sabato 22 luglio 2023

FUNERALI VINCENZO CELIA

 Carissimi fratelli e sorelle, 

 

 

         Con affetto sincero saluto i carissimi confratelli giunti per condividere con noi questo momento duro, l’ennesimo che viviamo quest’anno: Don Giovanni che è legato a Vincenzo da vincoli di parentela, don Antonio vicario del nostro vescovo per questa forania di Scalea, don Dominique. Saluto loro e li ringrazio: la loro presenza è segno di una Chiesa più grande dei confini parrocchiali che non solo gioisce insieme nei momenti di festa, ma anche sa soffrire insieme nei momenti del dolore. 

 

         A loro si uniscono, pur impossibilitati ad essere fisicamente presenti, don Mario, parroco di Verbicaro, don Guido, docente dell’Istituto in cui Vincenzo aveva studiato e don Paolo che da subito ha manifestato la sua vicinanza ed il suo affetto per la famiglia e per la comunità. Questa mattina, poi, appena appresa la notizia, anche il Vescovo ha voluto esprimere la sua prossimità a tutta la comunità e, in modo particolare alla famiglia di Vincenzo: in questo momento ci assicura la sua preghiera ed il suo sostegno.

 

         Saluto poi tutti quanti siete convenuti per accompagnare al cielo Vincenzo e manifestare affetto alla sua famiglia: l’amministrazione comunale che ha ben inteso di voler disporre il lutto cittadino,  i parenti, i docenti e gli amici. 

 

         In un momento del genere non è facile prendere la parola. Capisco adesso in modo forte cosa volesse dire il profeta Geremia quando scrisse: Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per la regione senza comprendere (Ger  14,18). 

 

         Scegliere parole adeguate per accostarmi al vostro dolore, al nostro dolore è davvero difficile. Perdonate, dunque, se la scelta poteva essere migliore. Forse occorrerebbe fare come quando si entra in un santuario: rimanere in silenzio ed affidare a Dio ogni domanda, lasciare – come abbiamo sentito nella seconda lettura – che lo Spirito Santo di Dio parli per noi, faccia arrivare i nostri gemiti di dolore fin dentro al Cuore di Gesù. 

 

         Eppure … se rimanessi in silenzio tradirei quanto l’apostolo Paolo raccomanda a coloro che hanno ricevuto il ministero di evangelizzatori: 1Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: 2annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno.

 

         Nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato viene narrato di un campo, il mondo, ben creato da Dio e curato con dovizia e generosità di semina. In questo campo, però, compare un seme cattivo, qualcosa di malvagio che fa soffrire coloro che lo vedono e che subito si rivolgono al Signore del campo con questa domanda: Non hai seminato del seme buon nel campo? Da dove viene questo seme cattivo?

 

         Forse è la domanda che portiamo nel cuore oggi, forse anche noi ci rivolgiamo a Dio con questo grido: Signore, non sei tu che hai creato tutto bene? Da dove viene questo dolore? Di chi è la colpa?

 

         La risposta è quanto mai sorprendente: la colpa non è di nessuno di noi. Certo nel male che quotidianamente sperimentiamo – a vario titolo – c’è una responsabilità anche nostra, come può essere anche in un incidente stradale, ma la colpa, l’origine di questo male non ci appartiene.

 

         Se oggi siamo qui a piangere per la dipartita di Vincenzo – occorre che sia chiaro a tutti – non è colpa di nessuno. Nessuno avrebbe voluto questo. E il mio pensiero in questo momento – consentitemelo – va a Domenico, l’amico di Vincenzo, con il quale si stava recando a lavorare. Due ragazzi che si volevano bene, due ragazzi per bene che, come tanti altri, al posto di perdere tempo per strada avevano deciso di dedicare questo tempo al lavoro, al sacrificio, coltivando chissà quali desideri e quali sogni. 

 

         Lo ripeto – perdonatemi – non è colpa di nessuno! Si ha colpa quando qualcosa la si desidera, la si vuole, la si programma, la si causa volontariamente. Può esserci qualche responsabilità, qualche distrazione, ma non colpa. 

 

         C’è un male, un dolore che non è voluto, né desiderato dall’uomo, men che meno da Dio. Un male che, anche se ti comporti bene, non puoi impedire. Un male che Dio non aveva pensato per noi, come quello della morte. Attribuircene la responsabilità o attribuirla ad altri non fa che acuire il dolore e peggiorare la situazione. 

