venerdì 7 febbraio 2020

GRAZIE BENIGNI … PER LA TUA RIVELAZIONE!



RUBRICA DI ATTUALITÀ


"Pensare fuori dalle Righe"







Devo ammettere che quest’anno avevo deciso (e non ho cambiato idea) di non vedere il Festival. Ieri sera, però, mentre aspettavo che la mia mamma sistemasse un bottone malandato del mio cappotto sono incappato nello show di Benigni. Mi sono detto: «Beh lui è una persona intelligente che vale la pena ascoltare, faccio uno sforzo». 

Con altrettanta franchezza devo ammettere di essermi pentito dopo alcuni istanti. Premetto che nei suoi venti minuti di monologo, costati ai contribuenti – da quanto dicono – trecentomila euro, ha anche detto cose molto condivisibili sull’amore e sul sesso; e ammetto anche che per secoli la Chiesa ha favorito una cultura della sessualità pessimista. Fatta questa premessa (le premesse sono importanti!) vorrei condividere brevemente i motivi che mi hanno portato a pentirmi della scelta di dare credito al Signor Benigni.

Partiamo dall’accusa, nemmeno tanto velata, fatta ai cristiani e anche agli ebrei che, con noi, condividono l’antico testamento nel quale è inserito il Cantico dei Cantici. Secondo Benigni, la Tradizione della Chiesa, deve essersi addormentata per un momento e così ha inserito nel Canone (non rai, ma della Bibbia) il più bel canto della storia che, a suo avviso, parla di un amore che – lo dice espressamente – non è sesso, salvo poi contraddirsi due minuti dopo descrivendolo appunto come sesso banale da iniziare a fare magari subito nell’Ariston, ma questi sono dettagli (anche se … anche i dettagli sono importanti!). 

Detto questo, sempre secondo il Signor Benigni, quando i responsabili delle religioni bibliche si sono svegliati dal loro torpore pare abbiano iniziato a coprire di interpretazioni metaforiche il testo – da lui definito scandaloso – per togliere l’imbarazzo di – udite e udite – due o tre passaggi che parlano di sesso. Insomma, Benigni forse non lo sa, ma se avesse ragione, dovremmo togliere di mezzo tanti passaggi della Bibbia che parlano esplicitamente di sesso. 
Tuttavia la cosa che Benigni ignora, e questo è ben più grave, perché oltre ad essere un personaggio pubblico, è noto per la sua capacità di leggere criticamente dei testi letterari, è che una metafora è una figura retorica che, VALORIZZANDO un’immagine, vuole dire qualcosa di alto che altrimenti non si riuscirebbe a esprimere. L’esatto contrario di quello che abbiamo ascoltato durante il noto festival della canzone italiana. Dunque, l’interpretazione allegorica del Cantico dei Cantici non vuole deprezzare la sessualità, ma vuole esprimerla come luogo dell’incontro con Dio. Questo sì, che è stupendo!

In parole povere: il Cantico dei Cantici vuole valorizzare la bellezza del rapporto tra uomo e donna, del quale fa parte anche la sessualità, per raccontare la storia di desiderio e ricerca di Dio nei confronti dell’uomo. Su questo ha detto bene Benigni: questa ricerca non è il bisogno di sfogare le pulsioni, perché i bisogni si acquietano, il desiderio dell’amato no.

Già questo basterebbe per pesare l’incompetenza biblica del comico. Del resto ognuno dovrebbe fare il suo mestiere, ma siamo ormai abituati a comici che diventano politici o catechisti, come siamo abituati a vedere preti che diventano comici o politici.

