domenica 3 febbraio 2019

QUAL È IL TUO ORGOGLIO?

RUBRICA DI ATTUALITÀ

"Pensare fuori dalle Righe"


Si è da pochi giorni conclusa la giornata mondiale della gioventù, quest’anno tenutasi a Panama. Di rientro dal viaggio il papa, nell’intervista concessa durante il viaggio, ha detto di essere stato colpito dall’orgoglio della cittadinanza locale. Molti uomini – diceva il pontefice – al suo passaggio sollevavano i loro figli quasi a volergli dire: questa è la mia vittoria, il mio orgoglio. Si domandava poi il papa: e noi? Quale orgoglio abbiamo? La macchina, il vestito, il cellulare? Quale la nostra vittoria?

Non so se il Papa abbia fatto questa dichiarazione di proposito, ma certamente, dopo aver appreso la notizia dell’approvazione dell’aborto in qualsiasi momento della gravidanza (anche il giorno prima del parto) a New York, mi verrebbe da pensare che davvero il nostro orgoglio sta diventando sempre più il nostro egoismo. 
Noi, come società e come singoli, stiamo diventando orgogliosi del nostro egoismo. Ciò che sembra importare è la difesa delle nostre voglie, dei nostri pensieri, delle nostre esigenze perché – così si dice – la libertà viene prima di tutto.

Non ci accorgiamo che, in fondo, questo è un modo di fare violento, autoritario, animalesco. Un modo di fare che privilegia il più forte e distrugge il più debole, colui che non può parlare.
Non nego che sono spaventato dal fatto che questo modus agendiappare sempre più consacrato da alcuni uomini di politica, salvo il lamentarsi se poi qualcuno diventa duro con lui, dal giornalismo, dalla televisione. 

Mi viene in mente in questo momento quanto mi raccontò la mia professoressa di italiano alle scuole medie. Disse che un giorno suo figlio le fece questa esternazione: mamma, la dittatura è una cosa bella, ma se il dittatore sono io. 

Questa esternazione di bambino, credo che in fondo sia ben radicata nel cuore di molti. Perché in fondo, diciamocelo onestamente, se il nostro orgoglio sono le nostre voglie, quelle degli altri finiscono per non contare un fico secco. Ma mi domando: questo è umano?




Don Giuseppe Fazio




giovedì 10 gennaio 2019

DIVIDE ET IMPERA: PRIMA GLI ITALIANI!

RUBRICA DI ATTUALITÀ
"Pensare fuori dalle Righe"



Cari amici, 

         mentre in questi giorni, nei pochi momenti di tempo libero, scorgevo la bacheca facebook sono stato preso da un grande dubbio di coscienza. Dinanzi a diversi post, che in sostanza affermavano con una certa violenza che non ci si poteva occupare degli immigrati, mentre i terremotati patiscono il freddo e la neve, mi sono detto: Forse questi non hanno tutti i torni. Forse davvero dovremmo, come alcuni politici insistono, dare priorità prima agli italiani. Forse non dovevo scrivere la riflessione della settimana scorsa, forse questa storia dell’accoglienza sta diventando ideologia proprio come quella della non accoglienza. Forse … Forse … Forse … 

Mentre questi pensieri si agitavano in testa sono incappato, però, in una lettera scritta da una donna nigeriana  e pubblicata da “famiglia cristiana” (http://www.famigliacristiana.it/articolo/lettera-a-salvini-di-un-immigrata-africana-cara-ministro-la-faccia-brutta-la-faccia-ai-potenti-che-occupano-casa-mia.aspx). Penso di dover ringraziare questa donna perché mi ha dato la possibilità di approcciare la questione da un altro punto di vista: quando si è nella sofferenza l’uomo non dovrebbe avere dei primadopo. Si obbietterà: bisogna valutare le risorse, le condizioni, le necessità, le opportunità. Tutto vero. 

Sfugge però qualcosa. La questione degli immigrati in mare (che non è detto debbano essere accolti per forza dall’Italia. Su questo servono delle politiche più intelligenti!) non toglie nulla a nostri fratelli terremotati. Prova ne è il fatto che quel governo che sbandiera il “prima gli italiani” è lo stesso che, almeno da quanto si legge in giro sulle bacheche di tanti ben pensanti, trascura questi fratelli e queste sorelle abbandonati alla neve e al gelo. 