 

Continua, infatti, la risposta nel testo appena proclamato: Un nemico ha fatto questo. , C’è un nemico che in questo momento vuole parlare al cuore di ciascuno di noi seminando inutili sensi di colpa, sentimenti distorti o risentimenti. È un nemico al quale non bisogna prestare ascolto per quanto – lo sappiamo bene – è molto difficile perché alla fine, piuttosto che sentirci impotenti e basta, preferiamo sempre sentirci colpevoli o trovare un colpevole.

 

         Il testo continua: i servi allora dissero: Vuoi che andiamo a raccoglierla? “No”, rispose, “perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura”.

         

Non solo, dunque, non c’è nulla da dire, ma nemmeno nulla da fare; neppure si può intervenire. Bisogna stare fermi. Quanto è doloroso Accettare che ci sia un male, come la morte, dinanzi al quale bisogna saper stare fermi. Non significa far finta che non ci sia, non riconoscere il dolore, ma ammettere un limite. Un limite che non può essere varcato con le nostre forze, rimosso o dimenticato. Sta lì per ciascuno di noi.

 

         Oggi celebriamo la festa liturgica di Maria Maddalena, la prima ad aver visto il Signore Risorto perché, contrariamente agli Apostoli, rimase ferma a piangere davanti al sepolcro. Quando non c’è soluzione il cuore dell’uomo, consigliato dal demonio, si dispera, imbocca strade sbagliate, tal volta violente, perché dimentichiamo che se anche noi siamo fermi, bloccati, paralazzati, inermi, così non è Dio. È Lui che deve venirci ora incontro, è Lui che certamente ora bussa alle porte del nostro cuore affranto. Noi dobbiamo rimanere fermi, senza scappare via, guidati magari dal dolore, dalla tristezza o da chissà cos’altro. Abbiamo sentito, infatti, ancora: al momento della mietitura dirò io ai servi di raccogliere la zizzania e bruciarla. 

         

         E così ora una parola vorrei rivolgerla alla famiglia tutta di Vincenzo, agli amici, conoscenti, e ai suoi coetanei. Forse vi sentite paralizzati anche voi dal dolore assurdo di una morte così prematura, forse in qualcuno di voi si affaccia qualche senso di colpa: “Potevo dire quella parola”, “potevo avere quella attenzione”, “potevo dedicargli un po’ di tempo in più” o forse il contrario “potevo non dire, o fare quella cosa lì”.

 

         Forse anche voi vorreste, come i servi, fare qualcosa. Eppure … forse …  questo, invece, è il momento di rimanere fermi, di guardare nel proprio cuore e di gridare a Dio tra le lacrime: Signore perché la nostra vita che dovrebbe essere bella viene segnata da tante sofferenze, dolori ed errori?

 

Come la Maddalena anche voi, Gridate a Dio perché è ingiusto che la vita, la vostra vita – un dono stupendo che può terminare anche precocemente - sia tal volta sprecata non per cattiveria, ma per superficialità. È ingiusto che i sogni di bellezza, di purezza e giustizia dei più giovani, tal volta per la distrazione di noi adulti, almeno anagraficamente, si perdano e si dissolvano in tante distrazioni che, a conti fatti, davanti alla bara di un amico, contano niente

 

Gridate a questo Dio che non vede l’ora di venirvi incontro per mostrarvi che anche se noi nella morte siamo impotenti, Lui ha un’alternativa da mostrarci; ha un altro stile da insegnarci dinanzi a quelle difficoltà quotidiane che al posto di unirci, a volte ci dividono e ci imbruttiscono.

 

         Gridate a Dio e, se lo volete, gridate anche al vostro parroco. Del resto, questa è la missione di noi sacerdoti: noi non siamo in mezzo a voi per organizzare questo o quello, ma per raccogliere queste grida che ognuno di noi porta nel cuore e con questo imparare ad ascoltare che c’è Qualcuno che queste grida non le lascia andare, ma sa raccoglierle ed reindirizzarle. 

 

         Carissimi, continuiamo insieme questa celebrazione esprimendo nel canto e nella preghiera tutto quello che portiamo nel cuore, sapendo che, come Padre Tenero, Dio raccoglie ciascuno di noi tra le sue braccia e ci indicherà il cammino da seguire da oggi in avanti. 

 

         Mentre, infatti, Vincenzo ora termina il suo pellegrinaggio e arriva a casa da dove ci aspetta, il nostro cammino deve continuare. Come dovette continuare il cammino di Maria Maddalena che, non volendo più andare via dal cimitero, si sentì dire dal Signore: Non mi trattenere, ma và dai tuoi fratelli.

