giovedì 26 luglio 2018

SE UN PRETE VIOLENTA UN BAMBINO … QUANTA È LA SOFFERENZA?

Rubrica di attualità: Pensare fuori dalle righe. 

Dopo l’ennesimo arresto di un sacerdote trovato in atteggiamenti di intimità con una bambina di appena 10 anni nella sua macchina, ho avvertito la necessità di dedicare questo spazio ad una riflessione in merito.
A meno di due mesi dalla mia ordinazione sacerdotale – lo ammetto – ho avvertito un senso di smarrimento. Non vale la giustificazione fondata sul fatto che le violenze su minori ad opera di preti sia numericamente inferiore rispetto a quella commessa da laici. Non vale nemmeno il “sono uomini come tutti gli altri”. Il senso di smarrimento è tanto, com’è tanta la sofferenza. 
Non saprei spiegare cosa si possa muovere nella testa di questi uomini, di questi sacerdoti. Non saprei dire se è malattia (forse sarebbe una giustificazione, forse no), perversione, pazzia, o cos’altro. 
Quando ho appreso la notizia ho avuto semplicemente una reazione: “Signore, basta. Liberaci da questa piaga”. Riguardo a chi scandalizza uno di questi bambini il Signore ha detto che sarebbe meglio “per loro mettersi una macina al collo e gettarsi in mare”(cfr. Mt 18,6). Parole dure come quelle di violenza che ho letto in tanti fratelli e sorelle, anche se, quest’ultime, ovviamente non le condivido. Alla violenza non bisogna mai aggiungere altra violenza. Questo ci è davvero chiaro.
Faccio davvero tanta fatica a scrivere per questo semplicemente vorrei invitare, chi avrà la pazienza di leggermi, ad avere alcuni atteggiamenti:
a)   Indigniamoci e riflettiamo. Perché casi di violenze su minori stanno aumentando? Perché gli stupri in genere sono in crescita? Riflettiamo e cambiamo qualcosa della nostra vita. Quanto è difficile!
b)   Preghiamo per questi bambini. Che ferite che sono loro inflitte. Ho i brividi. Dicono che, quando papa Benedetto XVI ascoltò i racconti dalla voce delle vittime, pianse amaramente con loro. Preghiamo per questi bambini perché il Signore faccia ciò che nessun uomo è capace di fare: ridonare loro la vita che è stata strappata con violenza da chi invece avrebbe dovuta custodirla. 
c)   Preghiamo per i loro genitori. Per chi non sapeva e adesso sarà distrutto dal rimorso di non aver capito, intuito o protetto adeguatamente i propri cuccioli. Per chi sapeva (non solo tra i parenti) e non ha avuto il coraggio di denunciare. 
d)   Preghiamo per questi consacrati che si sono macchiati di questo grave crimine e peccato peggiore, forse, di qualsiasi altro. È difficile? Da morire. Vorremo far prevalere la violenza? È umano. Ricordo qui le parole di Gandalf a Frodo ne “Il Signore degli Anelli”: FRODO: Che peccato che Bilbo non l'abbia (Gollum) ucciso quando poteva! GANDALF: Peccato? E’ stata la pena che gli ha fermato la mano. Molti di quelli che vivono meritano la morte e…Molti di quelli che muoiono meritano la vita. Tu sei in grado di valutare, Frodo? Non essere troppo ansioso di elargire morte e giudizi. Anche i più saggi non conoscono tutti gli esiti. Il mio cuore mi dice che Gollum ha ancora una parte da recitare, nel bene o nel male, prima che la storia finisca. La pietà di Bilbo può decidere il destino di molti. 


Sì, forse la preghiera è la risposta più saggia, più divina ad ogni altra reazione umanamente comprensibile. Ah … un’ultima cosa. Sempre da prossimo sacerdote, vi chiedo: non fate di tutta l’erba un fascio. Noi per primi soffriamo per questi scandali, risparmiateci altra sofferenza con parole insipienti. Evitateci altra sofferenza e, anzi, soffriamo e preghiamo insieme. Ne abbiamo bisogno. Se lo credete condividete questo invito con i vostri amici. Certo della vostra comprensione vi saluto con affetto chiedendovi anche una preghiera per me e per i vostri parroci. 



