha? Vive, come ciascuno di noi, immerso in un mondo che continuamente ci dice che è meglio farsi i fatti propri, guardare al proprio orticello e tirare avanti. Sono poche le persone che si soffermano con i ragazzi – e questo lo ricordo bene fin dai tempi, non troppo lontani, in cui io sedevo tra i banchi del liceo – per spiegare loro che ci sono altre alternative, altre possibilità. 
A Gabriele, come ai suoi amici, ho provato a spiegare che la cosa strana non è che Federica abbia denunciato (dovrebbe essere la normalità!), ma che, in un paese democratico e civile, chi denuncia il malaffare deve proteggersi, manco fosse il peggiore dei criminali. Non sono loro che devono cambiare per evitare di lasciarci la pelle, ma la società, il nostro modo di pensare e di pensare che tanto non cambierà mai niente. A questi ragazzi ho raccontato la mia esperienza in carcere, come quella con tanti miei corregionali che nella mafia ci sono nati e che ora provano a ribellarsi, a scegliere un futuro bello perché libero da ogni compromesso. L’ho fatto nel tentativo di far capire loro che è possibile cambiare e che il cambiamento, del quale i mafiosi hanno paura tremenda, è nelle nostre mani, nei nostri cuori. 
Sono state tante le loro domande che si sono susseguite una dopo l’altra; nemmeno l’inserviente che ci ha rimproverato perché disturbavamo li ha fermati: Ma ne vale la pena? E se poi si muore? Tu non hai paura? Ma chi te lo fa fare? Un prete poi … ma come ti è venuta questa cosa? A queste domande ho provato a rispondere dicendo che per me la verità non è solo un valore, ma una persona, Gesù Cristo, che mi ama e mi ha promesso una seconda vita, per la quale vale la pena di giocarsi questa esistenza. Sì, perché la vita eterna non è un’altra vita, ma questa che diventa Altra perché pienamente realizzata! Uno di loro a questo punto scherza: “Daje abbiamo un’altra vita!”
Davvero impressionante – penso mentre sorrido guardandolo - il silenzio e l’attenzione con la quale mi hanno ascoltato; segno evidente questo che quella di Gabriele non era presunzione, arroganza o altro, bensì solo l’esternazione di un suo pensiero che aveva il diritto di esprimere.
Non so se ho convinto Gabriele e i suoi amici sull’importanza del perseguire la verità a qualsiasi costo; so solo che nei loro occhi ho letto quello che si legge negli occhi di un bambino al quale si è appena finito di raccontare una bellissima favola: “Magari avesse ragione lui … magari questo fosse tutto vero!” 
Forse mi sbaglio, forse no. Forse non ho lasciato niente a questi ragazzi, ma loro a me una cosa l’hanno lasciata; una domanda che mi ha anche ferito: “Ma perché con questi ragazzi nessuno parla?” È una domanda che spero di portarmi nel cuore per tutti i giorni del mio ministero. 
Abbiamo parlato, forse, per quasi un’ora (addio studio!) e la manifestazione è praticamente terminata. Ci alziamo in piedi, mi salutano uno per uno sorridenti. Stringo le loro mani mentre mi dicono i loro nomi (chiedo scusa per avrerli dimenticati, ma la mia memoria è pessima!). “Grazie a voi – rispondo – e mi raccomando: Ragazzi, non sprecate la vostra vita!”
Mentre sono di rientro in Collegio penso al lavoro che avrei dovuto fare quella mattina e sorrido: ne è valsa la pena!
Probabilmente questi ragazzi non leggeranno mai queste parole, forse sì, ma vorrei dire a loro e quanti leggono una cosa che questa mattina mi è sfuggita: “Non smettete mai di fare domande, di dire quello che pensate, anche se è controcorrente, anche se è una cosa sbagliata. Non smettete di farlo, ma abbiate anche l’umiltà di accogliere ciò che vi viene detto dall’altro. Poi riflettete e tiratene le somme”. 
Grazie di cuore Gabriele. Grazie a te ed ai tuoi amici. Al vostro liceo quest’anno è stato affidato il “Codice penale” appartenuto a Giovanni Falcone: custoditelo gelosamente come segno di memoria e d’impegno. Quando lo guarderete, lo toccherete, lo sfoglierete, pensate che Falcone non era un eroe, ma un semplice uomo che ha fatto il suo dovere. Pensate questo e pensate che se non fosse rimasto solo, se non gli avessero fatto terra bruciata intorno, non sarebbe mai stato ammazzato in quel modo barbaro. 