 

Anche noi forse vorremmo rimanere qui fermi a piangere in eterno senza dover fare i conti, da domani in avanti, con l’assenza di Vincenzo ed è per questo che anche a noi viene rivolto questo invito a riprendere il cammino sapendo che un giorno, come abbiamo ascoltato, insieme a Vincenzo brilleremo lì dove ogni zizzania, dolore, errore verrà totalmente distrutto e bruciato da quel Dio che con noi e per noi soffre e ci sostiene. 


Don giuseppe Fazio





sabato 11 febbraio 2023

In suffragio del Giovane Luigi ...

 Carissimi fratelli e sorelle, 

 

 

         A distanza di pochi giorni ci ritroviamo qui, davanti all’altare del Signore, per pregare ancora per Luigi e con Luigi. Troppo poco tempo è passato per non sentirci ancora storditi, confusi, forse sconvolti.

 

         L’esperienza della morte e della morte di un ragazzo è un’esperienza che manda in crisi ogni nostro ragionamento, ogni parola, ogni progetto di vita. Solo un superficiale rimane fermo nelle sue cose quando la morte ci si presenta con tutta la sua ineluttabilità davanti agli occhi.

 

         Eppure, ancora una volta, il silenzio questa sera è stato squarciato dalla Parola di Dio, una Parola strana: Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà.

Ad ascoltarla bene ci verrebbe da dire: questa parola è falsa. Non è vero. C’è tanta gente come Luigi che sceglie la vita e ha avuto la morte troppo presto; e tante volte invece chi sceglie la morte vive a lungo. E poi comunque alla fine dovremo morire tutti quanti. Questa parola è certamente una menzogna!

 

         Oppure … dovremmo porre un’altra domanda: che cos’è la vita? Che cos’è la morte? Che cos’è davvero ingiusto? 

 

         Il Vangelo che abbiamo appena ascoltato ha associato la morte a tre situazioni:

 

a)     A chi ha violenza nei suoi atti, nelle sue parole e addirittura nei suoi pensieri;

b)    A chi usa gli altri o semplicemente li guarda come un oggetto da cui trarre piacere;

c)     A chi si sente il padrone del mondo.

 

Ecco per Gesù questi tre hanno scelto la morte. Eppure lo ripeto l’evidenza ci dice che spesso proprio questi sembrano avere più vita, successo degli altri. 

 

Eppure … Forse … qui questa sera, attraverso Luigi, ci viene detto qualcosa di molto importante: Vita e Morte non coincidono con gli anni che viviamo su questa terra. Vita e morte non sono concetti semplicemente biologici.

 

Questa nostra zona è terra di Ulivi. Ecco … poniamo di avere accanto due Ulivi:

 

a)     Il primo è un albero robusto, carico di foglie, ma fa olive piccole dalle quali non si ricava né olio, né sono buone da mangiare, però è un albero solido;

b)    Il secondo è un albero un po’ precario, di quelli non destinati a durare tanto, ma ogni anno porta tante olive di quelle succose capaci di rendere tanto olio: è un albero che per dare tutto quel frutto si consuma velocemente.

 

Quale dei due alberi - diremmo - è quello pieno di vita?

 

Ecco … questa sera ci viene annunciato che la vita vera è quella vita capace di dare frutto in abbondanza agli altri e questo non è questione di anni da vivere. Io non ho conosciuto Luigi, ma mercoledì ho ascoltato attentamente quel che avete detto di Lui:

 

a)     Don paolo ha raccontato che per non rovinare il matrimonio degli amici, ha rinunciato ai funerali del nonno; 

b)    Nei due discorsi finali si è detto che era un ragazzo capace di ascolto, che portava il sorriso dove si trovava, che infondeva negli altri speranza e coraggio.

 

Luigi, certamente avrà avuto anche i suoi difetti e avrà fatto i suoi sbagli, ma aveva scelto la vita. 

 

Ora vi domando: cos’è più ingiusto morire a questa età portando frutto oppure campare a lungo da sterili? 

 

Cos’è stata più ingiusta la vita di Luigi oppure la vita di tanti suoi coetanei, ancora biologicamente vivi, ma persi in tante cose inutili come l’alcol, la droga, la violenza, la rassegnazione?

