venerdì 24 giugno 2022

LETTERA A TE CHE HAI SPARATO (E A TE CHE SPARERAI)

Caro fratello, 

 

 

            Non voglio e non posso rassegnarmi all’idea che il sangue schizzato ovunque, mentre i vetri della macchina si infrangevano e il rumore dei proiettili ti rimbombava nelle orecchie, ti sia scivolato addosso e tu sia andato a dormire come nulla fosse. Non posso pensare di te questo, mi rifiuto. 

 

Anche ammettendo la possibilità che tu fossi sotto l’effetto di stupefacenti voglio immaginare che la parte più bella di te, quel segno di luce che il Dio in cui credo imprime in ciascuno di noi, si stia ribellando nel profondo del tuo cuore, proprio in quella intimità che chi ti ha dato l’ordine di sparare non può vedere; quella parte che tu, forse, consideri debole, ma in realtà è la vera forza di ogni uomo. 

 

Credimi se ti dico che verso di te non provo rabbia. Una rabbia che, invece, provo verso quei sindaci che pensano che “il problema è di Cetraro” e non hanno avuto il coraggio di alzare la voce, di fare rete; la stessa rabbia la provo verso quegli altri politici locali che pensano che il problema si possa nascondere parlando di alcolici, super alcolici e musica ad alto volume. Dalla loro bocca non si sente uscire la parola mafia, ‘ndrangheta, agguato. Commemorano Giannino Losardo che fu ammazzato proprio nella stessa modalità con la quale tu hai sparato l’altra sera e di questo grave fatto non hanno il coraggio di dire una parola. Ho rabbia verso quegli amministratori che stanno dietro le fila e che, pur vedendo tutto andare a rotoli, non hanno il coraggio di criticare apertamente, di fare politica, quella bella, quella vera, quella che crea un consenso adulto. In molti devono mantenere il proprio angolo di potere e di asservimento per cui è meglio non creare conflitti interni. 

 

Ho davvero rabbia  verso le istituzioni di ogni ordine e grado e di cui anche io faccio parte. 

 

Tutti questi mi fanno più rabbia della tua violenza perché pare proprio che non vogliano capire che ad un male pubblico si deve rispondere non solo, ma anche in modo pubblico. Pare proprio non si rendano conto che non si può chiedere ai più giovani di essere coerenti e di impegnarsi per il bene se poi questo bene non porta noi in prima persona a metterci la faccia e a perdere qualcosa, magari un po’ di pace, magari un po’ di buona fama, magari un po’ di like.

 

Mi fa rabbia perché i tuoi capi si crogiolano sul fatto che tanto, se si continua così, non cambierà un bel nulla. Constatare che hanno realmente ragione, mi fa una rabbia che non so descriverti. Ma questa rabbia – davvero – non è per te!

 

Ti chiederai perché questo? Perché il carcere mi ha fatto capire tante cose. Spesso dietro ad una persona che preme il grilletto c’è una persona che pensa di non poter più tornare indietro, una persona ferita, una persona cresciuta in un ambiente marcio, o forse una persona alla quale nessuno ha mai dato fiducia … insomma una persona ferita e illusa che, anche a causa della droga, ora è schiavo di se stesso e dei suoi errori.

 

Nel caso in cui, invece, tu fossi stato proprio convinto di quel che facevi e adesso ne sei anche soddisfatto, ancora di più non proverei rabbia nei tuoi confronti, ma tanta pena e dispiacere. Un Uomo che non riesce a riconoscere un male così radicale dentro e intorno a se stesso è assimilabile ad un uomo che con gli occhi completamente rovinati non riesce a distinguere la strada che percorre finendo convintamente in un burrone. 

