venerdì 15 dicembre 2017

VIVERE È GUARDARE OLTRE GUARDANDOSI DENTRO.

RUBRICA DI LETTERATURA E POESIA


Ciascun volto, anche lo stesso che abbiamo visto ieri, oggi è un altro, perché oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e non ce n'è stato un altro uguale al mondo. L'identità è solo nella nostra anima.
(Fernando Pessoa)


Con queste parole Pessoa ci fa cogliere perfettamente il senso del tempo che, passando, muta le cose, ne cancella alcune e ne aggiunge di nuove. 
Credo che ognuno di noi abbia un rapporto difficile con il cambiamento, perché a tutti capita di desiderarlo in un momento di stanchezza, di staticità o di sconfitta, però poi, quando arriva in modo inaspettato o indesiderato, abbiamo tutti, chi più chi meno, non poca difficoltà ad accettarlo. 
Spesso, infatti, non riusciamo ad accettare che una persona o il rapporto che abbiamo con questa possa cambiare o che quello che è stato ieri della nostra vita non può essere probabilmente uguale a quello che sarà domani; non riusciamo a rassegnarci ai sentimenti che cambiano, ai posti che dobbiamo abbandonare e alle novità che dobbiamo accogliere perché spesso non realizziamo che la vita non è solo dolore così come non è solo gioia: la vita è prima di tutto cambiamento, e vivere significa proprio imparare ad accettare gli anni che passano, le cose che si lasciano dietro e quelle che si trovano davanti. 

Dice bene Pessoa quando afferma che "l'identità è solo nella nostra anima", spiegare queste parole non è per nulla semplice! Probabilmente ciò che il poeta intende comunicare è che solo nella nostra anima risiede qualcosa di immutato e immutabile, quel qualcosa che forse, proprio per il suo essere tale, molte volte non ci rende compatibili con l'evoluzione della vita ma che è anche e soprattutto ciò che di più bello abbiamo in noi, ciò che ci rende quelli che siamo in qualsiasi posto e in qualsiasi momento, anche se questo spesso comporta il portarsi dietro quella sensazione di amarezza e di nostalgia per le cose cambiate o perse, sensazione che probabilmente con il passare del tempo si fa sempre più forte. È per questo che qualche volta vivere diventa un po' più difficile, un po' più doloroso, ma quello che dovremmo ricordare è che rimane sempre e comunque una grande fortuna, perché il continuo evolversi della nostra vita non cambia quello che siamo, anche se a volte può sembrare così, credo piuttosto che ci dia la grande opportunità di riscoprirci ogni giorno in ogni nostra millesima sfaccettatura: fragili, forti, distaccati, innamorati, arrabbiati, clementi, UMANI.

SARA FOSFORINO

giovedì 14 dicembre 2017

Questi vescovi che "brutte persone". Una testimonianza sempre attuale: la fede non è filosofia o morale, ma vita vissuta.

RUBRICA "IL MONDO INTERROGA LA FEDE- LA FEDE INTERROGA IL MONDO"