 

La morte, carissimi, quella biologica fa parte della vita. Certo fa male, caspita se fa male, ma è un fatto. Quello che ogni giorno scegliamo deliberatamente, dando morte a tante delle persone che ci stanno intorno, non è un fatto, ma una scelta.

 

Gesù Cristo, Dio (proprio quel Dio che in questi casi accusiamo di ingiustizia, di essere sbagliato o di essersi distratto)… non è venuto a toglierci questa morte corporale – per la quale sapeva che c’era già un rimedio, ovvero la risurrezione – ma a togliere dal nostro cuore il secondo tipo di morte quello che quotidianamente ci scambiamo a volte con piacere e goduria. 

 

In queste circostanze ricordo sempre cosa mi disse il mio amico eugenio, nato al cielo a 26 anni a causa di un tumore. Voi non potete nemmeno immaginare cosa possa essere andare al letto di un amico più piccolo di te ad annunciare la risurrezione, a raccogliere la sua confessione. Bene lui mi disse: Don, ho smesso di chiedere perché a me e ho iniziato a chiedermi cosa Dio mi sta insegnando in questa situazione.

 

Eugenio morì dando frutti a tantissimi di noi. Tanti ragazzi, a partire dal giorno del suo funerale, cambiarono vita, abbandonarono la morte e scelsero la vita. Molti tornarono ad avere un dialogo con Dio, si riconciliarono con amici e parenti, altri vennero a confessarsi … fu straordinario. 

 

Carissimi, l’albero di Luigi ha portato le sue radici in cielo, ma i suoi frutti continueranno a cadere in terra. E io da parroco, tra l’altro suo coetaneo, mi auguro che la vita che Luigi aveva scelto porti frutto in voi: nella mamma e nel fratello, in tutta la famiglia, nel cuore della fidanzata e degli amici e finanche negli sconosciuti. 

 

In lui ora risplende quella vita che abbiam visto in Gesù Cristo: un uomo che è stato ucciso, giovane anche lui, ma che ha dato a ciascuno di noi la possibilità di scegliere la vita e la vita eterna. 

 

Le lacrime che oggi ancora versiamo per il dolore che sperimentiamo nel cuore siano lacrime di decisione, lacrime di risolutezza per la vita e non per la morte.

 

Luigi dal cielo ci guarda e ci abbraccia e ripete a ciascuno di noi oggi: scegli la vita oggi cosicché un giorno potremo stare insieme nella vita eterna! 

 

Al di là del dolore spero che ci sia qualcuno di voi questa sera che abbia la forza di accogliere questo suo invito, di rompere con la morte che si porta nel cuore, e di scegliere quella vita che è nascosta nel cuore e brilla senza riserve. 





Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com






 

lunedì 28 novembre 2022

Un serata CON Eugenio

 Carissimi fratelli e sorelle, 

 

            intanto consentitemi di ringraziare don Gianfranco, parroco di questa comunità, che molto felicemente ha accolto il desiderio dei ragazzi della banda di celebrare questa eucarestia e anche ha acconsentito con gioia al medesimo desiderio dei ragazzi che fossi io a presiederla. Di questo lo ringrazio personalmente.

 

Ci troviamo all’inizio dell’anno liturgico. Oggi è il primo dell’anno liturgico e siamo qui per pregare per Eugenio, ma direi, soprattutto, con Eugenio. Quando avevamo pensato a questa celebrazione non avevamo previsto che sarebbe caduta nella prima domenica di Avvento. E credo che questo sia un significativo regalo della Provvidenza. 

 

Ecco … quando si comincia un viaggio – e l’anno liturgico lo è  -  ormai tutti siamo abituati a fare una cosa: impostare la meta di arrivo sul gps. Quante volte è capitato di impostare male la meta del gps? Infinite. Oppure che Google non ricevesse giustamente le indicazioni che gli stavi dando; magari per aver frainteso due vie con un nome simile? Avoglia… e ti sei fatto il viaggio tranquillo, sapendo che saresti arrivato in orario e, invece, ad un certo punto … terrore perché ti sei accorto che stavi andando da tutt’altra parte. Dio solo sa quante maledizioni ho inviato a google maps che se anche la metà fossero arrivate a destinazione poveretta la signorina che parla… 

 

Ecco … impostare bene la meta di arrivo. Perché da questo deriva il viaggio, le scelte che farai, le strade che percorrerai. Questo deve essere chiaro in partenza. È proprio per questo motivo che nel primo giorno dell’anno liturgico si parlato della meta di ogni uomo: il cielo 

 

Noi stiamo per iniziare da capo l’avventura di Gesù (Natale, Pasqua, Ascensione, Pentecoste) che cioè nasce, non risolve i problemi di questa terra, non elimina le malattia, le sofferenze, la fame nel mondo, le guerre, ma va al cielo. E se questo non è chiaro dall’inizio il rischio è di essere un po’ come Pietro e Giuda che, poiché ad un certo punto si accorgono che il Signore sta puntando ad un altro obbiettivo, uno ci litiga (Pietro), l’altro lo vende (Giuda).

