sabato 1 maggio 2021

MA VOI ... VE NE SIETE ACCORTI?

Io vorrei solo sapere se ve ne siete accorti. Se ve ne siete accorti anche voi uomini di politica, uomini delle istituzioni, uomini di Chiesa (non parlo semplicemente di noi preti, ma di tutti).

 

Mi piacerebbe – dico sul serio – sapere se ve ne siete accorti. Di cosa? Un attimo. Ora ve lo dico.

 

Ecco …  ieri nel mio paese hanno distrutto una lapide commemorativa di un ragazzo, un padre di famiglia, una persona che tutti ricordiamo con affetto. Un gesto da definire come? Barbaro, incivile, stolto … ma metteteci l’aggettivo che volete. 

 

Però, la domanda è ancora quella: ve ne siete accorti?

 

Dico … se si compie un gesto di violenza ai danni di un defunto e la persona che l’ha compiuto è un anonimo, probabilmente un ragazzo o comunque un deficiente (fate una ricerca sul significato letterale), tutti vomitano la loro indignazione anche con una certa forza e, a tratti, anche una certa violenza. Ho letto una frase del tipo: “Non sei degno di questa comunità”. 

 

Ma voi ve l’immaginate se avessero sparato due colpi di pistola contro la macchina di Roberto magari ancora vivente (magari!)?

 

Probabilmente si sarebbero rincorse le voci sul social più antico del mondo “la piazza”: “Chissà che ha combinato …”; “avrà dato fastidio a qualcuno”; “se l’è cercata”, “forse ha infastidito la ragazza sbagliata” … e baggianate del genere. 

 

Probabilmente avrebbero scritto una parola sempre i soliti, quelli che “cavalcano l’onda”, come dicono alcuni. E poi? Tomba.

 

Quindi la domanda: ma sono solo io a notarlo o ve ne siete accorti tutti?

 

È sempre così … a vomitare indignazione (e anche odio) contro in una situazione che non comporta rischi c’è una fila immensa (ed è doveroso, per carità!).

 

Però … mi viene anche da dire che se questo anonimo signore non è degno della nostra comunità, non lo sono anche quelli che prestano soldi a strozzo, non lo sono gli spacciatori, non lo sono i raccomandati che per essere eletti si vendono gli appalti, non lo sono gli amici degli amici insomma tutti quelli che hanno perpetrato e continuano, forse indisturbatamente, a propagare una cultura di cui questo gesto è solo la punta di un iceberg.

 

Sì, perché se in una comunità si arriva a gesti di così grande inciviltà, vuol dire che c’è un sostrato che da troppo tempo tutti quanti ignoriamo colpevolmente. C’è una differenza: in questo caso è stata profanata una lapide, negli altri casi vengono profanate le vite di tanti uomini e donne sofferenti.

 

C’è una frase che mi è piaciuta tanto: “Avete distrutto voi stessi, ma non la nostra memoria”.

 

Verissimo. La nostra memoria non può essere distrutta: Roberto, come tutta la sua famiglia, sta nei nostri cuori, nel nostro affetto che vogliamo far arrivare anche attraverso queste parole.

 

Ma la cosa amara è che forse noi “abbiamo distrutto noi stessi” perché questi personaggi sono frutto della nostra collettività e di quella tanta superficialità che per troppo tempo ci ha portato a girare il capo dall’altro lato. Se vogliamo che gesti ignobili come questi non si ripetano dobbiamo iniziare a rigettare mali ben più profondi per educare la collettività al rispetto. Perché, la storia ce lo insegna, se non si rispettano i vivi, non si rispettano neppure i morti.


Roberto a te e alla tua famiglia va il nostro più affettuoso abbraccio nella certezza che tu dall'alto starai guardando tutti noi con quel sorriso che caratterizzava il tuo volto, finanche mentre correvi. Ora, dalla meta delle mete, il cielo, ci guardi, sorridi e ci incoraggi ad andare avanti, nella speranza che alla tua città non si fermi il cuore nella corsa più importante che abbiamo da correre: quella dell'amore.


Ma voi ... ora vi prego, ditemelo: ve ne siete accorti anche voi?



Don Giuseppe Fazio







venerdì 30 aprile 2021

SEGUI LA TUA VITA

 

RUBRICA DI LETTERATURA



"Sulle spalle dei giganti"



“La vita funziona se obbedisce ai suoi ritmi. [...] 

Non si può ricostruire la vita senza accettare che per se stessa chieda di essere rispettata come qualcosa che ha il suo ritmo interno, che non può essere inventato, che deve essere accettato. 

(Fabio Rosini, L’arte di ricominciare, 81-82)




Vi siete accorti di come la nostra vita sia scandita da tempi ben precisi?

Mi riferisco innanzitutto ai tempi della società: un progetto che va portato a termine entro la fine del mese per non perdere il lavoro, gli esami che bisogna dare entro la fine della sessione per non perdere l'anno, il numero di persone che si devono frequentare per non essere definiti degli asociali e tutti i traguardi che si devono raggiungere- casa, macchina, famiglia, viaggi, soldi, esperienze, carriera- entro una certa età perché la propria vita non venga considerata un fallimento.

