giovedì 9 luglio 2026

Al parco con le cuffie e ... Ultimo.

         È un tranquillo pomeriggio di fine settembre, di quelli in cui il tepore autunnale si fa timidamente spazio in mezzo ai resti dell’estate. Sono seduto su una panchina della villa comunale, mentre mi godo il sole che fa capolino tra le nuvole. D’un tratto un ticchettio, come di qualcosa che cade per terra vicino ai miei piedi, attira la mia attenzione. Apro gli occhi e poco più avanti vedo un ragazzo che si guarda intorno come a cercare un oggetto improvvisamente smarrito. Gli occhi mi vanno vicino ai piedi, è una cuffia. La raccolgo. Cerchi questa? Mi rivolgo al ragazzo, sarà stato poco più che trentenne. Lui sorride, si avvicina. Grazie. Mi saluta cordialmente. Un vecchio fastidio di chi è abituato ad andare al parco con le cuffieIo l’ho risolto. Poi lo guardo e taccio mentre lui afferra la cuffietta e inizia a pulirla. Ah sì? E come? Mi prendo qualche istante prima di rispondergli. Semplice. Non le indosso più. Ascolto quello che c’è. Lui pare essere spiazzato dalla risposta. Ci ho provato, ma senza musica non riesco. Lo guardo in quegli occhi neri, profondi, che assomigliano agli occhi di quel bambino che contava le stelle e, ora un po’ deluso, trasforma pianeti in sassi.  Certo. Lo capisco. Scappi. È normale. Ti rifugi nelle note per non ascoltarti. Ho l’impressione che adesso rimanga basito. Mi fissa un istante. Mi guarda e poi sdrammatizza: ma lei fa lo psicologo? Sorrido ancora. No, molto peggio. Il prete. Scoppia a ridere, ma decide di prendersi una pausa dalla sua corsa e si siede accanto a me, poggiando i gomiti sulle ginocchia e protraendosi in avanti. 

            È vero, padre. Riprende guardando per terra. È una vita che ho vissuto con i sogni appesiProvo a dimenticare scelte che fanno male, abbraccio le mie certezze e provo a darmi da fare. Poi però niente brucio consigli, alzo il volume, l’ansia nasconde i sorrisi che hoLa nostra generazione è stata lasciata lì: in balia di social, con tanti rimproveri e senza veri punti di riferimento. Mi perdoni: ma anche nella Chiesa non mi sembra ci sia grande scelta. 


            Mentre prende a parlare sento una verità profonda, non sono solo parole poetiche, ma toccano il cuore. C’è un’energia dentro che parla delle ferite nascoste che questa generazione porta nella propria intimità. Poi…  ripensi al domani. Quali domande? Quante risposte? E via con la paura, l’insicurezza, e magari il dubbio che il dolore te lo sei meritato per le tue scelte sbagliate visto che tutti dicono che dovresti impegnarti di più e che il tempo passa e non lo puoi sprecare. Adesso alza lo sguardo e dal basso mi guarda, forse come quella donna adultera avrà guardato Gesù in cerca di un sollievo mentre era distesa ai suoi piedi.


            Però vedi? Riprendo a parlare. A che serve scappare via? Scuote lentamente il capo. No, certo a niente. Io ci ho provato a riprendere il passo. Sorride amaro. Ma ogni volta una delusionePerché amare che è la cosa più bella è anche la più dolora e complessa. E nessuno ci ha mai insegnato come fare. E allora pensi che a volte è meglio vivere come un vecchio pazzo che parla alle persone di cose mai accadute per vivere un po’ altrove. Poi ci ripensi ed è vero, come dice lei padre, che la vita va presa com’è, un viaggio che parte da sé e bisogna imparare a seguirlo perché non chiede il permesso mai a me. 


            Mentre l’ascolto ho la percezione che questo ragazzo aspettasse solo il La per sfogarsi. E chissà quanti altri ragazzi stanno messi così. Avrebbero bisogno solo che qualcuno prestasse loro due orecchie. Certo non due orecchie qualunque, ma quelle di qualcuno che sappia ascoltare con un cuore di Padre. Quindi sospiro silenziosamente e lo lascio parlare. È allora che senti che non può essere tutto un caso e che c’è una missione, fosse anche quella di cantare in pieno inverno per dare la primaveraDi nuovo un attimo di silenzio, poi alza lo sguardo e si tira indietro sulla panchina. Vede padre, riesce a capirmi solo se ha sempre voluto qualcosa che non c’è. E qui mi scappa una risata, anche sonora. Lui si volta di scatto e mi guarda come se mi volesse dire: ma che c*** ridi?  Mi riprendo: rido perché ti capisco perfettamente. Ora lui inarca un sopracciglio. Ma perché succede anche ai preti? Torno a ridere scuotendo il capo. Ora però ride anche lui. Ma certo, fratello. A parte che aver dedicato la vita a Dio significa stare d’appresso ad uno che non lo acchiappi mai, sta sempre un passo in avanti. Ma è il nostro cuore che funziona così. Ci focalizziamo sempre su quello che non c’è … un lavoro, un amico, una ragazza. E anche per noi preti è così. Ed è vero, fa male. Sapessi quanto fa male, quando rientri in canonica, solo, mentre la città dorme dopo che hai fatto tanto e tanto ti senti solo.  Mi sembra ora che a sentirsi capito sia lui. Esatto … mi rimbalza con una luce particolare negli occhi. E adesso tirando le somme non sto vivendo come volevo. Ma posso essere fiero di portare avanti quello che credo. Da quando ero bambino, solo un obiettivo: dalla parte degli ultimi per sentirmi primo


            Mi sembra di sentire quella beatitudine che un giorno Gesù pronunciò quando disse che gli ultimi sarebbero stati i primi, almeno alcuni. Peccato che ad essere primi si parla del Regno dei cieli e non su questa terra, ma tant’è. Ma allora se stai così, qual è il problema? Hai qualcosa in cui credi, ne sei fiero, hai un obbiettivo. Dovresti essere contento no?