La questione non è ancora chiara. Infatti, sempre sulle bacheche di questi ben pensanti la rabbia per il gelo patito dai nostri fratelli terremotati non viene indirizzata contro il governo attuale, ma contro quelli passati o contro quelli che solidarizzano con i fratelli abbandonati in mare. Ora mi domando: ma non è che questa storia degli immigrati, paragonata con quella dei terremotati, per caso sia una sorta di divide et impera? Non è che la storia delle “priorità” sia solo un modo per giustificare la propria agenda politica, facendo leva sulla pancia degli italiani troppo delusi e arrabbiati? 

Sono domande, per carità, che attendono risposta. Una, però, ce l’ho: abbiamo abbastanza risorse per accogliere chi viene da fuori a causa degli errori della nostra politica occidentale e abbiamo anche le risorse per i nostri fratelli terremotati. Anzi, per quelli dell’Abruzzo, come per quelli dell’Aquila, come per quelli di Messina (ricordiamo che esistono ancora le baraccopoli a distanza di decenni!) sono stati stanziati e forse anche spesi. Chissà, forse … forse … nel modo sbagliato. Ma perché allora al posto di abbaiare contro chi dice che è indegno lasciare un centinaio di persone nel mezzo del mare per giorni interi, non si chiede conto delle risorse fatte sparire, come si è soliti fare in Italia tra appalti, bustarelle, ritardi e parcelle? 

Dicevo una risposta ce l’ho: quando si tratta della sofferenza non esistono prima dopo, dovrebbe nascere spontanea una sorta di compassione (patire insieme) per trovare insieme delle soluzioni.  Invece, pare proprio che qui ci sia chi si diverte ad alimentare divisione.  È interessante che nella Bibbia il diavolo sia propriamente il divisore. Infatti, se egli divide i figli dal Padre e mette i fratelli gli uni contro gli altri, può fare quello che vuole.


Don Giuseppe Fazio




sabato 5 gennaio 2019

Abbiamo smarrito l’umanità e siamo divenuti animali.

RUBRICA DI ATTUALITÀ
"Pensare fuori dalle Righe"



Vi ricordate la scena di quell’uomo che, in preda al panico, in mondovisione, si lancio da una delle due torri gemelle colpite da un aereo dirottato? Era il 2001, avevo appena nove anni. Pensai in quel momento, e lo ripenso ogni volta che rivedo quei fotogrammi, a quanta disperazione quell’uomo deve aver avuto per gettarsi da quell’altezza. Avrà pensato – mi dicevo – che forse avrebbe avuto più possibilità di salvarsi gettandosi nel vuoto.
Quell’anno, quell’attentato toccò il cuore e la storia di tutto il mondo. La causa di tutto era il terrorismo internazionale. Nei mesi successivi sono nate associazioni culturali, comitati, alleanze, per la lotta al terrorismo: per la lotta militare e anche culturale. Da quel 2001 son scaturite diverse guerre. Il nemico cattivo andava distrutto. 

Ieri, a distanza di diciassette anni, mi è sembrato di rivedere quell’uomo. No, certo questa volta non c’entra nulla il terrorismo, non c’è una nazione potente sotto attacco, e la pelle di quell’uomo non è bianca, bensì nera. È un emigrato che, costretto a rimanere sulla nave per diversi giorni, ha pensato di avere più possibilità di vita e di pace gettandosi in mare, a 0°, per raggiungere a nuoto Malta, che distava da lui circa un km. 
Per fortuna questa volta intervenire è stato più facile e l’uomo è stato salvato. 

Non so perché, ma l’associazione delle immagini è stata immediata. Mentre scrivo già immagino le reazioni dei ben pensanti: il primo era un uomo a lavoro, il secondo uno che viene nel nostro paese per rubare, mangiare e bere a spese nostre e per stuprare i nostri figli. Se l’è cercata!

Mentre i nostri politici discutono, mentre la manovra finanziaria pare sia decollata, mentre noi abbiamo consumato i nostri bei panettoni scambiandoci i nostri auguri, nella maggior parte dei casi forse anche superficiali e semplicemente di “rito”, mentre scorre tutto questo … su quella barca rimangono esseri umani in cerca di vita e di pace. Quella pace che abbiamo contribuito a distruggere con la vendita delle armi, con gli interessi sul petrolio, con quei soldi sprecati che, come ci hanno mostrato alcuni giornalisti veri, come Amedeo Ricucci, sono andati a gonfiare le tasche già gonfie di chi, in quella terra insanguinate, specula sulle vite dei civili disperati. 

