giovedì 20 marzo 2025

Una rubrica per Brunori: ARRIVEDERCI TRISTEZZA

           Arrivederci tristezza é del 2014 ed appartiene al terzo album di Brunori dal nome Il cammino di Santiago in taxi.Il testo si presenta come una forma di lettera all’intelletto, quasi come se volesse annunciare una rivoluzione contro quella tendenza che, da Cartesio in poi, al grido del Penso dunque sono, ha voluto idolatrare la ragione.

Dunque, il cantautore calabrese fa iniziare questa splendida composizione con un’ammissione di dispiacere, invitando l’intelletto ad andarsene a letto, perché il suo mondo non è perfetto. L’intelletto umano, ovverosia la capacità di entrare nella profondità delle cose, non può contenere la totalità della realtà. Sfugge sempre qualcosa alla comprensione umana: il vortice dei sentimenti, la complessità e l’imprevedibilità dell’amore, la presenza di Dio che scombussola ogni ragionamento matematico. 

 

Dopo questo congedo dall’intelletto la canzone manifesta la sua intenzione: provare a volare lassù. È il desiderio che l’uomo da sempre ha coltivato: volare. Arrivare in alto, ergersi oltre la terra. Un desiderio che gli altri animali di terra o di mare non manifestano, anzi hanno il terrore del trovarsi sospesi in aria. L’uomo, invece, ha questo innato moto dell’anima a volare, a salire ad un livello superiore. Un desiderio che in qualche modo negli ultimi decenni è stato violentato da una brama di terra e di banalità che fa sembrare chi, invece, si oppone, come un coglione, ma – continua il testo – è meglio così

 

Del resto, stiamo assistendo ad una realtà inedita nella storia dell’universo: non solo abbiamo la prima generazione totalmente alfabetizzata – la generazione dei miei genitori ancora non lo era compiutamente – ma anche alla prima generazione digitalizzata. Abbiamo tanti studiosi e esperti eppure paradossalmente, più cresce l’istruzione meno ci sembra di vedere esperti di umanità. Sembra che l’arguzia di Brunori fotografi in modo sarcastico ed impressionante un malessere diffuso: milioni di libri non servono a niente, se servono solo a nutrire una mente, che mente […] Assiomi e teoremi non valgo a niente se l’occhio non vede che il cuore non sente più niente

 

E allora cosa fare? Quale soluzione? Certo la colpa non è dell’istruzione o della ragione, ma di quella separazione tra la l’intelletto e lo spirito umano che si è voluta perseguire a tutti i costi per eliminare quell’anelito al trascendente che fu definito oppio dei popoli


        Certo, Brunori qui non propone una soluzione accademica, ma con versi poetici segnala una direzione: Arrivederci tristezza, oggi mi godo la mia tenerezza. È urgente congedarsi dalla tristezza, che per i padri orientali era considerato l’ottavo vizio capitale nel quale tutti gli altri germinano. E per fare questo urge mettere un po’ da parte la lente dell’intelletto, in quanto esso ha una grammatica diversa rispetto a quella dell’amore. Sottoporre l’amore alla razionalità comporta tristezza. Se Cristo avesse agito secondo ragione non avrebbe amato fino alla morte e sarebbe finito anche lui nel vortice del risentimento, della rabbia e quindi della vendetta. Ma l’amore ha le sue ragioni, che ragione non conosceperché chi ama non è soggetto a nulla, neppure alla risposta dell’amato. È per questo che amare è liberante.

 

L’amore è il modo di conoscere che dischiude all’uomo un mondo delicato, fatto di purezza e di bellezza. E allora a metà della canzone Brunori cambia il destinatario della lettera. Adesso l’autore si rivolge non più all’intelletto ma al cuore: Scusami ancora mio cuore se ho fatto l’amore anche senza di te, ma sono più duro di un muloTi ho preso per il culo

 

Che bello che è questo invito a chiedere scusa al nostro cuore, che abbiamo troppe volte umiliato, lasciando che si riempisse del vuoto che solo esperienze materiali come il sesso per se stesso, il potere, l’apparire, sanno produrre. Congedare la tristezza e godersi la tenerezza significa aprirsi a quella consapevolezza che miliardi di stelle ti dicono niente. Non dicono forse che il cielo è più grande; più grande di te. 



don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com






lunedì 24 febbraio 2025

Una rubrica per Brunori: Canzone Contro la Paura

             Il testo che guardiamo da vicino questa settimana è del 2017 e fa parte dell’album A casa tutto bene. Il titolo è: canzone contro la paura.

            Il brano inizia con una sottile autoironia dal sapore di Sono solo canzonette (cfr. Bennato). Brunori definisce le sue creazioni poco intelligenti, buone per una passeggiata al mare o mentre si pranza; canzoni che non sono irriverenti, mordenti. L’autoironia, però, si trasforma in un solo passaggio in ironia sottile e tagliente verso uno stile di vita che già prima della pandemia era diventato il must a cui piegarsi e che ora è portato all’esasperazioni. Dice, infatti, che le sue canzoni sono per chi non ha voglia d’abbaiare o di ringhiare. Dunque, di chi sono? Non per coloro che hanno fatto della rabbia e della lotta uno stile di vita rendendosi simili agli animali, ma bensì per gli uomini. 

 

            Perché l’uomo a differenza dell’animale, che è guidato solamente da istinti, è capace di fare cose per il gusto di farle. Pare – secondo alcuni curiosi racconti – che il demonio dinanzi all’uomo rimanga confuso per la sua capacità di essere libero di fare qualcosa, disobbedendo anche a sé stesso; cosa che lui, nella sua esagerata superbia, non riesce a fare. 

