venerdì 20 marzo 2020

LA VITA DOPO IL CORONAVIRUS?


 RUBRICA DI OPINIONE


"Agorà: Piazza di discussione"



Prendendo visione del video “10 cose che non saranno più uguali – Il racconto di Stefano Massini”, ho riflettuto molto sulla pandemia COVID-19, analizzando i dieci punti esposti dall’intellettuale in onda su La7, nel programma di Corrado Formigli. Si evidenzia come una giovane vita, quella di Alessandro, 30 giorni dalla sua nascita, sia protagonista di un futuro probabilmente diverso dal passato che abbiamo vissuto tutti noi prima del mese di marzo. Difatti, è cambiato tutto. 
Alessandro, con molta probabilità, potrebbe vivere dei giorni antitetici alle “cattive abitudini” che abbiamo intrapreso per via della tecnologia e della mala politica. Nell’Italia di oggi, 20 marzo 2020, le strade sono deserte (o quantomeno dovrebbero esserlo, visto i numero trasgressori al Decreto Presidenziale), i bar hanno le saracinesche abbassate, nei campi sportivi non riecheggiano più i fischietti degli allenatori furiosi, nel lungomare della mia città è presente solo lo iodio marino, nella piazza solamente il suono dell’acqua che scorre dalla fontana centrale. 
Tutto si è fermato, la ciclicità di cui parla Massini è stata interrotta da un nemico invisibile. Di conseguenza, non solo la città è triste, ma anche il volto delle persone, il quale si nasconde dietro un ipotetico slogan di rinascita “#andràtuttobene”. Eh già, ipotetico, perché la situazione sembra peggiorare di giorno in giorno, quelle persone che si dimostrano felici e pimpanti sui social, dentro di loro, vorrebbero semplicemente ritornale all’ideale comune di “normalità”. Una “normalità” che, sottolinea lo scrittore su La7, è stata sottomessa all’evoluzione informatica che, troppo frequentemente, ci ha tolto ciò che vorremmo esattamente in questo momento. Gli amici. Le fidanzate. Le mogli che, per lavoro e questioni di sicurezza, abbiamo lasciato sole in casa con i nostri figli, mentre noi siamo dall’altra parte della penisola italica. Ci manca essere umani, ci manca il rapporto sociale, quest’ultimo sostituito – in tempi meno sospetti – da uno schermo, da Netflix piuttosto che una serata al cinema con le persone che più adoriamo, da pacchi di spesa ordinati su Amazon piuttosto che una mezz’oretta trascorsa nel supermercato vicino casa, da giornali e-book che ci arrivano via mail invece di sentire la “puzza” della stampa in edicola. 
Eppure, questo nemico invisibile, ci fa rivolere questo, anche ciò che – per pigrizia – rifiutavamo. Ora più che mai vogliamo andare a cena fuori, vorremmo sentirla eccome quella puzza di libri e giornali, vorremmo, semplicemente che tutto finisse. Anche la suddivisione marxista delle classi sociali è venuta a mancare e questa, d’altronde, non è un problema poi così grave. 
Il “Nuovo Coronavirus”, come lo chiamano i mass media, ha inginocchiato chiunque. Il potente ex Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si è rifugiato a Nizza, il giocatore della Juventus Gonzalo Higuain è fuggito come un topo in Argentina. Altri vip e persone influenti, però, sono state colpite indipendentemente dalla villa scelta all’estero, in cui autoesiliarsi. Essì, come topi, fuggiamo come topi. Abbiamo paura, tutti, indipendentemente dal nostro conto corrente, perché la salute individuale non conosce carte di credito; se devi morire per una malattia, morirai, non conta l’ospedale di lusso o i medici pluripremiati che ti curano. Ed è così, che l’uomo del ventunesimo secolo, abituato alla comodità, alla ciclicità, vede questa interrompersi; si sente inerme. Non possiamo fare nient’altro che stare a casa. E sentite un po’, perfino la politica si è mobilitata più del solito. I nostri ministri sembrano essere più attenti alla situazione ma sempre perché, giustamente, anche loro tengono alla propria pellaccia e a quella dei loro familiari e amici, che tanto si favorivano. Perché questo virus, difatti, non favorisce nessuno. 
Come accade in queste situazioni, però, la paura crea virtù, unione. Nel dopoguerra le case vennero rase al suolo, le famiglie anche. I bambini e i ragazzi vivevano, inevitabilmente, randagi per le strade deserte, le ragazze erano costrette a prostituirsi ai soldati americani per una fetta di pane in più. Ognuno aveva perso i propri cari sotto il peso delle macerie cadute per mano di bombe mirate, o tra le trincee di confine. Oggi non c’è lo “ziiip” onomatopeico che leggiamo nei fumetti, per descrivere il suono dei proiettili, non ci svegliamo con le esplosioni, non vediamo sangue. Vediamo pianti e sconforto, i quali erano presenti anche nei momenti in precedenza descritti ma, come in quelli, è presente un popolo che ha voglia di rinascere. Un popolo che grazie a chi sta a casa, a chi pattuglia le strade, a chi corre spingendo una barella nei corridoi di ospedale, grazie a camionisti e dipendenti di supermercato, ce la farà. Siamo spesso cocciuti e testardi, noi italiani, ma di fronte alle catastrofi riusciamo ad uscire a testa alta, sempre. Ed anche in questa emergenza, ne usciremo con una grande lezione politica, sociale ed individuale. Non a caso siamo la nazione per eccellenza del Rinascimento, e noi, gli italiani del marzo 2020, vogliono rinascere proprio da zero.