Non so voi, ma io me lo domando. Nella mia stupidità mi domando se ci rendiamo conto fino in fondo che quelle persone sono esseri umani con sogni, speranze, delusioni, ferite, paure. Sono persone che un giorno hanno sognato, come te e come me, una famiglia felice, un lavoro dignitoso. Mi domando se ci si rende conto che anche loro son stati bambini, forse non come te e come me che abbiamo avuto il privilegio di festeggiare Natale in famiglia, davanti ad una cena calda, in una casa confortevole, in attesa dell’arrivo di Babbo Natale.

Nei miei occhi rimangono i volti di quei ragazzi appena minorenni che, con un gruppo di scout, ebbi la fortuna di incontrare quest'estate nelle strutture di "Progetto Sud" a Lamezia Terme. Occhi carichi di sofferenza, di speranza e di umanità. Chissà se sapremo ricuperarla anche noi. 

Me lo domando – e non lo nascondo – ho paura. Ho paura perché credo che abbiamo perso di vista l’umanità. L’abbiamo persa noi cittadini anestetizzati dall’indifferenza, l’abbiamo persa noi cattolici addormentati in un cristianesimo vano e confuso (cfr. Papa Francesco: “Meglio atei che contraddittori”) e l’hanno perso le istituzioni politiche che, al posto di abitare le bacheche dei social per mostrarci la loro intimità o la loro dieta, dovrebbero essere garanti di quei valori umani sanciti dalla nostra carta istituzionale. 
Cosa ne rimane? Abbiamo perso l’umanità e di conseguenza abbiamo iniziato a vivere da animali.

Buon anno a tutti!


don Giuseppe Fazio



lunedì 3 dicembre 2018

Vendiamo il Vaticano ...

RUBRICA DI ATTUALITÀ
Il mondo interroga la fede.
La fede interroga il mondo.