Rimane ancora un altro scivolone di Benigni. Egli ha assicurato di prendere la traduzione originale, ma senza fare riferimento ai vocaboli originali e si è lasciato andare a traduzioni molto libere interpretando ogni metafora lì presente a sfondo sessuale. Ne cito una fra tutte: “Le vigne di Engaddi” sono diventate nel testo del nostro eroe “la vigna della donna”, cioè il sesso femminile.
Inoltre, anche se di passaggio, il Benigni ha fatto diventare l’amore sponsale, descritto con connotati maschili e femminili piuttosto chiari, come amore senza genere e sesso. Ora, che una coppia omosessuale possa provare i sentimenti descritti dal Cantico dei Cantici, questo non è quello che ci riguarda, ma strumentalizzare la Bibbia per farle dire qualcosa che non si sognerebbe mai di dire, questo sì, fa problema.

Del resto, e anche questo è grave che Benigni non lo ricordi, un testo va letto non solo nel suo contesto storico, ma anche nel suo contesto letterario. Lo spiega bene l’adagio: “La Bibbia si interpreta con la Bibbia”.

Ad ogni modo alla fine della giostra vorrei anche ringraziare Benigni perché con il suo intervento, superficiale e a tratti blasfemo, ci ha offerto una GRANDE RIVELAZIONE. Quale?

1.       Ha rivelato quanto noi cristiani poco conosciamo la Scrittura;

2.     Ha messo in mostra la nostra debolezza di pensiero e la nostra incapacità critica. Ne è stato emblema l’Avvenire (giornale dei vescovi italiani) che è stato incapace di presentare una critica attenta a questi scivoloni di Benigni, limitandosi, al fine di raccogliere qualche consenso, a plaudire a quelle poche cose condivisibili presentate dal comico fiorentino;

3.    Ha mostrato la superficialità con la quale diamo credito a chi non è del mestiere. Purtroppo in un’Italia sempre più “televisiva” se un comico commenta la Bibbia, solo perché è in Televisione, ha ragione. Se, invece, un prete spiega ogni settimana in parrocchia la Bibbia, nelle catechesi e nelle omelie, questo beh … non importa perché tanto lo sappiamo no? I preti se la girano a modo loro.

Grazie Signor Benigni, dunque, per averci ricordato un’amara verità che già i padri della Chiesa ci hanno consegnato secoli fa: L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo. 
Da ieri sera, dunque, abbiamo scoperto un po’ di più quanto siamo ignoranti su Cristo, anche se lo abbiamo sempre sulle labbra.


La speranza è che a qualcuno sia venuta la voglia di sfogliare questo straordinario testo del Cantico dei Cantici che contiene la storia di Amore che Dio, fin dall’origine del mondo, ha voluto intessere con noi suoi cuccioli. 