Aldo Maria Cupello
 aldocupello6@gmail.com





lunedì 16 marzo 2020

PRIMA GLI ITALIANI?

RUBRICA DI ATTUALITÀ


"Il Prete e il Letterato"








Tesi:

Il prete: Negli ultimi mesi siamo stati abituati ad una campagna mediatica (definirla politica mi sembrerebbe troppo: la politica dovrebbe, infatti, proporre soluzioni, visioni e non slogan) riassumibile in questi termini: “Prima gli italiani”.
In un tempo di incertezze, giocare sulle paure diventa facile, appetibile, fruttuoso. Basta trovare un nemico: gli immigrati. In realtà dovremmo poter comprendere che l’immigrato più che un problema da risolvere è una risorsa da valorizzare. Chiaramente non parlo in termini economici anche se già molti italiani con le loro piccole imprese (destinate altrimenti al fallimento) hanno fatto i loro quattrini con la storia dei 35/45 euro al giorno. Essi sono una risorsa umana che ci spinge a comprendere il vero senso della globalizzazione dell’umanità nella quale non si può badare solo al proprio orticello. Sono una risorsa perché interrogano la nostra coscienza opulenta di chi per decenni ha fatto e continua a fare soldi in quei territori con la vendita delle armi, con la corruzione dei governi per estrarre dal sottosuolo ricchezze a basso prezzo e con lo sfruttamento di tante persone nelle fabbriche delocalizzate in quei territori poveri. Sono una risorsa perché quei poveri che oggi arrivano disperati qui dovrebbero insegnarci nuovamente a fare i conti, ma per davvero. 

Antitesi:

Il letterato: Prima gli italiani. Pur lungi dall’essere razzisti, è necessario, per noi italiani, tracciare una linea decisa fra chi appartiene alla schiera degli onesti cittadini che pagano le tasse e chi no. Chi è clandestino è contro la legge, e va espulso dal nostro paese. Occorre ricordare che non è contro l’immigrazione regolare che ci battiamo, bensì contro quella clandestina. È da questa infatti che dipendono la maggior parte delle stragi nel Mediterraneo: infatti, se impedissimo loro di partire, non morirebbero annegati. Inoltre, potremmo tranquillamente aiutarli a casa loro! Chi viene in Italia e scappa dalla guerra sarà accolto, chi viene qui per rubare, spacciare e aggredire i cittadini è un dovere che sia respinto.