Un mezzo prete (come mi chiamano i miei scout) che soffre




domenica 8 luglio 2018

Bambini: vite stravolte dalla guerra.

Rubrica di attualità: Storie di umanità.


Siria. La piccola disabile con i barattoli per gambe. 
Una storia che arriva dalle terre medio-orientali, martoriate dalla guerra. La piccola siriana, Maya Merhi, 8 anni, figlia della guerra, nata senza gambe. Il suo è un disturbo congenito ereditato da suo padre. 
La guerra ha costretto Maya, insieme alla sua famiglia, a fuggire da Aleppo per trasferirsi in Turchia in un campo profughi. È proprio in questo contesto che il padre ha avuto un’idea fantasiosa e geniale: si è inventato dei barattoli che potessero sostituire le protesi per aiutare Maya ad avere una vita migliore.
Dopo questo gesto di amore, grazie alla generosità e competenza di un medico, la vita di Maya è cambiata. Alle sue gambe son state, infatti, instaurate delle vere e proprie protesi. 


Marianna Sarpa




giovedì 5 luglio 2018

L’ITALIA È UN PAESE PERBENISTA CHE STIGMATIZZA I FALSI MALI E SPESSO SI DIMENTICA DI LAVORARE PER IL BENE


Rubrica di Attualità 
"Pensare fuori dalle righe"



Devo ammettere che inizio a percepire una sorta di allergia ai sempre più insistenti discorsi populisti sugli immigrati. Qui non si tratta più di “accogliere” o “non accogliere” perché, se così fosse, varrebbe la pena parlarne ancora. 
Qui il problema è un po’ più a monte: questi fratelli e sorelle che giungono da terre che  - lo ricordiamo per gli smemorati – soffrono di problemi causati da noi occidentali (guerre, sfruttamento delle risorse, corruzione, ecc …) ormai sono diventati il problema dei problemi. 
Un famoso film, ambientato a Palermo, faceva dire ad uno dei suoi attori che l’unico problema nella splendida città siciliana erano soltanto le buche sul manto stradale ed il traffico. Non c’era mafia, non c’era droga, non c’era corruzione, bensì soltanto traffico e buche. 
Adesso il problema, benché le buche, per esempio a Roma, causino morti, sono gli immigrati. 
Dicevo inizio a percepire una grande irritazione allergica quando sento queste chiacchiere prive di senno perché continuamente e con una certa frequenza sto imbattendomi con problemi ben più seri e ben più antichi che, però, a noi italiani non piace vedere. 
Uno tra questi è il caso di un ex-detenuto di Roma che, scontata la sua pena, si è pentito di tutti i suoi reati e che, proprio qualche ora fa, mi ha telefonato disperato dicendomi: “Padre, ho un figlio e non riesco a trovare nessun modo per sostenerlo. Non voglio tornare in mezzo alla strada, ma nessuno riesce a darmi un pezzo di lavoro. Eppure sarei disposto a fare di tutto anche a raccogliere la spazzatura o a lavare i gabinetti”. E poi aggiungeva con un misto di rabbia e disperazione: “vede, padre, mi domando a che servono tanti sforzi e tanta buona volontà”. 
Per un attimo mi è venuta la tentazione di rispondergli con sarcasmo: non ti preoccupare il vero problema sono gli immigrati. 
Non è da meno quel ragazzo (italiano e appena ventenne) che – disperato per l’errore commesso – mi diceva qualche tempo fa: “Padre, mi hanno rubato il futuro. Mi sono lasciato fregare. L’idolo del denaro mi ha spinto ad accettare lo spaccio della droga. Anche perché alternativa di lavoro non ce n’era”. 
Anche a lui avrei dovuto rispondere che è colpa degli immigrati che rubano il nostro lavoro? 
Avrei dovuto dire altrettanto a quella mamma disperata che, nonostante il marito in carcere e la figlia piccola, cerca disperatamente lavoro per evitare di cadere in ambienti sbagliati. Nondimeno avrei dovuto dire lo stesso ad un’amica che mi partecipava tutto il suo dispiacere per essere dovuta andare a lavorare fuori dalla nostra amata calabria perché da noi ormai il lavoro lo trovi soltanto con una raccomandazione o se accetti di essere sfruttto. Forse avrei dovuto … ma no, non l’ho fatto. 
Vorrei dire, invece, a questi tanti ben pensanti che, se si guardassero realmente intorno, se uscissero dal loro comodo salotto, se si staccassero per alcuni istanti dalla tastiera del loro pc, attraverso il quale pontificano, manco avessero chissà quale titolo di dottore o sociologo o cos’altro; a questi tali vorrei dire che i problemi dell’Italia sono ben altri e da troppo tempo. Rispondono al nome di corruzione, lavoro nero, sfruttamento, evasione, sotto pagamento, mafie che impediscono uno sviluppo dell’economia sereno e limpido. 
Se questi tali poi dovessero ribattere che questi problemi sono luoghi comuni avrei piacere di rispondere che volentieri li accompagnerei in giro per le strade della capitale come quelle della Calabria (luoghi che frequento personalmente) per mostrare che questi “luoghi comuni” hanno dei nomi, dei volti, delle storie di disperazione, sofferenza, paura. 
A proposito di paura - devo ammetterlo - mi fa paura un’Italia così rozza e ignorante. Mi fa davvero paura un’Italia così miope ed incapace di vedere i veri problemi. 
Mi diceva l’altro giorno un mio amico e compagno di studi: “Se gli italiani utilizzassero le loro energie per i problemi che da sempre ci soffocano così come le stanno utilizzando per parlare degli immigrati saremmo un paese davvero migliore”. A lui ho amaramente risposto dicendo che l’Italia è il paese in cui si pontifica su problemi falsi o comunque distorti per distrarsi da quelli veri ed urgenti.