Don Giuseppe Fazio
gfazio92@gmail.com





mercoledì 1 gennaio 2020

NUOVO ANNO, NUOVI ORIZZONTI


Ebbene sì, cari lettori, siamo giunti alla conclusione di questo ricco anno, che con sé si porterà un lungo decennio ma che aprirà le sue porte ad un altro. Di cose ne sono successe veramente tante, e scriverle tutte sarebbe una follia, oltre che stancante da leggere. Vogliamo, quindi, soffermarci sull’aspetto umano, che è alla base, secondo noi, di un sereno trascorrere di vita: è proprio grazie alle relazioni umane, infatti, che siamo artefici del nostro trascorso di vita… “L’uomo è un animale sociale”, ci ricorda Aristotele, pertanto abbiamo bisogno del prossimo più di quanto possiamo immaginare. 
Proprio attraverso i rapporti umani, possiamo trarre esperienze e opportunità di crescita, personale e sociale. Ma... Cosa intendiamo con “rapporto umano”? Con questa affermazione vogliamo sottolineare l’importanza che noi abbiamo nei confronti del singolo e non solo, portandoci a contatto con nuove realtà e nuovi avvenimenti. Con “rapporto umano” ci riferiamo al calore, che trasmesso – soprattutto - al momento giusto può essere vitale per una persona, cambiando totalmente il suo approccio con la vita. Con “rapporto umano” vogliamo incitare tutti coloro che preferiscono passare il pomeriggio relativamente isolati, o che scorrono sulla home di Instagram/Facebook/Twitter anche nel giorno del Santo Natale o nel classico “cenone di capodanno”, a fermarsi un momento e pensare “Sto facendo la cosa giusta?”“Sono sicuro di non star perdendo, in qualche modo, i miei cari (che siano genitori, amici o eventuali partner)?”perché a volte necessario è allontanarci dal lontano ed avvicinarci al vicino; solo così possiamo giovare realmente delle relazioni umane, senza dover pensare poi a rimorsi come un “ah, se quel giorno avessimo parlato, scherzato, di più…”. Con “rapporto umano” ci riferiamo alla carità verso il prossimo ed alla fortissima arma che è il perdono, il quale ci evita di trascorrere una vita sempre “sull’attenti” e non può che aiutarci a spaziare il nostro sorriso. 
Dalle persone, però, non sempre si ricava amore e altruismo e con il “rapporto umano” ne seguono anche forti delusioni, litigi, momenti di rabbia e ingiustizie. Ma non bisogna abbattersi.
In questo 2019 abbiamo dato vita alla nostra pagina Instagram (@riflettendosicresce) e proprio in questa avventura partita alla grande, abbiamo fatto esperienza di amarezza e delusionevista la sua temporanea chiusura. Abbiamo, inoltre, ricevuto critiche non proprio costruttive e, a livello individuale, ci siamo sentiti abbattuti per difficoltà “interne” che colpiscono chiunque, chi più chi meno. Ma, indovinate un po’, come abbiamo superato tutto ciò? Esatto, paradossalmente grazie al rapporto umano! Riguardo, nello specifico, il primo caso ci avete sommerso di commenti positivi sui nostri social e di persona, siete riusciti a dimostrarci il vostro amore nei nostri confronti e ci avete fatto capire che, anche se a volte sembra il contrario, ci leggete e vi siete affezionati ai nostri contenuti. Mentre nella sfera personale, altre persone hanno risvegliato in noi la fortissima “volontà di vivere”che tanto non garba a Schopenhauer ma che, inevitabilmente, è all’interno di ognuno di noi e non aspetta altro che uscire allo scoperto per affrontare il mondo
Ciò, nel nostro piccolo, a dimostrazione che in base a come ci poniamo possiamo aiutare una persona, cambiare le sorti di una situazione o, ancora meglio, di un intero periodo che successivamente si estenderà a tutta la fase di vita! 
Con questa riflessione vogliamo, dunque, trasmettervi un forte messaggio: credete in voi stessi e nel bene che le persone possono portarvi, ma non aspettate che l’altro faccia sempre il primo passo… in tal caso fatelo voi senza troppo orgoglio e superbia! Se dovesse andare male, prendete le delusioni e tramutatele in opportunità di crescita personale, ponendovi sempre dei mea culpa e analizzando i vostri errori e quelli dell’altro. Oltre a tutto ciò, con il nuovo anno vi auguriamo ti tagliare il nastro rosso ai vostri traguardi da sempre sognati, di trovare la persona che vi completi (se l’avete già trascorrete ogni minimo momento appieno con essa mettendo da parte l’esterno), di iniziare ad amarvi - se non lo fate già – poiché “amor gignit amorem”, vi auguriamo di fortificare le relazioni umane che già avete e di spaziarne con altre, vi auguriamo di riuscire a perdonare coloro che vi hanno fatto del male e, infine, vi auguriamo di essere forti abbastanza da superare con serenità tutte le difficoltà che vi si presenteranno, perché sì, si presenteranno puntualmente come ogni anno, ma d’altronde il gioco che ci pone la vita è proprio questo: riuscire a sorridere nonostante tutti gli ostacoli che ci mette davanti. Auguri di buon anno. 