P.s. Federì, scusami se ti ho distratto una classe di liceali. Penso che mi perdonerai. 



don Giuseppe Fazio





sabato 12 maggio 2018

POLITICO O PILATO? "NELLA VERITÀ LA PACE"

Rubrica di Attualità: pensare fuori dalle righe.



La riflessione che mi accingo a condividere con voi questa settimana è frutto di alcuni pensieri scaturiti dalla presentazione del nuovo volume della collana che raccoglie alcuni scritti di J. Ratzinger/Benedetto XVI che ieri si è tenuta presso il Senato della Republica italiana. 
Il titolo del volume presentato è quanto mai emblematico: “Liberare la libertà. Fede e politica nel terzo millennio”. 

In un tempo in cui la nostra politica sembra schiava, oggi più che in passato, di inciuci, accordi o disaccordi, interessi da difendere e consensi da mantenere, questo titolo (ancor di più il contenuto del volume) fa davvero riflettere. 

Nello splendido intervento tenuto dall’On. Antonio Tajani, Presidente del Parlamento Europeo, veniva ripresa la figura di Pilato, come esempio negativo di politico. Egli – si diceva – pur riconoscendo la verità dell’innocenza di Gesù, preferisce rimettere nelle mani della folla il giudizio, commettendo così – continuava il Presidente – il grave errore di compiere un’azione politica che non avesse alla base il valore oggettivo della verità, il quale non si può in nessun modo mettere ai voti. 

Certamente ai tempi di Pilato non v’era la democrazia, per cui non era strettamente necessario il consenso pubblico per governare, ma chi sta in posti di comando conosce bene quanto è “opportuno” tener a bada la gente. Oggi, come ieri, dunque, alla verità, al bene, al bello, si continua a preferire il consenso, l’immagine, la vetrina. Così continua ad accadere che la verità, anche se riconosciuta nell’intimo, viene messa in mano alla folla che glissa in favore di Barabba.

Attenzione – ricordava ancora l’On. Tajani – la folla sceglie il capo della rivolta che era andato proprio contro colui che ora lo rimette in libertà, contro cioè il potere romano. Potremmo dire, in certo senso, che un politico che preferisce la menzogna sta liberando colui che gli lotterà contro, in quanto il Padre della menzogna non è alleato dell’uomo, di nessun uomo, ma sfrutta la sua astuzia per mettere i fratelli l’uno contro l’altro!
Essere politico, infatti, vuol dire avere a cuore la res publica, lottare per la verità perché la pace sia custodita dalla verità. Ce lo ricordava lo stesso Benedetto XVI nel suo primo discorso per la pace da papa, al quale aveva dato un altro titolo stupendo: "Nella verità, la pace!"
E tuttavia dobbiamo anche riconoscere che l’impegno per la verità richiede sacrificio, sudore, lacrime amare. «Quello sul fuoco è uno dei più significativi detti di Gesù sulla pace, ma mostra contemporaneamente che carica conflittuale abbia la pace autentica. Quanto la verità valga la sofferenza e anche conflitti. Dimostra come non si possa accettare la menzogna pur di “vivere tranquilli”» (Benedetto XVI).
Pilato ed il Politico autentico non sono conciliabili. L’uno e l’altro devono rispondere alla domanda: Meglio la mia personale serenità o la giustizia? 
Per Pilato «la pace fu per lui più importante della giustizia. Doveva passare in seconda linea non soltanto la grande e inaccessibile verità, ma anche quella concreta del caso: credette in questo modo di adempiere il vero senso del diritto, la sua funzione pacificatrice. Così forse calmò la sua coscienza. Per il momento tutto sembrò andar bene. Gerusalemme rimase tranquilla. Il fatto, però, che la pace, in ultima analisi, non può essere stabilita contro la verità, doveva manifestarsi più tardi» (J. Ratzinger, Opera Omnia, 6/1, 625). 

