martedì 30 giugno 2020

CARNE DI GATTI PER TUTTI

 RUBRICA DI ATTUALITÀ


"Pensare fuori dalle Righe"






Sono di queste ore le immagini, registrate a Livorno, che ci mostrano un fratello immigrato nell'atto di preparare, in pieno giorno, la sua cena a base di carne di gatto.
Il video, condiviso a mio avviso con parole poco intelligenti dall’On. Giorgia Meloni che ha sfruttato l’occasione per fare la propaganda politica alla quale ormai ci siamo abituati da tempo, ci ha consegnato anche le parole sdegnate di alcuni passanti. Parole condite, come d’uopo quando si parla di immigrati, da insulti e volgarità.

Non voglio entrare nel merito della questione se questo signore fosse regolare, clandestino, ecc … voglio fermarmi al fatto consegnatoci dalle immagini.

Un uomo di colore cucina della carne di gatto per cenare (questo si evince dal video). Ora, premesso che non mangerei mai un gatto perché non fa parte della mia cultura, mi domando: davvero è questa la cosa scandalosa e incivile, violenta e immorale? Tengo presente, e io ho amici italiani che lo fanno, che anche dalle nostre parti alcuni mangiano carne di gatto.

Fatemi capire … nelle vostre case non mangiate carne di nessun genere? La Signora Meloni è vegetariana o vegana? Non avete un parente che va a caccia o a pesca? E sono degli orchi brutti da stigmatizzare verso i quali non “usare alcuna tolleranza”(cfr. Giorgia Meloni)?

Proprio in queste ore in cui si sta discutendo la legge sulla transomofobia i nostri politiconi, che da tempo hanno derogato l’uso della ragione in favore del demagogismo, stanno mettendo in piedi una serie di riflessioni (chiamiamole così) sulle discriminazioni culturali. 

Ora fermi tutti … se un uomo o una donna, per la sua cultura personale, decide di passare da Francesca a Francesco, o viceversa, nessuno può dire che sia un’assurdità perché è una questione culturale/personale - dicono. Se, invece, un uomo probabilmente abituato a mangiare gatti per una questione culturale o forse di necessità, lo fa in occidente, è una bestia. Questa non è discriminazione culturale? 

Io vorrei che gli amici animalisti, e insieme a loro tutti quelli che si sono scandalizzati per questo gesto, mi spiegassero la differenza tra un maiale e un gatto. Perché ammazzare l’uno (con dei riti suggestivi tra l’altro) va bene e l’altro no. Mi si dirà: è solo una questione culturale. Appunto. E allora davvero serve scatenare tanta violenza contro questo povero ragazzo che, a mio avviso, ha sbagliato in una sola cosa, ovverosia fare quel teatrino in un luogo pubblico? 

Forse il nostro G. Orwell risponderebbe dicendo: Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri. 
E certamente, nel contesto della sua celeberrima opera (animal farm), non sarebbe mica contento di rispondere così.

Io onestamente, giorno dopo giorno, rimango sempre più basito dal qualunquismo con il quale si approcciano le questioni quotidiane percepite e rilanciate soltanto attraverso gli istinti e le emozioni soggettive. Da bambino credevo che mia madre e mia nonna fossero due bestie assetate di sangue perché uccidevano i conigli (che poi, però, mangiavo con gusto).

Da bambino … ma forse è proprio questo il punto: non voglio rassegnarmi a credere che siamo una società infantile.




Don Giuseppe Fazio
gfazio92@gmail.com






martedì 26 maggio 2020

LA PANDEMIA, LA PAURA E IL VASO DI PANDORA

RUBRICA DI ARTE E LETTERATURA


"Mito, mistero e realtà"





