sabato 26 settembre 2020

OMICIDI: C’È UN FILO ROSSO

RUBRICA DI ATTUALITÀ


"Pensare fuori dalle Righe"





 

“C’è un filo rosso”. Qualche sera fa, ha commentato così don Ciotti gli omicidi di queste ultime settimane: quello di don Roberto, quello di MariaPaola, di Willy. E diceva: “il filo rosso è l’amore”. L’amore del sacerdote per gli ultimi, l’amore di quella ragazza per la sua compagna, l’amore di un ragazzo che non riesce a digerire una violenza gratuita.

 

Ma c’è un altro filo rosso che accomuna tutti questi omicidi e molti altri, come quello a cui abbiamo assistito sbigottiti a Belvedere sempre qualche settimana fa. C’è un altro filo rosso che fingiamo di non vedere.

Dinanzi alla crescente espressione di violenza non si può sempre tutto anestetizzare con una patina di sentimento (non era questo l’intento di don Ciotti!). Non si può perché l’amore chiede sempre verità.

 




E allora questi omicidi hanno un altro triste filo rosso: il vuoto esistenziale che sta mangiando le nostre relazioni.

 

Don Roberto è stato ucciso da un immigrato che è fuggito da una terra che, per decenni, è stata impoverita da noi occidentali; MariaPaola è stata uccisa da una mentalità tipicamente mafiosa: o mi obbedisci o ti sottometto con la violenza; lo stesso – anche se con sfumature diverse – si più dire di Willy. Anelya, invece, è stata uccisa (probabilmente, ancora non ne abbiamo certezza!) dalla necessità di racimolare qualche spicciolo chissà per cosa: droga, debiti, ludopatia? Non lo sappiamo.

 

Di fatto sappiamo una cosa: quando un uomo uccide, se non è per legittima difesa, è perché dentro ha un vuoto terribile. Ed è proprio questo vuoto che facciamo finta di non vedere. Ci accontentiamo di individuare colpevoli, magari sentendoci tutti un po’ dei RIS, ma quasi nessuno sente il dovere di farsi questa domanda: perché? 

 

Perché un ragazzo si vede costretto a rubare (e non voglio giustificare il furto)? Perché due giovani si sono abituati così facilmente alla violenza? Perché non possiamo rispettare (magari pur non condividendole) le decisioni sentimentali degli altri?

 

Il filo rosso sta proprio dietro a questa domanda. Una domanda scomoda perché altrimenti dovrebbe portarci a fare tanti passi indietro: magari dovremmo rinunciare a dar in mano ai nostri figli i cellulari fin da bambini tramite i quali si abituano alla violenza, presentata sotto tante forme; magari dovremmo sentirci un po’ in colpa perché nei nostri bar ci sono tante “macchinette” che indebitano famiglie intere, portandole alla disperazione; magari dovremmo sentirci in colpa per le tante imprese italiane che sfruttano il sottosuolo o la mano d’opera africana affinché noi possiamo vestire e stare bene a basso prezzo; forse dovremmo sentirci anche in colpa perché conosciamo nomi e cognomi dei venditori di droga che serenamente oramai nelle nostre piazze e sotto i nostri balconi vediamo senza avere il coraggio di denunciare.

 

Forse dovremmo anche chiederci: come mi impegno perché il mio fratello sia meno povero? Dovremmo anche chiederci quale cultura veicolo con le mie parole, i miei gesti, le mie decisioni: violenza o pace? O ancora: come educo i miei figli? 

 

Dovremmo fare tanti passi indietro che di fatto – ammettiamolo – proprio non abbiamo voglia di fare.

 

E allora ci accontentiamo … ci accontentiamo di condannare gli altri, di addolcire tutto con una patina di sentimentalismo, ma di guardare in faccia la verità, proprio non ne abbiamo voglia. 

 



Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com











martedì 11 agosto 2020

L’ABORTO: LA MIA ESPERIENZA

 RUBRICA DI ATTUALITÀ


"Pensare fuori dalle Righe"





 

Intendiamoci: non mi sono mai trovato nel momento tragico in cui ho dovuto decidere se abortire o meno, o se acconsentire all’aborto della mia compagna. Nel primo caso per una questione di natura, nel secondo per una questione di scelte che derivano dal mio essere sacerdote.

 

Tuttavia, anche io posso vantare esperienza in questo campo. In almeno due sensi: uno passivo e uno attivo. 