Se ci guardiamo intorno lo vediamo chiaramente: la società ci vuole scattanti, frenetici ed anche euforici per una vita alla rincorsa e iperstimolante.


Poi ci sono i nostri di tempi, che finiscono quasi sempre per combaciare con quelli serrati della società in cui siamo immersi: mi riferisco, ad esempio, ai tempi che ci diamo dopo la fine di una relazione per stare male e poi riuscire velocemente a riprenderci, a quelli che ci diamo per trovare un buon lavoro o anche solo per fare tutto ciò che avevamo prestabilito entro la fine della giornata.


La società ci dà delle scadenze, noi stessi ci diamo delle scadenze e sulla base di queste non facciamo altro che programmare la nostra vita, senza voler accettare in nessun modo l'esistenza di un altro ritmo, il più importante, quello che riconosciamo solo quando tutti gli altri strumenti smettono di suonare, mi riferisco al ritmo della vita stessa, che non segue le nostre logiche né quelle della realtà in cui viviamo e che non chiede "scusa, posso?" ogni volta che manda all'aria i nostri piani e ci rimescola le carte.


Cosa succede, allora, quando ciò accade? Quando, nonostante tutti gli sforzi, siamo costretti a riprogrammare e riprogrammarci per ciò che, inaspettatamente, la nostra stessa vita ci mette di fronte? Ecco, possiamo dire che succede come in un videogioco. Avete presente quando, in quei videogiochi a livelli, ti trovi al livello più difficile con una sola possibilità e poi, proprio mentre sei preso dall'euforia per una vittoria quasi certa, perdi inesorabilmente? Il gioco ti riporta al primo livello, ti chiede di ricominciare, ma tu sei sbigottito e, preso dalla rabbia e dallo sfinimento, ti alzi di scatto e spegni tutto. 


Credo sia proprio così che ci comportiamo quando la vita sembra sfuggirci di mano, quando ci impone i suoi ritmi e ci chiede a volte di ricominciare mentre noi stavamo già correndo al livello successivo: rimaniamo increduli, vorremmo soltanto chiudere tutto ma non possiamo perché questa è la realtà, senza schermi con pulsante di spegnimento, e allora ci rimane la rabbia, la frustrazione, il senso di smarrimento, come se la nostra vita avesse senso solo se segue le nostre direttive, solo se va nella direzione che abbiamo deciso noi, nei luoghi e con le persone e le caratteristiche che noi avevamo già prestabilito. Nel momento in cui la vita segue i suoi meccanismi a noi sembra soltanto che abbia smesso di funzionare. Accettiamo i ritmi estenuanti della nostra quotidianità presi dal delirio di onnipotenza e poi ci sentiamo sconfitti non appena la vita ci chiede, anzi, ci impone di fermarci o di camminare in un'altra direzione. 


Ma, anche quando non c'è nessuno a motivarci e non troviamo alcuno stimolo in ciò che abbiamo intorno, dovremmo ormai saperlo che possiamo farcela, perché ce l'abbiamo fatta mille volte, dovremmo ormai saperlo che, come siamo capaci di afferrare e rimanere aggrappati, siamo capaci anche di lasciar andare, di farci trasportare, che come siamo bravi a costruire lo siamo anche a ricostruire quando ciò che avevamo è stato distrutto perché, se sommiamo gli anni e le situazioni vissute e i periodi interminabili che poi alla fine sono terminati, non possiamo che constatare come in realtà noi non siamo mai davvero distrutti perché la vita non si può autodistruggere, la vita si ricrea e si reinventa costantemente, in un movimento ripetitivo anche se in modo mai uguale perché neanche noi siamo mai uguali a prima ma siamo capaci, sempre. 


In un mondo che ci chiede continuamente di dare  o raggiungere qualcosa e ci fa sentire inutili quando non riusciamo a farlo, la vita, nel suo imporsi, ci chiede soltanto di accettare la nostra inutilità e proprio da lì ripartire, di mettere in pausa il nostro delirio di onnipotenza e di danzare al suo ritmo anziché correre dietro ai nostri stessi ritmi e a quelli di chiunque altro.





Ramo di Seta

(Per eventuali messaggi potete scrivere a gfazio92@gmail.com)











mercoledì 21 aprile 2021

OCCHIO E MALOCCHIO: VERITÀ O SUPERSTIZIONE?

  



 

È un argomento di cui si parla poco e male. C’è chi liquida la questione semplicemente dicendo che si tratti di superstizioni, retaggi medievali e chi, invece, vede il male ovunque.

 

Eppure, nonostante la nostra tecnologia, il grado di cultura media elevato, l’ateismo e l’anticlericalismo pare che la consultazione di maghi, fattucchieri, medium e cartomanti sia in costante aumento. La motivazione è sempre la stessa: “Mi hanno fatto qualcosa … non è possibile che mi vada sempre tutto storto”. 