Rubando il fuoco della conoscenza agli dèi per donarlo agli uomini, Prometeo, fece andare Zeus su tutte le furie. Il re dell’Olimpo non si limitò a punire il titano e decise di estendere la punizione anche sugli umani, ma senza apparire come un dio crudele. Così Zeus ordinò ad Efesto, dio del fuoco, di creare con argilla e acqua l’esemplare femminile della specie umana ancora inesistente: la donna.
Il fabbro degli dei con dita sapienti plasmò un volto soave ispirato a quello delle dee e una volta cotta, tinse la statua di tenero rosa dandole come anima una scintilla del fuoco divino.  Fu Atena a completare il  capolavoro di Efesto, soffiando sull’opera plastica, conferendole lo spirito vitale e solo allora la donna aprì gli occhi, sorrise e tutti gli dèi le omaggiarono dei doni:

Atena fornì la donna di una splendida e candida veste decorata di gemme, le cinse i fianchi di perle e le pose sul capo una corona istoriata con le sue mani.
Le grazie le adornarono il petto e le braccia con monili scintillanti; Afrodite sparse sulla testa della fortunata ragazza, tutte le arti della bellezza e della seduzione, mentre le Ore dalle lunghe chiome dorate, acconciarono i capelli della donna con serti di fiori profumati appena raccolti. Ermes, il messaggero degli dèi, rese scaltra la sua indole instillando sulle curve delle sue labbra, discorsi affascinanti ma ingannevoli.
Anche Zeus constatando che la bellezza della donna umana era superiore ad ogni elogio, volle offrire il suo dono prima di mandarla fra gli uomini. La chiamò Pandora (dal greco "pan doron = tutto dono”) poichè tutti gli dèi le avevano donato qualcosa e le offrì in dono un vaso con l’ordine di non cedere mai alla tentazione di aprirlo.

Zeus affidò la fanciulla ad Ermes perché la portasse in dono ad Epimeteo che si innamorò di lei e l’accettò come sua sposa.
Ma poco a poco la curiosità diventò un tarlo nella testa della fanciulla: che cosa dunque conteneva il prezioso vaso intarsiato donatole da Zeus? E se avesse aperto appena un pochino il coperchio e avesse curiosato con precauzione da uno spiraglio?
La donna sollevò il coperchio e infilò il viso nella breve fessura, ma ciò che avvenne la costrinse ad indietreggiare inorridita. Un fumo antracite uscì a folate dal vaso e mostruose creature iniziarono ad innalzarsi nel cielo ricoprendo di tenebre l’intero mondo.

Dal vaso, rapidamente e irrefrenabilmente, uscirono come fulmini tutti i mali estranei all’umanità: l’odio, il dolore, l’invidia, la malattia, la violenza e la pazzia, le brutture, i vizi, la vecchiaia, la morte e così via.
Invano Pandora, cercava affaticata e terrorizzata di chiudere il vaso, di trattenere i mali rimediando al disastro ma la vendetta di Zeus si era compiuta e da quel giorno la vita degli esseri umani fu desolata da tutte le sventure. Quando tutto il denso fumo svaporò nell’aria e il vaso parve vuoto, Pandora guardò all’interno dove svolazzava ancora un grazioso uccellino azzurro; era Elpis la Speranza. 

Cosi fu punito il genere umano dalla regale divinità di Zeus, per non aver rispettato il volere del sovrano del mondo e di tutto ciò che lo abita. I mali più feroci erano e sono ancora liberi per il mondo, ma per porre sollievo a tutto questo, Zeus ci fece dono di un dolce azzurro conforto: la Speranza che non abbandona mai nessuno.


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La centralità del mito è occupata dalla creazione artistica della donna che viene modellata con argilla, e ciò che avviene in questo mito è, a parer mio, il sogno di ogni artista, ovvero quello di  vedere le proprie opere prendere vita.

L’arte contemporanea, ci propone un’opera di Patricia Watwood, adatta ad accompagnare questa riflessione. Nella raffigurazione di Patricia, la vicenda di Pandora si svolge in un mondo distopico, non troppo distante dal nostro, dove la giovane è nuda e sembra contemplare la schiusa del vaso appena avvenuta, riversando sul mondo le più drammatiche conseguenze della tecnologia e dell’inquinamento.