Sì, la pace a scapito della verità dura poco. Il vero politico questo lo conosce nell’intimo del suo cuore e, proprio per questo, accetta il fuoco della verità, accetta qualche bruciatura, in attesa di entrare nella pace dei giusti!

Forse, non il male dei criminali, ma quanto poco i politici facciano questa autentica scelta rimane il uno dei veri autentici misteri non solo d’Italia, ma del mondo intero. 


Don Giuseppe Fazio




sabato 5 maggio 2018

BUONI O CATTIVI? CON L’AUGURIO DI ESSERE TORMENTATI … DAL TORMENTO DI UN MAFIOSO REDENTO



 RUBRICA DI ATTUALITÀ: PENSARE FUORI DALLE RIGHE.




“Quando tu ti metti dinnanzi ad una persona che ha sbagliato, che ha fatto soffrire tanta gente e che ha capito di aver sbagliato, non ti senti in crisi? Quando ti metti dinnanzi a persone che non cercano giustificazioni, ma chiedono di essere puniti per quello che hanno fatto, non ti senti in crisi? Quando ascolti una storia del genere, di un ragazzo che già a dieci anni era nel circolo della mafia, non ti metti in discussione? Non ti chiedi come un bambino a dieci anni può avere una vita già segnata perché avrebbe dovuto vendicare l’omicidio del padre? Perché il punto qui non è quello di perdonare – nessuno può sentirsi obbligato a farlo – il punto è che tu non puoi far finta che Caino esiste, che il carnefice esiste, c’è. Il problema penso sia un altro:Che cosa ne vogliamo fare di questo carnefice?quale società stiamo creando? Una società in cui si dividono nettamente i buoni e i cattivi, in cui dividiamo in maniera netta da quelli che hanno sbagliato o no? Oppure gli diamo una possibilità in più?Io non mi rassegno all’idea di dover costituire una razza ariana per dover decidere chi sta da una parte e chi sta da un’altra parte”.

Con simili parole don Marcello Cozzi, qualche giorno fa, provocava i ragazzi dei Licei statali di Cetraro (Cs) nei quali abbiamo parlato della storia di alcuni pentiti di mafia, insieme anche a don Ennio Stamile. 

Un tema delicato perché in fondo, quando si parla di qualcuno che ha fatto un male così grande, parlare di pentimento, di recupero, rinascita, è sempre molto difficile. Quasi che una cosa del genere non possa verificarsi. Noi, infatti, vorremmo eliminare questi fratelli, questi “Caino”, perché se lo meritano. 

Don Marcello, invece, “ha incontrato Caino” (è il titolo del suo libro). Raccontandoci dei suoi incontri con Caino ci ha raccontato del tormento di quelle persone che hanno potuto riconoscere il male compiuto, chiedendo di iniziare una vita diversa, nuova. 

Stare dinnanzi a Caino con umanità è cosa davvero difficile perché – come ricordava don Ennio – quando stai dinnanzi a lui con umiltà riconosci che Caino, in fondo, sei anche tu.

Allora, mentre ascoltavo don Marcello, da uomo e ancor di più, da uomo mandato dal Signore Gesù a testimoniare il Suo amore, mi domandavo: a cosa serve denunciare il male se non per stare vicino a chi lo subisce (questo è prioritario!) e per tentare di recuperare chi lo ha commesso?

