Che cos’è il miracolo di una coppia che irrompe in un mondo distratto, preoccupato di se stesso e della propria sopravvivenza? Che cos’è il miracolo di un amore che non accampa diritti per la propria serenità e tranquillità, ma sa perdere e perdersi perché un altro abbia la vita?
È l’amore che Deborah Vanini e il suo compagno hanno reso manifesto al mondo nella scelta di rinunciare a cure invasive per far nascere la propria figlia Megan senza complicazioni.
Quel Nazareno una volta aveva detto, proprio prima di sacrificare se stesso, che non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 15,13).
A-mici …amore … a-mors … senza morte. Certamente l’amicizia, l’amore in generale è tale perché non ha più neppure il vincolo della morte. Perché la morte dinnanzi all’amore è solo un piccolo spauracchio del momento che viene superato in nome di una prospettiva di vita più grande, più limpida, più pura.
Come grande, limpido e puro è il volto della piccola Megan; una bellezza che una certa mentalità borghese non può capire. Una bellezza che non sarebbe venuta al mondo se il cuore dei due genitori – che insieme hanno condiviso la scelta – fosse stato abitato da quel tipo di amore che ci vendono in televisione, per strada e sui social dalla mattina alla sera: l’amore è quello che ti fa stare bene.
Ma quando mai? L’amore è quella scelta di vita per la quale decidi di stare male affinché un altro stia bene. Per questo per noi il simbolo più potente dell’amore è il crocifisso. Dio che decide di stare male per le sue creature. È un simbolo così potente che è letteralmente odiato dal demonio che, invece, sussurra al cuore dell’uomo l’esatto contrario: fai morire gli altri purché tu stia bene.
Non leggeranno mai queste parole – forse Deborah dal cielo sì – ma mi sento di dire grazie a questa coppia perché, con la loro decisione profetica, mi hanno dato la possibilità di rileggere ancora meglio le mie promesse sacerdotali, il mio ministero di parroco e la mia vita più in generale.
Tutto questo, infatti, ha senso se ogni giorno, anche a costo di star male o, come direbbe San Paolo, di essere un cattivo economo di me stesso (cfr. 2Cor 12,15), servirà a dare la vita a qualcuno, a rendere felice altre persone.
Alla fine, contemplando il volto di quella bambina nell’ultimo post pubblicato dalla mamma, mi domando con una certa severità se, quando toccherà anche a me di dare tutta la mia vita, fino in fondo, sarò pronto a seguire quel maestro che sempre e di nuovo mi ripete: chi non rinnega sé stesso, prende la sua croce e mi segue ogni giorno, non è degno di me (cfr. Mt 16,24-25).
Don Giuseppe Fazio
(gfazio92@gmail.com)

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