 

Credimi, caro fratello, che se potessi ti abbraccerei e piangerei con te, con quella parte intima di te che non accetta il tuo modo di vivere da animale. Tra le lacrime ti sussurrerei che tu non sei l’animale che mostri di essere, ma il Figlio di quel Dio che non si stanca mai di guardarti con tenerezza e affetto. Ti supplicherei di tagliere con il male che ti sei messo dentro per guardare al bello che ancora puoi essere. 

 

Ti supplicherei di considerare quel povero uomo che ora lotta tra la vita e la morte sul letto di un ospedale o il dolore dei suoi amici e parenti, i quali spero non faranno seguire a questo atto altra violenza perché – ce lo dobbiamo ricordare sempre – violenza chiama solo violenza. 

 

Potessi solo avere l’opportunità di guardarti in faccia, di incrociare i tuoi occhi, sì, ci proverei ad annunciarti il Vangelo e la misericordia perché il mio Dio non è venuto per la morte del peccatore, ma perché si converta e abbia la vita. 

 

Potessi avere un solo motivo per dirmi che la mia rabbia è immotivata chiederei perdono in ginocchio sui ceci in piena piazza, mi farebbe meno male. Ma temo che difficilmente se ne troverebbe qualcuno.

 

 

 

 Don Giuseppe Fazio







 

 

domenica 19 giugno 2022

Omelia Tenuta nella celebrazione di suffragio del Piccolo Francesco

 Carissimi genitori di Francesco, 

carissimi amici e parenti di Francesco,

cari fratelli e sorelle tutti,

 

 

 

            Consentitemi di salutare anzitutto con particolare affetto don Paolo e di ringraziarlo per la sua presenza e la sua vicinanza a questa comunità che ha servito per tanti anni e che ora vive un momento di forte dolore e anche di confusione per la nascita al cielo di questo nostro fratellino. Grazie a nome della comunità e anche a nome mio personale, averti accanto oggi mi rincuora.


Alla preghiera si unisce anche don Salvatore che, non potendo essere presente fisicamente, mi ha chiesto di manifestare il suo affetto e la sua vicinanza alla famiglia.

 

            Prendo la parola quest’oggi con molta paura e per questo vi chiedo anticipatamente perdono se le mie povere parole non tradurranno nel migliore dei modi quello che Dio, attraverso il piccolo Francesco, oggi vorrebbe dire a ciascuno di voi. 

 

            Mi approccio al dolore dei genitori e di tutti voi con delicatezza e trepidazione, sapendo di entrare in un santuario che per alcuni versi è ben più importante di queste mura dentro alle quali ora siamo raccolti. Un santuario che suggerirebbe di rimanere in silenzio, come lo abbiamo fatto qualche giorno fa quando abbiamo accolto il corpicino di Francesco. 

 

            E tuttavia so che mi si impone il dovere di parlare. Sento mie, infatti, le parole dell'Apostolo Paolo appena proclamate: Fratelli, non vorrei che rimaneste nell'ignoranza circa quelli che dormono perchè non siate tristi come quelli che non hanno speranza!

 

Nella folla di pensieri e di voci che si rincorrono certamente nei nostri cuori in questo momento possiamo ritrovare le parole della folla che si trovava intorno al sepolcro di lazzaro: 

 

“Gesù, il Figlio di Dio, lui che ha guarito ciechi e storpi, non poteva guarire anche Francesco, un bimbo innocente?”

 

O forse quelle altre parole pronunciate dalle sorelle di Lazzaro: “Signore, se tu fossi stato con francesco, con i suoi genitori, lui non sarebbe morto”. 

 

Parole che potrebbero convergere in una sola domanda: Perché, Signore? Perché a lui? Perché non sei intervenuto?

 

È interessante che dinanzi a queste domande il Signore Gesù risponde con un’altra domanda: Non vi ho detto che se crederete vedrete la gloria di Dio?

 

Che Dio è questo che non dà risposte a chi domanda un semplice e lecito perché che potrebbe ora mettere in pace il cuore di questi due genitori? 