Risposta: 

Il prete: Certamente l’immigrazione non può essere libera, senza regole, perché ciò non sarebbe negli interessi neppure delle persone accolte. Ed è evidente che la soluzione al problema dell’immigrazione è prendersi cura di questi fratelli sul proprio territorio, per esempio smettendo di vendere loro le armi, di prelevare le ricchezze del sottosuolo a prezzi irrisori, magari portando cultura, medicina e tanto altro. La questione di fondo, però, rimane quel “prima” che quasi ridonda di un razzismo nel senso pieno della parola, uomini e donne ad avere la priorità su altri. Fin quando ci saranno dei “prima” e dei “dopo” la civiltà sarà solo un miraggio. Interessante è che in economia questo “prima” non viene applicato, se non verso i più ricchi. Perché in fondo abbiamo voluto la globalizzazione delle ricchezze e l’assoluta privatizzazione delle difficoltà. Questo è disumano.



Don Giuseppe Fazio e Manuel Pugliese



*Entrambi gli autori sostengono la medesima tesi e la contrapposizione, in questo caso, è solo un artificio letterario





giovedì 12 marzo 2020

CORONAVIRUS E AMORE


RUBRICA DI ATTUALITÀ


"Pensare fuori dalle Righe"






In questi giorni così complicati, pieni di incertezze, dubbi e paure, la tentazione più grande è quella di vedere buio dappertutto. Diventa un’opera di vitale importanza, dunque, puntare gli occhi sulla luce, sul bello e sul buono che questo corona virus sta manifestando.

Chiederete: come puoi dire che questa pandemia sta manifestando del bello? Sei pazzo. Forse, ma i pazzi a volte intuiscono ciò che i sani non vedono.
Pensateci un po’. Certo questo è un tempo in cui un po’ tutti giochiamo al “si salvi chi può” e ciò dimostra quanto siamo attaccati alla nostra vita, che ci piace vivere, che vogliamo vivere nonostante i piccoli o grandi problemi che la nostra quotidianità ha; quella quotidianità che tanto forse abbiamo disprezzato fino a ieri.
Ma è vero anche che … ci sono persone che, mettendo a loro rischio la propria vita, in queste ore stanno lavorando per il bene del paese, di gente, cioè, che nemmeno conoscono: 

a)         i medici, gli infermieri, le forze dell’ordine, i camionisti che provvedono al rifornimento alimentare del paese.
b)        Ci sono persone che, pur di non infettare i loro cari, sono rimasti lontani da casa, dagli affetti e vivono questa quaresima, diventata quarantena, nella solitudine, nel silenzio.
c)         Ci sono altre persone che per vedere guariti i propri amici o parenti chissà cosa si stanno inventando. Magari semplicemente soffrono e pregano in silenzio Dio, chiedendo di morire loro piuttosto che un proprio figlio, un genitore, un amico, un fidanzato o una moglie.

Quest’altro dato, invece, ci sta ricordando che la cosa più importante non è vivere per se stessi, ma per gli altri. Ci ricorda un dato fondamentale: che ogni uomo è fatto per amare. Ognuno di noi in queste ore sta sperimentando la bellezza e la durezza dell’esperienza dell’amore che è radicato dentro di noi: morirei io piuttosto che veder morire questa o quella persona.

Allora mi domando: È davvero una Quaresima diventata Quarantena o una Quarantena che ci fa entrare sul serio nella Quaresima? 

La Quaresima prepara la Pasqua e ditemi: cos’è la Pasqua se non questo bellissimo sacrificio di amore di uno, Dio, che pur di non vedere morti i suoi figli, preferisce morire egli stesso?

Oh … possiamo star sicuri che Dio non manda pandemie per punizione di questo o quell’altro peccato, ma certamente anche in questo momento parla ai nostri cuori; anche oggi, anche attraverso questa situazione impensabile fino a poche settimane fa, ha una Pasqua da farci fare. 

Che non sia proprio la riscoperta della semplicità dell’amore troppo spesso oggi anestetizzata da social, chat, sport, ristoranti, centri di bellezza, palestre, centri commerciali? Oggi tutte queste cose ci sono state tolte e, invece, si è riattivato il senso di protezione verso le persone che amiamo; il senso di quelle piccole cose che ogni giorno diamo per scontate.