Il retro di un vecchio video registratore (oramai in disuso) sulla quale Pandora è seduta, rende molto bene l’idea della repentina evoluzione della tecnologia. Fermatevi qualche minuto ad osservare anche i piccoli dettagli che arricchiscono l’opera di significati, come i cavi spezzati, la plastica, le sigarette, l’aereo o il colore di Elpis che si rifà alle tinte del cielo. Tra i simboli selezionati affinché nutrano l’opera di messaggi celati vi sono i papaveri, il rossore sanguigno del cielo che insieme al teschio conferiscono nell’immaginario una sorta di memento mori.

Ciò che è incredibile è scoprire che i greci fin da allora  avessero intuito il secondo principio della termodinamica. Cosa dice il secondo principio della termodinamica?  
Ogni qual volta la materia si trasforma in energia una parte di questa materia diventa inquinamento e disordine. Non solo, ma questo disordine, questa parte “non buona” è sempre più grande  del buono che crediamo di aver fatto. L’esempio eclatante possiamo trovarlo nel petrolio, che noi tramutiamo in carburante per automobili, una parte di questo petrolio diventa anidride carbonica, che  disperdendosi nell’ambiente, genera come ben sappiamo vari scompensi. Noi crediamo di aver fatto una buona cosa, inventando l’automobile, l’aereo, l’energia nucleare per poi ritrovarci avvolti in una pandemia fuoriuscita dal vaso con una forza incontenibile. 

L’opera di Watwood dipinge la realtà, enfatizzandone i nefasti aspetti che tutti noi abbiamo paura di riscontrare quando ci accorgiamo di aver aperto un vaso che doveva restare chiuso.  La verità è che per vivere abbiamo bisogno sia del bene che del male; senza il male il bene non avrebbe senso e viceversa. Abbiamo paura di confrontarci con il nostro male e sfruttiamo energie per tenerlo al chiuso dentro il vaso, quando sarebbe più facile lasciarlo fuoriuscire per affrontarlo e controllarlo.
La realtà che stiamo vivendo nel presente, ha a che fare con una pandemia, un conseguente distanziamento sociale e preoccupanti dubbi che rendono il futuro incerto sotto svariati aspetti: possiamo però convenire sul fatto che questo male abbia in un certo senso contribuito ad unirci o quanto meno a valorizzare tantissime cose che prima davamo per scontate? Come lo stare a casa, in famiglia o soli con sé stessi, recuperando vecchi ricordi guardando all’interno del proprio vaso.



Francesco Fiorentino
a.francescofiorentino@gmail.com






domenica 24 maggio 2020

SE UN SINDACO DEPONE LA FASCIA E GLI ALTRI DORMONO…


 RUBRICA DI ATTUALITÀ


"Pensare fuori dalle Righe"






Non faccio mistero del fatto che da tempo ormai la politica mi ha deluso e ha reso il mio cuore un po’ disattento alle questioni di partito. Purtroppo, da tempo ormai, in Italia, infatti, la politica ha smesso di curarsi del “bene comune”. Stolta e distratta si è piuttosto innamorata di se stessa prendendo a cuore le questioni “di partito appunto”. 

Esistono, però, persone impegnate in politica che manifestano ancora qualche rantolo di quella Politica bella, intesa quale servizio; quella Politica con la “P” maiuscola alla quale Papa Francesco richiamava l’Azione Cattolica proprio nel 150° anniversario della sua nascita.

Sono uomini e donne capaci di rinunciare al loro posto quando questo diventa luogo del ricatto e del compromesso piuttosto che del servizio e della donazione. Uomini e donne semplici, che non fanno rumore. Uomini e donne, certo, pur con i loro limiti, ma che ancora manifestano qualche segno, forse pur debole, di una politica diversa.

Sono pochi appunto, rarissimi. Lo costatiamo ancora una volta dinanzi alle minacciata consegna della fascia tricolore del sindaco di Cetraro per la questione, quasi diventata barzelletta, del punto nascita dell’ospedale di Cetraro.

Bene … mentre un sindaco tenta un atto disperato, intorno il silenzio. Su una questione di massima urgenza non ci sono altri sindaci capaci di seguire questo gesto disperato, ma forte. Che tristezza. Dicono che la sanità ormai si privatizza anche in Italia, a me sembra che si sia privatizzato il bene comune per cui, se un ospedale ricade nel territorio comunale di un sindaco, è solo affare suo. Poco importa se questo punto nascita, nei decenni, ha visto nascere bambini appartenenti a decine di svariati comuni.