P.s. Se avete una soluzione ai casi elencati – poiché sono persone vere che conosco personalmente – potete farvi avanti, magari in privato. 


Don Giuseppe Fazio




giovedì 14 giugno 2018

CRISTIANI DA FAR PAURA

Rubrica di Attualità: Il mondo interroga la fede - la fede interroga il mondo.

Qualche giorno fa siamo scesi in spiaggia per goderci prima della partenza una giornata in riva al mare, che rivedremo se tutto va bene, a settembre. Vedo arrivare in lontananza lui, il “vu cumprà”. Percorre un lungo tratto di spiaggia nonostante ci siano pochi bagnanti. Come al solito, porta sulle spalle un peso non indifferente. Non è per niente giovane, e si vede che seppur abituato alle temperature alte del Senegal, sia provato dal caldo e dalla stanchezza. Come tutti gli altri, ha una famiglia lontana alla quale cerca di assicurare il minimo necessario. E ha una casa, abbastanza diversa da quelle occidentali, che è il luogo in cui col pensiero si reca centinaia di volte al giorno, per darsi forza. Arriva sempre con la testa bassa e le spalle curve e portate in avanti; sa anche lui che la gente è stanca perché sono in tanti. Ma appena incontra uno sguardo, sorride teneramente. Ogni tanto parliamo, e il suo modo di porsi è sempre discreto ed educato. Ogni volta che lo vedo mi chiedo quali fossero le sue speranze quando ha consegnato la cospicua somma di denaro che gli ha permesso di sognare. Avrà mai pensato che sarebbe stato così faticoso? E’ comunque fortunato, perché a differenza di molti (oltre i trenta mila morti negli ultimi anni durante l’attraversata), lui alla destinazione è arrivato. E ha la fortuna di avere questo lavoro che gli permette di guadagnare poco, ma abbastanza da poter dividere un affitto con altri connazionali, e in tasca gli restano così 200 euro mensili. Stavolta mentre lo vedevo arrivare, mi sono sentita in forte imbarazzo. Avrei avuto difficoltà a reggere il suo sguardo. Siccome non bastassero già i pesi, ora si è aggiunta anche la paura del non sapere come e dove andrà a finire domani. 
Ho provato vergogna di essere cittadina di un paese, culla della cultura, della civiltà e del diritto che ora condanna chi già ha perso tutto. Ho ricordato il giorno di qualche anno fa in cui dissi credendoci pienamente “Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato”. Fosse oggi, penso che non avrei più lo stesso entusiasmo. Nel guardarlo, nel pensare agli sfortunati sull’Aqaurius, per un attimo non mi sono riconosciuta più in questo stato. Credo sia una cosa grave, ma è difficile riconoscersi in uno stato fatto di persone che da settimane non smettono di sentenziare con parole che sanno di odio contro i deboli, al mercato, agli angoli delle strade, nello spazio virtuale. Così come non mi riconosco affatto in chi ora ha nelle mani le loro sorti e che questo stato lo rappresenta. Fa male toccare con la mano l’inconsistenza del pensiero comune, mediocre, perché assorbiamo tutto come spugne senza riflettere e senza cercare da soli le verità. Facciamo nostro tutto ciò che ci viene detto, non solo perché non teniamo più libri, ma telefonini in mano, e anche perché siamo tanto limitati nell’amare. Ci sono persone che si fanno i conti con i soldi dei fondi europei (che non si posso dirottare) destinati alla gestione dei migranti dicendo ancora che con quelle somme avremmo potuto aiutare “i nostri”. Si, li abbiamo aiutati già, specialmente coloro che hanno speculato sulla gestione delle quote. Ma non vorrei nemmeno da lontano toccare la soglia di un pensiero politico… La stessa veemenza che dobbiamo mettere nel chiedere alla politica di fare di più e di meglio, dobbiamo poi usarla nel fare ciò che tocca a noi cristiani: servire, operare senza “se” e senza “ma”.