Non c’è limite all’assurdo. L’ho costatato anche ieri sera mentre facevo zapping per trovare un programma di mio interesse. Invitato da qualche parte, non ricordo dove, Vittorio Sgarbi, critico letterario (del quale non ho mai avuto modo di apprezzare le qualità meritorie in campo) e politico (dicono), ex sottosegretario di stato al Ministero dei Beni Culturali, ha trovato la soluzione per sistemare i migranti che con il nuovo decreto si trovano fuori dai centri di accoglienza. In uno dei suoi soliti deliri afferma: il papa dovrebbe vendere il patrimonio del Vaticano e della Chiesa e accoglierli. Se un critico d’arte e un politico propone di vendere un patrimonio artistico e culturale per risolvere il problema delle povertà (provocata da noi europei, Italia inclusa) e risolvibile diversamente, è piuttosto assurdo. Se questa affermazione venisse espressa pubblicamente come ieri sera nel mio paese (Romania), il signore rischierebbe il linciaggio. E, invece, nello studio nessuno reagisce. Possibile che per il mestiere che svolge, ed essendo italiano, non pensa che quel patrimonio sia degli italiani, il biglietto da visita che attira persone da ogni dove? Possibile che non lo senta anche suo? Possibile che uno chieda che venga venduto il proprio patrimonio artistico e culturale per sistemare (temporaneamente) un problema che (se vogliamo essere proprio “fiscali”) andrebbe risolto in primisda chi lo provoca? Me lo chiedo mettendomi nei suoi panni di critico d’arte e italiano orgoglioso di quanto gli antenati hanno lasciato in eredità. Perché noi cristiani non assolutizziamo mai il valore materiale delle cose. Diceva papa Francesco il 29 novembre: “I beni della Chiesa non hanno un valore assoluto, ma in caso di necessità devono servire al maggior bene dell’essere umano e specialmente al servizio dei poveri.” E non è il primo a dirlo: vendere i calici e i paramenti per sfamare i poveri è previsto della tradizione della Chiesa, lo troviamo negli scritti di Sant’Ambrogio, vescovo di Milano. 
Premesso che la Chiesa da tempo provvede in tante parti del mondo a supplire alle mancanze da parte degli stati (è ciò che in prima persona vediamo da anni nelle missioni in cui siamo volontari): mancanze economiche, sanitarie, educazionali e infine anche spirituali. Ammesso che, vendendo ciò che Sgarbi dice si riesca a sfamare un miliardo di persone (il che è un po’ difficile che possa essere risolutivo), mi domando: veramente è questa la soluzione sensata che può proporre un uomo di cultura nel 2018? Immagino che i geni dell’arte che hanno lasciato questo tesoro alla cultura italiana, ieri sera si siano girati nelle tombe.
 Come abbiamo letto, il papa e i cristiano non hanno alcun problema a farlo, ma da italiana mi chiederei come mai i politici non pensano alle cause di questo disastro economico? Per esempio: forse occorrerebbe iniziare a chiedere ai colossi che vanno a sfruttare i paesi del terzo mondo di non presentare più quei contratti assurdi attraverso i quali non solo ci prendiamo le ricchezze altrui, ma imponiamo che i lavoratori siano sempre i nostri. In questi casi, infatti, non si può assumere personale autoctono che solo in una piccolissima percentuale e solo per i lavori più umili. Da figlia di un ingegnere nel campo del petrolio ne so qualcosa. Li sfruttiamo a sangue e, prima o poi, ne pagheremo il conto. Qui o altrove.
Scrive Curtaz nel suo libro intitolato “L’ultimo sì: un Dio che muore solo come un cane”: “Sapete che i tre uomini più ricchi del mondo hanno un patrimonio personale superiore al prodotto interno lordo dei tre paesi più poveri del mondo? A loro però mai nessuno chiede di vendere nulla. Giusto, se li sono sudati a pico e pala i loro soldi, i poveretti! Sia: vendiamo San Pietro a Bill Gates che la userà per farne il suo attico in Italia. No, non mi convince. Sarà che sono valdostano e dalle mie parti le ottocento cappelle costruite nei villaggi dai nostri bisnonni sono state tirate su dalle braccia e dal sudore di tutti, facendole decorare agli artigiani valsesiani pagati con un piatto di minestra e qualche soldo, e che per loro era il luogo più bello del villaggio, il salotto comune da presentare agli altri, in una gara di bellezza e di arte che partiva dal popolo. Sarà che ancora oggi ogni valdostano considera la cappella come una cosa propria, ma l’idea che dei beni così preziosi che ora sono fruibili da tutti, vadano in mano a pochi, non mi sembra una grande trovata, sinceramente.  Sapete che il sopracitato signor Gates, persona dignitosissima e generosa (metà del suo patrimonio è destinato a una fondazione che porta il suo nome per opere benefiche), ha nel salotto di casa il Codice Leicester di Leonardo da Vinci, da lui acquistato per oltre 30 milioni dollari (la più alta cifra pagata per un libro nella storia) nel 1994? E che potrebbe usarlo come carta igienica in un giorno di euforia? Credo che l’arte sia un bene dell’umanità e che perciò debba essere goduta da tutti, non solo da chi si può permettere di acquistarla. No, mi spiace, facciamo così: teniamo la vendita di San Pietro per ultima. Prima proviamo a versare i soldi che i grandi della terra hanno promesso all’Africa e non hanno mai sganciato, o a diminuire le spese per le armi, o gli stipendi dei super manager che hanno fatto fallire le multinazionali e le banche. Poi ne riparliamo. […] Gesù chiede la condivisione, non l’elemosina. Nella Bibbia la ricchezza è sempre dono di Dio. E la povertà è sempre colpa del ricco.” 
Quando uno presenta un problema, e tu proponi la risoluzione, ma con le braccia degli altri, vuol dire che la questione non ti interessa minimamente. Non ho mai capito questo: se uno parla da cristiano, d’obbligo sarebbe chiedersi per primo cosa egli può fare in merito, e non guardare solo a ciò che possono fare gli altri. Se non parla da cristiano, perché mette di mezzo la Chiesa, di cui non conosce minimamente l’operato, dato che non sa nulla di ciò che la Chiesa da tempo fa già per i poveri?
 Se ognuno pensasse a migliorare la situazione di disagio che gli si presenta, condividendo il poco che ha, il mondo avrebbe un volto diverso. E non ci sarebbe bisogno di sentire idiozie come quelle che un uomo di cultura proponeva ieri sera. Possibile che un paese con un bagaglio così ricco come quello che l’Italia si porta sulle spalle in materia di pensiero e genialità, oggi si ritrovi in una crisi di pensiero, valori e materiale umano così profonda? Noi, gli Altri allora, che siamo “indietro”, non possiamo proprio meravigliarci delle situazioni disastrose che ci troviamo a gestire nelle terre natie, dovremo solo alzare la braccia e arrenderci. E’ triste. Molto triste…


Andreea  Chirches  Leone







sabato 1 dicembre 2018

Sono contento perché mi accontento oppure Mi accontento perché sono contento?