Alla provocazione di don Marcello sono convinto che la risposta esatta sia questa: sì, gliela diamo una seconda possibilità a queste persone. Una seconda e anche una terza; non noi, ma Dio stesso gliela consegna, lasciandoli vivere ancora. La consegna a ciascuno di noi, ogni qual volta compiamo il male, ma ancor di più la consegna a questi fratelli e poco importa se si chiamano Riina, Muto, Messina Denaro, Piromalli, ecc … importa una sola cosa: fare un passo indietro e questo, fino all’ultimo istante, è possibile. 

No, perché qui sulla terra il quesito non è “buoni o cattivi?”, ma “Peccatori pentiti o peccatori incalliti?”. 

Cosa resta da fare a noi? Tendere una mano. Lasciare che la nostra vita onesta e coerente sia una mano tesa verso questi fratelli perché, un giorno o l’altro, possano afferrarla e iniziare a risalire la china; perché possano comprendere che una “vita confiscata alla mafia è molto meglio che una vita confiscata alla vita, alla libertà, alla pace!”

In fondo alla pagina troverete il video di parte della giornata. Lo allego con la speranza che il racconto di questo “tormento” possa tormentare ciascuno di noi, affinché possiamo abbandonare l’arte della “sentenza a morte” per imparare la bellezza della gioia del Padre che fa più festa per un peccatore pentito che per novantanove giusti (cfr. Lc 15,10). 

Don Giuseppe  Fazio


Video evento: link 1 - link 2










sabato 28 aprile 2018

SE CONTA SOLO IL RISULTATO IL TRIPLETE NON LO VOGLIO VINCERE NEPPURE IL PROSSIMO ANNO


RUBRICA DI ATTUALITÀ: PENSARE FUORI DALLE RIGHE



Ci sono diverse dimensioni della vita dell’uomo che fotografano lo status di una determinata comunità. Una di queste – è un mio parere – è lo sport. 
Dopo la clamorosa rimonta della Roma che ha eliminato il Barcellona e dopo la scandalosa eliminazione della Juventus, una frase è risuonata a commento di entrambi gli eventi: “Tanto rumore, ma poi questa Champions non la vincono mai”.
Non la vince mai la Juventus che è già rimasta con l’amaro in bocca di diverse finali perse, tanto più non la vince la Roma che tenta un’impresa disperata, complicata adesso dal 5-2 rifilato dal Liverpool la scorsa settimana. Perché ormai “l’importante è vincere” e non partecipare. 

Onestamente, anche se sono un juventino di serie B (perché non seguo sempre lo sport), che la Juve vinca o meno, infondo non mi cambia la vita. Ciò che sinceramente mi preoccupa è che questa visione della vita, che emerge dal modo di vivere lo sport, in realtà è ben percepibile ovunque. 

Conta solo il risultato … sì, è contato solo quello per il ragazzo di Lucca che con la violenza ha provato ad estorcere un sei al professore, il tutto mentre i compagni riprendevano l’ardua impresa con il cellulare. Lo stesso si può dire della povera Giada che, qualche settimana fa, si è suicidata a Napoli. Aveva mentito per mesi, anni, ai familiari prospettando ottimi risultati. Forse, non ce la faceva proprio ad ammettere che, nonostante gli sforzi, il risultato, quel maledetto risultato che è unico a contare, non era dei migliori. È contato solo il risultato per il piccolo Alfie, che voleva vivere, come lo volevano i loro genitori, eppure quel risultato non era accettabile per una medicina che ormai ha rinunciato a curare, se non si elimina definitivamente il problema. Meglio la morte che un’esistenza difficile. 
In una società di efficienticonta solo l’efficienza e quando questa non arriva è meglio procurarsela con metodi pochi ortodossi o, nel peggiore dei casi, farsi da parte perché per i non brillanti qui non c’è spazio. 

Non contano la fatica, il sudore, le lacrime versate se a queste non corrisponde il massimo. Non conta neppure comprendere che abbiamo dei limiti oggettivi e, che per quanto possiamo provare a superarli, in alcune cose, non saremo i migliori come in altre. Non contano neppure più l’amore di un padre e di una madre che – una volta si diceva – per i figli sanno andare oltre tutto. 