 

Vale la pena precisare che spesso molte parabole esistenziali siano costellate da fallimenti perché prive di discernimento, attaccate al superficiale e con ideali bassi e in partenza orientati a grandi sofferenze. In questo caso, al più, si potrebbe parlare di azione ordinaria del demonio, ma non certo di maledizioni, possessioni o roba del genere che comunque rimane abbastanza rara.

 

Fatta questa premessa, dunque, vorrei esporre qualche riflessione dovuta alle ricorrenti domande che mi sono state poste nelle ultime settimane. Mi è sembrato, infatti, che ci sia tanta colpevole ignoranza (e la colpa è di noi preti). 

 

Contrariamente a quanto affermato, è possibile che realmente qualcuno possa patire un’influenza maligna straordinaria. Il male esiste. C’è poco da fare. Se togliamo il demonio dai vangeli, togliamo una buona parte di tutto l’insegnamento di Gesù. Nel nostro cuore esiste una radice di male che spesso noi stessi non riusciamo a spiegarci e che chiamiamo “tentazione” dicendo, quindi, che c’è una forza esteriore che agisce sulle nostre intenzioni. Possono verificarsi della situazioni in cui le forze esercitate sulla nostra vita superino l’ordinarietà per cui si parla di opera “straordinaria del demonio”. Roba che viene tecnicamente chiamata possessione, ossessione, vessazione o infestazione (sono fenomeni distinti che qui non abbiamo lo spazio di trattare approfonditamente).

 

Dinanzi a questa esperienza quali sono le soluzioni più praticate?

 

1.     Lo sfascino, l’occhiatura: molti, soprattutto nel sud Italia, si rivolgono alla nonna, alla zia, all’anziana del paese per farsi togliere il “malocchio”. La sorpresa? Funziona. Si sentono tanti dire: “Mi faceva male la testa e mi è passato”.

 

2.     I maghi: fa impressione sapere quanti maghi esistano nel proprio territorio. Capace che a breve avremo più maghi che preti. È, infatti, una professione che frutta fior di quattrini. Molta gente custodisce in casa ampolline, pietre di sale, sacchetti ripieni, forse a loro insaputa, di ossa di morti, sale e chissà quale altro intruglio. Tanti altri su consiglio di questi maghi assumono gocce o pasticche presentate come medicinali fuori dal commercio e altro ancora. Anche in questi casi spesso si dice: “Il problema me l’ha risolto. E conosceva in anticipo la mia situazione”. 

 

In entrambi i casi la questione può avere una duplice lettura:

 

1.     Avere a che fare con un impostore: uno che fa queste cose per soldi. Quindi l’unico rischio che corri è quello di essere frodato. Tutti quanti ricorderanno il processo alla famosa Wanna Marchi.

 

2.     In tanti altri casi, invece, potresti incappare in un operatore dell’occulto. Non bisogna, però, correre. Soprattutto nei nostri paesi molti anziani praticano questi riti per “ignoranza”. Da piccoli sono stati abituati a pensare che queste cose siano pratiche di preghiere. In effetti formalmente molti riti contro il malocchio prevedono la recita di preghiere (ave maria, padre nostro, etc …). E allora? Beh ... il problema è che se fossero semplici preghiere non ci sarebbe bisogno di persone speciali che abbiano imparato queste preghiere nel segreto, in una notte specifica (spesso la notte di natale o dei morti) e che non possa rivelare queste formule, pena la perdita del potere. Le cose di Dio sono sempre pubbliche. Certo si può dare il caso in cui solo alcuni siano autorizzati a compiere determinati riti (vedi la confessione o la celebrazione eucaristica), ma il rito è sempre pubblico e ben accessibile a tutti.                                     
Potresti domandarmi: sì, ma perché funzionano? Proverò a rispondere a questa ipotetica obiezione con un esempio. Se hai mal di stomaco perché hai un principio di tumore e prendi un antidolorifico all’inizio il dolore viene eliminato, ma il male ti rimane dentro. Chiedere ad un operatore dell’occulto di togliere il male è come prendere l’anestesia. Non si chiede al maligno di risolvere i problemi che lui stesso va causando. Dietro molti di questi personaggi, infatti, si trovano sette sataniche, riti satanici compiuti con sangue mestruato, ossa di morti e altre schifezze di vario genere.

 

E allora … ci sono altri rimedi?

 

Certamente! Noi abbiamo un’infinità di rimedi: la preghiera, le benedizioni (molte le possono dare anche i laici), la partecipazione attiva ai sacramenti. Tutte queste cose, come ricordano tanti esorcisti, sono i più efficaci rimedi contro il male perché chi rimane attaccato a Dio non può subire alcun male spirituale.

 

Prima di concludere queste battute vorrei dare un ultimo consiglio: se ti sei rivolto a maghi, fattucchieri, indovini o roba del genere e sei credente, vai da un prete. Consegna a lui tutto il materiale che hai ricevuto perché lo distrugga nel modo opportuno. Chiedi di fare una buona confessione e ascolta i suoi consigli. 