La cosa che fa più male è vedere e sentire cristiani che battono i pugni sul tavolo con più frenesia degli altri. Per un cristiano non c’è un “prima i nostri”, perché “nostro” è ogni essere umano. C’è invece un “amatevi gli uni gli atri come io ho amato voi”, perché chi non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede. C’è un “ero straniero e non mi avete accolto”, che oggi più che mai graffia le coscienze fino a farle sanguinare. C’è un “abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo”. C’è il “come ho fatto io, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri”. Le parole di Cristo sono imperative: dovete! Inginocchiarsi di fronte all’altro per sollevarlo dalla sua povertà fisica o morale, dalla sua sofferenza, per il cristiano non è un optional, semplicemente deve: “Fatte questo in memoria di me.” “Dovete”: non ci sono delimitazioni o restrizioni; non ci sono postille che dicano che i primi devono essere quelli come noi, postille che indichino come alcuni debbano venire prima di altri. Non è affatto nello stile di Gesù manifestare preferenze, se non nei confronti degli ultimi, chiunque essi siano. Fa male guardarsi attorno e vedere cristiani che (facendo anche molto rumore) prendono le distanze dal Vangelo. La “pacchia” non è finita come pensano, ma appena inizia. Inizia una pacchia molto pericolosa, quella della coscienza e della ragione che, rifacendomi alla visione di Goya, farà nascere mostri. Basta fermarsi a riflettere su dove sia finito il nostro spirito cristiano, del quale sappiamo ormai solo riempirci la bocca. 
“Lupus est homo homini” di Plauto, oggi riassume perfettamente la nostra condizione. Fa male l’ipocrisia nel dirci cristiani, uomini e donne che accolgono, che servono, che amano. No, non sappiamo amare nel fermarci al cerchio stretto della propria famiglia, ambiente o struttura nella quale ci piace identificarci. Non è amore quello che si chiude al diverso. Non è amore quello che fa comodo. Non è amore quello che pone condizioni. Non è amore quello che guarda alle proprie necessità e ne fa una priorità. Non è amore quello che isola. Non è amore quello che giudica. Non è amore quello che non sa più guardare negli occhi. Mi fa paura ciò che sento e leggo questi giorni, e fa paura il nostro denudarci gratuitamente e sbandierare con leggerezza sentenze che ci rendono così piccoli. E’ vergognoso e offensivo nei confronti della nostra natura, che è ben altro. Fa paura guardarsi attorno, anche tra le persone con le quali si condivide lo stesso credo e cogliere che sono pochi, troppo pochi coloro con i quali si è in sintonia nel sentire e pensare. Sopraggiunge una sorta di scoraggiamento, perché non posso più avere la fiducia nemmeno nelle persone che pensavo di conoscere. E se un giorno fossi io a dover avere bisogno di loro? Fa paura al pensare che i nostri figli potrebbero assimilare l’ideologia della disumanizzazione dell’uomo, il futuro che stiamo costruendo: quello di arrivare a guardare inerti verso i disperati che bussano alle porte, perché noi abbiamo delle priorità e abbiamo già perso abbastanza tempo. E hanno inventato il “perbenismo”, dietro il quale c’è la resa di fronte al peso di una vocazione, quella cristiana, che sappiamo… è molto impegnativa e molto scomoda.
Scrive padre Giuseppe Celli nella sua proposta di lectio divina, Grembiule ai fianchi: “Beati noi se serviamo i sofferenti, gli incompresi, gli umiliati e tutti i crocifissi dei nostri giorni, senza mai servirci di loro. […] Beati noi se – indipendentemente dall’essere uomini o donne- sappiamo avere un cuore di madre per coloro che incontreremo sul nostro cammino. […] Beati noi se - a immagine della Comunità Trinitaria- sappiamo essere comunione di persone uguali e distinte. Allora il sogno di Dio si fa realtà.” Beati noi, se avremo il coraggio di seminare amore, camminando controcorrente sulle vie del mondo.