Aldo Maria Cupello 
Don Giuseppe Fazio



venerdì 20 dicembre 2019

SARÀ NATALE ... SE TI AMI UN PO' DI PIÙ


RUBRICA DI ATTUALITÀ


"Pensare fuori dalle Righe"






Da piccoli ci hanno sempre detto che dobbiamo essere migliori. Ci hanno sempre insegnato ad eliminare i difetti, le imperfezioni; ci hanno sempre detto che dovevamo superare i nostri limiti. E tutto ciò – precisiamolo – ce lo dicevano con buone intenzioni.

Crescendo, ho capito che è una grande presa per i fondelli. Certo, bisogna lavorare sulle proprie povertà, bisogna provare a migliorarsi, ma questo non è ciò che conta. La prima cosa che conta è volersi bene. Accettarsi.

Quanto è difficile guardarsi allo specchio e potersi dire con un sorriso che nasce dal cuore: “io mi voglio bene!”
La fregatura sapete qual è? Che se non ti vuoi bene per davvero, difficilmente vorrai bene agli altri.

Il Natale è un po’ la festa che ci invita a volerci bene. Sapete perché? Lo si capisce davanti al presepe. Il Figlio di Dio non va ad abitare in una casa, in un palazzo, ma in una stalla. Non le stalle dei nostri presepi con lampadine, pulite, ordinate. Una stalla vera! Fredda, puzzolente di sterco, magari fatiscente.

Una stalla che somiglia tanto alla mia e, forse, anche alla tua vita: piena di imperfezioni, dei fetori dei nostri egoismi, della freddezza della nostra superbia. Eppure proprio da lì Dio desidera partire.

Potrebbe darsi, allora, che per me e per te, quest’anno festeggiare il Natale voglia dire accettarsi un po’ di più. Smettere di vivere per le aspettative degli altri su te stesso oppure, al contrario, delle aspettative nostre sugli altri.

Sì, forse starai pensando che hai una moglie o un marito acida/o, che hai dei figli scapestrati, forse stai pensando che non hai o non avrai mai dei figli e che non hai neppure una moglie o un marito. Forse stai pensando che ti senti solo, che hai fallito in tante cose e deluso tante persone. Non fa niente. È Natale soprattuttoper te.

Il problema, in fondo, non è che la tua vita non sia un palazzo tutto in ordine, perfetto, pulito ed elegante. Il problema sta nel fare entrare in questa stalla il figlio di Dio.
Oh alla fine pensateci … questa stalla puzzolente è diventata così importante che, a distanza di oltre duemila anni, ancora la rappresentiamo nelle piazze, nelle scuole, nelle chiese e nelle case.

Guarda che può succedere la stessa cosa alla tua vita. Pensa a San Paolo, San Pietro, Sant’Agostino, San Francesco, San Pio … prima di incontrare Gesù Cristo erano delle stalle fatiscenti, dopo … eh … dopo … che vo dico a fa?

E allora ti auguro di vero cuore Buon Natale … ti auguro che finalmente nella stalla del tuo cuore entri sul seriola luce di questo bambino che è venuto a rendere bello ciò che per il mondo è brutto.
Sarà Natale se, amandoti, lascerai a Dio di compiere questo bellissimo miracolo.



Don Giuseppe Fazio
Aldo Maria Cupello



giovedì 19 dicembre 2019

AMANO LA CALABRIA, MA GLI SIAMO INDIFFERENTI

 RUBRICA DI OPINIONE


"Agorà: Piazza di discussione"