Sento di scriverlo con pacifica e schietta franchezza, nessuno me ne voglia: se un sindaco depone la sua fascia e gli altri tacciono … io ho paura!

Mi fa paura questo silenzio perché urla ad alta voce come contino soltanto gli interessi privati e, magari, i consensi degli amici che nelle elezioni portano voti. 

Mi fa paura questo silenzio perché diventa contagioso … quando è rientrata in Italia Silvia Romano ogni sciocco ha perso tempo per parlare, alzare la voce; mentre una burocrazia asfissiante distrugge un ospedale, invece, a parlare sono sempre pochi, sempre gli stessi … di cui una buona fetta, forse, solo per solcare una passerella. 

E così, mentre la politica viene privatizzata dagli interessi di partito, la società, i singoli cittadini, leoni da testiera e micioni (per non dire un’altra parola) nella vita, rimangono intontiti a guardare la realtà come un miraggio lontano.

Pensavamo che la Quarantena avesse sbloccato i nostri cuori induriti e, invece, ci riscopriamo più assopiti di prima.

Sento, dunque, di esprimere la mia vicinanza al Sindaco di Cetraro, della mia Cetraro e, con affetto, anche se non ho fasce da deporre, io ti accompagnerò, sperando che il mio invito sia colto da tanti altri … magari quel giorno non sarai solo, come in effetti – è giusto dirlo – solo non lo sei mai totalmente stato. 


Don Giuseppe Fazio
gfazio92@gmail.com



sabato 2 maggio 2020

LA LUCE DI PROMETEO NEL BUIO DELLA QUARANTENA

RUBRICA DI ARTE E LETTERATURA


"Mito, mistero e realtà"





Il mito narra che gli dei stanchi di vedere la terra desolata, incaricarono Prometeo (colui che pensa prima) e suo fratello Epimeteo (colui che pensa dopo) per creare gli esseri viventi destinati ad abitarla. 
Prometeo, il Titano molto apprezzato dagli dei dell’Olimpo, con creta ed acqua creò la razza umana, modellando le statue ad immagine e somiglianza degli dei. Plasmati gli uomini e gli animali, constatò quanto però fossero nudi e indifesi, decise allora di completarli con qualche piccola aggiunta, affidando a suo fratello Epimeteo, il compito di munirli di risorse per la sopravvivenza. 

Epimeteo raccolse in un sacco le virtù offerte dagli dei: artigli, pinne, ali, zanne, pellicce, agilità, grandezza, forza e tutte le varie doti necessarie alla sopravvivenza, che, alternate tra loro, rispondevano a sottili equilibri di comparazione. Distribuiti tutti i mezzi di salvezza in modo tale che nessuna specie potesse estinguersi, Epimeteo si rese conto di essersi dimenticato degli uomini, lasciando questi ultimi  privi di ogni attrezzatura per affrontare gli animali feroci o le intemperie stagionali provenienti da Zeus.

L’uomo era nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi. Intanto era giunto il fatidico giorno, in cui le statue sarebbero state chiamate alla vita. Prometeo disperava per il breve destino infelice che spettava all’uomo senza alcuna arma. Vedendo gli uomini soffrire il gelido freddo notturno, non volle starsene con le mani in mano, e mosso da un estrema fiducia nei confronti degli uomini, commise un vero e proprio furto. Entrò di nascosto nella casa comune di Atena ed Efesto, dove i due lavoravano insieme e rubò la scienza del fuoco di Efesto e la perizia tecnica di Atena per donarle all’uomo.
La punizione di Zeus per la sua disobbedienza fu terribile. Zeus ordinato a Cratos (la forza), e Bia (la violenza) che il titano venisse incatenato ad una rupe del Caucaso. Comandò ad un Aquila di rodergli il fegato, dall’alba al tramonto e, affinché il supplizio fosse eterno, fece si che il fegato di Prometeo ricrescesse durante la notte. Sarà Eracle, figlio di Zeus, dopo moltissimo tempo ad uccidere l’aquila e, con il consenso del padre, a liberare Prometeo da quell’orribile supplizio.