 

Alcuni, purtroppo, riferiscono: “sono stato dal mio parroco, ma mi ha liquidato superficialmente”. In questo caso sei autorizzato ad andare da un altro sacerdote. È vero, infatti, che molti casi segnalati in effetti sono semplicemente fissazioni, problemi psichici e che quindi richiedono l’intervento di un medico, ma l’ascolto serio, attento e misericordioso non si deve negare a nessuno.

 

Un’ultima nota vale precisare in conclusione: il male non è mai più grande del bene e per questo non bisogna fissarsi, come molti purtroppo fanno trattando la religione come una magia, un amuleto o un portafortuna. Non ci si attacca al bene, quindi a Dio, per paura del male. 

 

 

 

Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com











 

 

 

 

venerdì 16 aprile 2021

IL COVID: PALCOSCENICO DI POLITICANTI ALLO SBARAGLIO

RUBRICA DI ATTUALITÀ


"Pensare fuori dalle Righe"






Devo ammettere che mai come in questo periodo avverto un senso di fastidio nei confronti di quelli, sempre più, che si dicono politici, ma in realtà probabilmente non sanno scrivere neppure una lettera in italiano. 

Se fosse solo un problema di grammatica non sarebbe poi tanto male. Il famoso film di don Camillo, infatti, ci ha insegnato che si può essere sgrammaticati, però di fatto si può avere un cuore attaccato al bene, nonostante le proprie rozzezze; proprio come lo era il cuore del buon Peppone. La cosa che davvero è diventata insostenibile è tutta questa esternazione di solidarietà, di buon senso, di vicinanza alle vittime del covid, di appelli accorati ai commissari e alle strutture sanitarie a cui stiamo assistendo in queste ore sui social. 

Sembra che alcuni politicanti (mi scusino se non riesco a chiamarli politici) trasudino umanità; la stessa umanità che, però, li porta a non salutare alcuni perché non sono amici di merenda; un’umanità sensibile che li spinge ad ignorare chi non li ha votati, anche se realmente in difficoltà; a non pagare le prestazioni di persone che non hanno un cognome importante; ad offendere i loro rivali con parole e gesti che nemmeno i bambini delle scuole elementari; a privilegiare i soliti amici degli amici per non perdere quel po’ di consenso comprato a suon di raccomandazioni, favori e compromessi che verrebbe da rubare le parole a Dio: “Adamo, Adamo, dove sei?” 

Insomma, che sia Adamo, Eva, gentile o scontroso assistiamo ad una serie di fantocci che hanno fatto del populismo, del post sentimentale, del selfie o del messaggio di cordoglio a basso prezzo (ci sarebbe da domandare se, quando stavano male le persone per cui si spendono parole d’oro dopo il decesso, hanno sentito il bisogno urgente di fare una visita a casa o una telefonata) uno stile di politica. È davvero triste vedere che, mentre la gente muore (di covid o di fame) questi, senza ritegno, continuano a solcare la scena di un teatro impietoso in cerca di like, pacche sulle spalle o saluti compiacenti. Io non so se è condiviso quel che penso, ma … ci avete davvero stancato. 

Tornate ad imparare l’arte del silenzio contemplativo, quel silenzio nel quale può germinare una visione nuova della realtà e dell’emergenza. Piuttosto che lodare le associazioni, le caritas o i volontari, magari nelle tante mattinate che passate inutilmente a fotografarvi (mentre altri lavorano), mettetevi accanto ai volontari e lavorate con loro, offritegli aiuto concreto, sporcatevi per davvero le mani e non solo il tempo di un clic o di un applauso.

Sì … sì … lo so … adesso arriveranno i commenti (sempre alle spalle): “smetti di fare politica e pensa a dire la messa”. Saranno proprio quelli che si sentiranno colpiti a dirlo. Io, invece, non smetto, me lo impone quel vangelo che amo. Non smetto perché forse molti vorrebbero dirvi che avete stancato con questa melassa da fiera, ma non possono farlo. Non possono farlo perché hanno paura delle ritorsioni, di vedersi negato quel favore che dovrebbe essere un diritto, o magari temono per i loro figli … io, invece, siccome non ho nulla da perdere, ma proprio nulla, ve lo dico anche a nome loro: “ci avete proprio stancato … ma davvero tanto!” 



 Don Giuseppe Fazio
gfazio92@gmail.com







mercoledì 23 dicembre 2020

DIMENTICATI DI TE STESSO … E SARÀ UN NATALE MIGLIORE!

RUBRICA DI ATTUALITÀ


"Pensare fuori dalle Righe"





Carissimi,

 

            a poche ore dalla solennità del Natale, come consueto, voglio raggiungervi con queste poche righe per formularvi i miei più affettuosi auguri.