La Calabria, come tutto il Meridione, è l’asso nella manica di qualsiasi politico arrivato ai piani alti dei palazzi governativi romani. Se sei in campagna elettorale, infatti, non puoi non citare quanto sia bello il Sud, quanto vada rivalutato, quante bellezze riservi e quanti giovani in gamba formi ogni anno; il Meridione piace, e fa sempre comodo mostrarsi dalla parte di noi “terroni”. E la cosa più brutta è che ci si attacca all’amo anche facilmente, paralizzandoci a bocca aperta e facendoci applaudire al Robin Hood di turno, che casualmente esce dall’ombra qualche mese prima di eventuali elezioni future. E questo, “l’asso Sud”, non fa sconti neanche per le elezioni regionali del 26 gennaio 2020, tant’è che ci ritroviamo - e ritroveremo - senza alcun riscontro positivo. Per l’ennesima volta.
Le votazioni di gennaio, infatti, saranno forse le più confusionarie mai avute; per la Calabria, s’intende. Eh già, perché in regioni come l’Emilia Romagna si sta facendo campagna elettorale da mesi. Sfrecciano auto pubblicitarie come in “L’ora legale”di Ficarra e Picone, volantini nelle cassette della posta, trasmissioni tv, comizi a volontà, i maggiori partiti si sono riuniti a tavolino per presentare un loro candidato e… Noi? Per la punta dello Stivale sembra, invece, che i “giganti” non si siano neanche riuniti al bar del paese, forse avranno accennato qualcosa su WhatsApp, al massimo. Siamo a poco più di un mese di distanza e ancora non si presenta né un centrodestra né un centrosinistra realmente unito (anche se l’ultima sembra aver trovato un equilibrio), ancora non si ha una lista stabile e ufficiale a cui affidarci, bensì dei nomi che vagano un po’ solitari. Al momento troviamo la ricandidatura dell’attuale Presidente della Regione Mario Oliverio, in lista propria sul versante di sinistra. A fargli concorrenza, all’interno della stessa, sono Carlo Tansi(lista propria) e Filippo Callipo(d’altronde, in un periodo in cui emergono le “Sardine” il tonno non può rimanere in disparte) appoggiato dal Partito Democratico. Luigi Di Maio, dipendente ormai da Rousseau, concorre da solo candidando Francesco Aiello. A destra la situazione è più delicata. Prevale un Mario Occhiutoin lista propria, visto il mancato appoggio da parte dei nazionali che sembrerebbero puntare su Jole SantelliSergio Abramo(entrambi con l’ok di FI e appoggiati eventualmente dalla Lega), seguiti dalla candidata targata Meloni Wanda Ferro(FDI). Insomma, la situazione è abbastanza confusa. 
Ciò non può che denotare uno scarso interesse da parte dell’alta classe politica nei confronti della terra calabra, la quale viene mandata ancora più a fondo di quanto non lo sia già. La Calabria è vista solo come terra di mafia, comuni in dissesto, aziende fallite, di vagabondi, di sussidi alla povertà che rasentano la carità oltre che il ridicolo; la Calabria è unicamente patria di una giustizia che fa acqua da tutte le parti, che confonde Codice Civile con Codice Penale, di una sanità che non garantisce neanche un parto; è quella Regione che ogni anno deve avere un “piano di recupero” diverso, ma che finisce sempre negli ultimi cassetti di Palazzo Chigi, quelli impolverati dei quali probabilmente si è persa anche la chiave.
Dunque, evitate di prenderci in giro, evitate di proporre politiche di sviluppo quando non ufficializzate neanche i candidati per guidarle, evitate di interessarvi del Meridione, ma con una data di scadenza, perché la verità è una, una sola: la Calabria non è l’Emilia, come non è la Lombardia o il Piemonte, della Calabria non vi interessa e non vi è mai interessato nulla, se non per meri interessi elettorali. 


Aldo Maria Cupello
 aldocupello6@gmail.com




martedì 17 dicembre 2019

PERCHÉ LA SOLITUDINE MI FA PAURA?