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 La versione neoclassica del miniaturista e incisore tedesco Heinrich Friedrich Füger, riesce in una singola opera a fondere gli ideali estetici di pittura e scultura. Füger da buon romantico individua e raffigura il momento più delicato del mito, ovvero quello in cui Prometeo, con in mano la fiaccola, che nella mitologia greca simboleggia forza divina e conoscenza, sta per donare lo spirito vitale alla statua umana, inerte e senza vita. 

La scelta del contrasto cromatico è raffinata e carica l’opera di emozione. Prometeo tinteggiato da colori caldi e luminosi è appena atterrato sulla terra dopo il fatidico furto, e invita lo spettatore a fare silenzio, mentre lo sguardo rivela tutta la pericolosità del rischio che il gesto d’amore per l’uomo lo ha spinto a fare. 

Il suo corpo riempie l’intera opera perché è lui il protagonista, ma un dettaglio importante e affascinante lo nel contatto tra i due soggetti. L'alluce di Prometeo si allinea a quello della statua umana fatta di argilla, rendendola un’estensione di se stesso.

L’arte ha considerato Prometeo come il simbolo del coraggio e dell’amore, rappresentando il meglio dell’uomo, elevandolo al di sopra della sfera materiale con la creatività, il genio, l’ispirazione poetica e la tensione spirituale.

In questo mito viene raccontato il rapporto tra l'umano e il divino: un rapporto fatto di inganno e di fiducia, di furti e di doni, di compassioni e di supplizi e ciò che ci colpisce probabilmente è come già all’epoca, fosse così chiaro l’ambiente contrastante in cui ebbe origine la natura umana, non a caso plasmata da due anime legate e opposte, due fratelli che incarnano, il PENSIERO PREVIDENTE (Prometeo) e il SENNO DEL POI (Epimeteo).

Attraverso Prometeo si può ragionare, in maniera suggestiva sull’inizio dell’umanità sapiente, la quale, attraverso la memoria e lo sviluppo della tecnica dell’agricoltura, inizia per la prima volta a civilizzarsi mettendo da parte qualcosa (il raccolto), adattandosi ai tempi e alle regole della natura, formulando un linguaggio di comunicazione e capendo che l’unione fa la forza (nella caccia), anche se, al contempo, può generare attriti tra i pari.

Stiamo vivendo un particolare momento storico in cui ci sentiamo tutti come Prometeo legati ad una rupe, spenti, angosciati e soprattutto soli, nella continua aspirazione al bene di un mondo abbandonato nell’oscurità dagli dei. 
Questo senso di impotenza, richiede da noi  oggi il “titanico” sacrificio di vedere l’aquila arrivare ogni mattino al nostro fegato. L’inclinazione e l’impulso alla resa a questa paura rapace, è instillata dalla natura “epimeteica”che risiede in ognuno di noi. L’amore  per l’attività eroica intesa anche come volontà, deve essere fatta nascere, lottando pur prevedendo il sacrificio che esso richiede seguendo l’esempio “prometeico”. Queste due forme sono in tutti noi, e a tutti noi sta la possibilità e la scelta di come affrontare questo “supplizio”.

Noi non abbiamo le mani legate ad una colonna dorica nel mezzo di una rupe. Non siamo prigionieri. Siamo protetti, invitati a proteggerci e possiamo allontanare l’aquila utilizzando il magico fuoco della saggezza, che tutti abbiamo dentro. 
Il supplizio è davvero eterno o arriverà la salvezza? La vera salvezza arriverà tramite un compromesso o tramite una sconfitta? 
I miti non danno risposte, ma pongono domande, quel che è certo è che, chi “utilizzerà la torcia” vedrà. Noi umani, grazie a Prometeo, avremo sempre la capacità di scegliere da quale parte stare.