 

            Così queste canzoni poco irriverenti lo diventano, senza volerlo, per una società che ci ha addestrato alla lotta, come se sempre fosse necessario difendersi da qualcosa o da qualcuno. Sono canzoni d’amore perché – prosegue ancora il testo – di che altro vuoi parlare? Se ti guardi intorno […] c’è solamente un grande vuoto che a guardarlo fa male. Bisognerebbe ricordarlo ai nostri cuori e anche al cuore dei potenti di questo mondo che ad abbaiare e combattere, magari la guerra la si vince pure, ma quanto vuoto si lascia e a quanto solitudine ci si destina. È il vuoto di tante bombe che in nome della democrazia, della giustizia e della pace continuano in queste ore a martoriare la nostra bella terra. Perciò magari sarà anche superficiale, ma in mezzo al dolore e al rancore, non vale la pena trovare un posto nel coro dei can che abbiano, ma continuare a cantare. E qui mi pare di risentire quella fiaba che mi si raccontava da bimbo secondo la quale il pifferaio che libera la città dai topi è quello che suona la sua musica e basta. Ed è di nuovo poesia: non si perde tempo ad inseguire un problema, bisogna suonare ognuno la propria musica per se stessi: infatti si fa il bene soltanto nella misura in cui si trova la pace nel proprio cuore.

 

            Riprende il testo con la terza strofa rilanciando un tono autoironico che però sfocia nella quarta strofa in cui l’autore, dialogando con un contestatore immaginario, dà voce a chi vuole altro: canzoni emozionanti, che acchiappano alla gola, belle da restarci male, canzoni contro la paura. È paradossale che in questo momento del brano la musica diventa passionale, quasi più convincente. Chi è sempre in guerra con sé stesso e poi con gli altri ha bisogno di persone e situazioni emozionati, che spingano in avanti, che non ti facciano fermare, rilassare, riposare. In guerra non ci si può fermare perché chi si ferma è perduto. In questa condizione c'è il bisogno di qualcuno che dica che “non è ancora finita”, che ce la si può fare, che si può andare avanti, che si è sulla strada giusta e che si sta portando avanti una guerra giusta.

 

            Dobbiamo riconoscere che tante volte il miracolo più bello che è la vita la trasformiamo in una guerra senza frontiere. Un matrimonio, la paternità, la maternità, un lavoro, un impegno nel sociale o una missione di fede diventano – senza che ce ne accorgiamo – una tricea in cui ci sono – per citare un altro poeta dei nostri tempi – solo buoni o cattivi. 

 

            E così Brunori risponde a questo oppositore e forse anche a sé stesso con un’altra questione, come uso dei profeti che non danno risposte, ma pongono domande: Ma non ti sembra un miracolo che in mezzo a questo dolore a tutto questo rumore a volte basta una canzone anche una stupida canzone, solo una stupida canzone a ricordarti chi sei

 

            Ed è questo il vero miracolo: ritornare alla semplicità del nostro essere uomini e donne capaci di vivere non da schiavi degli istinti, ma per il gusto di vivere, di respirare, di gioire e di piangere. Quest’anno forse il festival ha emozionato più delle altre edizioni perché ci sono state tante stupide canzoni che ci hanno ricordato chi siamo. Allo stesso tempo, forse, ha sollevato altrettante critiche perché chi ha abbia non può tollerare le cose semplici in quanto le ritiene quali perdita di tempo ai fini dei propri bilanci di guerra.



don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com






giovedì 20 febbraio 2025

Una rubrica per Brunori: L'albero delle noci

    In questi giorni sono rimasto positivamente impressionato dal successo riscosso dal nostro conterraneo Brunori Sas. Una grande scoperta per la maggior parte del popolo del Bel Paese, ma anche per la sua Calabria. In realtà Brunori è un cantautore affermato da diversi anni ormai e le sue canzoni sono diventate anche colonne sonore di alcuni film. 

    Non ho potuto non pensare però che, come spesso succede in Calabria, affinché un calabrese sia veramente apprezzato deve essere riconosciuto prima fuori. E, dunque, poiché ascolto da anni le poesie (sono poesie) di questo conterraneo di cui vado orgoglioso, ho pensato di dedicare una piccola rubrica ai suoi testi. Mi sembra quanto mai opportuno iniziare dall'albero delle noci

    Chi come me e Brunori è cresciuto con un vero albero delle noci davanti casa ne conosce il significato e la portata. Era tradizione consolidata in alcune zone della Calabria e non solo, piantarne uno alla nascita di un figlio e per questo l'albero è divenuto nell'immaginario il segno potente della storia di un albero ben più imponente, quello genealogico. L'albero di noci, infatti, cresce con un tronco robusto e con dei rami che si espandono per diversi metri, allargandosi in un modo che é anche difficile da contenere.

    Dunque, l'autore apre con questa immagine: l'albero cresce velocemente, come velocemente passano gli anni di una famiglia. La velocità del tempo e la frenesia della vita è qualcosa a cui ci stiamo tristemente abituando. Sì corre e mentre si corre si perde l'attitudine a vivere il tempo presente, sempre saltellando tra passato e futuro, e ci si perde nei calcoli per evitare di cadere da una distanza siderale e perdere tutto ciò che ci si è illusi di costruire. Ci si abitua così tanto ai calcoli che li si fa anche con il cuore. Tutto, infatti, ormai viene trattato come un bilancio a partita doppia: gli affetti, l'educazione, l'amore, i sogni, le amicizie. 