Dobbiamo essere sempre al top, sempre i primi, sempre i migliori. È questa l’utopia che ci viene presentata per farci cadere in una disperazione che ci rende, come alcuni vogliono, fragili e manipolabili. 

Se questo è l’andazzo, se questa è la via che abbiamo intrapreso, come comunità, io preferisco andare contromarcia. Personalmente preferisco festeggiare una partita giocata bene, anche senza qualificazione; un secondo posto, ma meritato; una laurea in ritardo, ma con un ottimo cammino di maturazione; una vita che lotta contro la morte anche con tante sofferenze. 

Ricordo bene quello che diceva il mio docente di corpo paolinoin facoltà, quando metteva un voto che oscillava tra il 9.8 e il 9.9. Con un sorriso che snervava i più orgogliosi affermava: “È per la tua umiltà. La prossima volta farai meglio”. 

L’umiltà è ciò che manca a questa nostra società che si crede efficientee invece è proprio deficiente. Sì, nel senso etimologico (de-ficere = mancare di qualcosa), perché una società che manca di umiltà, nella quale conta solo il profitto, è una società che manca di amore. Allora, se questo è l’andazzo, Il triplete io non lo voglio vincere neppure il prossimo anno.


Don Giuseppe Fazio




giovedì 26 aprile 2018

LA COMUNITA' E' SEMPRE COSA BUONA

RUBRICA "IL MONDO INTERROGA LA FEDE- LA FEDE INTERROGA IL MONDO" 

“La parola comunità esala una sensazione piacevole, qualunque cosa tale termine possa significare (…) Le compagnie e le società possono anche essere cattive, la comunità no. La comunità è sempre una cosa buona. (…) La parola comunità evoca tutto ciò di cui sentiamo il bisogno e che ci manca per sentirci fiduciosi, tranquilli e sicuri di noi” scriveva Zygmunt Bauman. 