 

Infatti, quando ero – come alcuni sostengono – un semplice ammasso di cellule, la mia mamma, in un momento di crisi e di fragilità, pensò all’aborto. Riuscì ad evitare quella triste scelta grazie al ginecologo che, comprendendo il suo essere medico fino in fondo, volle parlare con mia madre, ascoltarne le sue ragioni per farla poi ragionare sulla scelta che di lì a poco avrebbe voluto compiere. Alla fine, poi le disse il suo personale parere: lui non avrebbe praticato ciò che le sarebbe stato chiesto. A sentire mia madre quel medico le ha evitato di fare il più grande errore della sua vita (e ci credo: si sarebbe perso sto capolavoro di figlio!).

 

Per quel che mi riguarda, per quel che riguarda la mia vita, basterebbe questo evento personale per affermare la negatività di questi nuovi provvedimenti che faciliteranno ulteriormente la pratica dell’aborto fino al nono mese e che, sempre di più, favorisce la possibilità di scegliere con leggerezza e disinformazione: ci saranno tante donne che, presa la decisione chissà in preda a quale stato emotivo di fragilità, non avranno nemmeno l’opportunità di sentire un parere diverso. Il tutto? Tutelato da una bella sfarinata di “libero arbitrio”.

 

Basterebbe questo – dicevo – ma c’è un’altra esperienza personale che porto nel cuore: quella dell’ascolto delle confessioni. Spesso si pensa che un prete sia contro l’aborto per partito preso, perché deve obbedire al papa, o, forse, perché ignorante di medicina. In realtà noi abbiamo la possibilità di praticare una scuola molto più dolorosa: l’ascolto delle sofferenze degli altri. Sento di poter condividere le parole del Vescovo di Ascoli che, in queste ore, ha affermato: “Non ho mai trovato pace nel cuore di una donna che ha praticato l’aborto”. È vero, nemmeno io. 

 

Ricordo in questo momento due casi particolari. Il primo in realtà era un uomo che, qualche decennio fa, convinse ripetute volte la propria compagna ad abortire. Ricordo che ero era una delle prime volte che entravo in confessionale da prete. Mi trovavo ancora a Roma. Entrò questo signore piuttosto grande e mi disse all’incirca queste parole: padre, devo confessare un peso che mi porto nel cuore da tanti anni. Ho sentito una catechesi di Papa Francesco e finalmente ho deciso di liberarmene.

 

Erano passati anni e anni, si era sposato, aveva avuto figli, si era fatto una posizione eppure quel peso era proprio lì, nel fondo del suo cuore. Non gli erano bastate le solite giustificazioni: eravamo troppo giovani, non potevamo crescerlo, era una questione di altruismo, in che mondo lo vado a crescere!?

 

Non c’era pace in quell’uomo, proprio come nel cuore di quell’altra ragazza che, giovanissima, si trovò in attesa di un bimbo. Un compagno insicuro (la responsabilità non è mai solo della donna!), una situazione economica precaria, forse anche la voglia di vivere tante altre esperienze prima di fare la mamma e … quale soluzione le venne proposta? Se non te la senti: pratica l’aborto. Anche per questa ragazza sono passati diversi anni e, solo dopo un lungo cammino, pian piano, sta riacquistando quella pace che solo la Misericordia di Dio può restituire ad un cuore ferito.

 

Ricordo i lunghi colloqui passati a raccogliere le sue lacrime, in silenzio, senza aggiungere altro. E poi il coraggio di dare un nome al bambino, di celebrare per lui la messa.

 

In un caso, come nell’altro, e in tanti altri ancora, la costante è sempre la stessa: “se solo avessi capito cosa stavo facendo; se solo qualcuno mi avesse detto la verità sulle conseguenze”.

 

Ecco … al di là del giudizio morale sull’aborto (condivido quello della Chiesa), è la sofferenza che quest’atto genera che è immane; non solo perché uccide il bimbo, ma perché, insieme a lui, fa morire anche una grossa parte della donna che interrompe la gravidanza (certo a patto che si renda conto di cosa ha fatto) e una parte dell’eventuale compagno o marito che, prima o poi, sentirà la voce della coscienza rimproverargli al verità: “La responsabilità non era solo sua (della donna)”.

 

Per questo la Chiesa non può – quale grande peccato di omissione farebbe altrimenti! – tacere l’orrore di una pratica che ogni anno stermina migliaia e migliaia di bambini, distruggendo altrettante esistenze con il marchio della depressione, della frustrazione, dei sensi di colpa e del rimpianto. Anche se volessimo, non possiamo proprio dire che l’aborto sia una conquista sociale. 