    E così succede che la vita procede nella rigidità di schemi che non possono essere toccati perché si è sempre fatto così, perché i calcoli freddi dei burocrati o di coloro che pensano di detenere la vita non lo hanno previsto. Questo inevitabilmente comporta che il desiderio, vero motore di ogni grande impresa, viene chiuso a chiave nel proprio cuore. Brunori sembra aver colto quella domanda che ricorre nel Vangelo di Giovanni e che Gesù praticamente rivolge ad ogni uomo: ma tu vuoi guarire? Ovverosia vuoi una vita bella, limpida, allegra, senza ansia e paura?  Una domanda che rimane inevasa perché il desiderio rimane bloccato e soffocato dal dovere, dalla corsa, dai traguardi freddi e stabiliti a tavolino. E con il desiderio rimane paralizzato l'amore. Se c'è una paura che caratterizza questa nostra generazione è la paura dell'amore che il cantautore nostrano immortala con un immagine bellissima: Tutto questo amore io non lo posso sopportare perchè conosco benissimo le dimensioni del mio cuore.

    Le dimensioni del cuore di questa generazione abituata a calcolare tutto sono evidentemente piccole e inadeguate all'amore che è oltremisura, che non fa calcoli, moltiplica dividendo ogni istante, ogni bene, ogni possesso; perché in fondo aveva ragione San Paolo quando in un bellissimo suo inno diceva che l'amore comprende tutto, tutto sopporta e tutto spera. Il cuore di chi ama, infatti, diventa infinito come infinito è il cuore di Dio. 

    Si capisce allora molto bene il ritornello della canzone che arriva con la delicatezza di una carezza e con la forza di un desiderio che vorrebbe uscire fuori. Cambiare la voce per cantare l'amore: senza parole, cioè con la vita; senza mentire e cioè senza quelle sovrastrutture che creiamo per difendere qualcuno dalla verità (altra grande canzone di Brunori), senza cadere come tante volte cadiamo dinnanzi alla realtà perché anestetizzati dalle tante droghe contemporanee (lavoro, social, sesso, alcol, droga) non riusciamo a reggere la bellezza della vita che non è né giusta, né sbagliata, ma un mistero dentro al quale avventurarsi correndo, ma in punta di piedi.

    La seconda strofa affonda allora nella realtà di una terra dolce e semplice come la scirubetta (ritenuto il primo gelato al mondo) e amara come è l'amarezza prodotta dalla 'Ndrangheta, dalla Massoneria, da una Politica miope che urla grandi risultati, ma fa affari ambigui nel silenzio, e tante volte anche da una Chiesa distratta e che hanno condotto tante persone buone a portare corone di spine e a morire per un pezzetto di carne o di pane. E allora di fronte al dramma della durezza della vita e della gioia semplice, ma essenziale, di avere una famiglia, insiste l'autore che non ci si può abituare alla felicità perché, prima o poi, arriveranno le vacche magre e non perché sia necessario soffrire o per una questione di pessimismo, ma perché la vita ha i suoi ritmi. È il Sogno del faraone del libro della Genesi, ma dei tanti faraoni di tutti i tempi che sentendosi invincibili, perfetti e onnipotenti, dimenticano che la vita non è da loro governata.

    Il ritornello che subentra per la seconda volta curiosamente non chiude la canzone, ma fa da assist all'ultima strofa che manifesta una delicatezza impressionante. Ad essere cresciuti velocemente ora sono i riccioli della figlia del cantautore che apre ad una considerazione: come l'albero di noci crescendo cambia l'architettura dell'ecosistema in cui si trova, così questa figlia, che di nuovo potrebbe essere anche l'emblema della vita e dell'amore che maturano secondo ritmi propri, crescendo cambia l'architettura e le proporzioni del cuore del padre. 

    La chiusa è geniale: non più un canguro che salta tra passato e futuro, con la pretesa di non aver bisogno di punti di riferimento, ma un navigante che ora ha una stella polare. Ed è forse questa la conversione che, come profeta del nostro tempo (i poeti sono sempre profeti), Brunori annuncia: non più canguri saltellanti tra progetti e rimpianti, ma marinai pazienti che sappiano affrontare tempeste e bonacce guardando in alto e seguendo una stella che, anche se in modo sommesso (il testo contiene ben tre citazioni implicite della Scrittura) ricorda la stella seguita dai Re Magi. 


Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com







mercoledì 27 novembre 2024

Deborah e il suo compagno ... immagine e somiglianza di Dio!

Che cos’è il miracolo di una coppia che irrompe in un mondo distratto, preoccupato di se stesso e della propria sopravvivenza? Che cos’è il miracolo di un amore che non accampa diritti per la propria serenità e tranquillità, ma sa perdere e perdersi perché un altro abbia la vita? 

È l’amore che Deborah Vanini e il suo compagno hanno reso manifesto al mondo nella scelta di rinunciare a cure invasive per far nascere la propria figlia Megan senza complicazioni. 

 

Quel Nazareno una volta aveva detto, proprio prima di sacrificare se stesso, che non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 15,13)

 

A-mici …amore … a-mors … senza morte. Certamente l’amicizia, l’amore in generale è tale perché non ha più neppure il vincolo della morte. Perché la morte dinnanzi all’amore è solo un piccolo spauracchio del momento che viene superato in nome di una prospettiva di vita più grande, più limpida, più pura. 

 

Come grande, limpido e puro è il volto della piccola Megan; una bellezza che una certa mentalità borghese non può capire. Una bellezza che non sarebbe venuta al mondo se il cuore dei due genitori – che insieme hanno condiviso la scelta – fosse stato abitato da quel tipo di amore che ci vendono in televisione, per strada e sui social dalla mattina alla sera: l’amore è quello che ti fa stare bene

 

Ma quando mai? L’amore è quella scelta di vita per la quale decidi di stare male affinché un altro stia bene. Per questo per noi il simbolo più potente dell’amore è il crocifisso. Dio che decide di stare male per le sue creature. È un simbolo così potente che è letteralmente odiato dal demonio che, invece, sussurra al cuore dell’uomo l’esatto contrario: fai morire gli altri purché tu stia bene. 

