venerdì 22 dicembre 2017

IL SENSO NELLE PICCOLE COSE

Rubrica di letteratura e poesia

Se io potrò impedire
ad un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano.
Se allevierò il dolore di una vita
o allevierò una pena
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano!
(Emily Dickinson)

Le parole di Emily Dickinson non sono da vedere semplicemente come un inno alla solidarietà, ma anche e soprattutto come un invito a ricercare il senso del nostro vivere nelle piccole cose e nei piccoli gesti.
In alcuni momenti della nostra vita, infatti, è come se vivessimo di attese: aspettiamo una grande occasione, una grande offerta di lavoro, un grande amore, un grande cambiamento, qualcosa che dia un senso al nostro vivere e nel frattempo andiamo avanti per inerzia, considerando i giorni che si susseguono l'uno uguale all'altro come giorni inutili, come tempo perso. Quello che dovremmo capire, però, è che non esiste il tempo perso, esiste quello sprecato, perché siamo noi a decidere come impiegare il nostro tempo e siamo noi a dargli un valore con le nostre azioni e con la nostra volontà. Non abbiamo bisogno necessariamente di grosse somme di denaro o di arrivare in qualche parte sperduta del mondo per aiutare qualcuno e per sentire così di poter essere utili; basta anche soltanto riuscire a trovare il tempo per chiamare quell'amico in crisi, ad aggiungere un sorriso quando chiediamo il pane al supermercato, a suonare al vicino di casa con la scusa del sale che manca per fermarsi a prendere un caffè e condividersi.  
Viviamo tanti di quei momenti in cui ci sentiamo impotenti e inutili perché non abbiamo nulla di "importante" da fare, ma in realtà sono proprio questi i più importanti, perché possiamo gestirli come vogliamo e attribuirgli, tramite le nostre piccole scelte quotidiane, il potere di cambiare la nostra giornata e anche quella di chi abbiamo vicino. L'umanità non è fatta soltanto di grandi benefattori, di scienziati e missionari, dell'umanità fa parte anche una ventiduenne come me, un disoccupato, un vecchietto, l'autista dell'autobus, persone che probabilmente non cambieranno mai il mondo ma che, tramite i piccoli gesti, le parole semplici e le piccole attenzioni, lo renderanno sicuramente un posto migliore.


mercoledì 20 dicembre 2017

DIRE GRAZIE È SEMPRE DOVEROSO

È da appena una mese che abbiamo lanciato questo blog con entusiasmo e grandi attese. 
Devo felicemente constatare che l'impegno e la costanza dei nostri scrittori hanno immediatamente raccolto grandi risultati. Li riporto perché mi sembra giusto: 

1430 visite in un solo mese con una media di 357 visite a settimana e 48 al giorno. 

Per essere un blog appena nato e certamente non di grande levatura mediatica, credo non sia per nulla un piccolo risultato.

A questi numeri si aggiungono i ringraziamenti e gli incoraggiamenti che ogni giorno arrivano privatamente. 

Se quanto scriviamo e condividiamo nel tentativo - lo ricordiamo - di offrire semplici spunti di riflessione, è a voi gradito a noi non può che riempire il cuore di gioia e l'animo di nuove energie per continuare a far meglio. 

Cosa ci aspettiamo? Che il blog sia non solo un "luogo" nel quale attingere delle informazioni, ma anche di confronto attraverso la possibilità di commentare che viene offerta a tutti e a chiunque, purché nel rispetto reciproco delle parti.


L'occasione ci è gradita per formulare a tutti voi, cari amici, i nostri più sentiti auguri di buon Natale. Il bambinello, che metteremo nei nostri presepi la notte del ventiquattro, riempia i vostri cuori della sua pace. 


Avanti tutta che ... riflettendo si cresce!


LA REDAZIONE



domenica 17 dicembre 2017

IO SONO CREDENTE, LO STATO E' LAICO. (Circa l'eutanasia, nei panni di un non credente).