 

È stato un anno molto difficile nel quale siamo stati costretti a ritornare su noi stessi. Lo stare chiusi in casa, senza lavoro, senza gli impegni o gli hobby quotidiani, ci ha costretto a tornare sulle nostre povere vite. Siamo stati catapultati dentro la nostra intimità nella quale, forse, abbiamo trovato tanta luce, ma anche tanto buio.

 

Probabilmente abbiamo speso ore e ore ad analizzarci, a vagliare le nostre relazioni, il nostro stile di vita e con questo avevamo pensato che saremmo state persone migliori, ma alla fine, forse, siamo rimasti delusi. Sì, delusi anzitutto da noi stessi.

 

In un suo interessante scritto dal titolo Il cammino dell’uomo, Martin Buber scrive: All’uomo che non pensa a sé stesso si consegnano tutte le chiavi.

 

È un’affermazione strana che se da un lato rischia di essere banalizzata con un attivismo caritativo che non migliora di certo la condizione dell’uomo, dall’altro sorprende perché fin da bambini ci hanno sempre insegnato che bisogna pensare a sé stessi, al bene che dobbiamo fare e al male che non dovremmo fare, ai nostri progetti, senza guardare agli altri.

 

Eppure, in questa frase è contenuto il senso del Natale. Forse ne sarebbe sorpreso lo stesso Buber in quanto non cristiano, ma filosofo ebreo. Sì, in questa frase c’è il segreto di una buona relazione con Dio che ci è stata consegnata proprio Domenica scorsa nel racconto dell’Annunciazione. 

 

Di Maria, che è la donna più importante di tutta la storia della salvezza, non ci viene raccontato nulla: quali fossero le sue attività quotidiane, i suoi progetti, la sua discendenza, il suo pensiero. Non sappiamo nemmeno cosa stesse facendo quando l’Angelo la raggiunse. Il che è molto strano se pensiamo che sappiamo cosa Zaccaria stesse facendo mentre l’angelo gli annunciò la nascita di suo figlio, se pensiamo al fatto che finanche di Giuseppe sappiamo la discendenza e che era un falegname. 


Di Maria niente … perché di Maria sappiamo la cosa più importante: lei è concentrata non su quello che deve fare, ma su quello che Dio sta facendo per lei. Ed è per questo che quando prorompe nel canto del Magnificat può esclamare: Grandi cose ha fatto per me l’onnipotente!

 

Ecco … Natale, quel Natale che ogni anno, finanche quando imperversa la pandemia, rischiamo di sciupare con le cose da fare, da preparare, impacchettare, è una festa che, per essere vissuta, chiede ad ognuno di dimenticarsi di sé stesso per puntare gli occhi sul Dio con noi. Perché non è importante che noi ci ricordiamo di noi stessi, ma che Dio si ricordi di noi, come il ladrone chiede a Gesù sulla croce (cfr. Lc 23,42). Se Dio, infatti, ci porta nel suo cuore (ri-cordare) allora siamo davvero al sicuro!

 

Non è un caso che ad accogliere per primi il Bambinello siano i pastori che, come unico impegno, hanno quello di vigilare, e i re magi che hanno gli occhi puntati verso il cielo per scrutare, appunto, l’opera di Dio.

 

Il Bambinello conceda a ciascuno di noi questa bellezza: dimenticarci un po’ di noi stessi, del nostro egocentrismo, per aver gli occhi aperti alle meravigliose opere che Dio compie per ciascuno di noi. 

 

La storia ci ricorda, infatti, che gli avvenimenti che hanno per davvero cambiato le sorti dell’uomo sono stati compiuti da persone che si sono lasciate raggiungere dall’opera di Dio. 

 

Da Agostino di Ippona a Francesco d’Assisi, da Madre Teresa a Giovanni Paolo II, fino agli ultimi beati di questi mesi, come Carlo Acutis e l’annunciato Rosario Livatino, la nostra storia è illuminata da grandi smemorati “di se stesi” einnamorati dell’opera di Dio.

 

Buon Natale “smemorato” a tutti voi!




Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com





sabato 12 dicembre 2020

IN SUFFRAGIO DI UN AMICO

Volentieri condivido, come per il giorno dei funerali, le parole che lo Spirito ha ispirato in me in occasione della messa in suffragio di Eugenio. Nella speranza che, come la volta scorsa, possano giovare al cuore di tanti che, pur non potendo essere presenti per ovvi motivi, soffrono per questa prematura dipartita.



Carissimi fratelli e sorelle, 

 

 

         Quando con alcuni ragazzi della banda abbiamo deciso la data di questa celebrazione in suffragio di Eugenio, non avevamo considerato che questa sera saremmo già stati all’interno della celebrazione della domenica della gioia.

 

Mi sono chiesto: Come poter parlare di gioia in un momento in cui ancora il dolore per il distacco prematuro da un nostro amico è così fresco? Certo Eugenio lo ricordiamo tutti per la gioia che trasudava dai suoi sguardi, dalle sue parole, dai suoi atteggiamenti, ma questo non sembra bastare. 