E questo, mettiamocelo in testa una volta per tutte, non è un giudizio su chi lo ha praticato, perché tante volte, come dicevo, queste scelte vengono compiute senza piena libertà, senza una coscienza ben informata, senza il supporto che adeguate decisioni richiederebbero. Di fatto, questi provvedimenti lasciano ancora più sola la donna nell’atto di decidere una cosa così importante. Del resto, è il grido delle femministe no? L’utero è della donna, deve decidere lei. 

 

L’esperienza mi insegna che davvero questa manfrina non funziona.




Don Giuseppe Fazio
gfazio92@gmail.com








venerdì 31 luglio 2020

MEDUSA ED IL TERRORE DELLE NOSTRE PAURE

RUBRICA DI ARTE E LETTERATURA


"Mito, mistero e realtà"




Ricercata da molti guerrieri che desideravano reclamare la taglia sulla sua testa, molti ci hanno provato e altrettanti hanno fallito, pietrificati dal suo sguardo. Tuttavia, Medusa non è sempre stata considerata un mostro, anzi era tutto l’opposto, era bellissima. Talmente bella che migliaia di visitatori raggiungevano il tempio di Atena, della quale era sacerdotessa, solo per ammirare questa fanciulla dalla splendida chioma dorata.



Mosaico realizzato dai ragazzi
del Liceo Artistico Silvio Lopiano 
Porto Turistico di Cetraro (Cs)
Medusa amava rimirarsi sulle rive del mare, dove venne notata da Poseidone, dio dei mari, che ne fu subito infatuato. Un giorno, stancatosi dai continui rifiuti della fanciulla, decise di prendersela con la forza.

Capite le intenzioni del dio del mare e temendo per la sua vita, la sacerdotessa si diresse di corsa al tempio, sperando in una protezione da parte della dea Atena che quella sera, purtroppo, non arrivò. 

 

Solo quando il dio portò a termine i suoi intenti Atena apparve e, adirata per la profanazione del suo tempio, decise di punire Medusa trasformandola in un mostro.



La lingua penzolava fuori dalle enormi zanne; artigli di bronzo gravavano su mani e piedi  e due piccoli ali d’oro sormontavano un aggroviglio di serpi che mordendosi a vicenda sostituivano quella che prima era l’invidiabile chioma di Medusa. Lo  sguardo che un momento prima avrebbe potuto intenerire ogni cuore aveva ora il potere di mutare in pietra chiunque lo incrociasse. Medusa ora improvvisamente temuta sia dai mortali che  dagli immortali, si nascose in una caverna nel giardino delle Esperidi, ai confini del mondo conosciuto. 

 

Fu il giovane Perseo che riuscì a decapitare la Gòrgone guardandola riflessa nello scudo di Atena. Alla sua morte Medusa era ancora incinta di Poseidone e dal suo collo reciso uscì fuori il cavallo alato Pegaso. Perseo inserì la testa di Medusa nella sacca, e grazie ai sandali alati e all’elmo dell’invisibilità donatigli da Atena, riuscì a seminare le altre due Gòrgoni, che preso atto dell’accaduto, gli diedero la caccia.

Si dice che le gocce di sangue fuoriuscite dalla testa di Medusa, cadendo sulla terra popolarono il deserto di vipere velenose e il mare di coralli rossi.

In seguito, l’eroe utilizzerà la testa di Medusa per avere successo nelle sue avventure, ma al termine della sua esistenza la consegnerà ad Atena, che la posizionerà al centro del suo scudo, in modo che lo sguardo di Medusa, carico ancora di potere mortifero, pietrificasse i nemici che avessero avuto l’ardire di guardarla.



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Nell’attimo in cui tutto è incerto ovvero— il momento in cui Perseo entra nella grotta di Medusa, e sente il sibilo dei serpenti vagando con passo felpato, alla ricerca di un sembiante nella completa oscurità— gli occhi sono spalancati e i sensi vigili. Vuoi conoscere ciò che non ti è consentito vedere. 

Questo è l’arcano potere della paura. Questo è lo sguardo di Medusa!


Come tutte le donne, Medusa, possiede un dono speciale, il potere dello sguardo, quello stesso sguardo mortale, che venne ribaltato contro di lei dallo scudo specchiante di Perseo, suo carnefice.



  Nel mito prevalgono, oltre al riflesso, altri due simboli molto forti: la pietra e i sandali alati.