Mi spinge a scrivere questa riflessione l'incapacità di accettare il pensiero altrui senza prima aver riflettuto sola con me stessa. 
Ho letto il post di Giuseppe Fazio " Liberi di scegliere: una giornata storica (?) " e mi sono chiesta: Se ci fossi io al posto di una persona cieca, impossibilitata a muoversi, bloccata giorno e notte su un letto, imprigionata nel dolore? Se fossi io ad arrivare al punto di non farcela a sopportare la sofferenza perenne, costante che non mi permette di sperare, avere fiducia (perchè secondo me questo ci permette di vivere) ?? Se fossi io a chiedere di porre fine a tutto questo, di fronte a un rifiuto da parte dello Stato, come mi sentirei?
E' da considerare il fatto che non tutti siamo credenti, non tutti consideriamo la morte come la chiamata di Dio a nuova vita, e io, credente, devo rispettare coloro che non la pensano come me, posso pregare per una loro conversione ma non posso condannare le loro scelte circa la loro vita.
La legge sul biotestamento, infatti, non obbliga nessuno a morire ma lascia la possibilità di scegliere. E' uno Stato laico ad aver approvato questa legge: come possiamo pensare che le richieste di oltre 40mila persone che vorrebbero le terapie di fine vita non vengono ascoltate da questo? Lo Stato ha come fondamento il testo costituzionale e non il testo della Bibbia.
Non siamo nessuno per scegliere quando morire, e allora perchè improvvisamente diventiamo qualcuno quando dobbiamo scegliere che gli altri non devono morire?
Questa legge, inoltre, non lede la libertà e la dignità altrui, per questo credo che non si possa paragonare al cannibalismo come Giuseppe Fazio scrive. Ciò che nel giuramento di Ippocrate mi sembra di dover sottolineare è l'avverbio "deliberatamente". Il medico di fronte a una situazione del genere non decide autonomamente di mettere fine a una vita altrui ma rispetta un diritto, quello del malato, di scegliere in base al proprio credo.
Non mi sembra che questa legge sia un passo verso una "dittatura del pensiero" anzi, mentre prima vi era un'unica via imposta, ora ognuno può scegliere la strada da prendere. Per quanto concerne il fatto che a scegliere per i minori siano i tutori o i genitori questo non lo condivido neppure mettendomi nei panni di un non credente.
Provando, poi, ad immaginare la situazione in cui si trova chi circonda il malato e vive insieme a lui la malattia, penso che di fronte a tale richiesta non mi sentirei, nonostante il doloroso distacco che si prospetterebbe, di imporre un mio pensiero, anche perchè dietro questo protrebbe celarsi puro egoismo.
Su una cosa bisogna essere chiari: questa legge non esclude la necessità di un'altra legge fondamentale per una maggiore assistenza nel periodo di malattia a chi vuole e combatte per la vita.
Convinta di non offendere il pensiero di nessuno mi sento libera di condividere il mio.

Colgo l'occasione per salutarvi visto che probabilmente Giuseppe Fazio non mi permetterà mai più di scrivere.

Claudia Lanza



sabato 16 dicembre 2017

LIBERI DI SCEGLIERE: UNA GIORNATA STORICA (?) (Sulla legge sul testamento biologico)


RUBRICÀ DI ATTUALITÀ: PENSARE FUORI DALLA RIGHE.



Il 14 Dicembre 2017 per i cittadini italiani è una data destinata ad imprimersi nella storia: l’eutanasia è praticamente diventata legge.
Proprio a tal proposito vorrei con voi condividere alcune riflessioni limitandomi semplicemente a mostrare che questa legge, non solo è fatta davvero con i piedi (forse volutamente), ma che essa è palesemente contro la vera difesa della dignità dell’uomo e della sua libertà. E questo vorrei mostrarlo, senza impugnare il Vangelo (che già di per sé basterebbe), ma usando la ragione che tutti dovrebbero (uso il condizionale perché non mi sembra più così scontato) saper usare.