RUBRICA DI ATTUALITÀ


"Pensare fuori dalle Righe"






Abbiamo tutti paura di qualcosa. Chi del buio, chi dell’altezza, chi degli insetti, ecc … ma c’è una paura che ci accomuna un po’ tutti. Una paura che, per lo meno, abbiamo attraversato tutti quanti. Magari c’è chi l’ha superata, chi la sta superando o chi ancora ne è profondamente schiavo … questa è un’altra storia. Resta il fatto che sia una tappa obbligata della nostra esistenza: la paura della solitudine.

Perché la solitudine ci fa così tanta paura? È una paura così radicata che ci siamo ingolfati di “relazioni”: facebook, instagram, WhatsApp, Telegram. Siamo sempre online e, anche quando non lo siamo, abbiamo le cuffiette nelle orecchie. Silenzio e solitudine devono stare fuori dalla nostra quotidianità.

Ma perché? Da un lato la paura dinanzi a qualcosa esprime il fatto che non possiamo tenere tutto sotto controllo. Dice di noi che siamo fragili, frangibili. Che io e te abbiamo paura vuol dire che non siamo invincibili come spesso speriamo. Una paura in fondo manifesta un punto debole e, in un tempo come questo, avere punti deboli è un lusso che non ci si può permettere.

La paura della solitudine, però, è un po’ la panacea di tutte le paure. Se ci pensate, infatti, se hai paura del buio, per esempio, ma sei con un’altra persona quella paura diventa “meno paurosa”. La solitudine è l’espressione del fatto che alla fine ogni paura possa diventare un baratro.

Eppure questo sentimento ha qualcosa di grande da dirci. Una cosa fondamentale, senza la quale non siamo neppure liberi di amare gli altri. Quando, infatti, ho paura della solitudine inizio a cercare altre persone per un mio bisogno, dunque, non in modo libero.
Una relazione iniziata per riempire una solitudine è un fallimento annunciato. La cosa strana sapete qual è? Che più cerchiamo di riempire questa solitudine, più essa si manifesta, fagocita ogni cosa. Sembra davvero un pozzo senza fondo. Per evadere in molti si stordiscono: alcol, droga, sesso, soldi … sono tutti palliativi dettati dalla paura di questa “bella signora”, come la chiama Gianni Morandi, in una sua datata, ma bella canzone. 

Che fregatura. Più ne hai paura, più la solitudine ti si attacca al cuore. E allora, quale soluzione? Dialogarci.
La nostra solitudine ha da dirci qualcosa di estremamente importante: i nostri cuori non possono essere saziati dalle cose e neppure dalle persone che ci stanno intorno. Per quanto puoi avere delle bellissime relazioni, dentro il tuo cuore, in fondo, in quel posto in cui entri la sera quando, stanco di una giornata, sei solo con te stesso, la solitudine rimane.

Nessuno può conoscere alla perfezione i tuoi dubbi, le tue paure, le tue speranze, le tue ferite, i tuoi traumi, i vizi dai quali non riesci ad uscire, le sconfitte che ancora bruciano. Nel tuo cuore, che ti piaccia o no, rimarrà sempre uno spazio di solitudine.
Per questo la solitudine ci fa paura. Sì, ci fa paura perché rimane lì, perché ci ricorda che tutto quanto siamo e abbiamo non ci basta.

Molti per questa paura si sono rovinati l’esistenza, altri, a partire da questa, sono sbocciati. Dove sta la differenza? Come far diventare la solitudine un trampolino? Abbiamo bisogno di non lottare più con lei, di accettarla come pungolo che ci ricorda le cose importanti della nostra vita. 

La solitudine, infatti, deve rimanere lì perché ci deve ricordare che questa terra non ci basta. Questa compagna di strada deve diventare lo spazio nel quale devono echeggiare domande più grandi. E non importa che tu sia ateo, agnostico o fervente cristiano. In questo spazio di solitudine devi imparare a domandarti che senso ha la tua vita, dove stai andando, se sei davvero felice dei tuoi progetti. 