La pietra rappresenta la paura arrestante della proiezione verso un futuro indesiderato e spiacevole per noi — il fasciarsi la testa prima di rompersela — la paura che ci pietrifica e ci blocca negandoci la possibilità di pensare solamente una cosa diversa dalle nostre corde.

 Le ali dorate (poste sia sul capo di Medusa sia sui sandali di Perseo), rappresentano la leggerezza che ci permette di cambiare il punto di vista, la flessibilità, la capacità di poter prendere in considerazione quel qualcosa di diverso da noi.      

Il mito di Medusa è entrambe le cose perché è frutto della consapevolezza di poter cambiare il destino; il bisogno insito nell’animo umano che vede conciliare in se il bello e il brutto, il semplice e il difficile, il pesante (la pietra)  e il leggero (le ali). 

Un affronto che inizia con una ricerca coraggiosa e si consuma con un taglio di falcetto, che divide in due il mito stesso invitandoci a cambiare punto di vista venendoci incontro con un’immagine che ultimamente rimbalza sui social prepotentemente.            

La scultura dell’artista italiano Luciano Garbati smentisce l’immagine “vittoriosa” di Perseo esposta in Piazza della Signoria a Firenze, che tiene in mano la testa tagliata di Medusa.

Nella rielaborazione di Garbati vediamo la testa di Perseo in mano a Medusa. Vediamo una Medusa decisa e arrabbiata pronta a lottare non per adempiere all’ordine di un re orgoglioso, ma per legittima difesa. Questa nuova immagine di Medusa non ci ricorda le donne che, piuttosto di accettare la violenza, decidono di difendersi denunciando il torto subito?

Medusa è vittima sia degli umani che degli dei e questo spinge Garbati a dare a Medusa un immagine ed un destino diverso, immaginando questa vicenda attraverso gli occhi di una donna. Spero che questa nuova immagine di Medusa “sopravvissuta”, possa portane all’avvento di nuove narrazioni che sostengano la leadership femminile.

 




Francesco Fiorentino

a.francescofiorentino@gmail.com






    




martedì 30 giugno 2020

CARNE DI GATTI PER TUTTI

 RUBRICA DI ATTUALITÀ


"Pensare fuori dalle Righe"






Sono di queste ore le immagini, registrate a Livorno, che ci mostrano un fratello immigrato nell'atto di preparare, in pieno giorno, la sua cena a base di carne di gatto.
Il video, condiviso a mio avviso con parole poco intelligenti dall’On. Giorgia Meloni che ha sfruttato l’occasione per fare la propaganda politica alla quale ormai ci siamo abituati da tempo, ci ha consegnato anche le parole sdegnate di alcuni passanti. Parole condite, come d’uopo quando si parla di immigrati, da insulti e volgarità.

Non voglio entrare nel merito della questione se questo signore fosse regolare, clandestino, ecc … voglio fermarmi al fatto consegnatoci dalle immagini.

Un uomo di colore cucina della carne di gatto per cenare (questo si evince dal video). Ora, premesso che non mangerei mai un gatto perché non fa parte della mia cultura, mi domando: davvero è questa la cosa scandalosa e incivile, violenta e immorale? Tengo presente, e io ho amici italiani che lo fanno, che anche dalle nostre parti alcuni mangiano carne di gatto.

Fatemi capire … nelle vostre case non mangiate carne di nessun genere? La Signora Meloni è vegetariana o vegana? Non avete un parente che va a caccia o a pesca? E sono degli orchi brutti da stigmatizzare verso i quali non “usare alcuna tolleranza”(cfr. Giorgia Meloni)?

Proprio in queste ore in cui si sta discutendo la legge sulla transomofobia i nostri politiconi, che da tempo hanno derogato l’uso della ragione in favore del demagogismo, stanno mettendo in piedi una serie di riflessioni (chiamiamole così) sulle discriminazioni culturali. 

Ora fermi tutti … se un uomo o una donna, per la sua cultura personale, decide di passare da Francesca a Francesco, o viceversa, nessuno può dire che sia un’assurdità perché è una questione culturale/personale - dicono. Se, invece, un uomo probabilmente abituato a mangiare gatti per una questione culturale o forse di necessità, lo fa in occidente, è una bestia. Questa non è discriminazione culturale? 