Definiamo comunità l’insieme di persone unite da rapporti sociali, linguistici, vincoli organizzativi, interessi, costumi ecc. La comunità ideale nasce dalla condivisione di valori comuni o per quanto possibile complementari, da interessi simili che si cerca di tradurre in opere, mettendo insieme le abilità e i doni di ciascuno. L’ideale per la comunità sarebbe la presenza del feeling, di un legame, ili sentirsi in qualche modo uniti spiritualmente agli altri e trasportati verso gli altri, in modo che le anime possano vibrare il più possibile in sintonia. Al di là di quelli che possano essere i doni, le capacità, le competenze di ognuno, è fondamentale condividere una visione comune; ciò rende compatibili oltre le differenze e le particolarità. La comunità unisce oltre le identità, le missioni. Questa è la comunità ideale, abbastanza difficile da sperimentare. Perché in realtà le nostre comunità sono piene di problemi e difficili da reggersi in piedi.
L’elemento di divisione non manca quasi mai, che sia una persona, un’idea, un gesto, una parola, a volte un’interpretazione sbagliata frutto della propria immaginazione e l’equilibrio viene facilmente compromesso. Quando l’elemento di divisione manca lo si cerca ostinatamente, siamo lì pronti a pescare l’errore del fratello per sentirci soddisfatti; ciò purtroppo gratifica più del raggiungimento degli obiettivi comuni. Non riusciamo a guardare verso lo stesso obiettivo insieme, senza schierarci. La comunità/fraternità è un ideale ispirato dal Vangelo. Essa ha come fondamento l’unità e dove c’è unità non c’è bisogno di una caccia al nemico. La comunità/ fraternità ha il compito di unire quanto ci differenzia: le nostre radici, il vissuto, il bagaglio culturale, le tracce caratteriali e implicitamente le nostre imperfezioni, le fragilità ed i nostri limiti dai quali non possiamo mai prescindere. Nel mettere le basi del francescanesimo, il santo serafico ha cercato di imprimere principi di accoglienza e convivenza che abbraccino l’essere umano per intero, desiderando “la comunione più che la comunità, l’ascolto e il dialogo più che l’osservanza delle norme, le relazioni umane più che la formalità e l’amore vicendevole”. Se solo cercassimo di imitare anche solo in parte tutto ciò, i pesi del quotidiano diminuirebbero molto.
Si guarda l’altro come avversario, o quanto meno come colui che può ostacolare la propria affermazione. Possiamo giustificare anche così un mancato progresso o i fallimenti personali, ma il tempo ha la capacità di individuare i problemi reali e chiamarli per nome. Vedere l’altro come avversario è la maniera in cui si nascondono le frustrazioni e le manie di persecuzione. Gli esseri umani, quando si mettono insieme crescono meglio e più veloce, producono frutti migliori. Da soli, in genere, si ha meno possibilità di farcela, si è più infelici.  
Siamo guidati dall’orgoglio e pieni di presunzione e senso di superiorità: di essere più dell’altro, di sapere più dell’altro, di meritare più dell’altro. Non abbiamo la sensibilità di capire quando lasciare perdere qualcosa per il bene di tutti. Così si potrebbe invece uscire dall’ ego, dall’orgoglio per entrare nella sfera del coraggio. Nelle nostre comunità manca l’umiltà di chiedere perdono quando si sbaglia, e ciò rende difficoltoso ripartire nelle relazioni. Manca l’umiltà di ritenerci persone in cammino, non già arrivate, ma che tanto e continuamente hanno da imparare dal fratello; chiunque esso sia porta una esperienza di vita che diventa insegnamento per gli altri. E quando dubitiamo che l’essere umano possa insegnare qualcosa, dovremo ricordare che Gesù ci ha chiesto di imparare qualcosa persino dai gigli dei campi. 

Manca la pazienza e manca la tolleranza. Con troppa facilità si diventa paladini della giustizia, una giustizia che leggiamo a modo proprio. Che poi talvolta non sappiamo nemmeno se si tratti di senso di giustizia o di necessità di sopraffazione o vendetta. Basterebbe guardare l’atteggiamento di Gesù di fronte ad ogni peccatore che incontra. Il fatto che Dio ha assunto la nostra carne, non per i giusti ma per chi è in peccato, facilita a comprendere che la misericordia e l’amore sono il vero salto di qualità. Il Suo atteggiamento non è di condanna verso l’uomo, ma verso la colpa. Non mette mai il peccatore a nudo nella piazza pubblica così come spesso amiamo fare noi nella comunità, nella fraternità, al posto di lavoro, nello spazio virtuale. Anzi, fa in modo che gli accusatori provino vergogna e inizino a guardare seriamente dentro le proprie vite. Il Signore insegna non a sbandierare un bersaglio, né a metterlo in difficoltà, ma concentrarsi a sollevare e ad aiutare concretamente chi sbaglia; insegna a correggere con amore e delicatezza, soffrendo per chi è in errore, non provando soddisfazione, con la consapevolezza che ogni uomo è sacro, e che ogni coscienza è sacra. Ma questo è difficile perché più di ogni altra cosa forse nelle comunità manca l’amore.
Tante sono le mancanze e i limiti che affrontiamo nelle nostre comunità, di qualunque natura esse siano. Ma nonostante ciò, come diceva Bauman, la comunità è sempre cosa buona. Perché nonostante facessimo muro all’amore in tutti i modi possibili, il semplice fatto di trovarci a camminare insieme è segno che dentro di noi, anche nelle forme più velate, desideriamo la comunione e il raggiungimento di ideali che sappiamo, rendono la vita più sostenibile e più felice. Riflette e fa riflettere R. Gibellini sulla Caritas in veritate, l’enciclica della fraternità universale: “La fraternità cristiana traccia anche dei confini, pone una dualità tra Chiesa e non chiesa. Ma "la comunità cristiana fraterna non è contro, bensì a favore del tutto" ed "è chiaro che l'opera di Gesù non mira propriamente alla parte, bensì al tutto, all'unità dell'umanità". La fraternità cristiana non è riducibile a filantropia, non è assimilabile al cosmopolitismo stoico o illuminista, ma è espressione di "vero universalismo", perché è posta "al servizio del tutto", tramite agàpe (amore) e diakonìa (servizio).