Ho provato tanta fatica a formulare questi pensieri tanto più perché, di fronte a queste letture, la gioia non sembra comparire neppure lontanamente. 

 

Eppure, leggendo e studiando, la figura di Giovanni Battista mi è venuta incontro in una luce che non avevo mai considerato. 

 

Il Vangelo che abbiamo appena ascoltato ci parla di un Giovanni Battista che viene continuamente interrogato sulla sua identità: Tu chi sei? Sei tu il profeta? Chi sei, dunque? E ad ognuna di queste domande il Battista deve rispondere: Non sono io.

 

Ecco … la Liturgia ha un modo strano di parlarci di gioia: lo fa attraverso un uomo che si deve mettere da parte per fare spazio ad un Altro.

 

Pensateci bene: qual è la caratteristica di una persona gioiosa? Qual era la caratteristica di Eugenio? Non mettersi al centro. Nel bene o nel male, chi vive nella gioia sa mettersi da parte in favore degli altri e con questo fa sentire a casa chi gli si avvicina. Sono gli egocentrici ad essere costantemente tristi e scontenti.

 

Quand’è che noi siamo realmente tristi nella nostra quotidianità? Quando non sappiamo mettere da parte le nostre impressioni, le nostre letture dei fatti, i nostri desideri, le nostre apprensioni, nel continuo egocentrismo vogliamo che gli altri ci capiscano, facciano come noi vogliamo e Quando questo poi non succede la tristezza diventa inevitabilmente dilagante! Quando una coppia comincia a non funzionare più? Quando un’amicizia traballa? Quando la fede stessa va in crisi? Quando al centro mettiamo noi stessi e basta.

 

La lotta interna che ci portiamo da sempre dentro non è nel fare o non fare buone azioni, fare o non fare peccati, ma è una lotta tra gioia morte, cioè Tra la capacità di decentrarci e la frenesia di far andare tutto come voglio

 

L’evento della morte di Eugenio sta in questa cornice: nessuno di noi voleva che Eugenio partisse così giovane da questa terra e così facciamo fatica ad accettare il fatto che non sia andata come volevamo, pertanto nel nostro cuore dilagano domande, rabbia, tristezza! Se questo è normale – perché è normale soffrire per la morte - chiede però di essere vissuto, orientato, in un certo modo. Vi prego – anzi direi vi supplico – non buttate via questo dolore, non lo sprecate, non cercate di rimuoverlo! Come come dice una recente canzone, volente o nolente tocca rispondere presente!

 

Come stanno facendo i genitori, il fratello e le sorelle di eugenio che saluto con particolare affetto. Ormai più di una settimana fa sono stato a casa da loro e, parlando con loro, il papà mi ha detto queste parole che vorrei condividere con voi – credo che non si arrabbierà:

 

“Don Giuseppe, mi sono tanto arrabbiato con Dio. Anche perché proprio in questi giorni ho saputo da un mio collega che ha perso il suo nipotino di 4 anni. Mi sono chiesto perché Dio chiami a sé persone così piccole, tenere, giovani. Poi, pregando e meditando, mi è venuta in mente un’immagine: da un albero non tutti i frutti cadono allo stesso momento. Non tutti maturano insieme. Penso che la vita sia così; è solo che noi non sappiamo discernere quando una persona è matura o no per cadere dall’albero, Dio solo lo sa”. 


Beh … se queste fossero le parole di un prete sarebbero forse scontate, ma dette da un uomo che ha appena perso il figlio, hanno un sapore diverso, perché non sono teoria, ma vita vissuta.

 

Io vorrei ringraziare i genitori per questa bella testimonianza di fede, ma tutta la famiglia. È stato bello vedere il giorno delle esequie i fratelli proclamare la Parola di Dio in Chiesa. È un altro modo di vivere un dolore che comunque rimane. E, infatti, ad un certo punto a casa loro, tra una lacrima ed un’altra, abbiamo iniziato a ridere e a scherzare con una naturalezza che sembrava, vista le circostanze, soprannaturale! Tanto che, uscendo da quella casa, mi sentivo un po’ confuso: prima di entrare dentro avevo un peso sullo stomaco notevole, uscendo mi sentivo leggero, consolato, quasi – direi – sereno e gioioso!

 

Sì, carissimi, è possibile parlare di gioia in ogni circostanza come ci ha ricordato la lettera di Paolo appena proclamata. Perché c’è una gioia che non può essere oscurata mai. Quella gioia che Eugenio ha vissuto fino in fondo. 

 

Sì, lui non sapeva mettersi al centro, era sempre decentrato da se stesso, era una persona realmente libera e per questo gioiosa. Anche nella malattia. Una volta mi fece impressione il fatto che, mentre parlavamo della sua situazione, mi scrisse: “adesso basta, se no parliamo sempre di me. Tu come stai?”

