martedì 19 febbraio 2019

IL MARE ED IL PESCE NON POSSIEDONO NESSUN “RE”

Rubrica di Attualità

"Pensare Fuori dalle righe"






Nel Capitolo I del Libro della Genesi, dopo che Dio ha creato l’uomo e la donna, così leggiamo: Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra».

Un testo sempre interessante da leggere che contiene svariate ricchezze e che non è mio intento mostrare in questa sede. Rientra nelle mie intenzioni, invece, porre attenzione sul fatto che il creato - per chi crede - è un dono che Dio ha fatto a tutti gli uomini e che, proprio in quanto tale,  non è una prerogativa di singoli, di re o presunti tali. Per chi non crede, invece, si può semplicemente dire - per citare una frase di Papa Francesco - che il creato è "la casa comune" di ciascuno di noi. Non, dunque, una proprietà privata.

Non è stato così, invece, per quanto riguarda il mare ed il pescato che, per diversi decenni sulla costa tirrenica, e non solo, della Calabria, è stato letteralmente controllato dal cosiddetto – appunto – “Re del Pesce” Franco Muto, il quale ha imposto, con forza e anche scaltrezza, il suo “governo” ed i suoi desideri di potere e di soldi. Uso la forma verbale al passato, non perchè credo che il problema sia risolto, bensì perché da diversi anni, seppur lentamente, questo potere penso sia stato fortemente messo in discussione da tanti uomini: cittadini, esponenti di istituzioni, civili e religiose, forze dell’ordine, ecc...

Un segno evidente di quanto vado scrivendo è la manifestazione tenutasi alcuni giorni fa sul porto di Cetraro. Il Sindaco, il prof. Angelo Aita, insieme all’amministrazione comunale tutta, e ai pescatori del paese, hanno provveduto ad avviare concretamente il mercato ittico da tempo solo "strutturalmente" messo a disposizione della comunità. Un segno importante questo … che mostra una cittadina che non ha paura di manifestare il desiderio di riappropriarsi delle proprie bellezze e ricchezze. Solo dieci anni fa un’iniziativa del genere era impensabile. 

Purtroppo non sono potuto essere fisicamente presente per via degli impegni a cui la mia vita sacerdotale e la mia formazione mi “sottopongono”, però sono stato molto contento di sapere che tanta gente ha aderito all’iniziativa, prova ne è il fatto che il pescato sia stato venduto nel giro di sole due ore. 
Così come ho gioito dell’adesione dei pescatori che hanno offerto il frutto del loro lavoro all’amministrazione comunale per rivenderlo in questo luogo significativo che la nostra comunità con fatica e con l’impegno degli amministratori ha voluto.

Questa gioia è attenuata certamente dalla consapevolezza che c’è molto da camminare e ancor di più dalle molte assenze significative dei sindaci e delle istituzioni (a vario titolo) invitate e anche di quelle non invitate (perché la faccia non ce la si mette sempre e solo sotto invito!). Ma non vorrei soffermare l’attenzione su questi aspetti, perché ogni tanto vale la pena di gioire dei piccoli risultati. 
Un appello, invece, lo vorrei rivolgere ai miei coetanei, ai più giovani, ma anche a tutte quelle persone che spesso si sono trincerate dietro la frase “Ma se le istituzioni non fanno nulla, noi che ci possiamo fare?”. 

Come accennavo, abbiamo da diversi anni segni positivi di gente che s'impegna concretamente: Il comune, le scuole (basti pensare alle molte iniziative che si mettono in piedi annualmente nei nostri licei che, tra le altre cose, hanno aderito attivamente all’iniziativa menzionata), le associazioni (ultimamente ha preso piede  il concorso istituito da “Il Sipario” dal titolo “Bocciamo l’illegalità), ecc … 

Adesso occorre non isolare questi “semi” che vengono lanciati in un terreno difficile. Occorre metterci la faccia, rimboccarsi le maniche, credere che è possibile un cambiamento. Occorre, in altre parole, decidere seriamente da che parte stare. Occorre davvero convincersi del fatto che non esistono re e regine, fanti o cavalieri, ma uomini e donne che vogliono riscattare le loro risorse e uomini e donne che, invece, le vogliono sfruttare a scapito della collettività. 