Andreea Chiriches Leone




sabato 9 giugno 2018

“FRONTIERA” E COERENZA. UNA QUESTIONE DI SCHEMI.

Rubrica di Attualità: Pensare fuori dalle righe.


È più forte di me … in momenti come questi, avverto un grande senso di confusione e di contraddizione, quasi di inquietudine. Non so se avete presente quei momenti in cui hai lo stomaco contratto e la voglia di spaccare a testate il muro; ecco questo è uno di quei momenti. Perché? Lo spiego subito …

Qualche settimana fa, durante il giro d’Italia, si sono levate da diverse parti (cittadini, istituzioni, partiti politici, ecc …) critiche per il becero modo di alcuni giornalisti Rai con il quale sono stati presentati un paio di paesi della Calabria e della Sicilia. Tra questi paesi c’era il mio. 

In quelle ore era un continuo di messaggi, articoli, post sui social: tutti erano indignati. Giusto – mi sono detto. Non si può sfregiare l’immagine di un paese in diretta nazionale. Bisogna avere delicatezza, tatto, comprensione per una terra che a fatica, lentamente, si sta rialzando dopo anni di violenza, morte e silenzio. Con un po’ di fatica ho compreso anche il malumore di tanti miei concittadini che, ancora una volta, si son sentiti gettati addosso l’etichetta di una storia che pesa a tanti di noi. Pesa ai parenti di quegli oltre dieci morti ammazzati dei quali ancora non si conosce il nome degli assassini e dei mandanti; pesa a quelle mamme, quei fratelli e quelle sorelle che non hanno nemmeno una tomba dove piangere i loro cari perché i loro corpi son spariti chissà dove; forse nell’acido, forse infondo al mare, magari in una di quelle navi che – si dice – non esistano. 

Ieri, invece, a Catanzaro si è concluso il processo “Frontiera”; processo che vede alla sbarra quasi la totalità del cosiddetto "Clan Muto". Sono state date pesanti condanne e assoluzioni, se non assurde, almeno poco comprensibili. Sarà un limite mio, ma io non riesco a capire mai com’è possibile che se per un detenuto si chiedono venti anni, poi si finisce con un’assoluzione. Ma che sono limitato – io – l’ho sempre saputo. Tuttavia il processo ha portato ad una grande svolta: 191 anni di carcere circa per 24 persone. Che significa? Lo Stato c’è e si sta riappropriando del suo territorio. 

Ecco … da ieri speravo di vedere un post, una dichiarazione ufficiale, almeno di chi si è costituito parte civile, dei cittadini. Niente … Perché in questi casi non c’è una passerella da solcare, un voto da guadagnare, un’immagine da rifarsi. Non c’è nemmeno un morto da piangere. E allora perché scrivere? Perché dire qualcosa?