 

Impostare bene la meta. Domandarsi: dove stai andando? Ti basta mangiare e bere, come ai tempi di Noè? Ti basta che la tua vita sia tutta lì: lavori, mangi, bevi, ti accoppi, ti diverti … tutto qui? Va bene? Il tuo cuore sta davvero desiderando una vita così mediocre? 

 

Io sono felicissimo di essere qui stasera, ma ho anche tanta paura che molti di voi fraintendano il motivo principale per cui siamo qui. Noi non siamo qui per ricordare un amico, per sentire parlare di Eugenio e magari versare qualche lacrima insieme. No, noi siamo qui perché in Eugenio abbiamo visto che cos’è un uomo quando punta al cielo

 

Noi, in Eugenio abbiamo sentito il sapore dell’eternità. E questo sapore lo abbiamo desiderato anche noi. Io ho visto Eugenio nel letto sofferente, morente  (questa è la parola giusta) ridere e scherzare e sapevo quale era il suo segreto. Me lo aveva rivelato: sto cercando di capire cosa Dio mi sta insegnando in questa malattia

 

E cosa gli ha insegnato? Una cosa che in realtà tante volte gli aveva già fatto fare: dimenticarsi di se stessi – il mangiare e il bere sono gli atti di chi pensa al proprio stomaco, a se stesso – per amare gli altri, qualunque cosa ti stia accadendo. In Eugenio noi abbiamo visto la storia di Gesù Cristo ripetersi: il Figlio di Dio che non pensa al suo stomaco, ma parla di un altro cibo e diventa lui stesso cibo.

 

Ah … Dio solo sa in questi due anni quante volte Eugenio è diventato cibo. Io posso testimoniare che la sua storia è diventata cibo tante volte per i bambini del catechismo di Marcellina; per diversi ragazzi che hanno iniziato il cammino delle 10 parole che due volte al mese teniamo a Sangineto, per tanti adulti che ho confessato o che accompagno spiritualmente. 

 

E tutte le volte che ne ho parlato ho visto gli occhietti di questi ragazzi desiderosi anche loro di andare al cielo. Certo … perché in fondo anche il più sicuro di sé che sta qui questa sera, anche il più forte, quello che ancora non ha preso abbastanza sberle dalla vita, sa benissimo che mangiare, bere, accoppiarti e divertirti, prima o poi, ti annoia, ti stufa.

 

Lo aveva capito anche Eugenio. E questo di lui io l’ho capito in ritardo. E una delle cose su cui ritorno spesso. C’è stata una fase della vita in cui Eugenio, come tutti gli adolescenti, pensava a si scialàa si diverta. Poi gli è scattata dentro qualcosa, probabilmente durante la primissima fase della sua malattia, sentiva l’esigenza di qualcosa di più grande.

 

Io che, invece, sono stato sempre molto celebrale – e questo non sempre è un pregio – ho avuto uno stile di vita un po’ diverso da Eugenio e così ci eravamo allontanati. Ho raccontato altre volte che fu lui poi a cercarmi e devo ammettere che all’inizio non gli diedi troppa corda. Fu dopo un concerto qui a Belvedere che lui – quasi mi costrinse – ad uscire insieme. Dovetti annullare anche un altro appuntamento. Sapete bene che quando Eugenio si metteva in testa una cosa non si fermava. 

 

Quella sera capii che lui non stava cercando semplicemente un amico di infanzia, ma un prete. La sua meta stava cambiando velocemente. Chi è stato accanto ad Eugenio fino alla fine – i genitori, le sorelle, il fratello e gli amici – sa bene che non è morto … è sbocciato. Lui ha celebrato Pasqua, ha capito che Dio non ha da aggiustare questa vita, ma ha da dartene una nuova già su questa terra. E lui ha vissuto anche la sua malattia in un modo nuovo, in modo non umano; certo anche con momenti di fragilità, ma in modo nuovo; perché un uomo nella malattia, dinanzi alla morte, si dispera. E noi non abbiamo visto un disperato, un impaurito, un triste, anzi …

 

Ecco … all’inizio di questo anno liturgico in cui dovremmo tutti un po’ reimpostare il gps esistenziale del nostro cuore. Eugenio per noi non è un amico da piangere o ricordare, ma l’ago della bussola che punta a nord o, se volete, la più fastidiosa voce del gps: guagliù adduvi stati jinnu?  ama ji a ca, in cielo.