Oggi sei costretto a stare con tua moglie/marito, che solitamente tratti con superficialità; con i tuoi figli che generalmente vedi poche mezz’ore a settimana per via del lavoro; con te stesso, con le tue paure, con le tue bellezze. Non ci sono più pizze, aperitivi, gite chissà dove … certo torneranno – lo speriamo – ma quando tornerà la normalità il tuo cuore avrà fatto Pasqua (Passaggio)? Sarà cioè passato da un cuore pre-pandemico anestetizzato ad un cuore post-pandemico rivitalizzato?

Avrai ascoltato in queste ore drammatiche una parola di vita che il Redentore non si stanca mai di ripetere: Lazzaro, vieni fuori. Sì, questo è il momento benedetto in cui Dio, riportandoci nell’intimità delle nostre case, ci chiama fuori dalla freddezza dei nostri sepolcri. Facciamo Pasqua. Sarà bellissimo!


Don Giuseppe Fazio
gfazio92@gmail.com






venerdì 7 febbraio 2020

GRAZIE BENIGNI … PER LA TUA RIVELAZIONE!



RUBRICA DI ATTUALITÀ


"Pensare fuori dalle Righe"







Devo ammettere che quest’anno avevo deciso (e non ho cambiato idea) di non vedere il Festival. Ieri sera, però, mentre aspettavo che la mia mamma sistemasse un bottone malandato del mio cappotto sono incappato nello show di Benigni. Mi sono detto: «Beh lui è una persona intelligente che vale la pena ascoltare, faccio uno sforzo». 

Con altrettanta franchezza devo ammettere di essermi pentito dopo alcuni istanti. Premetto che nei suoi venti minuti di monologo, costati ai contribuenti – da quanto dicono – trecentomila euro, ha anche detto cose molto condivisibili sull’amore e sul sesso; e ammetto anche che per secoli la Chiesa ha favorito una cultura della sessualità pessimista. Fatta questa premessa (le premesse sono importanti!) vorrei condividere brevemente i motivi che mi hanno portato a pentirmi della scelta di dare credito al Signor Benigni.

Partiamo dall’accusa, nemmeno tanto velata, fatta ai cristiani e anche agli ebrei che, con noi, condividono l’antico testamento nel quale è inserito il Cantico dei Cantici. Secondo Benigni, la Tradizione della Chiesa, deve essersi addormentata per un momento e così ha inserito nel Canone (non rai, ma della Bibbia) il più bel canto della storia che, a suo avviso, parla di un amore che – lo dice espressamente – non è sesso, salvo poi contraddirsi due minuti dopo descrivendolo appunto come sesso banale da iniziare a fare magari subito nell’Ariston, ma questi sono dettagli (anche se … anche i dettagli sono importanti!). 

Detto questo, sempre secondo il Signor Benigni, quando i responsabili delle religioni bibliche si sono svegliati dal loro torpore pare abbiano iniziato a coprire di interpretazioni metaforiche il testo – da lui definito scandaloso – per togliere l’imbarazzo di – udite e udite – due o tre passaggi che parlano di sesso. Insomma, Benigni forse non lo sa, ma se avesse ragione, dovremmo togliere di mezzo tanti passaggi della Bibbia che parlano esplicitamente di sesso. 
Tuttavia la cosa che Benigni ignora, e questo è ben più grave, perché oltre ad essere un personaggio pubblico, è noto per la sua capacità di leggere criticamente dei testi letterari, è che una metafora è una figura retorica che, VALORIZZANDO un’immagine, vuole dire qualcosa di alto che altrimenti non si riuscirebbe a esprimere. L’esatto contrario di quello che abbiamo ascoltato durante il noto festival della canzone italiana. Dunque, l’interpretazione allegorica del Cantico dei Cantici non vuole deprezzare la sessualità, ma vuole esprimerla come luogo dell’incontro con Dio. Questo sì, che è stupendo!