Ci si copre sempre con il maledetto alibi: “lo stato è assente”. Ecco lo Stato sta celebrando un importante processo in Calabria (per la verità più di uno ne sono in corso), ma lo Stato non sono solo le istituzioni, siamo prima di tutto noi cittadini. Eppure preferiamo il silenzio. 
Ma non succede solo in Calabria. Ad Ostia – a pochi km da Roma – Federica Angeli si è vista costretta ad annullare la presentazione del proprio libro, attaccando frontalmente i propri concittadini, per svegliarli. Per fortuna c’è riuscita e, non solo i cittadini di Ostia, giovedì prossimo scenderanno in strada per dimostrare che sono a fianco dello Stato nel processo contro il famoso “clan Spada”, quello della testata al giornalista, e - magari - l’aula del tribunale di Rebibbia non sarà più piena solo di avvocati, giornalisti e dei parenti o tifosi (perché ci sono anche quelli) degli imputati, ma anche di cittadini onesti che ci mettono la faccia. 

Ma sì … infondo i miei amici me lo dicono sempre: “Giuseppe, non tutti ragionano come te. Hai tanti schemi, aspettative”. Boh … penso che sia vero. Hanno ragione. Però, secondo me, la coerenza ed il coraggio non sono schemi. Sarà uno schema anche questo? 

Un pensiero – alla fine – lo voglio rivolgere a quegli uomini e quelle donne che per diversi anni non abbracceranno i loro familiari. L’ho fatto tante volte, lo voglio rifare oggi: “Voi potete essere, con il vostro affetto e la vostra decisione, un importante pungolo che spinga i vostri cari a cambiare vita. Voi potete, con la sofferenza che portate nel cuore, prendere delle decisioni per invitarli a riflettere, a cambiare vita, a rinascere. Stategli accanto, ma nella verità! Voi potete, noi stiamo accanto a voi”. 


Don Giuseppe Fazio





sabato 2 giugno 2018

POLITICA E COERENZA: FACCIAMOCI QUALCHE DOMANDA.

Rubrica di Attualità: Pensare fuori dalle righe. 