In mezzo? Ci stanno le categorie peggiori: gli indifferenti e i rassegnati! E noi … io … da che parte sto?




Don Giuseppe Fazio






domenica 10 febbraio 2019

UNA DONNA CHE ABORTISCE È UNA DONNA INGANNATA

RUBRICA DI ATTUALITÀ

"Pensare fuori dalle Righe"



Da diverse settimane fa discutere la legge approvata a New York secondo la quale abortire, anche il giorno prima del parto, sarebbe lecito.
Dopo l’ennesima Domenica ricca della Grazia di Dio, di tanti incontri, sorrisi, domande, paure raccolte nel difficile, ma straordinariamente bello, ministero della Confessione, leggo ancora un articolo che commenta questa barbarie firmata U.S.A.: pare – non so se sia vero – che diversi bambini, visto lo stato avanzato della gravidanza, vengano estratti vivi dal grembo della madre e poi uccisi. Mentre leggo questa notizia, purtroppo, mi accorgo che non so più sorprendermi. Provo solo tanto dispiacere.
Alcune ore dopo prendo a leggere, per distrarmi, un libro: “Siamo nati e non moriremo più”. È la storia di Chiara Corbella, una donna straordinaria. Tre gravidanze portate avanti. Due con figli malformati e con la consapevolezza che i due piccoli sarebbero morti dopo poche ore. La terza, poi finalmente con il bimbo sano, ma con l’amara scoperta che ad essere malata questa volta – di tumore – era proprio la mamma. Una donna straordinariamente forte che non si cura per far nascere il proprio gioiello. 

Ecco … mentre leggo questo libro trovo parole illuminanti: 

“Padre Vito ha raccontato che il demonio confonde, mette in testa alle persone la convinzione che i figlio sono nemici, che un figlio ti toglie la vita, che un figlio ti impedisce certi risvolti esistenziali, certe opportunità lavorative, certe soluzioni affettive. […] Una donna che abortisce è una donna che è stata ingannata. Nessun figlio le ruberà la vita […]. Alla base della decisione di abortire c’è una menzogna tanto più forte ed efficace quanto più nascosta ed inespressa. La menzogna dell’alternativa”. 

Queste parole sono state per me come un faro acceso all’improvviso. Mi son detto: ma se l’uomo e la donna per natura possiedono l’istinto alla sopravvivenza; se per natura sono attaccati alla vita; se per natura possiedono l’istinto alla riproduzione, alla conservazione della specie; se per natura sono fatti per amare … allora se scelgono l’aborto è solo perché nei loro cuori è stata piantata una menzogna.

Sì … non solo la menzogna che quell’ammasso di cellule non sia vita, ma anche la menzogna che quel bambino nascente sia un peso, un problema, un ingombro, che sia, forse, soltanto il segno incancellabile di una violenza subita. Una menzogna brutta, violenta che nega la bellezza di quel bambino. Una menzogna che vuole nascondere l’occasione di amare, di arricchimento, di crescita, di scoperta che una vita nuova offre ai genitori che l’accolgono.

Un uomo e una donna che scelgono l’aborto sono due persone frodate della cosa più bella che si possa desiderare umanamente: essere genitori. Sono frodati per ben due volte: non avranno più quel bambino specifico – forse altri, ma non quello. In secondo luogo, quando nel loro cuore sorgerà la consapevolezza di quell’atto, avranno a che fare con ferite e dolori davvero difficili a rimarginarsi. 

Questo non lo dicono i giornali, non lo dicono i sinistrosi, non lo dicono i medici (almeno non tutti). Lo può dire chi c’è passato e noi preti. Sì, noi preti che accompagniamo quelle donne e quegli uomini frodati che saggiano il senso di una disperazione davvero fitta. 
Che fregatura: ci stanno ingannando e pensiamo sia una conquista. 




Don Giuseppe Fazio






domenica 3 febbraio 2019

QUAL È IL TUO ORGOGLIO?

RUBRICA DI ATTUALITÀ

"Pensare fuori dalle Righe"


Si è da pochi giorni conclusa la giornata mondiale della gioventù, quest’anno tenutasi a Panama. Di rientro dal viaggio il papa, nell’intervista concessa durante il viaggio, ha detto di essere stato colpito dall’orgoglio della cittadinanza locale. Molti uomini – diceva il pontefice – al suo passaggio sollevavano i loro figli quasi a volergli dire: questa è la mia vittoria, il mio orgoglio. Si domandava poi il papa: e noi? Quale orgoglio abbiamo? La macchina, il vestito, il cellulare? Quale la nostra vittoria?