 

Per voi carissimi ragazzi della banda che avete desiderato, preparato e voluto questo momento; per voi cari genitori e fratelli di Eugenio che patite la sua assenza; e per tutti i presenti sia questa celebrazione la voce di Eugenio, unita a quella di Cristo, che ancora oggi ci ripete: non si vive di solo pane, la felicità nostra non sta nel soddisfare quello che ci piace, ma in qualcosa di molto più grande, nel cielo … che ci sta venendo incontro. 

 

Arriverà il momento in cui arriveremo a destinazione:

 

a)     Per chi ha camminato verso il cielo per tutta la vita sarà una gioia grandissima, sarà arrivare a casa, sarà arrivare in quella felicità che abbiamo desiderato tante volte e che qui abbiamo potuto solo assaggiare;

b)    Per chi invece ha tirato a campare, a mangiare e bere … sarà una delusione, sarà tristezza. Proprio come quando arriva a casa un ladro e tu non lo sapevi.
Io sono sicuro che Eugenio ci aspetta e continua con la sua vita, con il suo sorriso, con la sua preghiera e la sua vicinanza a ripetere: fra cento metri svoltare  in alto, lassa fricà le cose da quattro soldi, e muveti cu cielo è chiu biallu






domenica 6 novembre 2022

Ciao, Mario. Dal cielo ora insegnaci la leggerezza che hai sempre vissuto.

Cara moglie di Mario, 

Cari Genitori, 

Carissimi fratelli e sorelle, amici e parenti di mario,

 

 

            Consentitemi di ringraziare il caro don Vincenzo che ha voluto che io presiedessi questa celebrazione eucaristica. Quando si diventa sacerdoti si pensa alle grandi celebrazioni di festa che si è chiamati a presiedere: matrimoni di amici, battesimi dei loro figli e altro. Difficilmente si mette a conto che arriverà il momento di presiedere la preghiera e prendere la parola in circostanze meno allegre, come questa che oggi viviamo e nella quale preferirei rimanere in silenzio. 

 

          Proprio per questo motivo sento di iniziare questa omelia chiedendovi scusa per le parole che dirò in quanto certamente non saranno adeguate al vostro dolore, al vostro dispiacere, al quale mi accosto come ci si accosterebbe entrando in un santuario.

 

Oggi ci siamo riuniti attorno a questo altare, ancora una volta, per pregare per Mario, ma anche per ascoltare la Parola del Signore l’unica capace, alla fine, di illuminare le tenebre della morte. 

 

Certo lo facciamo con tante domande nel cuore: perché? Perché lui? Perché a questa età? Perché sono sempre i più buoni ad andare? Mario era un buono!

 

Domande che in fondo ci fanno approcciare alla dipartita di questo nostro caro fratello quasi come fosse un’ingiustizia.

            

In realtà, per quanto duro è ammetterlo, la morte non è un’ingiustizia. Fa parte della vita terrena e non c’è un’età giusta per morire. Funziona così per le piante, funziona così per gli animali e funziona così per noi uomini. Da questo non è stato esente nemmeno il Figlio di Dio fatto uomo. 

 

Preoccupati – come ci ha detto la prima lettura – di pensare solo alle cose della terra, la morte ci appare come una cosa ingiusta, come una sorpresa, come qualcosa che non ci dovrebbe essere. In qualche modo pensiamo che sia sempre qualcosa che debba toccare ad altri; a noi il più tardi possibile. 

 

Io di Mario ne conservo un ricordo bellissimo. Fu il primo, insieme ad un altro compagno, ad abbattere le barriere della mia timidezza quando arrivai a san marco. Era un tipo semplice, senza strutture, si presentava così com’era e con quella semplicità ti faceva sentire a casa, ti faceva sentire importante, ben stimato. 