 

È un Dio che sa che per una madre e un padre rispondere a questa domanda forse non consegnerebbe affatto alcuna pace, ma aprirebbe altre domande e poi altre ancora entrando in un vortice dal quale difficilmente si potrebbe uscire. La morte, infatti, non è un’esperienza razionale, logica.

 

Tanto più L’esperienza del dolore e della morte di un bambino mette in crisi le nostre convinzioni, la nostra fede, il nostro modo di pensare Dio; anche quello di un prete. E non tanto perché appunto non ne capiamo il motivo, ma perché è faticoso capire cosa Dio abbia da dirci in questa esperienza

 

Me lo hanno insegno altri due ragazzi:  Eugenio, morto anche lui di un tumore a 26 anni, quando nell’ultimissimo periodo della sua vita mi scrisse: Don, ho smesso di chiedermi perché e ho iniziato a chiedermi cosa Dio mi sta insegnando

 

E poi Gabriele, 13 anni anche lui morto per un tumore terribile e dolorosissimo ad una gamba. Lui nel momento in cui i medici, imbarazzati, non riuscirono a dirgli che la sua vita terrena stava finendo, con il sorriso sulle labbra di chi già aveva capito tutto disse parole simili: perché siete tristi? Non sapete che ci rivedremo in cielo? State allegri. 

 

Sì, Signore se crediamo vedremo la gloria di Dio, ma cosa dobbiamo credere in questo momento? Basta dirci un banale: “Francesco è risorto stiamo tranquilli, torniamo a casa a ridere e scherzare?”. No, non può bastare. 

 

E allora con il salmista possiamo gridare tutto il nostro dolore a Dio: Parla, Signore, perché se tu non parli in questo momento di dolore incomprensibile noi siamo come chi scende nella fossa!

 

Ho pregato proprio così mentre l’altro giorno attendevamo il corpo di Francesco. Che cosa hai da dirci? Qual è stata la Parola che ci hai consegnato attraverso la breve esistenza di questo nostro fratellino?

 

Poi una delle zie mi ha raccontato: è stato straziante sapere che il suo cervello, aggredito dal tumore, aveva compromesso tutto il suo corpo, mentre il cuore batteva forte, fino alla fine

 

In quelle parole che mi sono rimaste nel cuore tutto il giorno ho potuto vedere un’altra scena di morte e di vita. Quella di Chiara Corbella Petrillo anche lei nata al cielo a 26 anni, il 13 giugno di qualche anno fa,  per un tumore alla lingua, per altro dopo aver assistito alla precoce morte di ben due dei suoi figli. Anche lei fino all’ultimo minuto ha avuto un cuore accelerato, un cuore che ha saputo amare i cervelli confusi e immobili di chi le stava attorno.


Cosa hanno in comune queste storie di dolore? Il Cuore di Cristo. Il Suo Sacro cuore. Sulla croce anche dopo la morte quel cuore è stato in movimento, fino a svuotarsi tutto quanto nel versare acqua e sangue. 

 

In Francesco Dio ci ha mostrato la soluzione al dolore del mondo: mettere un po’ a freno il cervello e far lavorare un po’ di più il cuore, l’interiorità. Noi che ci crediamo vivi, intelligenti, forti abbiamo troppo spesso un cuore arido, freddo, bloccato. La vita ci scivola tra le mani mentre siamo soffocati da cose razionalmente giuste: il lavoro, il pane, il vestito, i nostri progetti. E il cuore si ferma lentamente, si inaridisce perché ha bisogno sempre di qualcosa di più grande di ciò che è solamente materiale.

 

I nostri cuori si fermano, mentre la nostra testa lavora all’impazzata, arrivando a fare cose folli come folle è il gesto di una madre fuori di sé che accoltella la propria cucciola mentre beve un the davanti alla televisione. 

 

E così mi domando – chiedendovi scusa per la crudeltà di questa domanda – che cosa è più ingiusto? Che si muoia per malattie o per questa aridità di cuore? 