Non so se il Papa abbia fatto questa dichiarazione di proposito, ma certamente, dopo aver appreso la notizia dell’approvazione dell’aborto in qualsiasi momento della gravidanza (anche il giorno prima del parto) a New York, mi verrebbe da pensare che davvero il nostro orgoglio sta diventando sempre più il nostro egoismo. 
Noi, come società e come singoli, stiamo diventando orgogliosi del nostro egoismo. Ciò che sembra importare è la difesa delle nostre voglie, dei nostri pensieri, delle nostre esigenze perché – così si dice – la libertà viene prima di tutto.

Non ci accorgiamo che, in fondo, questo è un modo di fare violento, autoritario, animalesco. Un modo di fare che privilegia il più forte e distrugge il più debole, colui che non può parlare.
Non nego che sono spaventato dal fatto che questo modus agendiappare sempre più consacrato da alcuni uomini di politica, salvo il lamentarsi se poi qualcuno diventa duro con lui, dal giornalismo, dalla televisione. 

Mi viene in mente in questo momento quanto mi raccontò la mia professoressa di italiano alle scuole medie. Disse che un giorno suo figlio le fece questa esternazione: mamma, la dittatura è una cosa bella, ma se il dittatore sono io. 

Questa esternazione di bambino, credo che in fondo sia ben radicata nel cuore di molti. Perché in fondo, diciamocelo onestamente, se il nostro orgoglio sono le nostre voglie, quelle degli altri finiscono per non contare un fico secco. Ma mi domando: questo è umano?




Don Giuseppe Fazio




giovedì 10 gennaio 2019

DIVIDE ET IMPERA: PRIMA GLI ITALIANI!

RUBRICA DI ATTUALITÀ
"Pensare fuori dalle Righe"



Cari amici, 

         mentre in questi giorni, nei pochi momenti di tempo libero, scorgevo la bacheca facebook sono stato preso da un grande dubbio di coscienza. Dinanzi a diversi post, che in sostanza affermavano con una certa violenza che non ci si poteva occupare degli immigrati, mentre i terremotati patiscono il freddo e la neve, mi sono detto: Forse questi non hanno tutti i torni. Forse davvero dovremmo, come alcuni politici insistono, dare priorità prima agli italiani. Forse non dovevo scrivere la riflessione della settimana scorsa, forse questa storia dell’accoglienza sta diventando ideologia proprio come quella della non accoglienza. Forse … Forse … Forse … 

Mentre questi pensieri si agitavano in testa sono incappato, però, in una lettera scritta da una donna nigeriana  e pubblicata da “famiglia cristiana” (http://www.famigliacristiana.it/articolo/lettera-a-salvini-di-un-immigrata-africana-cara-ministro-la-faccia-brutta-la-faccia-ai-potenti-che-occupano-casa-mia.aspx). Penso di dover ringraziare questa donna perché mi ha dato la possibilità di approcciare la questione da un altro punto di vista: quando si è nella sofferenza l’uomo non dovrebbe avere dei primadopo. Si obbietterà: bisogna valutare le risorse, le condizioni, le necessità, le opportunità. Tutto vero. 

Sfugge però qualcosa. La questione degli immigrati in mare (che non è detto debbano essere accolti per forza dall’Italia. Su questo servono delle politiche più intelligenti!) non toglie nulla a nostri fratelli terremotati. Prova ne è il fatto che quel governo che sbandiera il “prima gli italiani” è lo stesso che, almeno da quanto si legge in giro sulle bacheche di tanti ben pensanti, trascura questi fratelli e queste sorelle abbandonati alla neve e al gelo. 

La questione non è ancora chiara. Infatti, sempre sulle bacheche di questi ben pensanti la rabbia per il gelo patito dai nostri fratelli terremotati non viene indirizzata contro il governo attuale, ma contro quelli passati o contro quelli che solidarizzano con i fratelli abbandonati in mare. Ora mi domando: ma non è che questa storia degli immigrati, paragonata con quella dei terremotati, per caso sia una sorta di divide et impera? Non è che la storia delle “priorità” sia solo un modo per giustificare la propria agenda politica, facendo leva sulla pancia degli italiani troppo delusi e arrabbiati? 