In parole povere: il Cantico dei Cantici vuole valorizzare la bellezza del rapporto tra uomo e donna, del quale fa parte anche la sessualità, per raccontare la storia di desiderio e ricerca di Dio nei confronti dell’uomo. Su questo ha detto bene Benigni: questa ricerca non è il bisogno di sfogare le pulsioni, perché i bisogni si acquietano, il desiderio dell’amato no.

Già questo basterebbe per pesare l’incompetenza biblica del comico. Del resto ognuno dovrebbe fare il suo mestiere, ma siamo ormai abituati a comici che diventano politici o catechisti, come siamo abituati a vedere preti che diventano comici o politici.

Rimane ancora un altro scivolone di Benigni. Egli ha assicurato di prendere la traduzione originale, ma senza fare riferimento ai vocaboli originali e si è lasciato andare a traduzioni molto libere interpretando ogni metafora lì presente a sfondo sessuale. Ne cito una fra tutte: “Le vigne di Engaddi” sono diventate nel testo del nostro eroe “la vigna della donna”, cioè il sesso femminile.
Inoltre, anche se di passaggio, il Benigni ha fatto diventare l’amore sponsale, descritto con connotati maschili e femminili piuttosto chiari, come amore senza genere e sesso. Ora, che una coppia omosessuale possa provare i sentimenti descritti dal Cantico dei Cantici, questo non è quello che ci riguarda, ma strumentalizzare la Bibbia per farle dire qualcosa che non si sognerebbe mai di dire, questo sì, fa problema.

Del resto, e anche questo è grave che Benigni non lo ricordi, un testo va letto non solo nel suo contesto storico, ma anche nel suo contesto letterario. Lo spiega bene l’adagio: “La Bibbia si interpreta con la Bibbia”.

Ad ogni modo alla fine della giostra vorrei anche ringraziare Benigni perché con il suo intervento, superficiale e a tratti blasfemo, ci ha offerto una GRANDE RIVELAZIONE. Quale?

1.       Ha rivelato quanto noi cristiani poco conosciamo la Scrittura;

2.     Ha messo in mostra la nostra debolezza di pensiero e la nostra incapacità critica. Ne è stato emblema l’Avvenire (giornale dei vescovi italiani) che è stato incapace di presentare una critica attenta a questi scivoloni di Benigni, limitandosi, al fine di raccogliere qualche consenso, a plaudire a quelle poche cose condivisibili presentate dal comico fiorentino;

3.    Ha mostrato la superficialità con la quale diamo credito a chi non è del mestiere. Purtroppo in un’Italia sempre più “televisiva” se un comico commenta la Bibbia, solo perché è in Televisione, ha ragione. Se, invece, un prete spiega ogni settimana in parrocchia la Bibbia, nelle catechesi e nelle omelie, questo beh … non importa perché tanto lo sappiamo no? I preti se la girano a modo loro.

Grazie Signor Benigni, dunque, per averci ricordato un’amara verità che già i padri della Chiesa ci hanno consegnato secoli fa: L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo. 
Da ieri sera, dunque, abbiamo scoperto un po’ di più quanto siamo ignoranti su Cristo, anche se lo abbiamo sempre sulle labbra.


La speranza è che a qualcuno sia venuta la voglia di sfogliare questo straordinario testo del Cantico dei Cantici che contiene la storia di Amore che Dio, fin dall’origine del mondo, ha voluto intessere con noi suoi cuccioli. 



