giovedì 20 febbraio 2025

Una rubrica per Brunori: L'albero delle noci

    In questi giorni sono rimasto positivamente impressionato dal successo riscosso dal nostro conterraneo Brunori Sas. Una grande scoperta per la maggior parte del popolo del Bel Paese, ma anche per la sua Calabria. In realtà Brunori è un cantautore affermato da diversi anni ormai e le sue canzoni sono diventate anche colonne sonore di alcuni film. 

    Non ho potuto non pensare però che, come spesso succede in Calabria, affinché un calabrese sia veramente apprezzato deve essere riconosciuto prima fuori. E, dunque, poiché ascolto da anni le poesie (sono poesie) di questo conterraneo di cui vado orgoglioso, ho pensato di dedicare una piccola rubrica ai suoi testi. Mi sembra quanto mai opportuno iniziare dall'albero delle noci

    Chi come me e Brunori è cresciuto con un vero albero delle noci davanti casa ne conosce il significato e la portata. Era tradizione consolidata in alcune zone della Calabria e non solo, piantarne uno alla nascita di un figlio e per questo l'albero è divenuto nell'immaginario il segno potente della storia di un albero ben più imponente, quello genealogico. L'albero di noci, infatti, cresce con un tronco robusto e con dei rami che si espandono per diversi metri, allargandosi in un modo che é anche difficile da contenere.

    Dunque, l'autore apre con questa immagine: l'albero cresce velocemente, come velocemente passano gli anni di una famiglia. La velocità del tempo e la frenesia della vita è qualcosa a cui ci stiamo tristemente abituando. Sì corre e mentre si corre si perde l'attitudine a vivere il tempo presente, sempre saltellando tra passato e futuro, e ci si perde nei calcoli per evitare di cadere da una distanza siderale e perdere tutto ciò che ci si è illusi di costruire. Ci si abitua così tanto ai calcoli che li si fa anche con il cuore. Tutto, infatti, ormai viene trattato come un bilancio a partita doppia: gli affetti, l'educazione, l'amore, i sogni, le amicizie. 

    E così succede che la vita procede nella rigidità di schemi che non possono essere toccati perché si è sempre fatto così, perché i calcoli freddi dei burocrati o di coloro che pensano di detenere la vita non lo hanno previsto. Questo inevitabilmente comporta che il desiderio, vero motore di ogni grande impresa, viene chiuso a chiave nel proprio cuore. Brunori sembra aver colto quella domanda che ricorre nel Vangelo di Giovanni e che Gesù praticamente rivolge ad ogni uomo: ma tu vuoi guarire? Ovverosia vuoi una vita bella, limpida, allegra, senza ansia e paura?  Una domanda che rimane inevasa perché il desiderio rimane bloccato e soffocato dal dovere, dalla corsa, dai traguardi freddi e stabiliti a tavolino. E con il desiderio rimane paralizzato l'amore. Se c'è una paura che caratterizza questa nostra generazione è la paura dell'amore che il cantautore nostrano immortala con un immagine bellissima: Tutto questo amore io non lo posso sopportare perchè conosco benissimo le dimensioni del mio cuore.

    Le dimensioni del cuore di questa generazione abituata a calcolare tutto sono evidentemente piccole e inadeguate all'amore che è oltremisura, che non fa calcoli, moltiplica dividendo ogni istante, ogni bene, ogni possesso; perché in fondo aveva ragione San Paolo quando in un bellissimo suo inno diceva che l'amore comprende tutto, tutto sopporta e tutto spera. Il cuore di chi ama, infatti, diventa infinito come infinito è il cuore di Dio. 

    Si capisce allora molto bene il ritornello della canzone che arriva con la delicatezza di una carezza e con la forza di un desiderio che vorrebbe uscire fuori. Cambiare la voce per cantare l'amore: senza parole, cioè con la vita; senza mentire e cioè senza quelle sovrastrutture che creiamo per difendere qualcuno dalla verità (altra grande canzone di Brunori), senza cadere come tante volte cadiamo dinnanzi alla realtà perché anestetizzati dalle tante droghe contemporanee (lavoro, social, sesso, alcol, droga) non riusciamo a reggere la bellezza della vita che non è né giusta, né sbagliata, ma un mistero dentro al quale avventurarsi correndo, ma in punta di piedi.

    La seconda strofa affonda allora nella realtà di una terra dolce e semplice come la scirubetta (ritenuto il primo gelato al mondo) e amara come è l'amarezza prodotta dalla 'Ndrangheta, dalla Massoneria, da una Politica miope che urla grandi risultati, ma fa affari ambigui nel silenzio, e tante volte anche da una Chiesa distratta e che hanno condotto tante persone buone a portare corone di spine e a morire per un pezzetto di carne o di pane. E allora di fronte al dramma della durezza della vita e della gioia semplice, ma essenziale, di avere una famiglia, insiste l'autore che non ci si può abituare alla felicità perché, prima o poi, arriveranno le vacche magre e non perché sia necessario soffrire o per una questione di pessimismo, ma perché la vita ha i suoi ritmi. È il Sogno del faraone del libro della Genesi, ma dei tanti faraoni di tutti i tempi che sentendosi invincibili, perfetti e onnipotenti, dimenticano che la vita non è da loro governata.

    Il ritornello che subentra per la seconda volta curiosamente non chiude la canzone, ma fa da assist all'ultima strofa che manifesta una delicatezza impressionante. Ad essere cresciuti velocemente ora sono i riccioli della figlia del cantautore che apre ad una considerazione: come l'albero di noci crescendo cambia l'architettura dell'ecosistema in cui si trova, così questa figlia, che di nuovo potrebbe essere anche l'emblema della vita e dell'amore che maturano secondo ritmi propri, crescendo cambia l'architettura e le proporzioni del cuore del padre. 

    La chiusa è geniale: non più un canguro che salta tra passato e futuro, con la pretesa di non aver bisogno di punti di riferimento, ma un navigante che ora ha una stella polare. Ed è forse questa la conversione che, come profeta del nostro tempo (i poeti sono sempre profeti), Brunori annuncia: non più canguri saltellanti tra progetti e rimpianti, ma marinai pazienti che sappiano affrontare tempeste e bonacce guardando in alto e seguendo una stella che, anche se in modo sommesso (il testo contiene ben tre citazioni implicite della Scrittura) ricorda la stella seguita dai Re Magi. 


Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com







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