Sono domande, per carità, che attendono risposta. Una, però, ce l’ho: abbiamo abbastanza risorse per accogliere chi viene da fuori a causa degli errori della nostra politica occidentale e abbiamo anche le risorse per i nostri fratelli terremotati. Anzi, per quelli dell’Abruzzo, come per quelli dell’Aquila, come per quelli di Messina (ricordiamo che esistono ancora le baraccopoli a distanza di decenni!) sono stati stanziati e forse anche spesi. Chissà, forse … forse … nel modo sbagliato. Ma perché allora al posto di abbaiare contro chi dice che è indegno lasciare un centinaio di persone nel mezzo del mare per giorni interi, non si chiede conto delle risorse fatte sparire, come si è soliti fare in Italia tra appalti, bustarelle, ritardi e parcelle? 

Dicevo una risposta ce l’ho: quando si tratta della sofferenza non esistono prima dopo, dovrebbe nascere spontanea una sorta di compassione (patire insieme) per trovare insieme delle soluzioni.  Invece, pare proprio che qui ci sia chi si diverte ad alimentare divisione.  È interessante che nella Bibbia il diavolo sia propriamente il divisore. Infatti, se egli divide i figli dal Padre e mette i fratelli gli uni contro gli altri, può fare quello che vuole.


Don Giuseppe Fazio




sabato 5 gennaio 2019

Abbiamo smarrito l’umanità e siamo divenuti animali.

RUBRICA DI ATTUALITÀ
"Pensare fuori dalle Righe"



Vi ricordate la scena di quell’uomo che, in preda al panico, in mondovisione, si lancio da una delle due torri gemelle colpite da un aereo dirottato? Era il 2001, avevo appena nove anni. Pensai in quel momento, e lo ripenso ogni volta che rivedo quei fotogrammi, a quanta disperazione quell’uomo deve aver avuto per gettarsi da quell’altezza. Avrà pensato – mi dicevo – che forse avrebbe avuto più possibilità di salvarsi gettandosi nel vuoto.
Quell’anno, quell’attentato toccò il cuore e la storia di tutto il mondo. La causa di tutto era il terrorismo internazionale. Nei mesi successivi sono nate associazioni culturali, comitati, alleanze, per la lotta al terrorismo: per la lotta militare e anche culturale. Da quel 2001 son scaturite diverse guerre. Il nemico cattivo andava distrutto. 

Ieri, a distanza di diciassette anni, mi è sembrato di rivedere quell’uomo. No, certo questa volta non c’entra nulla il terrorismo, non c’è una nazione potente sotto attacco, e la pelle di quell’uomo non è bianca, bensì nera. È un emigrato che, costretto a rimanere sulla nave per diversi giorni, ha pensato di avere più possibilità di vita e di pace gettandosi in mare, a 0°, per raggiungere a nuoto Malta, che distava da lui circa un km. 
Per fortuna questa volta intervenire è stato più facile e l’uomo è stato salvato. 

Non so perché, ma l’associazione delle immagini è stata immediata. Mentre scrivo già immagino le reazioni dei ben pensanti: il primo era un uomo a lavoro, il secondo uno che viene nel nostro paese per rubare, mangiare e bere a spese nostre e per stuprare i nostri figli. Se l’è cercata!

Mentre i nostri politici discutono, mentre la manovra finanziaria pare sia decollata, mentre noi abbiamo consumato i nostri bei panettoni scambiandoci i nostri auguri, nella maggior parte dei casi forse anche superficiali e semplicemente di “rito”, mentre scorre tutto questo … su quella barca rimangono esseri umani in cerca di vita e di pace. Quella pace che abbiamo contribuito a distruggere con la vendita delle armi, con gli interessi sul petrolio, con quei soldi sprecati che, come ci hanno mostrato alcuni giornalisti veri, come Amedeo Ricucci, sono andati a gonfiare le tasche già gonfie di chi, in quella terra insanguinate, specula sulle vite dei civili disperati. 