 

Non leggeranno mai queste parole – forse Deborah dal cielo sì – ma mi sento di dire grazie a questa coppia perché, con la loro decisione profetica, mi hanno dato la possibilità di rileggere ancora meglio le mie promesse sacerdotali, il mio ministero di parroco e la mia vita più in generale. 

 

Tutto questo, infatti, ha senso se ogni giorno, anche a costo di star male o, come direbbe San Paolo, di essere un cattivo economo di me stesso (cfr. 2Cor 12,15), servirà a dare la vita a qualcuno, a rendere felice altre persone. 

 

Alla fine, contemplando il volto di quella bambina nell’ultimo post pubblicato dalla mamma, mi domando con una certa severità se, quando toccherà anche a me di dare tutta la mia vita, fino in fondo, sarò pronto a seguire quel maestro che sempre e di nuovo mi ripete: chi non rinnega sé stesso, prende la sua croce e mi segue ogni giorno, non è degno di me (cfr. Mt 16,24-25).



Don Giuseppe Fazio

(gfazio92@gmail.com)






martedì 26 novembre 2024

Omelia Funerali Giuseppe Durante

 Carissimi fratelli e sorelle, 

 

            all’inizio di questa riflessione vorrei anzitutto salutare e rinnovare le mie condoglianze ad Elvira e i suoi figli e alla mamma di Giuseppe; al nostro sindaco vorrei invece rivolgere un saluto non solo a nome mio personale, di don Gaetano e don Mattia, ma di tutta la comunità che oggi si stringe attorno a lui e alla sua famiglia. 

 

            La parola che abbiamo appena ascoltato sembra proprio descrivere l’esperienza che stiamo vivendo. Sempre la morte – e specialmente quando arriva in modo così improvviso – appare come un terremoto, come uno sconvolgimento che getta un’ombra su tutta la nostra storia. Mi si raccontava che alla sera Giuseppe era sereno e giocava con i propri figli. Nella notte – in punta di piedi, senza dare alcun disturbo – è spirato. Un momento, un istante, come è un momento quello di un terremoto che arriva, sconquassa e distrugge tutto: affetti, relazioni, sogni, promesse. 

 

            Di tutto quello per cui un uomo ha lavorato e si è affaticato veramente sembra non rimanere 

– come ancora abbiamo ascoltato – pietra su pietra.

 

            In queste circostanze, dunque, si affaccia il dolore, il vuoto, una domanda: perché? Che senso ha? Ci verrebbe da urlare queste domande a Dio stesso, magari a quel Dio crocifisso che ci aveva promesso: sono con voi fino alla fine del mondo. Ci verrebbe da urlare: Rispondi, perché non parli? 

 

            Sì, la morte è uno sconvolgimento violento che rivela in fondo quanto siano effimere le nostre convinzioni di poter gestire la vita, di orientarla a nostro piacimento; quasi come se essa – questa figura oscura rappresentata da sempre con la falce, quella falce di cui abbiamo sentito nella prima lettura - pare abbia il compito di mostrarci quali siano le cose, le situazioni o le persone veramente valorose, capaci di resistere anche al nero del lutto. 

 

            E di fatto mentre Gesù parla di questi sconvolgimenti i discepoli – probabilmente impauriti – domandano: quando sarà tutto ciò? 

 

            Un’altra domanda, anche questa senza risposta. Come vorremmo conoscere il momento della dipartita dei nostri cari, sapere quanto tempo ci resta. A volte mi sono domandato: perché il Signore non ha messo alla nostra nascita una data di scadenza, come si fa con il cibo. Magari sapere che ci resta poco tempo sarebbe stato anche un incentivo a non sprecarla questa vita; fosse per dire un ultimo ti voglio bene, per dare o prendere un ultimo abbraccio, per chiedere perdono o per concedere perdono. Magari sapere che il tempo a noi concesso non è ancora tanto ci avrebbe aiutato a lasciare andare rancori, risentimenti, arrabbiature che spesso ci fanno sciupare la bellezza della nostra vita.

 

            Eppure, sulla morte, niente. Dio tace. Rimane tutto così misterioso. Non sappiamo perché, quando, dove e come. Sappiamo solo che arriverà. 

 

            Che Dio strano che è questo che sul momento più paradossale e tragico della nostra vita non dice nulla. Eppure, anche lui ha annusato il dolore della morte del suo amico Lazzaro, del cugino Giovanni Battista, addirittura decapitato ingiustamente e poi la sua personale davanti alla quale ha tremato di paura. Non è un Dio che non conosce sulla sua pelle il nostro smarrimento. Eppure tace.

 

            Nella nostra vita costellata ormai di tante e tante parole si cerca di spiegare tutto, di giustificare tutto eppure anche noi davanti alla morte non abbiamo parole. E quelle che si dicono – come forse anche le mie di adesso – sembrano così vuote, banali, ridondanti. 

 

            Dio tace e l’uomo rimane confuso. Arriva a noi una sola parola di Gesù, quella che è stata appena proclamata: Non vi terrorizzate. Ovverosia non vi lasciate prendere dal terrore. Letteralmente il terrore sarebbe il tremore fisico che arriva nel mezzo di una grande paura. Come può Dio – che non ci spiega nulla sulla morte – addirittura dirci di non terrorizzarci? E, come se non bastasse, aggiunge: non vi terrorizzate perché queste cose devono accadere

 

            Ecco … devono accadere … la morte deve accadere. E deve accadere proprio così: come qualcosa che non può essere gestita, prevista, pilotata. Deve accadere in questo modo perché possa ricordare a ciascuno di noi che non siamo Signori della storia e del mondo, ma umili viaggiatori. 