Nel mese di giugno Papa Francesco ha riconosciuto il decreto di Venerabilità del Servo di Dio, Mons. Agostino Ernesto Castrillo, vescovo di San Marco Argentano – Bisignano, dell’Ordine dei Frati Minori, nato a Pietravairano (Caserta) il 18 febbraio 1904 e morto a San Marco Argentano il 16 ottobre 1955. Il riconoscimento delle sue virtù eroiche ci spinge ancor di più ad avvicinare, conoscere ed imitare la maniera in cui egli ha vissuto e servito. Leggere la biografia di Mons. Castrillo significa immergersi nel vissuto di un innamorato di Cristo e dei fratelli, un modello per chi segue Francesco e per tutti coloro che vogliono vivere seriamente la fede cristiana. 
Il modo in cui egli ha vissuto la propria vita e il suo ministero affascina. In questi tempi in cui scarseggiano i modelli dei quali avremmo tanto bisogno specialmente noi giovani, che per natura siamo alla ricerca di persone credibili, appassionate, la figura di padre Agostino potrebbe agire come un faro: la sua coerenza, la forza della sua fede, il coraggio di abbracciare e amare la vita anche nelle sue manifestazioni più scomode e dolorose, fanno comprendere che egli si è fidato e si è affidato fino in fondo. Un territorio il nostro così martoriato da piaghe che ben conosciamo (abbiamo visto un mese fa cinque comuni calabresi sciolti per infiltrazioni mafiose), in cui scarseggia il lavoro e dove la sanità è molto precaria; una terra insomma, così bella e ricca ma che si dimostra così difficile da vivere e da amministrare. In un contesto come questo, più che pensare di scappare altrove dove la qualità della vita possa promettere di più, bisognerebbe pensare cosa si può fare per rendere feconda questa terra. Da cristiani dovremo forse iniziare ad analizzare le cose che non vanno a partire da noi stessi, dal nostro piccolo, chiedendoci cioè ogni giorno cosa possiamo fare per il prossimo, per le comunità nelle quali viviamo.
Queste anime sante di cui la Calabria è così ricca (sembra addirittura che la nostra regione abbia il primato per il numero di santi venerati), oltre a dimostrarci che la santità sia possibile e sia fatta per l’essere umano e non per super eroi, insegnano ad avere ideali. Insegnano ad avere entusiasmo, a credere con forza in qualcosa tanto da rivoluzionare la propria vita e quella degli altri, ad amare con forza qualcosa. Ciò che forse non sappiamo più fare. E’ ciò che sottolinea A. Modaffari nel suo libro “Una traccia indelebile a San Marco Argentano- Il venerabile mons. Agostino Ernesto Castrillo”, il messaggio di padre Agostino è stato proprio questo: senza amore per quello che si fa, non si ottiene nulla.
Allo stesso tempo egli ha insegnato che la “perfetta letizia” non è utopia, non è ideale inattuabile. Ha trasformato “il letto di dolore in cattedra di umanità”, felice di imitare Cristo persino nella sofferenza, con il cuore lieto, con una gratitudine totale e non selettiva come la nostra. Guardando la sua vita ci sentiamo spronati ad essere uomini e donne di azione oltre che di preghiera; cristiani decisi che hanno il coraggio di compiere delle scelte. E’ un coraggio che oggi scarseggia. È’ molto più facile farsi trascinare dalle correnti, passare da una sponda all’altra secondo la convenienza, così come restare neutri in modo da non rischiare di perdere alcun beneficio. La neutralità è da codardi. Padre Agostino ha fatto una scelta: quella di stare dalla parte dei bisognosi, ha cercato di eliminare le disparità. A Foggia, ci viene raccontato che durante la guerra an¬dava in giro per raccogliere le ossa sparse per le strade e seppellirle. Ad Ascoli Satriano per tre anni ha donato tutto se stesso per servire i terremotati del 1930. Ancora a Foggia visitava sempre i poveri ed i ammalati. E’ un modello anche in questo: ci sprona ad amare i fratelli così come vuole Cristo, cercando di essere maggiormente attenti agli emarginati, a coloro che sembra non abbiano diritti. Diceva il Santo Padre i giorni passati: saremo giudicati “sul nostro impegno concreto di amare e servire Gesù nei nostri fratelli più piccoli e bisognosi”.
C’è una frase molto amata da padre Agostino: Nulla per sé, tutto per gli altri. Facile a dire… Ci aspettiamo che lo facciano i preti, i vescovi, i cardinali. Chi è pratico della rete di socializzazione si sarà imbattuto qualche volta nella foto della tavolata dei cardinali con a fianco l’immagine dei bambini africani che giacciono nella polvere magri, nudi e sporchi. Provocazione tipica per il nostro tempo, tempo dei “haters”. Ci casca chi pensa che il mondo cambi dall’alto: che ci sia cioè una piccola massa di persone che abbiano dei doveri, mentre noi altri abbiamo prevalentemente dei diritti. Così attendiamo che la Chiesa sia Chiesa solo in Vaticano, che la politica sia funzionante solo a partire dai politici. E così via, in tutti i campi della vita sociale. Ma noi dove ci collochiamo? Da cristiani, il battesimo dona la stessa dignità a tutti, laici e cardinali. La Chiesa siamo anche noi. E allora perché non chiederci per primi se nella nostra quotidianità pensiamo o meno a chi è nudo? A chi ha fame? A chi è solo? Perché non chiederci se noi per primi non sprechiamo? Se noi per primi non pecchiamo di omissione? 
Nel libro di A. Modaffari c’è la testimonianza di una frase che padre Agostino rivolge ad uno dei sacerdoti della diocesi: “Se vogliamo arricchire il mondo, dobbiamo essere poveri.” Ma questo suo messaggio va a toccare tutti noi, non solo i sacerdoti, perché è il messaggio del Vangelo, è ciò che Francesco ha chiesto ai suoi figli: di cercare di essere più sobri, più attenti a come gestiamo i nostri beni ed i beni comuni affinché ci siano per tutti. Una certa sobrietà inoltre ci libererebbe da fardelli ingombranti e inutili, dai bisogni indotti che ci tolgono solamente spazio e tempo. La nostra vita potrebbe essere facile, leggera e libera. E senza i finti bisogni potremmo pensare anche a provvedere ai bisogni veri di qualche altro fratello. Se lo volessimo. La testimonianza di padre Agostino ci fa scendere con i piedi per terra. Fa comprendere che la vita sia molto più delle nostre battaglie inutili per accumulare beni e riconoscimenti. E ci dice che la vita acquista senso nella misura nella quale si è capaci di impegnarsi per l’affermazione della dignità di tutti, specialmente degli ultimi. Per avere quel coraggio di fidarsi e di affidarsi completamente a Dio, il requisito essenziale è quello di sentirsi liberi e liberati, di conseguenza, forti. 
Mi piace individuare l’eredità di padre Agostino in questo: una testimonianza che insegna cosa bisogna fare per essere felici e in pace, cercando Dio in noi stessi e nei fratelli; amando Dio in noi stessi, nella nostra vita, con tutte le sue difficoltà e amando Dio nei fratelli. 