Francesco Fiorentino
a.francescofiorentino@gmail.com

lunedì 27 aprile 2020

HO PAURA DELLE CRISI


 RUBRICA DI ATTUALITÀ


"Pensare fuori dalle Righe"






Ho paura delle crisi. Di tutte le crisi. Quelle di amore, quelle di lavoro, quelle di fede … ho paura delle crisi perché mettono in dubbio le mie certezze. Quelle deboli certezze che mi permettono di salire su quei fragili e scricchiolanti piedistalli che mi consentono di scendere dal letto quando ogni giorno mi sveglio. 

Ho paura delle crisi perché arrivano senza chiederti il permesso. Senza delicatezza o “politicamente corretto”. Arrivano quando e come meno te lo aspetti. Mi fa rabbia il senso di irriverenza della crisi che, non solo scombussola, ma anche emette un giudizio sulla mia fragile inconsistenza.

Ho paura del rumore della crisi che, quando arriva, seppur in silenzio, è assordante. Un rumore difficile da addolcire, da evadere, perché ha le connotazioni di un Dio: infinito ed incondizionato. 
È un rumore silenzioso, innaturale e insopportabile. 

Mi fa paura questo rumore al quale non so arrendermi e che per sovrastarlo mi costringe a fare stupidaggini: ad affermare quegli ormai inconsistenti piedistalli in cui, forse, non credo più nemmeno io. “Non lo so se mi conviene” (Diodato), ma quanto rumore fa!

Mi fa paura persino la luce della crisi, quella luce che è nascosta nel nulla che essa sembra propormi con un certo sarcasmo, come alternativa alla mia inconsistenza. Sarà per questo che questa Quarantena fa così tanta paura.

È un paradosso: mi fa paura, ma non posso farne a meno.

Lo so che non posso farne a meno, se voglio crescere, maturare, scendere nelle profondità di quell’amore che mi si è rivelato nello scandalo della crisi più sconvolgente a cui il creato abbia mai assistito: la morte di Dio.

Non posso farne a meno, proprio come quei due discepoli che, sulla via per Emmaus, furono addirittura inseguiti da quella crisi; inseguiti e trasfigurati.

Vorrei fuggire, andare, “senza un posto a cui arrivare” (Diodato), ma resto impietrito dalla mia coscienza che mi chiede di rimanere lì, come quella donna che stavain silenzio ai piedi di una crisi insopportabile per una madre: la perdita del figlio.

Davvero … è straziante: vorrei fuggire, ma “ho capito che, per quanto io fugga, poi torno sempre a te” (Diodato), cara crisi. E così mi ritrovo come in una prigione dalla quale da solo non posso tirarmi fuori.

È in questo controsenso esistenziale, stampato nella mia fragile contingenza, che non mi rimane altro: alzare gli occhi al cielo che è altrettanto infinito ed incondizionato.

È proprio un paradosso: vorrei allontanare la crisi, ma dentro di me l’invoco disperatamente, affinché finalmente quel bellissimo rumore diventi dolce musica nella memoria mia, come tante altre crisi diventate Pasqua.



Don Giuseppe Fazio
gfazio92@gmail.com




sabato 11 aprile 2020

CORONA-PASQUA


RUBRICA DI ATTUALITÀ


"Pensare fuori dalle Righe"








Carissimi,


              Siamo ormai giunti a questa inedita Pasqua 2020. Ci giungiamo con il cuore appesantito da tante sofferenze, da tante preoccupazione, da tanti necessari sacrifici.

Sembra davvero che le scene che il Libro dell’Esodo racconta, quando descrive il viaggio del Popolo nel deserto, siano diventate a noi molto più familiari di quando le sentivamo nelle catechesi o nelle celebrazioni.

Ci sentiamo davvero come il popolo che grida a Mosè: “Fino a quando? Siamo nauseati di questa vita”. 

Eppure – lo sappiamo bene – il cammino del popolo termina, anche se non senza morti, nella Terra Promessa. Una terra che al momento non si vede, se non in lontananza. Come poter, dunque, trovare un po’ di gioia per celebrare questa Pasqua?

Vorrei con voi prendere un’immagine tratta dal celebre “Signore degli Anelli” di Tolkien e resa con grande maestria nel terzo film ad esso ispirato.