Andreea Chiriches Leone




domenica 22 aprile 2018

LA VERITÀ VI FARÀ LIBERI (Gv 8,32). "PAROLA" DI FEDERICA ANGELI!

Rubrica di Attualità: "Pensare fuori dalle righe"


Giorno 19 Aprile nel Tribunale di Roma è stata scritta una pagina importate per quella che è la lotta contro la criminalità organizzata, non solo per Ostia e per Roma, ma per l’Italia intera.

Federica Angeli, giornalista di “La Republica”, unica testimone oculare di un tentato omicidio, è entrata in aula e ha indicato nomi e cognomi di coloro che una sera di qualche anno prima, sotto casa sua ad Ostia, avevano dato vita ad una scena da far invidia al far west.

Al 19 Aprile Federica, insieme a suo marito e ai suoi tre figli, è giunta dopo 1763 di coraggio, di paura e, in un certo senso, anche di poca libertà. Sì, perché quando, anche per fare una passeggiata, devi avvisare la scorta o quando non puoi uscire dal balcone a stendere i panni perché sei diventato un obbiettivo “sensibile”, la libertà viene mutilata. 
Nonostante tutto Federica è andata avanti con convinzione e determinazione: con le sue inchieste giornalistiche nel frattempo aveva fatto venir fuori tutto il malaffare presente ad Ostia, mostrando come in realtà il problema della mafia non sia solo questione dell’estremo sud Italia.

È una pagina storica – dicevo – che si aggiunge ad altre belle pagine di cittadinanza responsabile, di impegno, di difesa dei diritti e della vita, perché nonostante le intimidazioni subite, nonostante la stanchezza e la paura, Federica ha dimostrato a tutta Italia che è possibile rompere quel muro dell’omertà che, mattone dopo mattone, nella nostra bella nazione abbiamo eretto da ormai troppi decenni. 

Nell’intervista, al termine dell’udienza, alla domanda di un suo collega giornalista che le chiedeva come si sentisse ha risposto: “Mi sento libera. Oggi non si può avere paura!”

Una risposta semplice, ma ricca perché ci rimanda immediatamente ad una concezione di libertà ben più profonda dal classico “fare quello che voglio o quello che mi piace”. Ha ragione a dire che si sente libera, lei, perché, come ci ricorda il Vangelo è solo “la verità che ci rende liberi” (Cfr. Gv 8,32). 
Una vita vissuta alla luce del giorno, infatti, rende il cuore libero davanti a se stessi, davanti agli altri e davanti a Dio. Se ciò è vero, vale anche la frase opposta: “la menzogna rende schiavi”. 

Chissà quante volta ci rendiamo schiavi del male a causa della menzogna o dell’omertà che non riusciamo a vincere perché in noi la fa da padrona la paura. 
La paura … Sì, di perdere qualcosa o qualcuno. Chi vive nella verità rischia – non bisogna negarlo – di perdere qualcosa, ma chi vive nella menzogna ha già perso tutto … tutta la bellezza della sua vita. 

Sarebbe bello poter essere un po’ tutti “Federica”. Cioè? Semplici persone normali capaci di gustare la bellezza della verità ogni giorno, ogni momento, in ogni contesto della nostra vita. Perché infondo chi vive nella Verità gode di una protezione più grande; quella cioè del “Buon Pastore”  che spazza via ogni paura con quelle dolci parole che ripete ai nostri cuori: “Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano” (Gv 10,28).

Don Giuseppe Fazio