 

            E allora ecco questo invito perentorio: non tremate perché è vero voi – sembra che Dio dica a ciascuno di noi – non siete i signori della storia, della vita e della morte, ma io sì. E dunque nell’esperienza tragica e misteriosa della morte non vi agitate è quello, infatti, il momento in cui io arrivoAltri dicono e si presentano – è sempre il testo che abbiamo appena ascoltato a dircelo –in nome di Dio dando soluzioni illusorie alla paura, vane e transitorie … ma – aggiunge Gesù - non andategli dietro perché non resistono alla morte.

 

            Cari fratelli e sorelle, della morte non si può dire nulla. Nella morte abbiamo due sole possibilità, proprio come un bimbo che ha terrore del buio e non vuole rimanere nella propria stanza: possiamo piangere disperatamente o afferrare la mano del Papà che, essendo più grande di quel buio, anche se non lo elimina, ci rassicura. 

 

            Carissimi Antonio e Biagio, cara Elvira. Alla fine, una parola vorrei rivolgerla direttamente a voi: fate diventare questa occasione un momento in cui – riconoscendovi doloranti e piccoli di fronte alla vita – potete afferrare la mano del Padre celeste che nella morte del suo figlio non ci ha tolto il dramma del dolore, ma ci ha promesso la sua tenera vicinanza: l’unica capace di rassicurarci e di darci la forza di andare avanti da domani in poi. 

 

            A voi Antonio e Biagio, mi permetto di suggerire un ultimo pensiero. L’ultimo atto di un padre è quello di scomparire. Come scompare dalla vita di Gesù san Giuseppe. Mentre, infatti, di Maria ci si dice che seguì Gesù fino alla fine, curiosamente di Giuseppe non si dice più nulla. 

 

            Sì, perché quando un papà scompare, il figlio diventa adulto. A voi oggi tocca di raccogliere l’eredità di vostro padre. Non tanto quella economica, quanto più quella umana e spirituale: fatta di consigli, esempi, parole, delicatezze – come era delicato Giuseppe. Ho avuto poche occasioni di incontrarlo, l’ultima all’inizio del mese, recandomi a portare la comunione alla Signora Vittoria. Abbiamo parlato un po’ delle galline di cui si prendeva cura. Non lo conoscevo molto, ma mi è sempre sembrato un uomo delicato. Non si imponeva, non si presentava con forza e rumore. E negli occhi aveva un sorriso accogliente. Certo nell’eredità che vi lascia ci sono anche sbagli, incertezze, fragilità. Raccogliete anche questo perché non siete chiamati ad essere o voler sembrare forti e perfetti, ma ad essere umani, belli e fragili, capaci di fare grandi cose, ma anche di piangere, cadere e chiedere aiuto.

 

            Raccogliete questa eredità e vivetela da domani in avanti con il sorriso sulle labbra. Quel sorriso per il quale vostro papà, insieme a vostra madre, ha dato tutto sé stesso. 

 

            Alla fine, cari fratelli e sorelle, continuiamo questa celebrazione nella quale sempre e di nuovo Dio domanda ad ognuno di noi: la morte è buia, vuoi stringermi la mano? Non è un caso che fra poco reciteremo il Padre Nostro proprio alzando le mani verso di Lui rievocando quelle parole che Gesù ci ha insegnato e che anche lui avrà ripetuto nel momento della sua morte: sia fatta la tua volontà, venga il tuo regno, nelle tue mani affido il mio spirito.

 

            Sì, tendiamo le nostre braccia impaurite verso il cielo: faremo sempre la stessa scoperta, come il figlio prodigo, e scopriremo che le braccia di Dio ci attendevano per stringerci. Come in questo momento – ne siamo certi – quelle stesse braccia paterne hanno accolto il nostro fratello Giuseppe. A cui noi diciamo ora diciamo Addio. Una parola composta dal dolore, ma scomposta dalla Speranza di rivederlo Ad Deum, A Dio, cioè Davanti a Dio quando anche noi ci uniremo nell’abbraccio eterno del Padre. Amen.





lunedì 7 ottobre 2024

Funerali Giannino Cavallaro

 Carissimi fratelli e sorelle, 

 

 

            Celebro questo funerale con sentimenti davvero contrastanti. Da un lato il dato affettivo: non potrò più vedere giannino, scherzare con lui, confrontarmi e accogliere suggerimenti da lui. Dall’altro sono felice perché sono certo che è in cielo, che ha raggiunto il suo pieno compimento ed è in quella pace eterna che desidero anche per me stesso, sapendo che qui su questa terra siamo solo pellegrini in cammino verso casa. 

 

            La liturgia di questa domenica ci ha parlato di matrimonio e di divorzio. Domandano a Gesù: è lecito ad un uomo ripudiare la moglie, visto che Mosè ha prescritto il divorzio? Gesù risponde: usando un’espressione in principio non fu così. Mosè ha dato questa legge del divorzio per la vostra durezza di cuore, perché non eravate capaci di capire qualcosa di più grande. 

 

            Nella vita il problema è sempre questa: guardare alle situazioni, alla relazioni, ai problemi secondo la propria durezza, secondo le proprie convinzioni oppure guardare la vita secondo l’origine. E cosa c’è all’origine? Meglio: chi c’è all’origine della nostra vita? Nessuno di noi ha chiesto di vivere, all’origine c’è Dio, c’è una sua decisione di amore; lui che, pur non essendo obbligato, ha voluto avere bisogno di noi e ci ha creato. 