Non so voi, ma io me lo domando. Nella mia stupidità mi domando se ci rendiamo conto fino in fondo che quelle persone sono esseri umani con sogni, speranze, delusioni, ferite, paure. Sono persone che un giorno hanno sognato, come te e come me, una famiglia felice, un lavoro dignitoso. Mi domando se ci si rende conto che anche loro son stati bambini, forse non come te e come me che abbiamo avuto il privilegio di festeggiare Natale in famiglia, davanti ad una cena calda, in una casa confortevole, in attesa dell’arrivo di Babbo Natale.

Nei miei occhi rimangono i volti di quei ragazzi appena minorenni che, con un gruppo di scout, ebbi la fortuna di incontrare quest'estate nelle strutture di "Progetto Sud" a Lamezia Terme. Occhi carichi di sofferenza, di speranza e di umanità. Chissà se sapremo ricuperarla anche noi. 

Me lo domando – e non lo nascondo – ho paura. Ho paura perché credo che abbiamo perso di vista l’umanità. L’abbiamo persa noi cittadini anestetizzati dall’indifferenza, l’abbiamo persa noi cattolici addormentati in un cristianesimo vano e confuso (cfr. Papa Francesco: “Meglio atei che contraddittori”) e l’hanno perso le istituzioni politiche che, al posto di abitare le bacheche dei social per mostrarci la loro intimità o la loro dieta, dovrebbero essere garanti di quei valori umani sanciti dalla nostra carta istituzionale. 
Cosa ne rimane? Abbiamo perso l’umanità e di conseguenza abbiamo iniziato a vivere da animali.

Buon anno a tutti!


don Giuseppe Fazio



lunedì 3 dicembre 2018

Vendiamo il Vaticano ...

RUBRICA DI ATTUALITÀ
Il mondo interroga la fede.
La fede interroga il mondo.