 

In lui non si percepiva il peso della terra, ma la leggerezza del cielo. Portava in sé una leggera comicità di chi non si prendeva troppo sul serio, sapeva ridere dei suoi limiti, anche della sua bassa statura e questo lo rendeva capace di essere simpatico a tutti. Credo non esista una persona che abbia potuto percepire Mario come antipatico.

 

Lui in qualche modo, forse perché la sua salute fin da piccolo gli aveva fatto capire che la vita su questa terra può interrompersi in qualsiasi momento, si portava il cielo dentro. 

 

 

 

Ed è la Parola proprio che abbiamo ricevuto da San Paolo poco fa: la nostra cittadinanza è nei cieli.

 

Tutti quanti noi siamo in cammino verso il cielo. Ce lo dimentichiamo spesso … è un po’ come se fossimo in viaggio per milano e, strada facendo, ce lo dimenticassimo. Arrivati alla meta quasi ci sorprendiamo di esserci, quasi protestiamo perché vorremmo essere ancora al punto di partenza. 

 

Vedete… la morte non è un’ingiustizia. Sprecare questa vita è la vera ingiustizia. 

            

Cos’è più ingiusto una vita bella come quella di Mario? O tanti ragazzi e ragazze che rovinano la loro esistenza in cose banali come l’apparenza, l’alcol, la droga, il sesso? Cos’è più ingiusto una vita breve come quella di Mario o tante vite lunghe, ma mediocri e banali, dedite al potere e al sopruso?

 

Mi ricordo che mai si capacitava, Mario, di queste persone. Tante volte mi chiedeva: “Ma secondo te?” Poi ascoltava quello che avevo da dirgli e concludevamo la conversazione con un sospiro, prima di iniziarlo a prendere in giro e a ridere insieme. 

 

Altre volte, invece, quando nelle assemblee di istituto o in qualche diverbio con i professori non me le tenevo – sono sempre stato un guerrafondaio vestito da angelo – mi si avvicinava con circospezione, manco avesse dovuto spacciare droga, e, guardandosi intorno, mi diceva: hai fatto bene a cantargliele, così impara.

 

Mario, forse senza esserne troppo cosciente, ci ha aperto una finestra sul cielo con la sua semplicità e anche nella sua dipartita, senza troppi congedi, parole o altro, ci ha voluto ricordare che non possiamo tralasciare questa verità fondamentale: o camminiamo verso il cielo o la vita terrena diventa mediocre e brutta.

 

Un po’ come mediocre e brutta è la vita dell’amministratore di cui ci ha parlato il Vangelo che, per paura, accumula, cerca sicurezze e finisce per rubare. Sì, ascoltando le nostre insicurezze tante volte rubiamo vita agli altri. Mario, invece, ne ha donato tanta perché dentro di Lui Dio aveva messo tanta vita.

 

Io non so se sono nella posizione di farlo … ma vi chiederei due cose:

 

1.     Al di là del dolore e, forse anche della rabbia, ringraziate per il dono di aver conosciuto una persona così. Fate prevalere il ringraziamento a Dio per avercelo donato, per avercelo custodito per 31 anni. La morte sembra un’ingiustizia, ma la verità è che la vita non è un diritto. Se oggi soffriamo per la sua partenza è perché Dio prima ce lo ha donato. E mica ce lo meritavamo. Cari genitori, siate orgogliosi e felici di aver avuto un figlio così. Fate prevalere – mi scuso se uso questa parola proprio oggi - la felicità. Così lui vorrebbe.

 

2.     Non sprechiamo la vita ed il ricordo di Mario, non affoghiamo nel dolore quanto di bello ci ha donato. Anzi, trasformiamolo in vita. Facciamo fruttare nel nostro cuore tutto quello che ci ha insegnato. 

 

 

Impariamo a puntare al cielo e forse, come Mario, smetteremo di prenderci troppo sul serio, di pensare di essere più alti di quel che siamo, di essere sempre arrabbiati, nervosi, nevrastenici, impauriti. 

 

Mario dal cielo, casa nostra, oggi ci sorride e ci benedice. Me lo voglio immaginare con quel suo sorriso divertito che ci prende un po’ in giro: ja movitivi, ca tantu ca ata venì. 

 

E noi, anche se con il cuore dolorante, riprendiamo fiduciosi il cammino, acceleriamo il passo verso il cielo, dove ritroveremo Mario e tutti i nostri fratelli che ci hanno preceduto.

 

Sì, li ritroveremo e sarà bellissimo. 




Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com







lunedì 11 luglio 2022

Ciao, Amedeo! Non potevi scegliere un giorno migliore.