 

Quando lo si andava a trovare, anche negli ultimi istanti, la sua preoccupazione è che gli altri non fossero tristi, doveva sorridere e sforzarsi di essere sereno per dare serenità e gioia agli altri. Lui, come Giovanni il Battista, ha ripetuto – forse inconsapevolmente – in ogni istante della sua vita: “Non sono io il centro del mondo, non sono io il Signore della vita”. E così per tanti di noi è stato un piccolo Giovanni il Battista.

 

E, come per il Battista il carcere è stato quel momento in cui la sua vita è maturata e ha dato frutto, così per Eugenio questa lunga e straziante malattia è stato lo stesso! Ma la vita di Eugenio, proprio come quella del Battista, è stata e continua ad essere tanto feconda!

 

Nei giorni che sono intercorsi dal funerale ad oggi sono stato raggiunto da tanti messaggi che mi hanno sorpreso e commosso: ci sono stati ragazzi che mi hanno raccontato che a partire dal funerale di eugenio hanno trovato una pace che cercavano da anni, ragazzi che in questa sofferenza hanno rincontrato, dopo anni, il volto di Gesù, e hanno riiniziato a pregare e ad andare a messa. C’è chi addirittura ha chiesto di poter avere un colloquio per iniziare un cammino spirituale perché ora sente il desiderio bruciante di trovare qualcosa di più solido sul quale poggiare la propria esistenza.

 

Vorrei a questo proposito dire una parola ai ragazzi della banda di Belvedere che oggi hanno chiesto di celebrare questa messa, animandola con gli strumenti tanto cari anche ad Eugenio: Intanto grazie per questa bella occasione di preghiera che ci state donando! È interessante che abbiate sentito il desiderio di ricordare Eugenio in una celebrazione eucaristica. Avreste potuto organizzare – e a me era anche venuto in mente di proporvelo - un concerto in sua memoria (e sarebbe bello farlo), ma avete preferito prima di tutto una messa! In realtà, ve lo dico con affetto, voi, come noi, siamo stati condotti fin qui da Eugenio. È attraverso questo nostro caro amico che il Signore ci ha ricondotti qui per farci una domanda realmente decisiva:

 

Che vita stai vivendo? Che gioia stai cercando? Sei nella gioia o nella quotidiana morte?

 

Sì, è Eugenio che vi ha ricondotto qui, in una chiesa che forse – a volte anche giustamente - vedete così tanto distante dalle vostre vite e per questo non siete abituati a frequentare; vi ha condotto fin qui per consegnarvi nella sua generosità e gratuità un dono prezioso: il segreto della gioia, della sua gioia che è racchiuso in quell’espressione che ho già condiviso il giorno dei funerali: “Ho smesso di chiedermi perché, per iniziare a cercare di capire cosa ho da imparare”, cosa il Signore mi sta dicendo. 

 

Vorrei poteste custodire nel cuore, vorrei poteste fare vostra questa bellezza! Ora, proprio ora che la morte ha decentrato in modo assoluto Eugenio, la sua vita splende davanti ai nostri occhi in una luce della quale forse non ci eravamo mai accorti. Sì, perché Eugenio è entrato nella luce della risurrezione.

 

Cari fratelli e sorelle, come ho detto il giorno dei funerali penso di poter dire che Eugenio ci vorrebbe oggi, più di ieri, gioiosi, di quella gioia decentrante che lui ha sempre masticato e testimoniato fino alla fine. 

 

Alla fine vorrei dire una parola su Santa Lucia, visto che oggi ne è la vigilia. Mi è sempre sembrato strano il modo di rappresentare questa santa: ha in mano i suoi occhi (simbolo del martirio violento che ha subito) eppure sul volto non mancano gli occhi. È come se l'iconografia volesse dire che la violenza le ha strappato un modo umano di guardare la vita e la morte, ma non ha potuto togliere dal suo cuore un modo divino, immortale di guardare ogni cosa.


Ecco ... Il Signore conceda a ciascuno di noi la grazia di poter orientare e vivere il nostro dolore in questo sfondo, in questa luce, con uno sguardo divino. Io dal canto mio sono convinto che la vita di Eugenio avrà da mostrarci ancora tanti frutti e, forse, i migliori ancora li dobbiamo vedere!


Io onestamente spererei di poter vivere, e anche morire, come Eugenio. Tante volte siamo concentrati sul vivere bene, ma bisogna anche morire bene. Eugenio è vissuto bene, ed è anche morto bene. E ora ci attende nella pienezza della vita dove attende di riabbracciarci uno per uno per fare festa per tutta l'eternità!




Don Giuseppe Fazio





mercoledì 2 dicembre 2020

RELAZIONI TOSSICHE? NE VALE LA PENA?


RUBRICA DI LETTERATURA



"Sulle spalle dei giganti"



Smetti di avere conversazioni difficili con persone che non vogliono cambiare.

Smettila di presentarti alle persone che non hanno interesse per la tua presenza. So che il tuo istinto è quello di fare del tuo meglio per essere apprezzata da chi ti circonda, ma è un impulso che ti ruba tempo, energia, salute mentale e fisica. [...] Più rimani coinvolto con persone che ti usano come cuscino, opzione di sfondo o terapista per la loro guarigione emotiva, più a lungo ti allontani dalla comunità che desideri.