            Ancora una domanda. Ancora istanti di silenzio. Non lo so, padre. Il punto è questo: Non lo so. Mi guardo spesso dentro, ma tutto mi stanca. Il lavoro, il successo, mio figlio, gli amici … Mi guardo spesso dentro, ma cosa mi manca a me, per essere me, davvero non lo capisco. Adesso lo vedo che sotto le braccia stringe i pugni mentre ha rialzato lo sguardo verso il cielo. È un ragazzo intelligente, davvero in ricerca. Non è un superficiale, vede tanti elementi, ma non riesce a connetterli tra di loro. 


            Vedi… finché noi cerchiamo il nostro punto di appoggio nelle cose o nelle persone rimaniamo schiacciati. Puoi anche guadagnare il mondo intero, ma perdi te stesso. Non ti appaga fino in fondo. Un grande successo, e subito te ne serve un altro. Un grande affetto … e poi un altro. E poi capisci che non ti basta, quindi scappi, ma poi ti vengono i rimpianti e fai la vita del criceto nella gabbia a correre su di ruota che non porta da nessuna parte.


            Ora è lui che sospira. Sì, Padre è così. Ci sono persone e cose che non rivedrò e forse è giusto anche lasciarle lì nei ricordi che lascio sempre giù come anelli persi giù nel mare blu. So che forse è banale, ma ci inizio a pensare sempre quando è buio e dorme la città


            Butto anche io indietro la testa a godermi quel cielo primaverile, distendo un po’ le gambe e le incrocio. Eh certo … perché di notte, quando la città dorme, non c’è musica o attività che tenga. Ti puoi alzare, mettere ad un computer, scrivere lettere o canzoni per sentirti meno solo, ma poi la notte è la notte. Ti interroga, ti tira fuori l’anima, la verità. Sarà per questo che Gesù amava pregare durante la notte? Ci prendiamo una pausa non concordata, poi aggiungo ancora qualcosa: la vita è fatta di errori, di persone che abbiamo lasciato andare a cui non resta che dedicare un silenzio, ci sono ferite e rimpianti, sguardi, mani, labbra, profumi … e poi c’è l’amore, c’è Dio. La vita non sta in uno schema, in una ricetta e nemmeno Dio. Dio sta tra gli ultimi perché gli ultimi sono quelli che non hanno schemi, hanno perso tutto o non hanno mai avuto niente oppure hanno tutto e si sentono vuoti. Dio sta lì perché è lì che la vita si riprende. È lì che è possibile scorgerne un senso dove non ci sono più pretese o attese, ma il desiderio di vivere e di vivere fino in fondo. Ognuno di noi porta i suoi pesi, ma che ci vuoi fare? Non sono quelli che contano per davvero. 


            Non so se mi sta ancora ascoltando, mi giro un istante per spiarlo. Ha gli occhi socchiusi. Dio … io ho urlato a Dio “ti prego se esisti rispondi”. Avevo bisogno di un Dio e l’ho cercato nei sensi di colpa. Sta per continuare, ma lo interrompo bruscamente questa volta: Per carità. Ancora con questo Dio moralista!?! I nostri sbagli possono essere occasioni in cui facciamo silenzio e allora Lui parla, dà delle risposte proprio perché in quel momento tacciamo per davvero. Si è fatto tardi e comincia ad alzarsi un po’ di vento, ma mi sembra che lui rimanga come risucchiato da un vortice di pensieri. Vero anche questo. Proprio in circostanze simili mi è sembrato di aver fatto esperienza di Dio … sul serio … incalza come a volermene convincere. Nei momenti in cui avevo bisogno di una risposta la sentivo e arrivava dentro di me e allora anche se non credevo sentivo che lì Dio c’era al di là di tutto e stava quiConclude portandosi un indice al cuore e riportandosi quasi dritto sulla panchina. 


            Certo che Dio lì c’è. Anche se tu non ci credi Lui è sempre lì. E finché tu non accetti di averne bisogno, Lui rimane lì, in silenzio a sussurrarti una parola che è il suo stile di vita: tu amati sempre perché sei nobile, sei mio Figlio e in te mi compiaccio. Ecco cosa ci manca per sentirci quello che siamo: sapere di essere Figli e non orfani. Lui ora si alza. La pausa è finita e del resto il sole è quasi al tramonto. Mi sorride con quel volto sbarazzino e i capelli ancora madidi di sudore. Padre, mi sa che siamo fatti tutti un po’ così: occhi forti e cuori fragili. Spero di trovare quell’appoggio di cui lei mi parlava. Ricambio il suo sguardo e gli sorrido. Ce l’hai già, ti serve solo riconoscerlo. 




Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com









 

 

 

 

 

            

 

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