Frodo, che è portatore dell’anello del potere che deve essere distrutto, ha appena adempiuto al suo compito gettando il monile nella lava del monte Fato. Stremato da un viaggio terribile, ormai si accascia e, con il suo fidato amico Sam, mentre il monte auto implode, si rassegna alla morte.

Mentre tutto sembra perduto e le mani di sorella morte sembrano ormai aver presa sui corpi dei due Hobbit, ecco che giunge un aiuto dall’alto: le Aquile, capitanate da Gandalf, recuperano i corpi dei piccoli eroi, portandoli in salvo.

Mi sono commosso nel rivedere questa immagine che davvero descrive con forza, come solo la letteratura sa fare, la profondità del mistero pasquale che non è un “eliminare i problemi”, ma un aiuto che, giungendo dall’alto, ti porta oltre … sì, come la mano del Padre che porta oltre la morte il Figlio, risuscitandolo a vita nuova.

La Pasqua, la Pasqua che celebriamo noi cristiani, è questa cosa qui. Credere che, alla fine dei nostri sacrifici, c’è qualcuno che ci porterà in alto. Non è qualcosa che ci guadagniamo perché siamo stati bravi, ma il normale epilogo che, dalla morte di Cristo in poi, è offerto ad ogni uomo, a patto che si lasci afferrare.

Se così fosse (e così è!), possiamo celebrare la nostra Pasqua con questa certezza nel cuore: arriverà la mano di Dio a risollevarci. Quando? Lo sa Lui e Lui non arriva mai in ritardo, arriva al momento giusto.

Arriverà, anzi è già arrivato, per portarci oltre; non semplicemente oltre al corona virus, ma oltre a tutte quelle condizioni di egoismo che minacciano la nostra vita eterna.

Con questi sentimenti nel cuore voglio fare i miei più sinceri auguri a tutti voi, lettori del blog, ai miei parrocchiani, alle famiglie e al consiglio e all’equipe di Azione cattolica della mia diocesi. È Pasqua! Cristo è veramente Risorto!


Don Giuseppe Fazio






giovedì 26 marzo 2020

IL CORONAVIRUS IN CARCERE

RUBRICA DI ATTUALITÀ


"Il Prete e il Letterato"








Tesi:

Il letterato: Sotto traccia, alla fine del telegiornale della sera, in questo momento terribile per l’umanità, stiamo sentendo passare una notizia: le carceri sono in rivolta. Motivi: la sospensione dei colloqui con familiari e avvocati e il sovraffollamento carcerario. La prima umana reazione alla notizia è normalmente l’indignazione: in un periodo del genere, a che pro ribellarsi? Per sommare problemi ai problemi? Il sovraffollamento non c’era già prima? Fermo restando che le rivolte violente sono sempre e comunque da condannare, riflettendo meglio sull’argomento, si possono facilmente però notare alcuni elementi chiave: il primo è che il rischio di contrarre il virus, in un carcere sovraffollato (ricordiamo che in Italia ci sono circa 61000 detenuti contro una capienza di 50000) è estremamente più elevato, tanto quanto quello di infettare a loro volta anche gli operatori carcerari e gli agenti di Polizia Penitenziaria, con relative famiglie. Il secondo, più importante, è che i detenuti, per quanto grave possa essere la loro colpa, rimangono degli esseri umani. Gli esseri umani hanno paura, soffrono la privazione totale del contatto coi propri cari, soffrono l’essere in balia di una situazione (l’epidemia) che non possono contrastare come facciamo noi, cioè stando a casa. Certo le carceri italiane erano inadeguate già prima dell’emergenza, ma mai come adesso il problema del sovraffollamento è pressante e pericoloso, paradossalmente anche per chi sta fuori. Cosa succederebbe infatti se ogni carcere diventasse un focolaio virale e vanificasse tutti gli sforzi fatti dalla nostra comunità in queste settimane? Inoltre, che diritto abbiamo noi di disinteressarci della salute dei carcerati? Di pretendere che il loro vivere o morire non pesi sulle nostre coscienze? Il tema andava affrontato prima, questo è certo.  Ma la situazione emergenziale ora ci impone di trovare una soluzione al problema. Chiudo con una frase attribuita a Voltaire: “Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione”.