RUBRICA DI ATTUALITÀ
"Pensare fuori dalle Righe"




Dopo una molto lunga pausa estiva, mutatasi poi in autunnale, torniamo a condividere con voi qualche riflessione. Lo stimolo mi è stato suggerito questa volta, non da una notizia di cronaca, dal testo di una canzone o di una poesia, ma dall’essermi reso conto di una sfumatura linguistica che non avevo mai colto, almeno non esplicitamente, prima dell’altro giorno, mentre, come al solito di fretta, mi preparavo per la celebrazione eucaristica. Ovverosia che il verbo “accontentare” contiene la parola “contento”. 
Secondo la Treccanicontentoderiverebbe da contĕntus, part. pass. di continere «contenere», quindi propr. «contenuto; pago di qualche cosa». Con un po’ di fantasia potremmo dire che questo aggettivo significa “essere riempito”. In effetti, se ci si pensa bene, noi siamo felici quando non desideriamo null’altro in aggiunta rispetto a quanto già possediamo. 
Tutti vorremo essere sazi, “riempiti”, ma spesso ci accorgiamo che questa condizione di sazietà è quasi irraggiungibile. Lo “stomaco” della nostra anima è sempre alla ricerca di qualcosa in più. Sorge, dunque, spontanea una domanda: possiamo essere sazi in modo definitivo? Non è forse vero che l’uomo possiede un infinito desiderio di gioia, pace, amore? Siamo, dunque, condannati all’infelicità, almeno su questa terra?

Se mi fermassi a questa prima parola sarei quasi tentato di dire che sì, siamo condannati alla tristezza. Mi viene in aiuto, però, il secondo lemma chiamato in causa in apertura: “accontento”. Se contento è colui che è sazio, colui che accontenta è colui che sazia. Ora questo verbo, lo sappiamo, può essere utilizzato anche in forma riflessiva (accontentarsi). Sappiamo che grandi filosofi – nota l’ironia – come Ligabue hanno espresso idee del tipo “chi si accontenta gode … così così”. 
Eppure questo verbo riflessivo contiene – a mio avviso – una sapienza nascosta. Come ci si può accontentare? Colui che si accontenta è felice perché non vuole altro, è contento, è riempito. Potremmo pensare che si tratti semplicemente dei poco ambiziosi, di quegli stolti che, per pigrizia, non hanno il coraggio di andare oltre se stessi. Potrebbe essere. Ma forse … forse … chi si accontenta ha raggiunto la sapienza di chi non modella la realtà sul proprio stomaco, ma viceversa. 

Chi ha fatto l’esperienza straordinaria di visitare zone di povertà – non per forza fuori dall’Italia – ha probabilmente notato che chi ha niente tende ad essere felice più di chi ha molto. Non ne sono sicuro, ma credo che ciò sia vero perché il povero, colui che riceve tutto, colui che si “accontenta” è capace di dare il giusto valore alle cose, alle persone, alle relazioni. Forse questo indica Gesù quando dice: “Beati i poveri in Spirito”. Sì, chi si accontenta forse è povero, ma è beatus, contento, felice, perché si lascia riempire da ciò che ha, dal quotidiano, da quello che il momento offre, senza, però, vivere una vita mediocre. La differenza, infatti, tra il povero in spirito, tra l’ac-contento ed il mediocre è che quest’ultimo non è felice, in quanto un banale arraffone, superficiale e, probabilmente, anche un superbo. 

In fondo il contento è uno che si accontenta, sì, ma di cosa? Del necessario. Allora forse all’inizio del nuovo anno liturgico cade bene la preghiera che il libro dei Proverbi ci consegna perché ci introduce nella via della felicità:

7Io ti domando due cose,
non negarmele prima che io muoia:
8tieni lontano da me falsità e menzogna,
non darmi né povertà né ricchezza,
ma fammi avere il mio pezzo di pane,
9perché, una volta sazio, io non ti rinneghi
e dica: «Chi è il Signore?»,
oppure, ridotto all'indigenza, non rubi
e abusi del nome del mio Dio. (Proverbi 30,7-9)




venerdì 21 settembre 2018

CROCIFISSI SUL MARCIAPIEDE

RUBRICA "IL MONDO INTERROGA LA FEDE- LA FEDE INTERROGA IL MONDO"