Don Giuseppe Fazio
gfazio92@gmail.com





mercoledì 1 gennaio 2020

NUOVO ANNO, NUOVI ORIZZONTI


Ebbene sì, cari lettori, siamo giunti alla conclusione di questo ricco anno, che con sé si porterà un lungo decennio ma che aprirà le sue porte ad un altro. Di cose ne sono successe veramente tante, e scriverle tutte sarebbe una follia, oltre che stancante da leggere. Vogliamo, quindi, soffermarci sull’aspetto umano, che è alla base, secondo noi, di un sereno trascorrere di vita: è proprio grazie alle relazioni umane, infatti, che siamo artefici del nostro trascorso di vita… “L’uomo è un animale sociale”, ci ricorda Aristotele, pertanto abbiamo bisogno del prossimo più di quanto possiamo immaginare. 
Proprio attraverso i rapporti umani, possiamo trarre esperienze e opportunità di crescita, personale e sociale. Ma... Cosa intendiamo con “rapporto umano”? Con questa affermazione vogliamo sottolineare l’importanza che noi abbiamo nei confronti del singolo e non solo, portandoci a contatto con nuove realtà e nuovi avvenimenti. Con “rapporto umano” ci riferiamo al calore, che trasmesso – soprattutto - al momento giusto può essere vitale per una persona, cambiando totalmente il suo approccio con la vita. Con “rapporto umano” vogliamo incitare tutti coloro che preferiscono passare il pomeriggio relativamente isolati, o che scorrono sulla home di Instagram/Facebook/Twitter anche nel giorno del Santo Natale o nel classico “cenone di capodanno”, a fermarsi un momento e pensare “Sto facendo la cosa giusta?”“Sono sicuro di non star perdendo, in qualche modo, i miei cari (che siano genitori, amici o eventuali partner)?”perché a volte necessario è allontanarci dal lontano ed avvicinarci al vicino; solo così possiamo giovare realmente delle relazioni umane, senza dover pensare poi a rimorsi come un “ah, se quel giorno avessimo parlato, scherzato, di più…”. Con “rapporto umano” ci riferiamo alla carità verso il prossimo ed alla fortissima arma che è il perdono, il quale ci evita di trascorrere una vita sempre “sull’attenti” e non può che aiutarci a spaziare il nostro sorriso. 
Dalle persone, però, non sempre si ricava amore e altruismo e con il “rapporto umano” ne seguono anche forti delusioni, litigi, momenti di rabbia e ingiustizie. Ma non bisogna abbattersi.
In questo 2019 abbiamo dato vita alla nostra pagina Instagram (@riflettendosicresce) e proprio in questa avventura partita alla grande, abbiamo fatto esperienza di amarezza e delusionevista la sua temporanea chiusura. Abbiamo, inoltre, ricevuto critiche non proprio costruttive e, a livello individuale, ci siamo sentiti abbattuti per difficoltà “interne” che colpiscono chiunque, chi più chi meno. Ma, indovinate un po’, come abbiamo superato tutto ciò? Esatto, paradossalmente grazie al rapporto umano! Riguardo, nello specifico, il primo caso ci avete sommerso di commenti positivi sui nostri social e di persona, siete riusciti a dimostrarci il vostro amore nei nostri confronti e ci avete fatto capire che, anche se a volte sembra il contrario, ci leggete e vi siete affezionati ai nostri contenuti. Mentre nella sfera personale, altre persone hanno risvegliato in noi la fortissima “volontà di vivere”che tanto non garba a Schopenhauer ma che, inevitabilmente, è all’interno di ognuno di noi e non aspetta altro che uscire allo scoperto per affrontare il mondo
Ciò, nel nostro piccolo, a dimostrazione che in base a come ci poniamo possiamo aiutare una persona, cambiare le sorti di una situazione o, ancora meglio, di un intero periodo che successivamente si estenderà a tutta la fase di vita! 
Con questa riflessione vogliamo, dunque, trasmettervi un forte messaggio: credete in voi stessi e nel bene che le persone possono portarvi, ma non aspettate che l’altro faccia sempre il primo passo… in tal caso fatelo voi senza troppo orgoglio e superbia! Se dovesse andare male, prendete le delusioni e tramutatele in opportunità di crescita personale, ponendovi sempre dei mea culpa e analizzando i vostri errori e quelli dell’altro. Oltre a tutto ciò, con il nuovo anno vi auguriamo ti tagliare il nastro rosso ai vostri traguardi da sempre sognati, di trovare la persona che vi completi (se l’avete già trascorrete ogni minimo momento appieno con essa mettendo da parte l’esterno), di iniziare ad amarvi - se non lo fate già – poiché “amor gignit amorem”, vi auguriamo di fortificare le relazioni umane che già avete e di spaziarne con altre, vi auguriamo di riuscire a perdonare coloro che vi hanno fatto del male e, infine, vi auguriamo di essere forti abbastanza da superare con serenità tutte le difficoltà che vi si presenteranno, perché sì, si presenteranno puntualmente come ogni anno, ma d’altronde il gioco che ci pone la vita è proprio questo: riuscire a sorridere nonostante tutti gli ostacoli che ci mette davanti. Auguri di buon anno. 