 

            Uno guarda la vita secondo se stesso e tutto diventa una pretese, arroganza, violenza. Quanta gente accampa diritti e pretese rispetto alla vita in generale e alle persone che gli girano intorno.

 

            Poi invece c’è chi guarda la vita dall’origine e scopre che è tutto un dono ed ha solo gratitudine nel cuore, ed ha tenerezza, gentilezza, garbo, profondità perché sa di avere ricevuto tutto gratutiamente, senza merito e che alla fine non ha nulla di veramente suo su questa terra. E anzi sa bene che tante volte questo dono che si chiama vita lo maltrattiamo in noi stessi e nelle persone che abbiamo accanto.

 

            Ecco … ora tu immagina che ti devono amputare due gambe mentre tu sei ancora nel pieno delle tue facoltà mentali, avresti voglia di fare tante cose e prova a vivere questa esperienza a partire da te stesso, dai tuoi progetti, dalle tue sicurezze e dai diritti che pensi di avere solo perché magari nella vita fai il tuo dovere. Come staremmo? Forse sulle labbra avremmo queste parole: io non me lo meritavoDio è ingiusto; dov’è? Magari nemmeno esiste.

 

            Io l’ho detto e lo ripeto perché l’ho visto e toccato con mano: Giannino nonostante questa condizione la viveva da cinque anni circa era una delle persone più felici che abbia mai conosciuto, sicuramente la più felice che abbia conosciuto a Marcellina. Perché? Perché conosceva per esperienza l’origine della sua vita: l’amore che Dio aveva per lui. 

 

            Mai un lamento, mai un ma perché a me? O che ho fatto di male? Sempre mi diceva: sono nelle mani di Dio. E se, dopo cinque anni, sono allegro e sorridente in queste condizioni è perché Lui mi è sempre accanto.

 

            Non aveva paura della morte, anzi insistentemente mi diceva: quando vuole io sono qui. Di una cosa aveva un timore lucido: di perdere la fede. Mi diceva ogni volta che gli facevo visita: don Giuseppe io chiedo una sola cosa a Dio. E io gli chiedevo ogni volta mai stanco di sentire la sua risposta: cosa, Giannino? Mi rispondeva sorridente, ma serio: che aumenti la mia fede, perché se perdo questo perdo tutto

 

            La sua non era una fede sciocca, fatalista, di abitudine, di consolazione o tradizione. La sua era una fede vissuta, pensata. Pregava quotidianamente il rosario e aveva modificato l’ave maria. Non diceva benedetto il frutto del tuo seno, Gesù, ma il frutto del tuo grembo Gesù e mi spiegava: non è il seno che ha partorito, ma il grembo. Rimase sorpreso quando gli dissi che c’erano diversi teologi che sostenevano che la traduzione che usa seno fosse sbagliata. 

 

            La sua fede era una fede ragionata ed era anche una fede che lo teneva vigile e desto anche sul mondo. Leggeva il giornale tutti i giorni, rifletteva, pensava, si informava e discuteva. Poi di tutto questo dialogava nel suo cuore con Dio. Non somiglia a tanti di noi che, nonostante diciamo di essere credenti, spesso chiudiamo gli occhi sul male e sulla sofferenza degli altri, disinteressandoci. In questi anni ho sentito tanti parlarmi bene di Giannino … ho intuito con non troppa difficoltà che pochi gli facevano visita, fosse anche per dare qualche ora di sollievo alla moglie o ai figli. Che fede è la nostra che non ci fa sentire l’esigenza di condividere e portare le sofferenze degli altri? E non vale il discorso: ma non me la sentivo di stargli accanto? Nemmeno io me la sento di fare la visita agli ammalati, neppure il gruppo dell’apostolato della preghiera che visita ogni mese circa 50 ammalati della nostra comunità se la sente … uno non può fare il bene quando se la sente. Il bene si fa sempre se si ha un cuore vigile e soprattutto un cuore che dialoga con Dio, proprio come faceva Giannino. 

 

            E quel Dialogo gli manteneva il cuore aperto sulle persone che abitavano la sua quotidianità: la moglie, i figli, i nipoti. Era felice della sua famiglia e amava tantissimo sua moglie. Quell’amore maturo che piuttosto che mettere gli occhi sui difetti dell’altro, metteva gli occhi sui pregi e sul bene. E se proprio c’erano dei difetti che menzionava erano i suoi … perché sapeva di averne. È l’amore di chi sapeva bene che il matrimonio era un’opera di Dio … che Dio gli aveva regalato una moglie con cui condividere tutto, proprio come abbiamo sentito; Una donna che gli corrispondesse, letteralmente sarebbe che gli tenesse testa, che lo contraddicesseÈ importante avere dei contraddittori, avere qualcuno che ti dica qualcosa di diverso da quello che pensi. Senza contraddittorio non si cresce, non si matura, non si impara niente. E Giannino si faceva contraddire tanto, ascoltava, ragionava, forse si scontrava anche, ma non si tirava indietro. 

 

            Quanti matrimoni falliscono perché non c’è una vera capacità di lasciarsi contraddire; quanti matrimoni naufragano di fronte a difficoltà, di fronte alle debolezze o alle fragilità, magari ai tradimenti; come se un marito o una moglie per il fatto di essere sposati non avessero più debolezze, difetti, fragilità. Il punto, infatti, non è se tuo marito o tua moglie ti ferirà o no perché – anche se non ti tradirà fisicamente sicuramente ti deluderà e ferirà in altri modi – il punto è se sai o no che quel matrimonio all’origine è opera di un Dio che vi ha unito, vi ha reso una carne, vi ha voluto insieme perché siete fatti dall’eternità per stare insieme… avete il sistema operativo compatibile.