Una sera verso la fine di luglio Padre Bogdan ci chiama per andare a preparare il cibo per i senzatetto nella “Città della Carità”. Mi dice che lo porterà poi in strada insieme ad un gruppo di giovani che vengono a posta da lontano. Siamo felicissimi lo stesso, meglio così, come in tutte le cose ci vuole la gradualità. Non so preparare la minestra rumena di cui mi parlava, me l’ha sempre preparata mamma. Ma non conta, ci saranno altri volontari e imparerò lì. Desidero conoscere questa realtà da sempre e non posso mettere davanti i miei limiti proprio ora. Guardiamo fuori dal finestrino della macchina i contrasti che si mostrano così forti, e sia io che Adelmo abbiamo un nodo in gola. Attraversiamo i quartieri malfamati di Bucarest. Questa zona che mostra forti disagi convive silenziosamente accanto alle altre, bellissime, che frequentiamo abitualmente. Fa male questo passaggio così repentino da una realtà a questa che conoscevamo solo per sentito dire. Dopo circa quaranta minuti arriviamo nel convento di Padre Bogdan. Con uno spirito molto pratico ci fa strada in cucina e ci mostra il da fare dopo averci presentato altri due volontari del posto. Il convento sembra un piccolo palazzo comunista; i frati vivono in maniera molto rudimentale, di elemosina. E’ tutto organizzato per l’assistenza dei più poveri. A Bucarest ce ne sono tanti, ci dice; qualcuno lo incontriamo pure noi rannicchiato su qualche panchina nei parchi, o sui cartoni agli angoli dei palazzi o delle strade. Questione di attimi perché in genere voltiamo subito la testa dall’altra parte. Non solo per evitare l’imbarazzo, ma anche perché vedere il loro disagio provoca una rivoluzione interiore, mette in crisi, una sofferenza che così allontaniamo subito. Come lo struzzo che affonda la testa nella sabbia per far scomparire il senso di pericolo.
Ritorniamo qualche sera dopo. Padre Bogdan ci dice che ora a preparare la minestra di pollo saremo solo noi. Faccio fede sulla memoria di Adelmo che ricorda bene i passi, ma per non sbagliare confronto qualche ricetta in rete. Desidero tanto che mangino del buon cibo, anche se per sfortuna loro stasera tocca a due apprendisti. E’ bella l’atmosfera lì dentro, un po’ come se quel perimetro fosse sacro, un mondo diverso dal nostro. Oltrepassi il cancello e smetti di essere ciò che sei, è come se ti spogliassi di tutto per diventare simile a coloro che incontrerai. Un mondo in cui non si bada a se stessi ma agli altri, a servire gli ultimi; un mondo in cui i problemi personali diventano piccoli se non scompaiono del tutto, e tutto ciò che lo mette in moto è il bene dell’altro. Terra santa. Oppure santificata. Tutto scorre bene e la pentola è pronta. Insieme a Padre Bogdan prepariamo le casseruole. Ne sono uscite fuori una sessantina. Ci chiede se vogliamo mangiare qualcosa. L’emozione che ci abita ha chiuso l’appetito. Chiedo a Bogdan di prendere lui un po’ di minestra dato che faremo tardi. Declina, preferisce lasciare tutto per i poveri. Vive per loro. Lo vedo nella cura e nell’amore con le quali pensa a tutto nonostante lo facesse da anni. Prendiamo anche i pani che spezzeremo per strada, carichiamo il tutto in macchina e ci avviamo verso la Stazione Centrale, Gara de Nord. Lungo il tragitto Bogdan ci prepara un po’ raccontandoci ciò che a breve vedremo. Le storie quotidiane di quelle tante persone delle quali lui conosce tutto: vissuto, abitudini, ritmi, nomi. Ci parla dei bambini che vivono nei canali, di coloro che si iniettano con il veleno per i topi, per non sentire più fame, per dimenticare di vivere, delle associazioni che portano loro non cibo ma aghi sterili, per cercare di limitare così la diffusione dell’AIDS e dell’epatite. "Potrebbero esserci anche le prostitute, ci dice. Qualcuno mormora che portiamo loro del cibo. Ma noi non siamo qui per giudicare. Siamo qui per aiutare tutti, per chiunque ha fame." Parcheggiamo e ci incamminiamo a piedi per la zona della stazione. Appena poggiate per terra le borse, escono da tutte le parti. Volti allegri, volti sui quali si legge la disperazione, mani tese, voci che chiedevano… tutto si mescolava così velocemente… Qualcuno che ha avuto la fortuna di mangiare qualcosa durante il giorno lascia il pasto a chi è più affamato. Alcuni volti sono rimasti impressi. La signora seduta sul muretto con lo sguardo perso, in evidente stato depressivo