Antitesi:

Il prete: Conosco personalmente l’inadeguatezza delle carceri da quando, per due anni, ebbi la fortuna di coadiuvare il lavoro dei cappellani di Rebibbia. Ricordo celle senza riscaldamenti, acqua calda. Ricordo che se era cattivo tempo le fogne rischiavano di saltare e le cappelle dei vari reparti venivano inondate di feci che poi, detenuti volontari, ripulivano puntualmente. Ricordo malati di tumore che attendevano analisi che arrivavano puntualmente in ritardo o lunghi mesi di attesa per avere una carta d’identità. Che le carceri italiane, almeno le più, siano inadeguate, su questo non ci piove! E non solo strutturalmente, ma anche rispetto al fine sancito dalla carta costituzionale che prevede una pena rieducativa e non repressiva (Art. 27).
Tuttavia si deve tener conto di un elemento: i detenuti non sono lì in vacanza e questo, in un periodo come quello che stiamo attraversando, porta inevitabilmente a delle restrizioni, come quella di non poter vedere i propri parenti, per esempio. Restrizione che non è tanto diversa da quella che io sto vivendo nella mia canonica di Belvedere Marittimo. Rivoltarsi, dunque, per cosa? Che questo coronavirus non sia un pretesto per chiedere un’amnistia? Certo è vero, questo virus, tra le tante cose che ha rivelato, ci ha mostrato anche un’incapacità strutturale di gestione delle patrie galere. Tra le cose che ricordo di quei due anni, c’è anche la fatica delle guardie penitenziarie: in numero insufficiente, sole, senza supporti psicologici, minacciate, stanche, con responsabilità e turni assurdi.

Risposta: 

Il letterato: Vorrei partire proprio dall’esperienza del Prete, che tanto più di me ha visto coi propri occhi la miseria della prigionia. Il sostanziale mancato rispetto dei basilari diritti alla dignità umana in carcere, nonché il sovvertimento del principio costituzionale di giustizia rieducativa in favore di quella punitiva che di fatto ciò ingenera, rende urgente una presa di posizione secca e immediata sul tema. Era urgente prima, lo è più che mai adesso, in tempo di emergenza, per i motivi che spiegavo. Come? Ad esempio, dando accesso a pene alternative al carcere a chiunque non abbia commesso reati gravi e non costituisca pericolo per se stesso e per gli altri (ora più che mai è facile per tutti comprendere come la detenzione domiciliare non sia certo una vacanza). La nostra Costituzione prevede la detenzione in carcere solo come extrema ratio infatti, mirando alla rieducazione del reo e non sulla sua punizione. I crimini non sono tutti uguali (questo è forse il principio più antico che la giurisprudenza conosca), quindi demonizzare l’amnistia in generale, senza fare delle differenze fra i detenuti è, dal mio punto di vista, un errore. Molti magistrati di sorveglianza stanno lavorando duro in queste ore per dare accesso, a chi ne ha diritto, a queste pene alternative. Grande assente il Ministero della Giustizia, che propone, per bloccare il contagio in carcere, di isolare tutti i detenuti in celle singole. Esilarante. Quali celle esattamente? Devono essersi persa la parte del sovraffollamento. Liberando le carceri dai detenuti per reati minori e da quelli a cui manca poco per terminare la pena, potremmo dare respiro alle strutture carcerarie in questo terribile momento, diminuire il rischio di contagio dentro e fuori dal carcere, e fare un decisivo passo di civiltà, nel rispetto della nostra Costituzione e dei principi di giustizia internazionale.
Chiudo con alcune memorabili parole di Papa Francesco sul carcere: “È più facile reprimere che educare, negare l’ingiustizia presente nella società e creare questi spazi per rinchiudere nell’oblio i trasgressori, che offrire pari opportunità di sviluppo a tutti i cittadini.”



Don Giuseppe Fazio e Manuel Pugliese