Andreea Chiriches


sabato 9 dicembre 2017

MARYLIN MANSON? UN "POVERO DIAVOLO" ...

Marylin Manson? Un povero diavolo …


Negli ultimi giorni diverse testate e non pochi social media si sono concentrati sull’annunciata presenza di Marylin Manson alla trasmissione (“Music”) diretta da Paolo Bonolis su canale 5. Tale questione è passata agli onori della cronaca in modo particolare dopo la dichiarazione dell’associazione internazionale esorcisti che addirittura ha fatto appello allo stesso conduttore per ritrattare tale comparsa nella sua trasmissione. A proposito di questo vorrei offrirvi una mia riflessione.

Prima però concedetemi alcune premesse:

a)     Non conosco artisticamente il valore di Marylin Manson per cui non è di questo che voglio parlare;
b)    Non voglio nemmeno commentare l’intervento degli esorcisti che, pur condividendo per diversi motivi, a mio avviso ha dato alla cosa più notorietà di quanta non ne avrebbe avuto se avessero taciuto;
c)     Le mie riflessioni si vogliono snodare esclusivamente a partire da quella che è stata l’intervista che Bonolis alla fine ha serenamente realizzato con Marylin Manson e che ho potuto recuperare su You tube.

  Anzitutto devo dire che da una tale intervista mi sarei aspettato qualcosa di più interessante. Anche se Bonolis aveva pensato delle domande abbastanza precise, l’artista in questione non poche volte le ha eluse con grande eleganza.
Ci sono tre aspetti sui quali vorrei soffermarmi per poi trarre una conclusione, lo ammetto, superficiale e forse anche un po’ superba. Sono tre domande, forse le più interessanti, dalle quali, nel corso dell’intervista, il cantante si è abilmente smarcato. 