che non vuole mangiare. Come altri dei quali ci raccontava Bogdan, vorrebbe morire e presto. La ragazzina che ripeteva “Per mia mamma! La prego, per mia mamma!” preoccupata che non ci sarebbe rimasta una porzione per lei. Il giovane disabile che appena ci ha visti arrivare ha fatto festa saltellando e strofinandosi le mani in attesa di prendere la sua minestra. Il coro che chiedeva a Bogdan: “Ma domani verrai? Vieni anche domani!” Bogdan fa un cenno positivo con la testa, non dice di sì. Non sa di certo se verrà. Dipende dalla Provvidenza. Se ci saranno volontari e se qualcuno porterà qualcosa per poter cucinare. Ma la Provvidenza, dice Lui, non manca mai. E infine lui, l’anziano sdraiato a terra su un cartone dietro la pensilina della fermata del bus, sulla strada principale. Sul cemento ancora bollente che rilascia tutto il calore della torrida giornata di agosto. Ha gli occhi lucidi, la voce spenta e una tosse catarrale. Un piede è mangiato dai topi perché la sera prima un altro senzatetto si è rubato le sue scarpe. Se con gli altri ero riuscita a sorridere o scherzare, di fronte a lui mi sforzo per non piangere. Anche le disgrazie hanno il loro “troppo”. Cristo crocifisso su un marciapiede. Silenzioso e conciliato come il Cristo sul Golgota. Finiti i sessanta pasti dobbiamo rientrare. Sul tragitto verso casa, come non mai, restiamo in silenzio. Ogni fine giornata di questi due mesi e mezzo che viviamo qui, è segnato dalla condivisone delle varie esperienze che il Signore ci concede di vivere: ciò che ci ha segnato, ciò che è andato bene. O male. Ciò che rifaremo allo stesso modo. O con spirito diverso. Questa volta sia io che Adelmo abbiamo sentito la necessità del silenzio.
E’ martedì, giorno in cui gli amici della strada si recano presso il convento per il pranzo, per la doccia settimanale, per il taglio dei cappelli, il cambio dei vestiti e per i medicinali. Arriviamo presto ma qualcuno è già lì. Si sentono a casa, come chiunque oltrepassa quel cancello. I volontari sono già a buon punto, restano piccole cose da fare. Con Adelmo serviamo ai tavoli. Sono circa un centinaio. Qualcuno lo conosciamo già, e mentre mangiano abbiamo modo di conoscere altri, di parlare, anche di ridere. Per loro è giorno di festa. C’è chi è più animato, mentre altri stanno in silenzio e scelgono posti più appartati. Sono coloro che vivono con disagio e molta difficoltà la propria condizione. Alcuni con vergogna. Altri con rabbia. Mentre salgo nella stanza nella quale si sono messi in fila per le docce, una signora anziana di etnia rrom mi ferma e mi dona la benedizione del Signore augurandomi vita lunga nella quale però, dice lei, dovrò fare spesso questo. Ringrazio e sorrido anche con il cuore, perché questo sì che è un bell’augurio. Padre Bogdan mi chiede di sistemare i vestiti e di aiutarli a trovarsi un cambio. Accanto a me un frate taglia loro i capelli e la barba. Lo fa con pazienza e attenzione, come un parrucchiere che non vuole perdere i clienti. Parla con loro e chiede sempre se il taglio è gradito. Che bello vedere persone capaci di trattare tutti allo stesso modo, di avere riverenza per i più poveri così come per i potenti… Uno di loro si offre ad aiutarmi a piegare i panni, e dopo un po’ un altro fa la stessa cosa. Si mettono all’opera di spontanea volontà e lo fanno con entusiasmo nonostante il caldo che si sente sempre più forte, quasi dispiaciuti quando abbiamo finito. Tra di loro c’è anche qualche ex carcerato, persone con un vissuto forte, con una vita che in teoria li ha inaspriti togliendo loro la tenerezza. Nonostante ciò sono capaci di gesti di affetto, sorridono, ringraziano. Alla fine della mattinata un ragazzo molto esile e con una leggera disabilità si avvicina e mi dice scandendo le parole con un tono molto deciso e fiero: “Sappi che se avrai bisogno di me io ci sarò! Basta che chiedi di me ed io ci sarò!
“E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo.” Non ho mai compreso quanto ora le parole di Francesco. E’ questa la Bucarest che portiamo nel cuore. E’ fatta di volti come quello di Bogdan e dei suoi frati, dei volontari, di coloro che non hanno niente se non Dio. E dei tanti crocifissi del nostro tempo verso i quali basta stendere la mano per sentire le piaghe. E di un Dio che si fa presente anche così, in un sorriso, in una parola, in un piatto di minestra calda.