Questa solitudine è una solitudine benedetta perché in qualche modo ricorda al tuo cuore che siamo sazi soltanto quando afferriamo l’eterno. Questa solitudine ci fa paura in fondo perché ci ricorda che non siamo fatti per cose piccole, effimere. Abbiamo bisogno della grandezza di cui soltanto l’Infinito può riempirci.

Sì, la domanda su Dio e sulla nostra esistenza è ancorata proprio a questa solitudine; in questo silenzio esistenziale che, quando realmente abitato, inizia a dare sapore ad ogni cosa. Del resto solo quando accetti di essere solo puoi davvero essere con-solato; cioè puoi finalmente smettere di chiedere agli altri di toglierti la solitudine, per abitarla con te, per condividerla con loro.



Don Giuseppe Fazio
gfazio92@gmail.com





mercoledì 11 dicembre 2019

NEGLI AFFETTI? COME UNA LUMACA

RUBRICA DI ATTUALITÀ


"Pensare fuori dalle Righe"






Nella mia memoria di bambino è rimasto impresso, in modo indelebile, il mio primo incontro con una lumaca. Ricordo che vidi questo piccolo guscio del quale mia madre mi disse che custodiva un altrettanto piccolo animale.
Ero curioso, volevo che uscisse fuori. Ne giorni seguenti resi difficile la vita a molte lumache (intorno a casa se ne trovavano diverse). Le scuotevo, le agitavo, qualcuna la prendevo a calci, ma niente … queste lumache non si decidevano a venir fuori. Mute, senza difendersi, rimanevano soggette alle mie angherie.
Un giorno mi ricordo che ne raccolsi due o tre su un pezzo di polistirolo rimediato nel laboratorio di mio padre e, in preda alla “disperazione”, le misi sotto la fontana. Fu incredibile: dopo pochi istanti, con mia grande sorpresa e forse con non pochi sensi di colpa di chi, per scopo personale, aveva costretto quei piccoli esseri viventi ad abbandonare il loro guscio allagato, le lumache iniziarono a venir fuori dalle loro abitazioni.
In preda all’entusiasmo subito pensai di prendere in mano una delle povere malcapitate per osservarla da vicino. Non feci neppure in tempo ad avvicinarmi che la poveretta si ritirò nuovamente dentro la sua umida casa. 
Provai di nuovo con l’acqua, ma niente. Aspettai qualche minuto ed ecco che timidamente iniziarono a riaffacciarsi. Provai di nuovo ad avvicinarmi, ma il risultato fu il medesimo: un ritirata così veloce da poter smentire la proverbiale lentezza delle lumache. Questo durò diverso tempo. Mi accorsi che più la lumaca era spaventata, più tempo impiegava ad uscire fuori. Ogni qual volta batteva la ritirata il tempo di attesa si prolungava, a volte così tanto che poi mi stancavo abbandonando la lumaca (non posso giurare di non averne ucciso anche qualcuna in preda alla rabbia di quei rifiuti!).

Questo piccolo ricordo mi sembra che dica bene la verità del nostro modo di vivere gli affetti. Di fronte agli altri siamo un po’ tutti nella condizione di queste lumache: c’è chi è più intraprendente, chi meno, ma tutti usciamo allo scoperto soltanto quando ci sentiamo a nostro agio. Quando incontriamo una persona nuova stiamo nel guscio, impariamo a capire se ci si può fidare e, se questa si avvicina troppo, subito rientriamo dentro per paura. A volte capita che, fidandoci, qualcuno ci scuota un po’ di più, ci ferisca, ci faccia del male e allora rientriamo in quel guscio e per uscirne fuori ci vuole sempre di più, perché la paura di essere maltrattati è tanta.

Ammettiamolo: come ci dà fastidio quando gli altri, fossero anche persone a noi care, pretendono che noi usciamo allo scoperto seguendo le loro regole. 
Altre volte ci troviamo nella condizione di chi, spazientito, calpesta, offende, giudica, maltratta. Con quale risultato? Quella lumaca, pur senza parlare o difendersi, non uscirà mai fuori.