In ordine sparso:

1)    Questa bellissima legge è stata ostentata dagli esponenti del PD e del M5S come affermazione e tutela della libertà di scelta. Tutti – dicono – siamo liberi di scegliere. Intanto a questi tali si dovrebbe ricordare che c’è differenza sostanziale tra libertà e autodeterminazione. Se l’autodeterminazione, infatti, viene confusa con la libertà, io, per assurdo, da domani potrei decidere di nutrirmi di carne umana e nessuno dovrebbe avere autorità di dirmi qualcosa.

2)     In secondo luogo sorge spontanea un’osservazione: questi maghi della demagogia (non ditemi per favore che sono politici), pur sostenendo la libertà come principio intoccabile, in questa stessa legge vietano l’obiezione di coscienza dei medici che, lo ricordiamo, nel giuramento di Ippocrate professano: «Consapevole della solennità e dell’importanza dell’atto che compio, giuro: di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di una persona». Ora, correggetemi se sbaglio, ma mi sembra che ogni dittatura è nata con questo letimotiv: affermare dei diritti e dei principi validi soltanto per alcuni, mentre per altri questi stessi principi diventavano causa di persecuzione, prigione e, in alcuni casi, anche di morte. Es. il nazismo: la vita è sacra soltanto per la razza ariana. Mi sembra che analoga cosa succeda in questo contesto con il principio della libertà.
 

3)    Cosa prevede questa magnifica legge per coloro che sono minori o incapaci di prendere una coscientemente una decisione? Risposta: decideranno i genitori o i loro tutori legali. In questo modo viene affermato candidamente che altre persone, solo perché più grandi, possono decidere se i loro figli, o sottoposti, vogliano o non vogliano morire o affrontare la loro malattia. Questa è libertà? La risposta l’affido alla vostra intelligenza.

4)    La legge poi, in modo molto astuto, non pone alcuna condizione sulle condizioni (scusatemi la ripetizione) in cui un uomo può decidere la sospensione, non solo della cura, ma anche dell’alimentazione, dell’idratazione ed anche, anche se non è ben espresso, della ventilazione. Già, perché qui non si tratta dell’accanimento terapeutico (dare delle medicine quando la situazione è clinicamente irreversibile), ma di alimentazione. Io vorrei sapere chi, di questi signori, se avesse in casa propria una genitore ammalato, smetterebbe di offrirgli un bicchiere d’acqua o una mollica di pane. Al di là di questo è interessante notare che questa omissione sulle condizioni apre ad una sorta di eutanasia incondizionata. Questo che vuol dire? Semplice: anche una persona fortemente depressa potrebbe chiedere di essere sedata per lasciarsi morire di fame e di sete. Vi sembra una legge ben fatta? Non credo che si debba essere cattolici per comprendere che qui c’è davvero qualcosa che non va. In questo modo è sancito il diritto a morire. Ora mi domando e dico, e domando a questi specialisti della libertà, lo stato non dovrebbe forse tutelare, accompagnare e assistere quelle famiglie che si trovano in grande difficoltà, anche economica, per quelle situazioni di malattia che in tanti sperimentano? Non dovrebbe fare leggi per venire loro incontro? No, è più semplice autorizzarli a suicidarsi. Nel mio ministero di diacono, e anche nei miei dieci anni da seminarista, molte volte mi sono recato al capezzale di tanti ammalati e ho sempre notato una cosa: anche i casi degli ammalati più disperati, sostenuti dall’affetto dei familiari, degli amici e dei parenti, hanno vissuto SEMPRE fino all’ultimo istante la loro malattia, la loro sofferenza, e la loro vita (perché la sofferenza non è la totalità della vita) con grande dignità e gioia. Tuttavia devo registrare che nelle case degli ammalati ho trovato anche tante volte la disperazione di chi, con una pensione minima, non riusciva neppure a comprarsi una scatola di medicine. Questo i politici da facebook non lo sanno perché non sono abituati a visitare questi nostri fratelli infermi. Di queste persone dovrebbero occuparsi i nostri politici. Loro dovrebbero avere la priorità assoluta nelle agende dei nostri governanti.

5)    Ancora un’ultima cosa: la legge in questione non prevede che, chi faccia il testamento biologico, sia supportato e accompagnato da un medico. Questo implica due cose: la possibilità di un testo ambiguo e poco chiaro e la quasi certa formulazione di un consenso non ben informato.