Io vorrei che gli amici animalisti, e insieme a loro tutti quelli che si sono scandalizzati per questo gesto, mi spiegassero la differenza tra un maiale e un gatto. Perché ammazzare l’uno (con dei riti suggestivi tra l’altro) va bene e l’altro no. Mi si dirà: è solo una questione culturale. Appunto. E allora davvero serve scatenare tanta violenza contro questo povero ragazzo che, a mio avviso, ha sbagliato in una sola cosa, ovverosia fare quel teatrino in un luogo pubblico? 

Forse il nostro G. Orwell risponderebbe dicendo: Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri. 
E certamente, nel contesto della sua celeberrima opera (animal farm), non sarebbe mica contento di rispondere così.

Io onestamente, giorno dopo giorno, rimango sempre più basito dal qualunquismo con il quale si approcciano le questioni quotidiane percepite e rilanciate soltanto attraverso gli istinti e le emozioni soggettive. Da bambino credevo che mia madre e mia nonna fossero due bestie assetate di sangue perché uccidevano i conigli (che poi, però, mangiavo con gusto).

Da bambino … ma forse è proprio questo il punto: non voglio rassegnarmi a credere che siamo una società infantile.




Don Giuseppe Fazio
gfazio92@gmail.com






martedì 26 maggio 2020

LA PANDEMIA, LA PAURA E IL VASO DI PANDORA

RUBRICA DI ARTE E LETTERATURA


"Mito, mistero e realtà"





Rubando il fuoco della conoscenza agli dèi per donarlo agli uomini, Prometeo, fece andare Zeus su tutte le furie. Il re dell’Olimpo non si limitò a punire il titano e decise di estendere la punizione anche sugli umani, ma senza apparire come un dio crudele. Così Zeus ordinò ad Efesto, dio del fuoco, di creare con argilla e acqua l’esemplare femminile della specie umana ancora inesistente: la donna.
Il fabbro degli dei con dita sapienti plasmò un volto soave ispirato a quello delle dee e una volta cotta, tinse la statua di tenero rosa dandole come anima una scintilla del fuoco divino.  Fu Atena a completare il  capolavoro di Efesto, soffiando sull’opera plastica, conferendole lo spirito vitale e solo allora la donna aprì gli occhi, sorrise e tutti gli dèi le omaggiarono dei doni:

Atena fornì la donna di una splendida e candida veste decorata di gemme, le cinse i fianchi di perle e le pose sul capo una corona istoriata con le sue mani.
Le grazie le adornarono il petto e le braccia con monili scintillanti; Afrodite sparse sulla testa della fortunata ragazza, tutte le arti della bellezza e della seduzione, mentre le Ore dalle lunghe chiome dorate, acconciarono i capelli della donna con serti di fiori profumati appena raccolti. Ermes, il messaggero degli dèi, rese scaltra la sua indole instillando sulle curve delle sue labbra, discorsi affascinanti ma ingannevoli.
Anche Zeus constatando che la bellezza della donna umana era superiore ad ogni elogio, volle offrire il suo dono prima di mandarla fra gli uomini. La chiamò Pandora (dal greco "pan doron = tutto dono”) poichè tutti gli dèi le avevano donato qualcosa e le offrì in dono un vaso con l’ordine di non cedere mai alla tentazione di aprirlo.

Zeus affidò la fanciulla ad Ermes perché la portasse in dono ad Epimeteo che si innamorò di lei e l’accettò come sua sposa.
Ma poco a poco la curiosità diventò un tarlo nella testa della fanciulla: che cosa dunque conteneva il prezioso vaso intarsiato donatole da Zeus? E se avesse aperto appena un pochino il coperchio e avesse curiosato con precauzione da uno spiraglio?
La donna sollevò il coperchio e infilò il viso nella breve fessura, ma ciò che avvenne la costrinse ad indietreggiare inorridita. Un fumo antracite uscì a folate dal vaso e mostruose creature iniziarono ad innalzarsi nel cielo ricoprendo di tenebre l’intero mondo.

Dal vaso, rapidamente e irrefrenabilmente, uscirono come fulmini tutti i mali estranei all’umanità: l’odio, il dolore, l’invidia, la malattia, la violenza e la pazzia, le brutture, i vizi, la vecchiaia, la morte e così via.
Invano Pandora, cercava affaticata e terrorizzata di chiudere il vaso, di trattenere i mali rimediando al disastro ma la vendetta di Zeus si era compiuta e da quel giorno la vita degli esseri umani fu desolata da tutte le sventure. Quando tutto il denso fumo svaporò nell’aria e il vaso parve vuoto, Pandora guardò all’interno dove svolazzava ancora un grazioso uccellino azzurro; era Elpis la Speranza. 

