martedì 26 novembre 2024

Omelia Funerali Giuseppe Durante

 Carissimi fratelli e sorelle, 

 

            all’inizio di questa riflessione vorrei anzitutto salutare e rinnovare le mie condoglianze ad Elvira e i suoi figli e alla mamma di Giuseppe; al nostro sindaco vorrei invece rivolgere un saluto non solo a nome mio personale, di don Gaetano e don Mattia, ma di tutta la comunità che oggi si stringe attorno a lui e alla sua famiglia. 

 

            La parola che abbiamo appena ascoltato sembra proprio descrivere l’esperienza che stiamo vivendo. Sempre la morte – e specialmente quando arriva in modo così improvviso – appare come un terremoto, come uno sconvolgimento che getta un’ombra su tutta la nostra storia. Mi si raccontava che alla sera Giuseppe era sereno e giocava con i propri figli. Nella notte – in punta di piedi, senza dare alcun disturbo – è spirato. Un momento, un istante, come è un momento quello di un terremoto che arriva, sconquassa e distrugge tutto: affetti, relazioni, sogni, promesse. 

 

            Di tutto quello per cui un uomo ha lavorato e si è affaticato veramente sembra non rimanere 

– come ancora abbiamo ascoltato – pietra su pietra.

 

            In queste circostanze, dunque, si affaccia il dolore, il vuoto, una domanda: perché? Che senso ha? Ci verrebbe da urlare queste domande a Dio stesso, magari a quel Dio crocifisso che ci aveva promesso: sono con voi fino alla fine del mondo. Ci verrebbe da urlare: Rispondi, perché non parli? 

 

            Sì, la morte è uno sconvolgimento violento che rivela in fondo quanto siano effimere le nostre convinzioni di poter gestire la vita, di orientarla a nostro piacimento; quasi come se essa – questa figura oscura rappresentata da sempre con la falce, quella falce di cui abbiamo sentito nella prima lettura - pare abbia il compito di mostrarci quali siano le cose, le situazioni o le persone veramente valorose, capaci di resistere anche al nero del lutto. 

 

            E di fatto mentre Gesù parla di questi sconvolgimenti i discepoli – probabilmente impauriti – domandano: quando sarà tutto ciò? 

 

            Un’altra domanda, anche questa senza risposta. Come vorremmo conoscere il momento della dipartita dei nostri cari, sapere quanto tempo ci resta. A volte mi sono domandato: perché il Signore non ha messo alla nostra nascita una data di scadenza, come si fa con il cibo. Magari sapere che ci resta poco tempo sarebbe stato anche un incentivo a non sprecarla questa vita; fosse per dire un ultimo ti voglio bene, per dare o prendere un ultimo abbraccio, per chiedere perdono o per concedere perdono. Magari sapere che il tempo a noi concesso non è ancora tanto ci avrebbe aiutato a lasciare andare rancori, risentimenti, arrabbiature che spesso ci fanno sciupare la bellezza della nostra vita.

 

            Eppure, sulla morte, niente. Dio tace. Rimane tutto così misterioso. Non sappiamo perché, quando, dove e come. Sappiamo solo che arriverà. 

 

            Che Dio strano che è questo che sul momento più paradossale e tragico della nostra vita non dice nulla. Eppure, anche lui ha annusato il dolore della morte del suo amico Lazzaro, del cugino Giovanni Battista, addirittura decapitato ingiustamente e poi la sua personale davanti alla quale ha tremato di paura. Non è un Dio che non conosce sulla sua pelle il nostro smarrimento. Eppure tace.

 

            Nella nostra vita costellata ormai di tante e tante parole si cerca di spiegare tutto, di giustificare tutto eppure anche noi davanti alla morte non abbiamo parole. E quelle che si dicono – come forse anche le mie di adesso – sembrano così vuote, banali, ridondanti. 

 

            Dio tace e l’uomo rimane confuso. Arriva a noi una sola parola di Gesù, quella che è stata appena proclamata: Non vi terrorizzate. Ovverosia non vi lasciate prendere dal terrore. Letteralmente il terrore sarebbe il tremore fisico che arriva nel mezzo di una grande paura. Come può Dio – che non ci spiega nulla sulla morte – addirittura dirci di non terrorizzarci? E, come se non bastasse, aggiunge: non vi terrorizzate perché queste cose devono accadere

 

            Ecco … devono accadere … la morte deve accadere. E deve accadere proprio così: come qualcosa che non può essere gestita, prevista, pilotata. Deve accadere in questo modo perché possa ricordare a ciascuno di noi che non siamo Signori della storia e del mondo, ma umili viaggiatori. 