In fondo le lumache ci insegnano, con la loro timidezza, il senso del rispetto per gli altri, per i loro tempi, spesso troppo lenti.

Negli affetti, sì, siamo, senza colpa, come le lumache. Si tratta di accettare questa nostra realtà approcciandoci agli altri con il rispetto di chi deve comprendere che tutti siamo felicemente diversi. 

E allora l’arte dell’attesa (tendere verso), che caratterizza il tempo liturgico dell’Avvento che stiamo vivendo, s’incrocia con l’arte dell’aspettare (guardare verso). Dobbiamo tendere verso i gusci degli altri, ma poggiando – in modo rispettoso – gli occhi su d’essi e non su come vorremmo che fossero. Tale atteggiamento ci salverà dal calpestare il guscio altrui e ci restituirà, se saremo capaci di pazientare (soffrire), quello stupore soddisfacente di chi finalmente vedrà lentamente l’altro uscire da se stesso per venirgli incontro. 



Don Giuseppe Fazio
Gfazio92@gmail.com







lunedì 18 novembre 2019

A CAUSA DI POCHI ... BRUCIA LA CIVILTÀ

RUBRICA DI ATTUALITÀ


"Pensare fuori dalle Righe"





Come può bruciare la civiltà? Si potrebbe domandare qualcuno. Beh ... la civiltà brucia ogni qual volta i diritti di qualcuno vengono lesi e, ancor di più, quando vengono lesi con un atto così violento come l'incendio che ha colpito l'auto di Cinzia Antonuccio, Coordinatrice della raccolta rifiuti del comune di Cetraro.

Insieme a quell'auto sì, brucia, ancora una volta e sempre a causa di pochi ignoti, la civiltà di un paese che della civiltà è stata culla per ben otto secoli di storia, grazie al governo dei monaci benedettini.

Mentre esprimiamo solidarietà a Cinzia, così come anche lo abbiamo fatto anche privatamente, ci viene da pensare che tra quei fumi neri dell'auto divelta dalle fiamme ci siano non solo i vari materiali che la componevano, ma una politica nazionale incapace di dare risposte e segni forti, come, invece, forte è stata la scarcerazione del boss Franco Muto, mentre gli altri aderenti alla cosca rimangono dentro; tra quei fumi ci sono senz'altro tanti silenzi, omertà. Forse c'è l'incapacità di tanti cittadini di prendere le distanze da alcuni ambienti, persone, amici e amici di amici.

Nei fumi della civiltà che brucia ci stanno le sofferenze di uomini e donne che subiscono soprusi continuamente; ci sta, forse, anche l'impotenza di tanti uomini onesti che si sentono soli, abbandonati.  In quei fumi ci sta il dolore di chi deve lasciare la propria terra perché se hai vent'anni in Calabria le alternative sono due: o parti oppure, prima o poi, inizi a spacciare per avere un po' di soldi in tasca.

In quei fumi ci sta tanta di quella roba che se a qualcuno dovesse venir la malaugurata voglia di respirarli per davvero, cercando di capire cosa succede, morirebbe seduta stante. 

Ecco ... tra quei fumi - lo auguro a Cinzia e a tutta la mia comunità di Cetraro - spero non si aggiungano queste parole, come le tante che in queste ore rimbalzano su siti, profili dei social, giornali.

Spero vivamente, come ha detto il Sindaco, che la reazione della città sarà forte. E per città - lo sappiamo bene - s'intendono: le forze politiche, le istituzioni religiose, le associazioni e anche e non in secondo piano, i singoli cittadini.

Che sia una reazione forte e visibile!

Mi auguro che questa reazione sia una forte ventata d'aria che possa spazzare questi fumi; fumi di una civiltà che nel frattempo continua a bruciare. 



Don Giuseppe Fazio
gfazio92@gmail.com