Aldo Maria Cupello 
Don Giuseppe Fazio



venerdì 20 dicembre 2019

SARÀ NATALE ... SE TI AMI UN PO' DI PIÙ


RUBRICA DI ATTUALITÀ


"Pensare fuori dalle Righe"






Da piccoli ci hanno sempre detto che dobbiamo essere migliori. Ci hanno sempre insegnato ad eliminare i difetti, le imperfezioni; ci hanno sempre detto che dovevamo superare i nostri limiti. E tutto ciò – precisiamolo – ce lo dicevano con buone intenzioni.

Crescendo, ho capito che è una grande presa per i fondelli. Certo, bisogna lavorare sulle proprie povertà, bisogna provare a migliorarsi, ma questo non è ciò che conta. La prima cosa che conta è volersi bene. Accettarsi.

Quanto è difficile guardarsi allo specchio e potersi dire con un sorriso che nasce dal cuore: “io mi voglio bene!”
La fregatura sapete qual è? Che se non ti vuoi bene per davvero, difficilmente vorrai bene agli altri.

Il Natale è un po’ la festa che ci invita a volerci bene. Sapete perché? Lo si capisce davanti al presepe. Il Figlio di Dio non va ad abitare in una casa, in un palazzo, ma in una stalla. Non le stalle dei nostri presepi con lampadine, pulite, ordinate. Una stalla vera! Fredda, puzzolente di sterco, magari fatiscente.

Una stalla che somiglia tanto alla mia e, forse, anche alla tua vita: piena di imperfezioni, dei fetori dei nostri egoismi, della freddezza della nostra superbia. Eppure proprio da lì Dio desidera partire.

Potrebbe darsi, allora, che per me e per te, quest’anno festeggiare il Natale voglia dire accettarsi un po’ di più. Smettere di vivere per le aspettative degli altri su te stesso oppure, al contrario, delle aspettative nostre sugli altri.

Sì, forse starai pensando che hai una moglie o un marito acida/o, che hai dei figli scapestrati, forse stai pensando che non hai o non avrai mai dei figli e che non hai neppure una moglie o un marito. Forse stai pensando che ti senti solo, che hai fallito in tante cose e deluso tante persone. Non fa niente. È Natale soprattuttoper te.

Il problema, in fondo, non è che la tua vita non sia un palazzo tutto in ordine, perfetto, pulito ed elegante. Il problema sta nel fare entrare in questa stalla il figlio di Dio.
Oh alla fine pensateci … questa stalla puzzolente è diventata così importante che, a distanza di oltre duemila anni, ancora la rappresentiamo nelle piazze, nelle scuole, nelle chiese e nelle case.

Guarda che può succedere la stessa cosa alla tua vita. Pensa a San Paolo, San Pietro, Sant’Agostino, San Francesco, San Pio … prima di incontrare Gesù Cristo erano delle stalle fatiscenti, dopo … eh … dopo … che vo dico a fa?

E allora ti auguro di vero cuore Buon Natale … ti auguro che finalmente nella stalla del tuo cuore entri sul seriola luce di questo bambino che è venuto a rendere bello ciò che per il mondo è brutto.
Sarà Natale se, amandoti, lascerai a Dio di compiere questo bellissimo miracolo.