a)     Il Manson dice che “San Valentino è un giorno tragico”. Bonolis gli domanda: Perché? Cosa c’è di tragico? Ora, sebbene la sua risposta alla domanda di Bonolis sia stata molto vaga, e sebbene davvero san Valentino sia tragico per lo stupido consumismo che si verifica ogni anno in quel giorno, ciò che mi ha colpito è stato quel cinismo emerso quando lui parla “delle carte che i bambini si scambiavano a san Valentino” e che lui ricorda quasi con una sorta di disgusto. Sono stato colpito da questo particolare che probabilmente tradisce delle ferite d’infanzia o dei brutti ricordi. La domanda che mi è sorta dentro, ascoltandolo, è: si può avvertire ribrezzo contro il consumismo degli adulti, ma quel tenero scambiarsi cartoline d’amore da parte dei bambini come si fa a dire che è tragico? Evidentemente alla fine, forse per non dire il vero motivo, lo stesso cantante conclude la risposta dicendo: “non lo so nemmeno io da dove è anto questo sentimento”.

b)    La seconda strana domanda elusa da Marylin Manson è quella circa le sue inquietanti collezioni di protesi (delle quali ha una sorta di “santuario”, come lui stesso ha detto in un’intervista) e occhi di vetro. Immaginatevi di entrare nella casa di un vostro amico e di scoprire che ha una stanza piena di braccia, teste, gambe, feti e dall’altro lato scatolette di alluminio. Non sono tanto sicuro che ci ritornereste molto volentieri, ma al di là di questo, ancora una volta mi sono domandato: perché? Ammetto che dinnanzi a questa peculiarità sono rimasto sorpreso e sbigottito allo stesso tempo.

c)     La terza e ultima domanda sulla quale vorrei porre attenzione è quella che aveva come oggetto il tatuaggio che Manson porta sulla mano: il cosiddetto sigillo di satana. Quando l’intervistatore domanda il perché di quel tatuaggio e che senso avesse, l’artista risponde serenamente dicendo: “Satana è il primo angelo caduto all’inferno. Forse tutti potremmo essere l’angelo ribelle caduto all’inferno e salvare il mondo. E forse se c’è uno che può farlo adesso sono io”. A sentir parlare chi conosce un po’ di più la sua storia del cantante, lì si potrebbe intravedere un chiaro invito al satanismo. Al di là di questo ci vedo uno spot da merendine: l’angelo decaduto che salva il mondo. Alla fine fa, infatti, un po’ piacere a tutti sentirsi dire: siamo tutti un po’ dannati. Forse riconoscerci “un po’ decaduti” ci consola e ci fa accoccolare nelle nostre fragilità e controsensi. Eppure lui dice di essere “uno in grado di salvare il mondo”. Come? Come Lucifero? A Manson forse si dovrebbe ricordare, ma credo che lo sappia benissimo, che Lucifero non è solo l’angelo decaduto, rivoltatosi contro il Dio “cattivo”, ma l’omicida per eccellenza, il mentitore per eccellenza, il divisore (dia-ballo), etc … salviamo il mondo così?

Ho voluto mettere sotto la lente d’ingrandimento questi tre aspetti di questa tanto dibattuta intervista per un solo motivo. Forse qualcuno leggendomi dirà: ma questa settimana dove vuole arrivare? Che sta scrivendo?
Satanista o no (anche se riferimenti a satana nella sua ambigua persona se ne trovano), angelo decaduto o meno, salvatore o impostore, io ho avuto una chiara percezione guardando questa persona: si tratta di “un povero diavolo” al quale è stata data, forse per timori anche fondati, più attenzione del dovuto.

Un uomo che, come ha detto Bonolis, vuole “disturbare ad ogni costo”, che vuole far parlare di sé, intercettando le sofferenze e i disturbi di tanti ragazzi/e, ma che alla fine porta dentro di sé drammi, ferite e sofferenze con le quali probabilmente non ha mai fatto i conti. Un trasgressivo … infondo la trasgressione attira sempre. Del resto lo stesso satanismo attira i più giovani proprio per il suo essere trasgressivo, ambiguo, misterioso.

Ma il Manson andato in televisione qualche giorno fa mi è sembrato un trasgressivo davvero triste. Un “povero diavolo” insomma … un “povero diavolo” e, per citare un grande cantante italiano quale è Riccardo Cocciante, “che pena mi fa”.


sabato 2 dicembre 2017

Una passeggiata notturna (sulla prostituzione)

Rubrica di Attualità: Pensare fuori dalle righe.
(I viaggi del nostro amico immaginario, ma non troppo ...)