  


 

Oggi è 11 Luglio. Un giorno di grande festa per il mio paese. È la solennità di San Benedetto Abate, patrono di Europa e di Cetraro appunto.

 

È un giorno in cui ogni cetrarese autentico ha almeno un pensiero positivo, riesce a guardare tutto in modo diverso, almeno una volta all’anno. Ma l’11 Luglio 2022 sarà ricordato per un altro motivo. Un motivo che mi è stato annunciato da un messaggio laconico, di chi davvero non può avere altre parole per dirlo, perché come fai a dare certe notizie? 

 

“È morto Amedeo Ricucci”. 

 

Chi è Amedeo? Amedeo è conosciuto dai più per essere un “inviato di guerra”, titolo che a lui non piaceva per nulla. È il giornalista rapito dall’ISIS, quello a cui hanno sparato nel corso di alcuni reportage sui fenomeni migratori. Dai più è conosciuto per le sue follie (giornalisti come lui ne esistono davvero pochi!), commentate da alcuni, come sempre, con un “ma chi glielo fa fare”. 

 

Ma la grandezza di Amedeo sta dietro a tutto quello che di lui si poteva vedere.

 

È un uomo capace di prendere a cuore le sorti di una bambina, Nur, incontrata nel deserto con una gamba in cancrena. Non ha perso tempo nel capire il da farsi: bisognava salvarla a costo di perdere la sua stessa vita. Era bello vederlo commuoversi, a distanza di anni, quando ricordava quella ragazza che ora vive e sta bene. 

 

Era un uomo, Amedeo, che, nonostante avesse guardato in faccia la morte da vicino, si ripeteva e ripeteva a chi glielo domandava che, per fare il giornalista, per raccontare la verità, non si poteva rimanere dietro un computer o in una hall di hotel; era, piuttosto, necessario vivere, vedere, sentire la sofferenza delle persone di cui si parlava. Forse sarebbe sorpreso a leggere queste mie parole, ma lui, non credente in continua ricerca, aveva ben capito il principio di incarnazione di quel Dio che ha voluto sentire fin nella carne le nostre sofferenze per redimerle.

 

Aveva il cuore puro Amedeo. Di una purezza impenetrabile, una purezza che non è stata scalfita neppure dai suoi carcerieri, dalla gente che gli ha voluto male, dalla gente che voleva sfruttare il suo dolore per fare notizia e quindi soldi. La sua purezza era la purezza di chi non cercava in nessun modo consensi, applausi o vetrine. Quando tornava in vacanza a Cetraro lo si trovava in mezzo alla strada come uno qualunque. Un tizio tra tanti, accanto ai quali passi senza nemmeno renderti conto chi hai davanti. 

 

Amava in modo viscerale la sua Cetraro nella quale aveva pensato di venire a concludere la sua esistenza terrena. A Cetraro lascia un’eredità inaudita non solo dal punto di vista professionale, ma soprattutto umana. Lui che ha speso la sua esistenza per consegnare immagini e parole – diceva – per provocare reazioni (e tante ne ha provocate nella sua lunga carriera giornalistica), ha insegnato a ciascuno di noi, e continuerà a farlo, che è importante la denuncia del male, anche se quel male non lo si può direttamente fermare.

 

Ricorderò sempre la tua sobrietà, il tuo sorriso, la tua onestà intellettuale. Ricorderò quel pranzo in cui mi facesti tante domande di teologia al termine del quale poi mi dicesti: “Se ti avessimo avuto durante il rapimento ci avrebbero liberato dopo due giorni”. 

 

Ricorderò la tua premura per la tua famiglia, in modo particolare per le tue nipoti.

 

A noi oggi non resta che dirti un grazie semplice, senza orpelli, ma sentito e sincero. 

 

Oggi è l’11 Luglio e sicuramente non è un caso. Oggi ti è venuto a prendere San Benedetto per portarti in quella casa di cui tante volte hai detto “invidio chi ci crede”. 

 

Oggi, caro Amedeo, in qualche modo sono io ad invidiarti perché dopo una vita ricca di bellezza e di altruismo, torni a casa da quel Padre che, senza saperlo, hai incontrato nel volto di tanti poveri, emarginati e sofferenti che in te hanno trovato quella voce che i violenti volevano soffocare. 



Don Giuseppe Fazio



Clicca qui per vedere una intervista video che Amedeo rilasciò ad alcuni ragazzi di Azione Cattolica