 

            Due fidanzati che chiedono il matrimonio devono avere come origine questa certezza: non ci sposiamo perché ci amiamo (questo basta per il matrimonio civile) ci sposiamo perché è Dio che ci ha messi accanto. Questo è ciò che dà la forza di accogliere fragilità, ferite, cadute anche tradimenti. Come Cristo accoglie le nostre fragilità, le nostre ferite, le cadute e anche i tradimenti sempre. 

 

            Un amore maturo quello di giannino che aveva due colonne: la fede e l’umiltà. Quasi sempre prima di ricevere l’eucarestia voleva confessarsi. E mentre la moglie lo scherzava dicendo ma che ti confessi che stai sempre nel letto? Lui, iniziata la confessione, sapeva chiamare per nome e per cognome tutti i suoi limiti e le sue fragilità. 

 

            Certamente Giannino aveva i suoi limiti, ma ciò che di lui posso attestare è che era un uomo alla ricerca della verità e pronto a mettersi in discussione. È stato un uomo che, senza dimenticare la sua origine divina, ha camminato con il cuore umilmente aperto alla conversione. 

 

            Per più di un anno ogni volta che andavo mi faceva sempre la stessa domanda: vi trovate bene? Che cuore attento e delicato agli altri che aveva! Un cuore come quello di Dio. 

 

            Alla fine, come ho detto per alcuni altri fratellini che abbiamo accompagnato al cielo, io sono certo che quest’oggi Marcellina ha acquistato un altro angelo in cielo. E sono sicuro che, Giannino non avendo potuto frequentare le piazze e le vie di marcellina negli ultimi anni, adesso non vedrà l’ora di stare in giro a vegliare su ciascuno di noi. Io non so se è stata solo mia suggestione, ma la scorsa notte mi sono svegliato diverse volte, anche per via del temporale. Una di queste è stato un risveglio strano, come se qualcuno fosse entrato di botto in stanza. Non lo so, sarà stato un tuono o solo una sensazione. Ma quando ho appreso la notizia che proprio in quelle ore Giannino era spirato nel sonno – come la Scrittura descrive la morte dei giusti – ho voluto pensare che per una volta fosse venuto lui a fare visita a me. 

 

            Ecco … Noi ora salutiamo il feretro di Giannino, ma rimaniamo sicuri che lui tante volte ci verrà a trovare, ci incoraggerà e ci sosterrà perché non è morto, ma è entrato nella vita vera, quella vita che ha sempre cercato, desiderato e aspettato senza lamenti, tristezze o depressioni, ma con tanta gioia, allegria ed entusiasmo. 

 

            Ai figli e alla moglie mi permetto di dire: quando un marito va via, quando un padre va via, rimane l’eredità. Più che i beni materiali, raccogliete questa eredità spirituale che contiene non solo il segreto della gioia di Giannino, ma anche il segreto della gioia di ciascuno di noi. Senza Dio, infatti, nulla soddisfa veramente il nostro cuore che rimane inquieto, agitato, e spesso depresso. Con Dio – come amava dire Giannino – anche se non capiamo come di fatto avvenga il nostro cuore rimane nella gioia anche nei momenti di sofferenza. Amen. 

 



Don Giuseppe Fazio

            





sabato 3 agosto 2024

Funerali Tonino Ursino

 Carissimi fratelli e sorelle, 

 

 

            Consentitemi un affettuoso saluto a Maria, alla Consigliera Ursino e a tutta la famiglia di Tonino; alla Croce Rossa Italiana di cui tonino era orgogliosamente membro attivo, da noi tutti conosciuto e apprezzato.

 

Ecco … ci ritroviamo qui attorno a questo altare per accompagnare al cielo il nostro fratello Tonino, che è morto in un giorno davvero particolare; il giorno del Perdono di Assisi. Cosiddetto perché Francesco d’Assisi, alla richiesta in sogno di Dio su cosa volesse, rispose che desiderava che tutti potessero andare in paradiso. E così da quel giorno il 2 Agosto è diventato il giorno in cui si può ottenere il perdono completo da ogni colpa mediante l’indulgenza plenaria. 

 

            Ecco … credo che sia provvidenza che Tonino sia salito al cielo proprio in questo giorno, alle 15.00, ora della Divina Misericordia. 

 

            E se è vero che nulla succede a caso, allora possiamo domandarci cosa Dio voglia dirci attraverso questa evento, pur doloroso per tutti noi. 

 

            Il Vangelo che abbiamo appena ascoltato ci ha parlato della possibilità di vivere in due modi: 

 

1.     Cercando un pane che non dura, che non sfama; 

2.     Oppure un pane vero, un pane che sazia. 

 

Se volete, tutta l’esistenza di un uomo in fondo si struttura attorno alla ricerca di un pane vero, di qualcosa che non devi continuamente assumere. Perché se per vivere devo dipendere da qualcosa, vuol dire che ne sono schiavo. Infatti, noi siamo schiavi del cibo e dell’acqua perché senza non potremmo vivere. Del resto, Per il pane e per l’acqua da sempre l’uomo ha fatte guerre, ha ucciso i fratelli e le sorelle.

 

Ecco … Si può passare una vita intera a cercare cose che non soddisfano veramente, che ti schiavizzano, ti piegano, in qualche modo ti drogano, senza mai riempirti il cuore di gioia e di pace e portandoti a fare guerre: in famiglia, a lavoro, con gli amici, i conoscenti, vicini di casa... spesso la nostra vita diventa una continua guerra in cui dobbiamo – senza accorgercene – sottrarre pane agli altri per sopravvivere un po’ di più noi. 