Questa sera ho deciso di fare una bella passeggiata, vuoi perchè fa caldo, vuoi per ammazzare l'ennesima serata d'estate, insomma mi son detto: una camminata all'aria fresca ci sta, e poi sei in un posto nuovo e questa città non la conosci. Così accompagnato da questi pensieri ho iniziato a passeggiare senza una meta precisa, senza particolari intenti se non con quello di rilassarmi un pò.
Cammina, cammina si fa più o meno tardi, sono le 23:00 in punto ed io penso di esser arrivato in un quartiere non troppo raccomandabile. Cosa me lo fa pensare? Poca gente in giro, ragazzi negli angoli a fumare chissà cosa, ma soprattutto quasi ad ogni angolo del quartiere una ragazza, più svestita che vestita, "cerca un passaggio". La scena mi colpisce profondamente: sembra quell'immagine che tante volte da bambino in diversi film ho potuto vedere come una realtà lontana da me, forse esistente soltanto in un immaginario collettivo.
E' una scena triste se poi considero che i "passaggi" di certo questa sera, e non solo almeno credo, non mancano. Tanta gente, forse anche sposata, è disposta a comprare per qualche ora il corpo di una di queste povere ragazze che, forse costrette da qualcuno, forse costrette da questa società in cui il profitto viene posto dinnanzi a tutto e a tutti, finanche dinnanzi alla persona, a tal punto ch’esse son costrette ad esporsi, come in vetrina, ostentando certo finti ed accattivanti sorrisi.
Così cammino pensando: che miseria che siamo. Certo non condivido l'atteggiamento delle ragazze, nè tantomeno quello dei clienti, ma non so perchè, o forse sì, mi sovviene in questo momento, non l'indignazione o la rabbia, bensì la preghiera di san Francesco d'Assisi il quale era solito ripetere: “Signore, tienimi la mano in testa, perchè altrimenti sarei capace di fare un figlio con una prostituta”.
Quanto è vero -dico tra me e me- siamo proprio una miseria lontani dal Signore, e questa non è una frase di circostanza, lo siamo realmente non fosse per altro se non perchè perdiamo la capacità di vederci e di vedere gli altri nella pienezza del nostro stato, cioè persone, figli di DIo, che abbiamo una dignità che non può essere calpestata da nessuno, neppure da noi stessi.
Sto pensando a tutte queste cose quando una ragazza di queste, alla quale mi ero avvicinato percorrendo il suo stesso marciapiede, mi rivolge parola: ciao, ti va? Alcuni istanti di silenzio: la guardo, lei mi sorride, i suoi occhi sembrano il palcoscenico di chissà quale opera teatrale che ogni sera inizia su un marciapiede con quel sorriso e termina magari nella solitudine di una stanza con qualche lacrima. La osservo e il suo sguardo m'interroga. Poi rispondo: No, grazie. Per me il tuo corpo non è un oggetto.
Come scusa? - mi risponde forse spiazzata, forse perchè non aveva ben sentito - Le ripeto: per me il tuo corpo non è un oggetto.
Ancora qualche interminabile istante di silenzio: sembra spaesata da quella risposta che forse non si era mai sentita dare e che neppure io sapevo da dove mi fosse venuta. E poi dicono che lo SPirito Santo non esiste. Attimi interminabili di silenzio poi risponde: "Se tu vuoi ..." Nuovamente rispondo: no, non voglio ... buona serata. Così facendo mi volto indietro e mi avvio a casa.
Quel "se tu vuoi" mi rimbomba nelle orecchie e nel cuore ... mi sembra di conoscerlo quel "se tu vuoi" ... è quello che continuamente la televisione, i media, la società ci propinano. Se tu vuoi puoi scegliere come sarà tuo figlio, se tu vuoi puoi farti impiantare l'utero anche se sei un uomo, se tu vuoi puoi drogarti, se vuoi puoi abortire, così lei: se avessi voluto il suo corpo sarebbe potuto diventare per me un oggetto ... BASTA VOLERLO. Ma è proprio vero che tutto ciò che si vuole è lecito? Che domanda tanto semplice, tanto difficile.
Tante volte capita di pronunciare o ascoltare questi discorsi: non dobbiamo essere egoisti, non dobbiamo fare questo o quell'altro. Ma poi? Poi dinnanzi alla mia volontà, ai miei gusti e ai miei desideri tutto e tutti si devono fermare.
Sono quasi arrivato a casa quando nuovamente quello sguardo mi ritorna dinnanzi, così come ancora quel "Se tu vuoi" mi ritorna nelle orecchie. E' tanto diverso da quel "Se tu vuoi Signore puoi guarirmi" pronunciato dal lebbroso. E quanto è diversa la risposta di Gesù: "Si, lo voglio. Sii guarito".
Giunto a casa tra questi e mille altri pensieri mi dico che infondo non è stata una passeggiata sprecata perchè mi era stata sbattuta in faccia una verità che spesso dimentico: siamo così bisognosi di essere guariti e Gesù vuole farlo, ma quante volte non glielo consentiamo perchè vogliamo altro!