Cosi fu punito il genere umano dalla regale divinità di Zeus, per non aver rispettato il volere del sovrano del mondo e di tutto ciò che lo abita. I mali più feroci erano e sono ancora liberi per il mondo, ma per porre sollievo a tutto questo, Zeus ci fece dono di un dolce azzurro conforto: la Speranza che non abbandona mai nessuno.


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La centralità del mito è occupata dalla creazione artistica della donna che viene modellata con argilla, e ciò che avviene in questo mito è, a parer mio, il sogno di ogni artista, ovvero quello di  vedere le proprie opere prendere vita.

L’arte contemporanea, ci propone un’opera di Patricia Watwood, adatta ad accompagnare questa riflessione. Nella raffigurazione di Patricia, la vicenda di Pandora si svolge in un mondo distopico, non troppo distante dal nostro, dove la giovane è nuda e sembra contemplare la schiusa del vaso appena avvenuta, riversando sul mondo le più drammatiche conseguenze della tecnologia e dell’inquinamento.

Il retro di un vecchio video registratore (oramai in disuso) sulla quale Pandora è seduta, rende molto bene l’idea della repentina evoluzione della tecnologia. Fermatevi qualche minuto ad osservare anche i piccoli dettagli che arricchiscono l’opera di significati, come i cavi spezzati, la plastica, le sigarette, l’aereo o il colore di Elpis che si rifà alle tinte del cielo. Tra i simboli selezionati affinché nutrano l’opera di messaggi celati vi sono i papaveri, il rossore sanguigno del cielo che insieme al teschio conferiscono nell’immaginario una sorta di memento mori.

Ciò che è incredibile è scoprire che i greci fin da allora  avessero intuito il secondo principio della termodinamica. Cosa dice il secondo principio della termodinamica?  
Ogni qual volta la materia si trasforma in energia una parte di questa materia diventa inquinamento e disordine. Non solo, ma questo disordine, questa parte “non buona” è sempre più grande  del buono che crediamo di aver fatto. L’esempio eclatante possiamo trovarlo nel petrolio, che noi tramutiamo in carburante per automobili, una parte di questo petrolio diventa anidride carbonica, che  disperdendosi nell’ambiente, genera come ben sappiamo vari scompensi. Noi crediamo di aver fatto una buona cosa, inventando l’automobile, l’aereo, l’energia nucleare per poi ritrovarci avvolti in una pandemia fuoriuscita dal vaso con una forza incontenibile. 

L’opera di Watwood dipinge la realtà, enfatizzandone i nefasti aspetti che tutti noi abbiamo paura di riscontrare quando ci accorgiamo di aver aperto un vaso che doveva restare chiuso.  La verità è che per vivere abbiamo bisogno sia del bene che del male; senza il male il bene non avrebbe senso e viceversa. Abbiamo paura di confrontarci con il nostro male e sfruttiamo energie per tenerlo al chiuso dentro il vaso, quando sarebbe più facile lasciarlo fuoriuscire per affrontarlo e controllarlo.
La realtà che stiamo vivendo nel presente, ha a che fare con una pandemia, un conseguente distanziamento sociale e preoccupanti dubbi che rendono il futuro incerto sotto svariati aspetti: possiamo però convenire sul fatto che questo male abbia in un certo senso contribuito ad unirci o quanto meno a valorizzare tantissime cose che prima davamo per scontate? Come lo stare a casa, in famiglia o soli con sé stessi, recuperando vecchi ricordi guardando all’interno del proprio vaso.



Francesco Fiorentino
a.francescofiorentino@gmail.com






domenica 24 maggio 2020

SE UN SINDACO DEPONE LA FASCIA E GLI ALTRI DORMONO…


 RUBRICA DI ATTUALITÀ


"Pensare fuori dalle Righe"






Non faccio mistero del fatto che da tempo ormai la politica mi ha deluso e ha reso il mio cuore un po’ disattento alle questioni di partito. Purtroppo, da tempo ormai, in Italia, infatti, la politica ha smesso di curarsi del “bene comune”. Stolta e distratta si è piuttosto innamorata di se stessa prendendo a cuore le questioni “di partito appunto”. 

Esistono, però, persone impegnate in politica che manifestano ancora qualche rantolo di quella Politica bella, intesa quale servizio; quella Politica con la “P” maiuscola alla quale Papa Francesco richiamava l’Azione Cattolica proprio nel 150° anniversario della sua nascita.