Non voglio dilungarmi ancora, ma credo che queste cinque riflessioni, appena accennate e che meriterebbero di essere sviluppate più a fondo, ci permettano da uomini, prima che da credenti, di dire che questa legge è una vera “boiata” in che senso? È una legge da boia! Non tagliano la testa con la ghigliottina, né mettono nei ghetti gli storpi, né li buttano dalla rupe come era costume in alcune civiltà, ma, in maniera molto più subdola, poggiano (metaforicamente) la mano sulla spalla di queste persone sofferenti, recitano un “mi dispiace” di circostanza e poi l’incoraggiano a morire.

E con questo, TENGO A PRECISARLO, non voglio mancare di rispetto a chi, nella disperazione, ha deciso di staccare la spina ad un proprio caro. Non credo, infatti, che questa sia una decisione che si prende alla leggera o con gioia. Il punto qui è un altro: lo stato non dovrebbe incoraggiare la morte, ma difendere la vita e sostenere chi si trova nella sofferenza.

Il 14 dicembre 2017 è destinata ad essere dunque una data storica? Sì. Credo proprio di sì! È la data in cui la nostra politica italiana è divenuta, non politica del voto a qualunque costo, questo lo era già da tempo, ma una politica che incoraggia la morte e scoraggia la vita perché infondo, diciamolo francamente, mantenere un malato costa allo stato ed allora è meglio che muoia piuttosto che soffra.

D’altronde da questi scienziati della demagogia a basso prezzo non potevamo aspettarci altro. Hanno, infatti, prodotto una sanità ammalata che ora provano a curare offrendogli come possibilità il diritto alla morte. Del resto, come ricorda un antico adagio del Vangelo di Matteo, «la bocca parla dell’abbondanza del cuore» (12,34) e da chi nel cuore porta la morte non poteva che scaturire solo morte.



venerdì 15 dicembre 2017

VIVERE È GUARDARE OLTRE GUARDANDOSI DENTRO.

RUBRICA DI LETTERATURA E POESIA


Ciascun volto, anche lo stesso che abbiamo visto ieri, oggi è un altro, perché oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e non ce n'è stato un altro uguale al mondo. L'identità è solo nella nostra anima.
(Fernando Pessoa)


Con queste parole Pessoa ci fa cogliere perfettamente il senso del tempo che, passando, muta le cose, ne cancella alcune e ne aggiunge di nuove. 
Credo che ognuno di noi abbia un rapporto difficile con il cambiamento, perché a tutti capita di desiderarlo in un momento di stanchezza, di staticità o di sconfitta, però poi, quando arriva in modo inaspettato o indesiderato, abbiamo tutti, chi più chi meno, non poca difficoltà ad accettarlo. 
Spesso, infatti, non riusciamo ad accettare che una persona o il rapporto che abbiamo con questa possa cambiare o che quello che è stato ieri della nostra vita non può essere probabilmente uguale a quello che sarà domani; non riusciamo a rassegnarci ai sentimenti che cambiano, ai posti che dobbiamo abbandonare e alle novità che dobbiamo accogliere perché spesso non realizziamo che la vita non è solo dolore così come non è solo gioia: la vita è prima di tutto cambiamento, e vivere significa proprio imparare ad accettare gli anni che passano, le cose che si lasciano dietro e quelle che si trovano davanti. 

Dice bene Pessoa quando afferma che "l'identità è solo nella nostra anima", spiegare queste parole non è per nulla semplice! Probabilmente ciò che il poeta intende comunicare è che solo nella nostra anima risiede qualcosa di immutato e immutabile, quel qualcosa che forse, proprio per il suo essere tale, molte volte non ci rende compatibili con l'evoluzione della vita ma che è anche e soprattutto ciò che di più bello abbiamo in noi, ciò che ci rende quelli che siamo in qualsiasi posto e in qualsiasi momento, anche se questo spesso comporta il portarsi dietro quella sensazione di amarezza e di nostalgia per le cose cambiate o perse, sensazione che probabilmente con il passare del tempo si fa sempre più forte. È per questo che qualche volta vivere diventa un po' più difficile, un po' più doloroso, ma quello che dovremmo ricordare è che rimane sempre e comunque una grande fortuna, perché il continuo evolversi della nostra vita non cambia quello che siamo, anche se a volte può sembrare così, credo piuttosto che ci dia la grande opportunità di riscoprirci ogni giorno in ogni nostra millesima sfaccettatura: fragili, forti, distaccati, innamorati, arrabbiati, clementi, UMANI.