venerdì 24 novembre 2017

ESCLUSIONE DAI MONDIALI: QUESTIONE DI VISIONE?

Dopo la clamorosa esclusione della nazionale italiana dai tornei mondiali di calcio, la televisione, come i giornali ed i siti internet, non di meno le bacheche facebook, sono stati letteralmente intasati da opinioni, giudizi e riflessioni che avevano come comune base una sola domanda: com’è possibile?

Questa domanda mi ha offerto una preziosa occasione per riflettere. Da non esperto quale sono, guardando le partite dell’Italia, è chiaramente emerso che tra i giocatori, e in particolar modo tra i giocatori e l’allenatore, non ci fosse grande feeling. Prova di ciò è il sorprendente rifiuto di De Rossi che, alla chiamata dei tecnici per entrare in campo, ha opposto un fermo rifiuto.

Una squadra in queste condizioni evidentemente non può dirsi squadra e per questo la fine, fatta dall’Italia, credo sia quella più naturale. Ci vuole una visione comune, una collaborazione.

Ma … consentitemi una domanda: cos’è una visione comune?

Di tanto in tanto sono preso dal forte dubbio che, chi parla di visione comune, abbia in cuore la pretesa di far diventare la propria idea comune, cioè accettata da tutti.

Quando si verifica questo fraintendimento cosa succede? Che questi uomini, amanti della visione comune e della collaborazione, diventano i “savonarola” di turno.

La cosa tragi-comica? Sotto la loro ghigliottina passano indistintamente tutti, anche coloro i quali fino al giorno prima erano i compagni (o gli schiavi da sfruttare) di lavoro. Salvo che questi non tornino ad essere utili: in quel caso la clemenza del Savonarola avrebbe la meglio dinnanzi alla “conversione” del dannato.

Generalmente poi questi tali sono riconoscibili da un altro elemento: si circondano di tre o quattro amici di merenda che, o per opportunismo, o per ignoranza, o perché si illudono in buona fede, condividono l’idea proposta.

La visione comune, al contrario, ha invece delle caratteristiche che non possono essere escluse:

1.     La centralità del bene comune che non ammette personalismi o presenzialismi di sorta;
2.     L’umiltà che permette una sana collaborazione utile a far sì che la visione comune sia composta dalle idee di tutti;
3.     La coerenza che non consente di abbandonare i compagni di strada quando questi non sono più convenienti.

C’è un solo problema: una vera visione comune, un vero collaborare, è molto più impegnativo, non guadagna facili “mi piace” e spesso richiede di rimetterci di persona.

Per questo nel circo del qualunquismo è più facile far passare la propria visione, il proprio modo di vedere le cose, come “visione comune”


Così l’eliminazione dell’Italia dai mondiali forse diventa per noi davvero un’occasione di crescita: non basta dare ordini, sparare sentenze, apparire con un bel look, per formare una squadra. Serve un buon cuore ed un ottima testa.