Sono uomini e donne capaci di rinunciare al loro posto quando questo diventa luogo del ricatto e del compromesso piuttosto che del servizio e della donazione. Uomini e donne semplici, che non fanno rumore. Uomini e donne, certo, pur con i loro limiti, ma che ancora manifestano qualche segno, forse pur debole, di una politica diversa.

Sono pochi appunto, rarissimi. Lo costatiamo ancora una volta dinanzi alle minacciata consegna della fascia tricolore del sindaco di Cetraro per la questione, quasi diventata barzelletta, del punto nascita dell’ospedale di Cetraro.

Bene … mentre un sindaco tenta un atto disperato, intorno il silenzio. Su una questione di massima urgenza non ci sono altri sindaci capaci di seguire questo gesto disperato, ma forte. Che tristezza. Dicono che la sanità ormai si privatizza anche in Italia, a me sembra che si sia privatizzato il bene comune per cui, se un ospedale ricade nel territorio comunale di un sindaco, è solo affare suo. Poco importa se questo punto nascita, nei decenni, ha visto nascere bambini appartenenti a decine di svariati comuni.

Sento di scriverlo con pacifica e schietta franchezza, nessuno me ne voglia: se un sindaco depone la sua fascia e gli altri tacciono … io ho paura!

Mi fa paura questo silenzio perché urla ad alta voce come contino soltanto gli interessi privati e, magari, i consensi degli amici che nelle elezioni portano voti. 

Mi fa paura questo silenzio perché diventa contagioso … quando è rientrata in Italia Silvia Romano ogni sciocco ha perso tempo per parlare, alzare la voce; mentre una burocrazia asfissiante distrugge un ospedale, invece, a parlare sono sempre pochi, sempre gli stessi … di cui una buona fetta, forse, solo per solcare una passerella. 

E così, mentre la politica viene privatizzata dagli interessi di partito, la società, i singoli cittadini, leoni da testiera e micioni (per non dire un’altra parola) nella vita, rimangono intontiti a guardare la realtà come un miraggio lontano.

Pensavamo che la Quarantena avesse sbloccato i nostri cuori induriti e, invece, ci riscopriamo più assopiti di prima.

Sento, dunque, di esprimere la mia vicinanza al Sindaco di Cetraro, della mia Cetraro e, con affetto, anche se non ho fasce da deporre, io ti accompagnerò, sperando che il mio invito sia colto da tanti altri … magari quel giorno non sarai solo, come in effetti – è giusto dirlo – solo non lo sei mai totalmente stato. 


Don Giuseppe Fazio
gfazio92@gmail.com



sabato 2 maggio 2020

LA LUCE DI PROMETEO NEL BUIO DELLA QUARANTENA

RUBRICA DI ARTE E LETTERATURA


"Mito, mistero e realtà"





Il mito narra che gli dei stanchi di vedere la terra desolata, incaricarono Prometeo (colui che pensa prima) e suo fratello Epimeteo (colui che pensa dopo) per creare gli esseri viventi destinati ad abitarla. 
Prometeo, il Titano molto apprezzato dagli dei dell’Olimpo, con creta ed acqua creò la razza umana, modellando le statue ad immagine e somiglianza degli dei. Plasmati gli uomini e gli animali, constatò quanto però fossero nudi e indifesi, decise allora di completarli con qualche piccola aggiunta, affidando a suo fratello Epimeteo, il compito di munirli di risorse per la sopravvivenza. 

Epimeteo raccolse in un sacco le virtù offerte dagli dei: artigli, pinne, ali, zanne, pellicce, agilità, grandezza, forza e tutte le varie doti necessarie alla sopravvivenza, che, alternate tra loro, rispondevano a sottili equilibri di comparazione. Distribuiti tutti i mezzi di salvezza in modo tale che nessuna specie potesse estinguersi, Epimeteo si rese conto di essersi dimenticato degli uomini, lasciando questi ultimi  privi di ogni attrezzatura per affrontare gli animali feroci o le intemperie stagionali provenienti da Zeus.