Chi segue questo blog sa benissimo che quasi mai tratto argomenti che riguardano la politica. Da consacrato, infatti, non è mio intento, e neppure mio compito, scrivere su questo o quel partito. Tuttavia ci sono dei casi, e quello che mostrerò a breve ne è uno, in cui è il Vangelo stesso che ci interpella riguardo alla questione politica nel senso più profondo del termine. Chi sostiene, infatti, che Politica e Vangelo siano due cose differenti ed inconciliabili dovrebbe, non solo rileggere il testo sacro, ma anche il Magistero ufficiale della Chiesa dell’ultimo secolo. Basti ricordare gli interventi di Paolo VI il quale, tra le altre cose, definì la Politica la più alta forma di carità, oppure quelli di Francesco che all’Azione Cattolica Italiana ha espressamente chiesto di formare uomini e donne capaci di impegnarsi in Politica, quella con la “P” maiuscola. 
Posta questa breve premessa, per evitare le più superficiali reazioni, vorrei semplicemente esporre una riflessione sul concetto di coerenzache purtroppo noi italiani abbiamo troppo facilmente messo da parte soprattutto nel campo della politica. Un tempo la coerenza era il minimo indispensabile richiesto perché si potesse sperare di essere candidati in un partito, adesso sembrerebbe il minimo dispensabile. Lo scenario politico delle ultime settimane, se ancora ce ne fosse stato bisogno, ce lo ha ampiamente dimostrato.
Facciamo alcuni esempi: Il 23 Maggio Di Maio sosteneva che i ministri li avrebbe dovuti scegliere il Presidente della Repubblica. Pochi giorni dopo, quando Mattarella pone il veto sulla candidatura di Savona al ministero dell’economia, lo stesso Di Maio sostiene che il Presidente abbia compiuto un atto non costituzionale (Mentiva il 23 Maggio?). Solo poche ore dopo (forse qualcuno gli avrà fatto notare la contraddizione) arriva a sostenere che il problema non fosse il veto, ma la motivazione data, manifestando la determinazione a procedere per l’Impeachment. Non passa neppure una settimana che l’impeachment sembra un brutto incubo, si torna a collaborare e formare un governo con un presidente della Repubblica che poche ore prima era stato definito irrispettoso della Costituzione e del volere dei cittadini cosa sulla quale non si poteva assolutamente transigere a qualunque costo. 
Un esempio ancora più datato, ma non troppo, è quello di Matteo Renzi, il quale aveva garantito che, se avesse perso il Referendum (ritengo che non ci sia cosa più squallida che politicizzare un referendum sulla costituzione), si sarebbe completamente ritirato dalla scena politica.  Più simpatico, si fa per dire, fu Matteo Salvini che prima entra in polemica con alcuni ecclesiastici, poi in campagna elettorale sventola il rosario per accaparrarsi i voti dei cattolici, come se bastasse avere un rosario in tasca per essere tali. 
Insomma … ce n’è per tutti i gusti. Posti questi esempi – lo ammetto – in modo del tutto sommario. Vorrei, questa settimana, condividere con voi una semplice domanda: Se questi personaggi continuano a governare lo scenario politico della nostra amata nazione, se si permettono questi cambi di idee senza nemmeno la preoccupazione di nascondere evidenti contraddizioni, non vuol dire forse che qualche responsabilità sarà anche nostra?
In questi giorni pensavo: l’unica cosa positiva di queste ultime settimane è stata che un po’ tutti gli italiani hanno iniziato ad interessarsi nuovamente alla politica. Allora forse è il caso – proprio ora – di cominciare a rivedere i parametri con i quali si vota. Magari sarebbe ora di smettere di votare “per protesta”, “per simpatia”, “per parentele”, “per ricambiare favori”. Sarebbe, forse, il caso di cominciare a votare sulla base dei programmi elettorali, della coerenza con le proprie idee, della trasparenza e della serietà dei candidati. 
Forse sono state un po’ dure le parole di Oettinger; un giudizio duro che da un uomo di tal livello nessuno si sarebbe aspettato, ma non possiamo non ammettere che un fondo di verità in quella frase si trova; o forse almeno una speranza. Sì, quella che tutto questo teatro al quale stiamo assistendo da diversi anni e che negli ultimi mesi ha assunto tinte di ridicolo, abbia insegnato a ciascuno di noi quanto è importante votare con coscienza, intelligenza e attenzione. Del resto dovremmo ricordare ogni volta prima di esprimere la nostra preferenza che, parafrasando una pericope del Vangelo di Luca, “chi è incoerente nel poco, lo è anche nel molto”.


Don Giuseppe Fazio




giovedì 24 maggio 2018

AMARE INOPPORTUNAMENTE

Rubrica: Il mondo interroga la fede - la fede interroga il mondo. 