Non c’è limite all’assurdo. L’ho costatato anche ieri sera mentre facevo zapping per trovare un programma di mio interesse. Invitato da qualche parte, non ricordo dove, Vittorio Sgarbi, critico letterario (del quale non ho mai avuto modo di apprezzare le qualità meritorie in campo) e politico (dicono), ex sottosegretario di stato al Ministero dei Beni Culturali, ha trovato la soluzione per sistemare i migranti che con il nuovo decreto si trovano fuori dai centri di accoglienza. In uno dei suoi soliti deliri afferma: il papa dovrebbe vendere il patrimonio del Vaticano e della Chiesa e accoglierli. Se un critico d’arte e un politico propone di vendere un patrimonio artistico e culturale per risolvere il problema delle povertà (provocata da noi europei, Italia inclusa) e risolvibile diversamente, è piuttosto assurdo. Se questa affermazione venisse espressa pubblicamente come ieri sera nel mio paese (Romania), il signore rischierebbe il linciaggio. E, invece, nello studio nessuno reagisce. Possibile che per il mestiere che svolge, ed essendo italiano, non pensa che quel patrimonio sia degli italiani, il biglietto da visita che attira persone da ogni dove? Possibile che non lo senta anche suo? Possibile che uno chieda che venga venduto il proprio patrimonio artistico e culturale per sistemare (temporaneamente) un problema che (se vogliamo essere proprio “fiscali”) andrebbe risolto in primisda chi lo provoca? Me lo chiedo mettendomi nei suoi panni di critico d’arte e italiano orgoglioso di quanto gli antenati hanno lasciato in eredità. Perché noi cristiani non assolutizziamo mai il valore materiale delle cose. Diceva papa Francesco il 29 novembre: “I beni della Chiesa non hanno un valore assoluto, ma in caso di necessità devono servire al maggior bene dell’essere umano e specialmente al servizio dei poveri.” E non è il primo a dirlo: vendere i calici e i paramenti per sfamare i poveri è previsto della tradizione della Chiesa, lo troviamo negli scritti di Sant’Ambrogio, vescovo di Milano. 
Premesso che la Chiesa da tempo provvede in tante parti del mondo a supplire alle mancanze da parte degli stati (è ciò che in prima persona vediamo da anni nelle missioni in cui siamo volontari): mancanze economiche, sanitarie, educazionali e infine anche spirituali. Ammesso che, vendendo ciò che Sgarbi dice si riesca a sfamare un miliardo di persone (il che è un po’ difficile che possa essere risolutivo), mi domando: veramente è questa la soluzione sensata che può proporre un uomo di cultura nel 2018? Immagino che i geni dell’arte che hanno lasciato questo tesoro alla cultura italiana, ieri sera si siano girati nelle tombe.
 Come abbiamo letto, il papa e i cristiano non hanno alcun problema a farlo, ma da italiana mi chiederei come mai i politici non pensano alle cause di questo disastro economico? Per esempio: forse occorrerebbe iniziare a chiedere ai colossi che vanno a sfruttare i paesi del terzo mondo di non presentare più quei contratti assurdi attraverso i quali non solo ci prendiamo le ricchezze altrui, ma imponiamo che i lavoratori siano sempre i nostri. In questi casi, infatti, non si può assumere personale autoctono che solo in una piccolissima percentuale e solo per i lavori più umili. Da figlia di un ingegnere nel campo del petrolio ne so qualcosa. Li sfruttiamo a sangue e, prima o poi, ne pagheremo il conto. Qui o altrove.
Scrive Curtaz nel suo libro intitolato “L’ultimo sì: un Dio che muore solo come un cane”: “Sapete che i tre uomini più ricchi del mondo hanno un patrimonio personale superiore al prodotto interno lordo dei tre paesi più poveri del mondo? A loro però mai nessuno chiede di vendere nulla. Giusto, se li sono sudati a pico e pala i loro soldi, i poveretti! Sia: vendiamo San Pietro a Bill Gates che la userà per farne il suo attico in Italia. No, non mi convince. Sarà che sono valdostano e dalle mie parti le ottocento cappelle costruite nei villaggi dai nostri bisnonni sono state tirate su dalle braccia e dal sudore di tutti, facendole decorare agli artigiani valsesiani pagati con un piatto di minestra e qualche soldo, e che per loro era il luogo più bello del villaggio, il salotto comune da presentare agli altri, in una gara di bellezza e di arte che partiva dal popolo. Sarà che ancora oggi ogni valdostano considera la cappella come una cosa propria, ma l’idea che dei beni così preziosi che ora sono fruibili da tutti, vadano in mano a pochi, non mi sembra una grande trovata, sinceramente.  Sapete che il sopracitato signor Gates, persona dignitosissima e generosa (metà del suo patrimonio è destinato a una fondazione che porta il suo nome per opere benefiche), ha nel salotto di casa il Codice Leicester di Leonardo da Vinci, da lui acquistato per oltre 30 milioni dollari (la più alta cifra pagata per un libro nella storia) nel 1994? E che potrebbe usarlo come carta igienica in un giorno di euforia? Credo che l’arte sia un bene dell’umanità e che perciò debba essere goduta da tutti, non solo da chi si può permettere di acquistarla. No, mi spiace, facciamo così: teniamo la vendita di San Pietro per ultima. Prima proviamo a versare i soldi che i grandi della terra hanno promesso all’Africa e non hanno mai sganciato, o a diminuire le spese per le armi, o gli stipendi dei super manager che hanno fatto fallire le multinazionali e le banche. Poi ne riparliamo. […] Gesù chiede la condivisione, non l’elemosina. Nella Bibbia la ricchezza è sempre dono di Dio. E la povertà è sempre colpa del ricco.” 
Quando uno presenta un problema, e tu proponi la risoluzione, ma con le braccia degli altri, vuol dire che la questione non ti interessa minimamente. Non ho mai capito questo: se uno parla da cristiano, d’obbligo sarebbe chiedersi per primo cosa egli può fare in merito, e non guardare solo a ciò che possono fare gli altri. Se non parla da cristiano, perché mette di mezzo la Chiesa, di cui non conosce minimamente l’operato, dato che non sa nulla di ciò che la Chiesa da tempo fa già per i poveri?
 Se ognuno pensasse a migliorare la situazione di disagio che gli si presenta, condividendo il poco che ha, il mondo avrebbe un volto diverso. E non ci sarebbe bisogno di sentire idiozie come quelle che un uomo di cultura proponeva ieri sera. Possibile che un paese con un bagaglio così ricco come quello che l’Italia si porta sulle spalle in materia di pensiero e genialità, oggi si ritrovi in una crisi di pensiero, valori e materiale umano così profonda? Noi, gli Altri allora, che siamo “indietro”, non possiamo proprio meravigliarci delle situazioni disastrose che ci troviamo a gestire nelle terre natie, dovremo solo alzare la braccia e arrenderci. E’ triste. Molto triste…


Andreea  Chirches  Leone







sabato 1 dicembre 2018

Sono contento perché mi accontento oppure Mi accontento perché sono contento?