 

            E allora ecco questo invito perentorio: non tremate perché è vero voi – sembra che Dio dica a ciascuno di noi – non siete i signori della storia, della vita e della morte, ma io sì. E dunque nell’esperienza tragica e misteriosa della morte non vi agitate è quello, infatti, il momento in cui io arrivoAltri dicono e si presentano – è sempre il testo che abbiamo appena ascoltato a dircelo –in nome di Dio dando soluzioni illusorie alla paura, vane e transitorie … ma – aggiunge Gesù - non andategli dietro perché non resistono alla morte.

 

            Cari fratelli e sorelle, della morte non si può dire nulla. Nella morte abbiamo due sole possibilità, proprio come un bimbo che ha terrore del buio e non vuole rimanere nella propria stanza: possiamo piangere disperatamente o afferrare la mano del Papà che, essendo più grande di quel buio, anche se non lo elimina, ci rassicura. 

 

            Carissimi Antonio e Biagio, cara Elvira. Alla fine, una parola vorrei rivolgerla direttamente a voi: fate diventare questa occasione un momento in cui – riconoscendovi doloranti e piccoli di fronte alla vita – potete afferrare la mano del Padre celeste che nella morte del suo figlio non ci ha tolto il dramma del dolore, ma ci ha promesso la sua tenera vicinanza: l’unica capace di rassicurarci e di darci la forza di andare avanti da domani in poi. 

 

            A voi Antonio e Biagio, mi permetto di suggerire un ultimo pensiero. L’ultimo atto di un padre è quello di scomparire. Come scompare dalla vita di Gesù san Giuseppe. Mentre, infatti, di Maria ci si dice che seguì Gesù fino alla fine, curiosamente di Giuseppe non si dice più nulla. 

 

            Sì, perché quando un papà scompare, il figlio diventa adulto. A voi oggi tocca di raccogliere l’eredità di vostro padre. Non tanto quella economica, quanto più quella umana e spirituale: fatta di consigli, esempi, parole, delicatezze – come era delicato Giuseppe. Ho avuto poche occasioni di incontrarlo, l’ultima all’inizio del mese, recandomi a portare la comunione alla Signora Vittoria. Abbiamo parlato un po’ delle galline di cui si prendeva cura. Non lo conoscevo molto, ma mi è sempre sembrato un uomo delicato. Non si imponeva, non si presentava con forza e rumore. E negli occhi aveva un sorriso accogliente. Certo nell’eredità che vi lascia ci sono anche sbagli, incertezze, fragilità. Raccogliete anche questo perché non siete chiamati ad essere o voler sembrare forti e perfetti, ma ad essere umani, belli e fragili, capaci di fare grandi cose, ma anche di piangere, cadere e chiedere aiuto.

 

            Raccogliete questa eredità e vivetela da domani in avanti con il sorriso sulle labbra. Quel sorriso per il quale vostro papà, insieme a vostra madre, ha dato tutto sé stesso. 

 

            Alla fine, cari fratelli e sorelle, continuiamo questa celebrazione nella quale sempre e di nuovo Dio domanda ad ognuno di noi: la morte è buia, vuoi stringermi la mano? Non è un caso che fra poco reciteremo il Padre Nostro proprio alzando le mani verso di Lui rievocando quelle parole che Gesù ci ha insegnato e che anche lui avrà ripetuto nel momento della sua morte: sia fatta la tua volontà, venga il tuo regno, nelle tue mani affido il mio spirito.

 

            Sì, tendiamo le nostre braccia impaurite verso il cielo: faremo sempre la stessa scoperta, come il figlio prodigo, e scopriremo che le braccia di Dio ci attendevano per stringerci. Come in questo momento – ne siamo certi – quelle stesse braccia paterne hanno accolto il nostro fratello Giuseppe. A cui noi diciamo ora diciamo Addio. Una parola composta dal dolore, ma scomposta dalla Speranza di rivederlo Ad Deum, A Dio, cioè Davanti a Dio quando anche noi ci uniremo nell’abbraccio eterno del Padre. Amen.





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