Anni addietro, mentre mi trovavo a fare visita ad un anziano allettato, cogliendo il suo rammarico di non poter camminare più da un giorno all’altro, il suo senso di impotenza, mi venne spontaneo accarezzargli i cappelli. Un gesto naturale quello dell’accarezzare, come tanti altri con il quale sono cresciuta, e che vedevo quotidianamente nell’approccio delle suore della missione verso chiunque: ammalati, orfani, persone in difficoltà, verso coloro che avevano bisogno di condividere un peso con un anima amica, ma spesso scambiato anche tra di noi. Una carezza al volo da parte della superiora che passava mentre intenti a svolgere i nostri compiti quotidiani racchiudeva tutte le parole che il tempo non permetteva che ci scambiassimo: credo in te, non sei solo, fai bene ciò che fai, sono fiera di te, ti amo. Ti amo, non “ti voglio bene”. Il “ti voglio bene” nella nostra cultura non c’è, manca proprio nel lessico. E negli anni vissuti qui non sono riuscita ancora a comprendere bene cosa voglia dire… se ci volessimo male è sottinteso che non c’è lo diremmo mai, così come dovrebbe essere sottinteso che vogliamo il bene dell’altro. Lo uso con fatica quando necessario per una questione di convenzione linguistica, per evitare che qualcuno si scandalizzi del “ti amo”. Così come la volta che andai a trovare l’amico anziano e lo accarezzai, mi imbattetti nello sguardo fulminante e contrariato dei parenti attorno a lui. Chissà cosa avranno pensato… che magari il mio fosse un gesto di pietà che in una famiglia agiata come quella non ci stava bene; avranno pensato forse che avessi osato troppo, il protocollo ci incatena spesso. Per la prima volta ho avuto ben chiaro di essere stata inopportuna. Ciò che nel mio ambiente era del tutto naturale, ho compreso che ora può essere sottoposto al giudizio negativo. Mi porto dentro la contentezza che lessi nello sguardo di quell’anziano, nel suo sorriso e in quello di altri volti, e spero di avere la forza di essere spesso inopportuna piuttosto che reprimere. 
Abbiamo paura del “ti amo”. Persino coloro che cercano di abbracciare il Vangelo ogni giorno lo temono. Abbiamo caricato queste parole di connotazioni che non le appartengono, le abbiamo imbrattate con un modo di pensare equivoco e molto limitato. Mentre il Vangelo non ammette mezze misure: “Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amo. “(Mc 10, 21) L’amore non è un concetto biblico del quale bisogna riempirsi la bocca quando ci si trova in chiesa o nei locali della chiesa. Lo facciamo talmente spesso che lo abbiamo deturpato di essenza e significato, lo abbiamo reso astratto, come un cartellone da appendere molto in alto. Negli incontri di formazione cristiana con i bambini e i ragazzi, basta pronunciare qualsiasi parola che inizi con la “a” e loro frettolosamente dicono “amore”, anche quando parli loro di tutt’altro. Li abbiamo imboccati di “amore”, di “pace” (e di “peccato”) tanto che li collocano ovunque senza riflettere. Forse perché siamo noi a farli riflettere troppo poco su queste parole, forse non li aiutiamo a toccarle con la mano nella loro realtà, a viverle realmente. Ci riempiamo la bocca di amore e fuori proviamo imbarazzo a donarlo, per il timore di essere giudicati inopportuni. L’amore non è un concetto astratto, è ciò di cui abbiamo bisogno per vivere, è la nostra essenza. Basta guardare coloro che da piccoli vengono privati dell’amore, con quanta difficoltà e senso di inadeguatezza affrontano la vita. L’amore non è un “optional”.
Ci dice Paolo che l’amore è paziente e benevolo; non invidia, non si vanta, non si gonfia, non cerca il proprio interesse, non s'inasprisce, non addebita il male, non gode dell'ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre, crede, spera e sopporta ogni cosa; l'amore non verrà mai meno. Il Vangelo ci dimostra che l’amore non bada alla convenzione delle parole, non bada all’opportunità dei gesti e non bada all’apparenza. Non perché sia superficiale e relativista, ma perché l’amore non ha tempo, ha da fare, è impegnato ad amare. Al fariseo indignato perché Gesù si lasciasse toccare dalla donna che rannicchiata piangeva ai suoi piedi, Egli rispose: “Sono entrato nella tua casa e tu non mi hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco”. Le fonti francescane raccontano di Chiara che una notte decide di spogliarsi e poggiare il suo corpo sull’anca di una consorella, per scaldarla e far sì che il dolore diminuisse. E raccontano di Francesco che rinuncia a parte di ciò che indossava per regalarlo ad una vedova, o che interrompe il digiuno per essere solidale con il fratello debole che non regge la regola. Atteggiamenti che potrebbero urtare la sensibilità dei “giusti” e dei “perfetti”, di coloro attaccati ai canoni, e non pochi si saranno scandalizzati; sono invece atteggiamenti ispirati dall’amore più inopportuno della storia, di Colui che per amore ha abbracciato la croce. 
Uno psichiatra americano sottolineava nei suoi studi che l'amore non pone domande; il suo stato naturale è di estensione ed espansione, non di confronto e misurazione. “Ora dunque queste tre cose rimangono: fede, speranza e amore; ma la più grande di essa è l’amore”, scrive Paolo. Non è dunque l’amore o le sue manifestazioni ciò che la nostra società dovrebbe temere e confinare, ma l’assenza dell’amore, l’indifferenza, la paura del diverso, la schiavitù e la dipendenza del giudizio altrui, l’ossessione di offrire un’immagine impeccabile di se stessi agli occhi dell’Agorà. 

Andreea Chiriches Leone