RUBRICA DI ATTUALITÀ
"Pensare fuori dalle Righe"




Dopo una molto lunga pausa estiva, mutatasi poi in autunnale, torniamo a condividere con voi qualche riflessione. Lo stimolo mi è stato suggerito questa volta, non da una notizia di cronaca, dal testo di una canzone o di una poesia, ma dall’essermi reso conto di una sfumatura linguistica che non avevo mai colto, almeno non esplicitamente, prima dell’altro giorno, mentre, come al solito di fretta, mi preparavo per la celebrazione eucaristica. Ovverosia che il verbo “accontentare” contiene la parola “contento”. 
Secondo la Treccanicontentoderiverebbe da contĕntus, part. pass. di continere «contenere», quindi propr. «contenuto; pago di qualche cosa». Con un po’ di fantasia potremmo dire che questo aggettivo significa “essere riempito”. In effetti, se ci si pensa bene, noi siamo felici quando non desideriamo null’altro in aggiunta rispetto a quanto già possediamo. 
Tutti vorremo essere sazi, “riempiti”, ma spesso ci accorgiamo che questa condizione di sazietà è quasi irraggiungibile. Lo “stomaco” della nostra anima è sempre alla ricerca di qualcosa in più. Sorge, dunque, spontanea una domanda: possiamo essere sazi in modo definitivo? Non è forse vero che l’uomo possiede un infinito desiderio di gioia, pace, amore? Siamo, dunque, condannati all’infelicità, almeno su questa terra?

Se mi fermassi a questa prima parola sarei quasi tentato di dire che sì, siamo condannati alla tristezza. Mi viene in aiuto, però, il secondo lemma chiamato in causa in apertura: “accontento”. Se contento è colui che è sazio, colui che accontenta è colui che sazia. Ora questo verbo, lo sappiamo, può essere utilizzato anche in forma riflessiva (accontentarsi). Sappiamo che grandi filosofi – nota l’ironia – come Ligabue hanno espresso idee del tipo “chi si accontenta gode … così così”. 
Eppure questo verbo riflessivo contiene – a mio avviso – una sapienza nascosta. Come ci si può accontentare? Colui che si accontenta è felice perché non vuole altro, è contento, è riempito. Potremmo pensare che si tratti semplicemente dei poco ambiziosi, di quegli stolti che, per pigrizia, non hanno il coraggio di andare oltre se stessi. Potrebbe essere. Ma forse … forse … chi si accontenta ha raggiunto la sapienza di chi non modella la realtà sul proprio stomaco, ma viceversa. 

Chi ha fatto l’esperienza straordinaria di visitare zone di povertà – non per forza fuori dall’Italia – ha probabilmente notato che chi ha niente tende ad essere felice più di chi ha molto. Non ne sono sicuro, ma credo che ciò sia vero perché il povero, colui che riceve tutto, colui che si “accontenta” è capace di dare il giusto valore alle cose, alle persone, alle relazioni. Forse questo indica Gesù quando dice: “Beati i poveri in Spirito”. Sì, chi si accontenta forse è povero, ma è beatus, contento, felice, perché si lascia riempire da ciò che ha, dal quotidiano, da quello che il momento offre, senza, però, vivere una vita mediocre. La differenza, infatti, tra il povero in spirito, tra l’ac-contento ed il mediocre è che quest’ultimo non è felice, in quanto un banale arraffone, superficiale e, probabilmente, anche un superbo. 

In fondo il contento è uno che si accontenta, sì, ma di cosa? Del necessario. Allora forse all’inizio del nuovo anno liturgico cade bene la preghiera che il libro dei Proverbi ci consegna perché ci introduce nella via della felicità:

7Io ti domando due cose,
non negarmele prima che io muoia:
8tieni lontano da me falsità e menzogna,
non darmi né povertà né ricchezza,
ma fammi avere il mio pezzo di pane,
9perché, una volta sazio, io non ti rinneghi
e dica: «Chi è il Signore?»,
oppure, ridotto all'indigenza, non rubi
e abusi del nome del mio Dio. (Proverbi 30,7-9)