 

Quando si è più giovani è facile illudersi che basti un certo tipo di pane … che il lavoro, i soldi, le case, il piacere, il divertimento siano quel cibo che risolve tutti i problemi. 

 

Non ho conosciuto Tonino da giovane, ma immagino che anche lui, come ciascuno di noi, sia passato per questa fase. Poi uno cresce e scopre che non è vero, che non basta. E allora comincia a cercare qualcosa di più serio: magari una famiglia da mettere su, magari dedicare del tempo ai più bisognosi e Tonino questo lo faceva a tempo pieno nella Croce Rossa, che saluto affettuosamente. Eppure, anche questo non è un pane che sfama. Sicuramente è un pane migliore del precedente, ma non dà pace nel profondo del cuore

 

Si possono aiutare tante persone, ma rimane sempre nel fondo del nostro cuore un problema: ognuno si porta delle voragini dentro, dei vuoti, dei traumi, delle ferite, delle delusioni che aprono in noi una fame di vita insaziabile a cui tante volte diamo il nome di tristezza

 

E allora si arriva ad un bivio: 

1.     Da un lato La rassegnazione  Se il piacere non basta, se la famiglia non basta, se fare del bene non basta, allora la vita fa schifo, gli altri fanno schifo, nessuno è buono, solo io;

2.     Oppure si inizia a cercare altrove … si inizia, come Gesù dice a Pietro, a gettare la rete dall’altro lato della barca. 

 

Ho conosciuto Tonino appena arrivato a Marcellina, circa tre anni fa, al termine di una celebrazione. Mi si presentò dicendo che faceva parte della Croce Rossa, mettendosi subito a disposizione; poi si giustificò, come tanti, dicendo che non era un assiduo praticante, infine credette di darmi qualche avvertimento: stai attento – mi disse - a quelli che ti fanno sorrisi, quelli che frequentano spesso, da noi queste persone le chiamiamo pantocchie. Lo fece un po’ perché mi vedeva tanto giovane e un po’ – forse come spesso capita – per giustificare il suo non essere praticante. 

 

      Lo ascoltai con rispetto, ma anche con un po’ di distacco che credo lui percepii. Mi ripetette la stessa cosa in una seconda occasione. Poi basta. Quando lo incontravo avevo la strana percezione che mi guardasse con curiosità, quasi come mi stesse studiando. Di tanto in tanto si affacciava a messa e – con mia sorpresa – iniziava a farlo sempre più frequentemente. 

 

      Un giorno mi fermò, prima serio in volto, poi con un sorriso, e mi disse: a furia di ascoltare le tue prediche sto diventando pantocchia anche io.

 

      Ecco … credo che quello sia stato il giorno in cui Tonino non abbia ceduto alla rassegnazione, ma abbia cominciato a cercare quel pane che sazia per davvero che è l’amore di Dio. Perché, al fondo di ogni nostro capriccio, di ogni nostro peccato o delusione, c’è una verità intima: abbiamo un bisogno, una fame di essere amati che nessun uomo o donna può saziare. 

 

      E che Tonino fosse sazio nell’ultima parte della sua vita me lo ha dimostrato nelle diverse confessioni e colloqui che abbiamo celebrato insieme. Nell’ultima in modo particolare quando con il corpo fiaccato dalla malattia, ma gli occhi limpidi e vivi mi disse: Sono sereno, sono nelle mani di Dio, non ho paura della morte. Aveva pace nel cuore mentre riceveva l’unzione degli infermi e con tenerezza invocava il nome di Dio e la sua paterna vicinanza.

 

      Mi sono spesso domandato cosa Dio spera da noi. Se desidera che siamo perfetti, senza peccato, gente che trasudi acqua santa e profumi di incenso o cos’altro. In tonino ho trovato una risposta - credo, infatti, che ce ne siano altre - : Dio spera che noi ci lasciamo saziare da lui. E che questo avvenga a 13, 26, 50 o 80 anni per lui è la cosa più bella, è la sua vittoria, questo è quello che conta veramente. Certo Dio spererebbe di riuscirci il prima possibile perché poi, a nostra volta, possiamo aiutare anche altri a sfamarsi. 

 

      In Tonino, carissimi, anche a noi oggi viene fatto questo invito: Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà.  

 

      Non vale la pena spendere la maggior parte del tempo e delle nostre energie per qualcosa che non ci sfami veramente, per qualcosa che ci rende sempre più affamati, delusi e arrabbiati. Ognuno di noi – come ha fatto Tonino – si domandi: quanta fame di amore ho? E a chi sto chiedendo di sfamarmi? 

 

      Il Signore conceda a Tonino adesso di entrare nella vita piena dove non c’è più fame o sete e a noi di poter trovare quel pane che non muore e che, ancora una volta fra poco, nell’eucarestia ci verrà donato. Sono sicuro che ora sarà accolto da tutte quelle persone che con delicatezza e carità ha servito e aiutato nel servizio di Croce Rossa e anche da quel figlio che non è riuscito a veder crescere. 

 

      A te Maria, dico questo: abbi la certezza nel cuore che ti starà accanto, ti aiuterà e ti sosterrà, e così anche noi come comunità, e io come parroco, ti saremo vicini in qualsiasi necessità. 

 

      Alla fine, Tonino mi piace immaginarlo così: mentre prima con l’ambulanza portava gente in ospedale, ora sono sicuro che se ne andrà in giro per le vie di Marcellina e non solo per accompagnare tante persone qui in Chiesa davanti a quel Dio che gli ha dato la possibilità di affrontare la malattia e la morte con il cuore in pace. 



Don Giuseppe Fazio