SARA FOSFORINO

giovedì 14 dicembre 2017

Questi vescovi che "brutte persone". Una testimonianza sempre attuale: la fede non è filosofia o morale, ma vita vissuta.

RUBRICA "IL MONDO INTERROGA LA FEDE- LA FEDE INTERROGA IL MONDO"


Nel mese di giugno Papa Francesco ha riconosciuto il decreto di Venerabilità del Servo di Dio, Mons. Agostino Ernesto Castrillo, vescovo di San Marco Argentano – Bisignano, dell’Ordine dei Frati Minori, nato a Pietravairano (Caserta) il 18 febbraio 1904 e morto a San Marco Argentano il 16 ottobre 1955. Il riconoscimento delle sue virtù eroiche ci spinge ancor di più ad avvicinare, conoscere ed imitare la maniera in cui egli ha vissuto e servito. Leggere la biografia di Mons. Castrillo significa immergersi nel vissuto di un innamorato di Cristo e dei fratelli, un modello per chi segue Francesco e per tutti coloro che vogliono vivere seriamente la fede cristiana. 
Il modo in cui egli ha vissuto la propria vita e il suo ministero affascina. In questi tempi in cui scarseggiano i modelli dei quali avremmo tanto bisogno specialmente noi giovani, che per natura siamo alla ricerca di persone credibili, appassionate, la figura di padre Agostino potrebbe agire come un faro: la sua coerenza, la forza della sua fede, il coraggio di abbracciare e amare la vita anche nelle sue manifestazioni più scomode e dolorose, fanno comprendere che egli si è fidato e si è affidato fino in fondo. Un territorio il nostro così martoriato da piaghe che ben conosciamo (abbiamo visto un mese fa cinque comuni calabresi sciolti per infiltrazioni mafiose), in cui scarseggia il lavoro e dove la sanità è molto precaria; una terra insomma, così bella e ricca ma che si dimostra così difficile da vivere e da amministrare. In un contesto come questo, più che pensare di scappare altrove dove la qualità della vita possa promettere di più, bisognerebbe pensare cosa si può fare per rendere feconda questa terra. Da cristiani dovremo forse iniziare ad analizzare le cose che non vanno a partire da noi stessi, dal nostro piccolo, chiedendoci cioè ogni giorno cosa possiamo fare per il prossimo, per le comunità nelle quali viviamo.
Queste anime sante di cui la Calabria è così ricca (sembra addirittura che la nostra regione abbia il primato per il numero di santi venerati), oltre a dimostrarci che la santità sia possibile e sia fatta per l’essere umano e non per super eroi, insegnano ad avere ideali. Insegnano ad avere entusiasmo, a credere con forza in qualcosa tanto da rivoluzionare la propria vita e quella degli altri, ad amare con forza qualcosa. Ciò che forse non sappiamo più fare. E’ ciò che sottolinea A. Modaffari nel suo libro “Una traccia indelebile a San Marco Argentano- Il venerabile mons. Agostino Ernesto Castrillo”, il messaggio di padre Agostino è stato proprio questo: senza amore per quello che si fa, non si ottiene nulla.
Allo stesso tempo egli ha insegnato che la “perfetta letizia” non è utopia, non è ideale inattuabile. Ha trasformato “il letto di dolore in cattedra di umanità”, felice di imitare Cristo persino nella sofferenza, con il cuore lieto, con una gratitudine totale e non selettiva come la nostra. Guardando la sua vita ci sentiamo spronati ad essere uomini e donne di azione oltre che di preghiera; cristiani decisi che hanno il coraggio di compiere delle scelte. E’ un coraggio che oggi scarseggia. È’ molto più facile farsi trascinare dalle correnti, passare da una sponda all’altra secondo la convenienza, così come restare neutri in modo da