Forse se smetti di presentarti, non ti cercheranno. [...] Ciò non significa che tu abbia rovinato la relazione, significa che l'unica cosa che l'ha sostenuta è stata l'energia che solo tu hai dato per mantenerla. 

Questo non è amore, è attaccamento. (Anthony Hopkins)

 



 

Quante volte continuiamo a gridare, spiegare, per provare in tutti i modi a farci sentire, capire, apprezzare, amare? Quanti rapporti portiamo avanti anche se non ci stiamo più dentro? In quante occasioni corriamo a bussare alla stessa porta solo per vedercela sbattuta in faccia?

Quante volte ci illudiamo di vedere una luce in persone che ci offuscano la mente e ci spengono il cuore? E perché tutto questo? Anche se ci affanna, anche se ci distrugge, anche se non ci rende mai felici, perché tutto questo?

 

Sarebbe bello dare una risposta che sia una, semplice e uguale per tutti ma temo che questo non si possa fare perché sono comuni a tutti gli uomini molte dinamiche e molti comportamenti   ma vari e complessi sono i meccanismi e i bisogni dell'animo umano da ricercare nel profondo: a volte si persevera per abitudine, altre per insicurezza, altre ancora per una visione distorta dell'amore o per mancanza di punti fissi o per tanti, innumerevoli altri motivi. Ciò che si può sicuramente dire, però, è che alberga nell'animo di ognuno di noi lo stesso innato, viscerale, disperato bisogno di amore... tanto da vederlo anche dove non c'è.

È proprio in virtù dell'amore che accettiamo i tradimenti, le offese, gli sguardi indifferenti, i torti, i silenzi; è proprio in virtù dell'amore che attiriamo l'odio, la rabbia, la frustrazione e il nulla più totale. E se per caso una mattina ci svegliamo e decidiamo di dire BASTA ecco che alla sera ci assalgono i sensi di colpa, i rimorsi, i "ma", i "forse", i "IL PROBLEMA SONO IO", io che non sono abbastanza paziente, abbastanza buono, abbastanza comprensivo, io che non sono abbastanza qualsiasi cosa che serva a convincermi che è un peccato mortale dire "basta", anche se lo sto gridando, sussurrando o sospirando a qualcosa o qualcuno che mi sta uccidendo. 

 

E, allora, mettiamo per un attimo da parte tutti questi dubbi e iniziamo a porci la domanda delle domande: qual è il vero problema? Il problema sono davvero io? O l'altra persona? E se non lo fossimo nessuno dei due? Forse dovremmo imparare che non è importante capire chi ha sbagliato, quanto ha sbagliato e perché, forse non è importante pensare a quante persone non ci stimano e a cosa facciamo o non facciamo noi per ricevere tanta disapprovazione, forse non è importante ostinarci a pretendere amore da chi amiamo con tutti noi stessi o, al contrario, a sforzarci di amare chi ci ama con tutto se stesso; forse l'importante è saper discernere, saper distinguere l'amore vitale da quello sterile, perché non è un male il nostro bisogno d'amore, il male è ciò che si riceve quando il bisogno si fa così distorto e disperato da scambiare qualsiasi legame, ossessione, abitudine per amore. 

 

Qualche giorno fa ho purtroppo partecipato al funerale di un ragazzo morto a 26 anni che, senza alcuna retorica, ha davvero amato e si è lasciato amare di un amore vitale e per amore vitale intendo quell'amore che rende PIENI, senza avere mai quella sensazione che non sia abbastanza; LIBERI, dai sensi di colpa, dalle frustrazioni, dai rancori, e più di tutto FELICI, perché non ha senso mettere noi stessi in qualcosa che non ci rende felici, perché siamo troppo, davvero troppo preziosi per buttarci in ciò che ci annulla, la nostra vita è troppo preziosa per buttarla in luoghi di morte. Di fronte a quella bara bianca, è questo che ho pensato: ma io, quando arriverò alla fine di tutto, cosa e chi mi porterò dentro e dietro di me?

La morte è un viaggio troppo lungo per poterlo affrontare appesantiti da rapporti difficili o intossicati da relazioni tossiche. 

 

Cosa potrò desiderare, in quel momento, se non soltanto la leggerezza di pochi sorrisi benevoli e di poche braccia confortevoli? In nome di cosa vorrò rivendicare la mia vita se non la verità santa degli amori felici che ho provato e delle relazioni autentiche che ho vissuto? 

Io non voglio aver bisogno di arrivare a quel giorno per dire "basta" , nessuno deve aver bisogno di arrivare a quel giorno per dire "basta". 

Il piccolo principe diceva che "per ogni fine c'è un nuovo inizio", io penso che la nostra vita sia piena di molti inizi che solo alcune fini possono farci scoprire.

 

 


Ramo di Seta