mercoledì 30 settembre 2026

LA DIGNITÀ DI UN VOLTO CHE PIANGE

 

            Guardate questa foto. Questo volto. Si tratta di una donna evidentemente ammalata. Non si conosce il suo nome, la sua storia, la sua origine. Niente. Si sa solo che, durante l’ultimo viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Francia, lei era presente a Lourdes durante un incontro con ammalati, volontari e operatori sanitari.

 

            L’immagine che vedete risale al momento del discorso tenuto dal Papa. Poche parole, non mirabolanti, non ad effetto, semplici, ma dirette e non per il mondo, ma prima di tutto per quelle persone che aveva davanti a sé. Qui la fragilità non viene nascosta, ma diventa luogo di un incontro sacro. Esordisce così il Papa Americano nel cuore della Francia ormai definita scristianizzata. 

 

            Pian piano, parola dopo parola, arriva a denunciare la cattiva abitudine di distogliere lo sguardo dinanzi alla dignità della vita umana, anche quella segnata dal dolore. Parole che hanno fatto infuriare gli intellettuali, quelli detti sani, che, da dietro la scrivania (probabilmente come me in questo momento), hanno sempre una risposta a tutto. Come del resto si sono infuriati anche i cattoliconi che volevano che il Papa dicesse qualcosa in più, magari sull’aborto o su altre questioni delicate. 

 

            Ma Lui, Prevost, era lì per quelle persone che aveva davanti e loro, che della malattia non fanno una teoria, ma la sfida del quotidiano; quella sfida che scandisce le giornate a colpi di pillole, gocce, visite mediche; loro, che quella sfida la conoscono bene, hanno accolto le parole del Successore di Pietro senza filtri. 

 

            Mentre il Papa continua, come sempre accade in queste circostane, la regia offre una panoramica della gente presente, soffermandosi per alcuni istanti sui volti dei fratelli malati. Ed ecco che compare lei, proprio nel momento in cui il papa parla della vocazione al servizio della dignità umana, ribadendo la dignità di ogni ammalato. Ed ecco che questa donna comincia a piangere, dapprima solo singhiozzando, poi senza fermarsi. 

 

            È la dignità di un pianto che mi ha fatto ricordare le tante lacrime raccolte al letto dei miei più grandi maestri di vita: gli ammalati che ho potuto accompagnare al cielo negli anni da parroco. Quanta dignità. Quanta consapevolezza del dono della vita. Quanta intimità con Gesù, non come un Dio astratto a cui chiedere la Grazia, ma come un Amico da cui si è certi di essere sostenuti e incoraggiati. 

 

            Io non lo so. Sarà che sono sulla soglia dei 35 e dicono che a quest’età non si è più giovani, ma guardando questa donna mi sono commosso. E mi sono commosso soprattutto pensando che quel pianto possa significare qualcosa di questo genere: finalmente qualcuno che al posto di compatirci, ci ricorda che la nostra vita non è una malattia da curare, ma un’avventura da attraversare per arrivare al cielo; proprio come la vita di tutti!

 

            Proprio su questa intuizione il Beato Luigi Novarese aveva fondato la sua opera. Soleva ripetere sempre, infatti, che i malati non sono solo destinatari di cure e di evangelizzazione, ma, proprio perché stanno sul letto del dolore e sulla croce della sofferenza, sono primariamente protagonisti della vita e dell’evangelizzazione. Dal letto della malattia, infatti, le cose frivole si sciolgono come neve al sole e la vita appare in tutta la sua bellezza e in tutta la sua serietà. Così come la Speranza vera di un compimento nell’eternità. Forse, prima di parlare di malati e di malattia, questo dovremmo ricordarcelo, magari versando qualche lacrima. 




don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com





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