Andreea Chiriches Leone





sabato 1 settembre 2018

NE ABBIAMO LE TASCHE PIENE ...


Rubrica di Attualità: Pensare fuori dalle righe.




Mi scuserete se questa volta il mio s-ragionare urterà la vostra sensibilità non per i contenuti, ma per la banalità del discorso. Se leggendomi vi sentirete urtati per le ovvietà che sto per elencare, abbiate pazienza, mi sento così confuso. 

Partiamo dalle parole che sono mesi che sento dire: “Questi qui (i nostri fratelli immigrati) li accolga la Chiesa se proprio ci tiene all’accoglienza”. Che queste parole siano frutto di ignoranza e di superficialità basterebbe poco per dimostrarlo. Per esempio si potrebbero contare le cooperative nate in seno alle parrocchie o alle associazioni cattoliche per mostrare che l’accoglienza la Chiesa non la fa a parole, ma la vive. Si potrebbe vedere il lavoro svolto dalla Caritas (nazionale e diocesana) negli ultimi anni e non solo economicamente, ma anche e soprattutto umanamente, ma andiamo oltre …

È di questi giorni la notizia che la Conferenza Episcopale Italiana ha deciso di accogliere 100 immigrati che sono stati sistemati, proprio in queste ore, presso una struttura della stessa conferenza sita in Rocca di Papa. All’arrivo degli ospiti sembrava di vedere una scena dell’esodo: Un mare di persone diviso a destra e a sinistra, mentre in mezzo transitavano i due pullman. 
Da un lato degli uomini e delle donne che, come me, ritengono ovvio dare il benvenuto a persone che hanno sofferto l’inimmaginabile. Ho ancora impressi negli occhi i volti di alcuni immigrati minorenni che, qualche settimana fa, ho potuto incontrare insieme ai ragazzi scout del clan con il quale ho condiviso la strada quest’anno. Sono dell’idea che alcune cose un conto è sentirle in televisione, altro è sentirsele raccontare dai diretti interessati, incrociando i loro sguardi segnati dalla sofferenza, ma non inquinati dall’odio; quell’odio che, invece, tante volte gratuitamente dispensiamo noi. 
Dall’altro lato – scusatemi il francese – una manica di ignoranti neo fascisti. Ora qui il punto non è: accoglienza sì, accoglienza no. Non si tratta nemmeno del diritto di dissentire pubblicamente, il quale è sancito e garantito dalla nostra costituzione. 

La questione è un’altra. Sto per consegnarvi una grande perla di saggezza frutto di tante riflessioni e di tanto studio: a casa mia faccio entrare chi voglio. 
Eh si … e va bene fin quando: “con i soldi comuni prima gli italiani” (tolleriamo l’ignoranza di chi non sa che con quei famosi soldi per gli immigrati abbiamo salvato piccoli hotel destinati a chiudere, abbiamo assunto giovani psicologi, assistenti sociali, operatori, e altri professionisti che diversamente a quest’ora sarebbero ancora disoccupati); può essere comprensibile anche: “ho paura perché poi se vivono in mezzo alla strada chissà che vita fanno e che combinano” (anche qui tolleriamo l’ignoranza di chi non si rende conto che i reati peggiori li combinano gli italiani, ma di quelli non si deve avere paura, anzi meglio se sono amici così mi fanno qualche favore). Il punto è che qui si arriva a dire alla C.E.I. che non deve accogliere nelle sue strutture degli immigrati. Questo mi pare un po’ troppo! 

Come mi pare troppo e troppo evidente l’odio che sta generando questa politica cieca e populista. Gruppi estremisti che alzano la testa, che inneggiano “alla propria razza”. Il clima mi sembra proprio quello studiato sui libri di storia, quello che anticipò la seconda guerra mondiale. 

Scusatemi per l’ovvietà – lo ripeto – ma davvero ne abbiamo le tasche (e non solo le tasche) piene dell’ignoranza di molti e dell’arroganza di taluni che si atteggiano a ministri, ma che di “ministero” forse non hanno la ben che minima idea. Perché il servizio si svolge anzitutto nell’umiltà. E, Forse, sarebbe ora che la nostra politica, come i nostri ragionamenti, dovrebbero recuperare questa virtù da troppo tempo messa da parte! 



Don Giuseppe Fazio