L’uomo era nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi. Intanto era giunto il fatidico giorno, in cui le statue sarebbero state chiamate alla vita. Prometeo disperava per il breve destino infelice che spettava all’uomo senza alcuna arma. Vedendo gli uomini soffrire il gelido freddo notturno, non volle starsene con le mani in mano, e mosso da un estrema fiducia nei confronti degli uomini, commise un vero e proprio furto. Entrò di nascosto nella casa comune di Atena ed Efesto, dove i due lavoravano insieme e rubò la scienza del fuoco di Efesto e la perizia tecnica di Atena per donarle all’uomo.
La punizione di Zeus per la sua disobbedienza fu terribile. Zeus ordinato a Cratos (la forza), e Bia (la violenza) che il titano venisse incatenato ad una rupe del Caucaso. Comandò ad un Aquila di rodergli il fegato, dall’alba al tramonto e, affinché il supplizio fosse eterno, fece si che il fegato di Prometeo ricrescesse durante la notte. Sarà Eracle, figlio di Zeus, dopo moltissimo tempo ad uccidere l’aquila e, con il consenso del padre, a liberare Prometeo da quell’orribile supplizio.

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 La versione neoclassica del miniaturista e incisore tedesco Heinrich Friedrich Füger, riesce in una singola opera a fondere gli ideali estetici di pittura e scultura. Füger da buon romantico individua e raffigura il momento più delicato del mito, ovvero quello in cui Prometeo, con in mano la fiaccola, che nella mitologia greca simboleggia forza divina e conoscenza, sta per donare lo spirito vitale alla statua umana, inerte e senza vita. 

La scelta del contrasto cromatico è raffinata e carica l’opera di emozione. Prometeo tinteggiato da colori caldi e luminosi è appena atterrato sulla terra dopo il fatidico furto, e invita lo spettatore a fare silenzio, mentre lo sguardo rivela tutta la pericolosità del rischio che il gesto d’amore per l’uomo lo ha spinto a fare. 

Il suo corpo riempie l’intera opera perché è lui il protagonista, ma un dettaglio importante e affascinante lo nel contatto tra i due soggetti. L'alluce di Prometeo si allinea a quello della statua umana fatta di argilla, rendendola un’estensione di se stesso.

L’arte ha considerato Prometeo come il simbolo del coraggio e dell’amore, rappresentando il meglio dell’uomo, elevandolo al di sopra della sfera materiale con la creatività, il genio, l’ispirazione poetica e la tensione spirituale.

In questo mito viene raccontato il rapporto tra l'umano e il divino: un rapporto fatto di inganno e di fiducia, di furti e di doni, di compassioni e di supplizi e ciò che ci colpisce probabilmente è come già all’epoca, fosse così chiaro l’ambiente contrastante in cui ebbe origine la natura umana, non a caso plasmata da due anime legate e opposte, due fratelli che incarnano, il PENSIERO PREVIDENTE (Prometeo) e il SENNO DEL POI (Epimeteo).

Attraverso Prometeo si può ragionare, in maniera suggestiva sull’inizio dell’umanità sapiente, la quale, attraverso la memoria e lo sviluppo della tecnica dell’agricoltura, inizia per la prima volta a civilizzarsi mettendo da parte qualcosa (il raccolto), adattandosi ai tempi e alle regole della natura, formulando un linguaggio di comunicazione e capendo che l’unione fa la forza (nella caccia), anche se, al contempo, può generare attriti tra i pari.

Stiamo vivendo un particolare momento storico in cui ci sentiamo tutti come Prometeo legati ad una rupe, spenti, angosciati e soprattutto soli, nella continua aspirazione al bene di un mondo abbandonato nell’oscurità dagli dei. 
Questo senso di impotenza, richiede da noi  oggi il “titanico” sacrificio di vedere l’aquila arrivare ogni mattino al nostro fegato. L’inclinazione e l’impulso alla resa a questa paura rapace, è instillata dalla natura “epimeteica”che risiede in ognuno di noi. L’amore  per l’attività eroica intesa anche come volontà, deve essere fatta nascere, lottando pur prevedendo il sacrificio che esso richiede seguendo l’esempio “prometeico”. Queste due forme sono in tutti noi, e a tutti noi sta la possibilità e la scelta di come affrontare questo “supplizio”.

Noi non abbiamo le mani legate ad una colonna dorica nel mezzo di una rupe. Non siamo prigionieri. Siamo protetti, invitati a proteggerci e possiamo allontanare l’aquila utilizzando il magico fuoco della saggezza, che tutti abbiamo dentro. 
Il supplizio è davvero eterno o arriverà la salvezza? La vera salvezza arriverà tramite un compromesso o tramite una sconfitta? 
I miti non danno risposte, ma pongono domande, quel che è certo è che, chi “utilizzerà la torcia” vedrà. Noi umani, grazie a Prometeo, avremo sempre la capacità di scegliere da quale parte stare.



Francesco Fiorentino
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