non rischiare di perdere alcun beneficio. La neutralità è da codardi. Padre Agostino ha fatto una scelta: quella di stare dalla parte dei bisognosi, ha cercato di eliminare le disparità. A Foggia, ci viene raccontato che durante la guerra an¬dava in giro per raccogliere le ossa sparse per le strade e seppellirle. Ad Ascoli Satriano per tre anni ha donato tutto se stesso per servire i terremotati del 1930. Ancora a Foggia visitava sempre i poveri ed i ammalati. E’ un modello anche in questo: ci sprona ad amare i fratelli così come vuole Cristo, cercando di essere maggiormente attenti agli emarginati, a coloro che sembra non abbiano diritti. Diceva il Santo Padre i giorni passati: saremo giudicati “sul nostro impegno concreto di amare e servire Gesù nei nostri fratelli più piccoli e bisognosi”.
C’è una frase molto amata da padre Agostino: Nulla per sé, tutto per gli altri. Facile a dire… Ci aspettiamo che lo facciano i preti, i vescovi, i cardinali. Chi è pratico della rete di socializzazione si sarà imbattuto qualche volta nella foto della tavolata dei cardinali con a fianco l’immagine dei bambini africani che giacciono nella polvere magri, nudi e sporchi. Provocazione tipica per il nostro tempo, tempo dei “haters”. Ci casca chi pensa che il mondo cambi dall’alto: che ci sia cioè una piccola massa di persone che abbiano dei doveri, mentre noi altri abbiamo prevalentemente dei diritti. Così attendiamo che la Chiesa sia Chiesa solo in Vaticano, che la politica sia funzionante solo a partire dai politici. E così via, in tutti i campi della vita sociale. Ma noi dove ci collochiamo? Da cristiani, il battesimo dona la stessa dignità a tutti, laici e cardinali. La Chiesa siamo anche noi. E allora perché non chiederci per primi se nella nostra quotidianità pensiamo o meno a chi è nudo? A chi ha fame? A chi è solo? Perché non chiederci se noi per primi non sprechiamo? Se noi per primi non pecchiamo di omissione? 
Nel libro di A. Modaffari c’è la testimonianza di una frase che padre Agostino rivolge ad uno dei sacerdoti della diocesi: “Se vogliamo arricchire il mondo, dobbiamo essere poveri.” Ma questo suo messaggio va a toccare tutti noi, non solo i sacerdoti, perché è il messaggio del Vangelo, è ciò che Francesco ha chiesto ai suoi figli: di cercare di essere più sobri, più attenti a come gestiamo i nostri beni ed i beni comuni affinché ci siano per tutti. Una certa sobrietà inoltre ci libererebbe da fardelli ingombranti e inutili, dai bisogni indotti che ci tolgono solamente spazio e tempo. La nostra vita potrebbe essere facile, leggera e libera. E senza i finti bisogni potremmo pensare anche a provvedere ai bisogni veri di qualche altro fratello. Se lo volessimo. La testimonianza di padre Agostino ci fa scendere con i piedi per terra. Fa comprendere che la vita sia molto più delle nostre battaglie inutili per accumulare beni e riconoscimenti. E ci dice che la vita acquista senso nella misura nella quale si è capaci di impegnarsi per l’affermazione della dignità di tutti, specialmente degli ultimi. Per avere quel coraggio di fidarsi e di affidarsi completamente a Dio, il requisito essenziale è quello di sentirsi liberi e liberati, di conseguenza, forti. 
Mi piace individuare l’eredità di padre Agostino in questo: una testimonianza che insegna cosa bisogna fare per essere felici e in pace, cercando Dio in noi stessi e nei fratelli; amando Dio in noi stessi, nella nostra vita, con tutte le sue difficoltà e amando Dio nei fratelli. 


Andreea Chiriches