Arrivederci tristezza é del 2014 ed appartiene al terzo album di Brunori dal nome Il cammino di Santiago in taxi.Il testo si presenta come una forma di lettera all’intelletto, quasi come se volesse annunciare una rivoluzione contro quella tendenza che, da Cartesio in poi, al grido del Penso dunque sono, ha voluto idolatrare la ragione.
Dunque, il cantautore calabrese fa iniziare questa splendida composizione con un’ammissione di dispiacere, invitando l’intelletto ad andarsene a letto, perché il suo mondo non è perfetto. L’intelletto umano, ovverosia la capacità di entrare nella profondità delle cose, non può contenere la totalità della realtà. Sfugge sempre qualcosa alla comprensione umana: il vortice dei sentimenti, la complessità e l’imprevedibilità dell’amore, la presenza di Dio che scombussola ogni ragionamento matematico.
Dopo questo congedo dall’intelletto la canzone manifesta la sua intenzione: provare a volare lassù. È il desiderio che l’uomo da sempre ha coltivato: volare. Arrivare in alto, ergersi oltre la terra. Un desiderio che gli altri animali di terra o di mare non manifestano, anzi hanno il terrore del trovarsi sospesi in aria. L’uomo, invece, ha questo innato moto dell’anima a volare, a salire ad un livello superiore. Un desiderio che in qualche modo negli ultimi decenni è stato violentato da una brama di terra e di banalità che fa sembrare chi, invece, si oppone, come un coglione, ma – continua il testo – è meglio così.
Del resto, stiamo assistendo ad una realtà inedita nella storia dell’universo: non solo abbiamo la prima generazione totalmente alfabetizzata – la generazione dei miei genitori ancora non lo era compiutamente – ma anche alla prima generazione digitalizzata. Abbiamo tanti studiosi e esperti eppure paradossalmente, più cresce l’istruzione meno ci sembra di vedere esperti di umanità. Sembra che l’arguzia di Brunori fotografi in modo sarcastico ed impressionante un malessere diffuso: milioni di libri non servono a niente, se servono solo a nutrire una mente, che mente […] Assiomi e teoremi non valgo a niente se l’occhio non vede che il cuore non sente più niente.
E allora cosa fare? Quale soluzione? Certo la colpa non è dell’istruzione o della ragione, ma di quella separazione tra la l’intelletto e lo spirito umano che si è voluta perseguire a tutti i costi per eliminare quell’anelito al trascendente che fu definito oppio dei popoli.
Certo, Brunori qui non propone una soluzione accademica, ma con versi poetici segnala una direzione: Arrivederci tristezza, oggi mi godo la mia tenerezza. È urgente congedarsi dalla tristezza, che per i padri orientali era considerato l’ottavo vizio capitale nel quale tutti gli altri germinano. E per fare questo urge mettere un po’ da parte la lente dell’intelletto, in quanto esso ha una grammatica diversa rispetto a quella dell’amore. Sottoporre l’amore alla razionalità comporta tristezza. Se Cristo avesse agito secondo ragione non avrebbe amato fino alla morte e sarebbe finito anche lui nel vortice del risentimento, della rabbia e quindi della vendetta. Ma l’amore ha le sue ragioni, che ragione non conosceperché chi ama non è soggetto a nulla, neppure alla risposta dell’amato. È per questo che amare è liberante.
L’amore è il modo di conoscere che dischiude all’uomo un mondo delicato, fatto di purezza e di bellezza. E allora a metà della canzone Brunori cambia il destinatario della lettera. Adesso l’autore si rivolge non più all’intelletto ma al cuore: Scusami ancora mio cuore se ho fatto l’amore anche senza di te, ma sono più duro di un mulo. Ti ho preso per il culo.
Che bello che è questo invito a chiedere scusa al nostro cuore, che abbiamo troppe volte umiliato, lasciando che si riempisse del vuoto che solo esperienze materiali come il sesso per se stesso, il potere, l’apparire, sanno produrre. Congedare la tristezza e godersi la tenerezza significa aprirsi a quella consapevolezza che miliardi di stelle ti dicono niente. Non dicono forse che il cielo è più grande; più grande di te.
don Giuseppe Fazio
gfazio92@gmail.com

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