Don Giuseppe Fazio
Aldo Maria Cupello



giovedì 19 dicembre 2019

AMANO LA CALABRIA, MA GLI SIAMO INDIFFERENTI

 RUBRICA DI OPINIONE


"Agorà: Piazza di discussione"



La Calabria, come tutto il Meridione, è l’asso nella manica di qualsiasi politico arrivato ai piani alti dei palazzi governativi romani. Se sei in campagna elettorale, infatti, non puoi non citare quanto sia bello il Sud, quanto vada rivalutato, quante bellezze riservi e quanti giovani in gamba formi ogni anno; il Meridione piace, e fa sempre comodo mostrarsi dalla parte di noi “terroni”. E la cosa più brutta è che ci si attacca all’amo anche facilmente, paralizzandoci a bocca aperta e facendoci applaudire al Robin Hood di turno, che casualmente esce dall’ombra qualche mese prima di eventuali elezioni future. E questo, “l’asso Sud”, non fa sconti neanche per le elezioni regionali del 26 gennaio 2020, tant’è che ci ritroviamo - e ritroveremo - senza alcun riscontro positivo. Per l’ennesima volta.
Le votazioni di gennaio, infatti, saranno forse le più confusionarie mai avute; per la Calabria, s’intende. Eh già, perché in regioni come l’Emilia Romagna si sta facendo campagna elettorale da mesi. Sfrecciano auto pubblicitarie come in “L’ora legale”di Ficarra e Picone, volantini nelle cassette della posta, trasmissioni tv, comizi a volontà, i maggiori partiti si sono riuniti a tavolino per presentare un loro candidato e… Noi? Per la punta dello Stivale sembra, invece, che i “giganti” non si siano neanche riuniti al bar del paese, forse avranno accennato qualcosa su WhatsApp, al massimo. Siamo a poco più di un mese di distanza e ancora non si presenta né un centrodestra né un centrosinistra realmente unito (anche se l’ultima sembra aver trovato un equilibrio), ancora non si ha una lista stabile e ufficiale a cui affidarci, bensì dei nomi che vagano un po’ solitari. Al momento troviamo la ricandidatura dell’attuale Presidente della Regione Mario Oliverio, in lista propria sul versante di sinistra. A fargli concorrenza, all’interno della stessa, sono Carlo Tansi(lista propria) e Filippo Callipo(d’altronde, in un periodo in cui emergono le “Sardine” il tonno non può rimanere in disparte) appoggiato dal Partito Democratico. Luigi Di Maio, dipendente ormai da Rousseau, concorre da solo candidando Francesco Aiello. A destra la situazione è più delicata. Prevale un Mario Occhiutoin lista propria, visto il mancato appoggio da parte dei nazionali che sembrerebbero puntare su Jole SantelliSergio Abramo(entrambi con l’ok di FI e appoggiati eventualmente dalla Lega), seguiti dalla candidata targata Meloni Wanda Ferro(FDI). Insomma, la situazione è abbastanza confusa. 
Ciò non può che denotare uno scarso interesse da parte dell’alta classe politica nei confronti della terra calabra, la quale viene mandata ancora più a fondo di quanto non lo sia già. La Calabria è vista solo come terra di mafia, comuni in dissesto, aziende fallite, di vagabondi, di sussidi alla povertà che rasentano la carità oltre che il ridicolo; la Calabria è unicamente patria di una giustizia che fa acqua da tutte le parti, che confonde Codice Civile con Codice Penale, di una sanità che non garantisce neanche un parto; è quella Regione che ogni anno deve avere un “piano di recupero” diverso, ma che finisce sempre negli ultimi cassetti di Palazzo Chigi, quelli impolverati dei quali probabilmente si è persa anche la chiave.
Dunque, evitate di prenderci in giro, evitate di proporre politiche di sviluppo quando non ufficializzate neanche i candidati per guidarle, evitate di interessarvi del Meridione, ma con una data di scadenza, perché la verità è una, una sola: la Calabria non è l’Emilia, come non è la Lombardia o il Piemonte, della Calabria non vi interessa e non vi è mai interessato nulla, se non per meri interessi elettorali. 


Aldo Maria Cupello
 aldocupello6@gmail.com