 

Forse noi non arriveremo mai ad accoltellare un bambino, ma tanti genitori, tanti parroci, presi spesso da cose futili accoltelleremo i nostri figli in nome di tanti idoli; tanti cuoricini di bambini che vorrebbero battere all’impazzata saranno e sono bloccati dalla violenza a cui assistono in famiglia: liti impietose, divorzi violenti, assenze ingiustificate di madri e di padri; nelle nostre comunità dove il piacere di qualsiasi genere vale più della vita di chi ci sta accanto. 

 

Francesco per noi oggi diventa l’urlo disperato di un Dio che sta piangendo per noi: fate battere di più il cuore, cercate l’essenziale, mettete in pausa un po’ il cervello. 

 

In Francesco, nella sua malattia, nel coraggio con cui l’ha affrontata, nella sua voglia di vivere si è fatto carne, presente ancora una volta il Signore Gesù Cristo crocifisso. Sicché chiunque abbia conosciuto francesco non po' più dire: Dio dove sei? Lo avete visto, lo avete toccato, ci avete parlato e ora è salito di nuovo al cielo. Proprio come è successo duemila anni fa. 

 

Rimane una domanda straziante: ci chiuderemo nel dolore? Nella disperazione? O la morte di francesco diventerà vita per noi come quel seme che, caduto in terra, sa dare frutto al momento opportuno?

 

È il dramma che si consuma quotidianamente dinanzi alla storia di Cristo: alcuni davanti alla sua croce e morte trovano vita, altri disperazione e non senso. 

 

Cari genitori, 

 

          pur non potendo nemmeno lontanamente immaginare il vostro dolore, vi chiedo con affetto: non lasciatevi bloccare da questa domanda: perché? Non troverete risposta. Abbiate il coraggio di Eugenio, di Gabriele, di Chiara. Chiedetevi cosa Dio vi ha narrato attraverso la storia di vostro figlio e una volta che avrete ascoltato e capito correte come i discepoli di Emmaus a raccontarlo agli altri: a chi proverà il vostro stesso dolore, a chi causerà del dolore ai loro figli; raccontatelo per strada, nella vostra comunità parrocchiale, ai vostri amici, a vostri colleghi di lavoro. 

 

Raccontate loro di quel cuoricino che non si voleva fermare dinanzi ad un cervello fuori uso e potrete contemplare la cosa più bella: attraverso di voi, attraverso francesco tanti cuori saranno sanati, tante lacrime saranno asciugate, tanta disperazione sarà curata, tanti poveri entreranno nella vita eterna. 

 

E potrete realmente accorgervi che Francesco è vivo continua ad operare con il Signore Gesù, con quel di Dio che è realmente sempre con noi, nei nostri cuori anche quando la testa pare paralizzata dal tumore feroce del dolore e della disperazione. 

 

Su questa terra non capirete mai il perché di tanto dolore, ma se lo farete fruttificare potrete dire: ne è valsa la pena; come Maria che ai piedi della croce su cui ha trovato morte l’unico giusto, l’unico innocente, suo figlio, capisce che quel dolore sarà vita per tanti altri e in silenzio lo contempla e lo rende fecondo e così rimane immune dalla disperazione e dalla paura.

 

Siate come Maria, lei è con voi,  è con francesco, è con noi. Ci sostiene, ci incoraggia e ci accompagna!

 

 


Don Giuseppe Fazio







martedì 8 marzo 2022

Ci rivedremo per l'eternità, caro don Sebastiano!

 


Di don Sebastiano potrei raccontare tante cose.  

Potrei parlare di quando da bambino mi accolse come ministrante, di quando, appena entrato in seminario, alla constatazione di un parrocchiano che diceva “che bello, don sebastiano, un altro ragazzo si fa prete”, rispose con la sua proverbiale fermezza e sobrietà “vediamo se ci arriva”; sobrietà che si trasformò in impazienza quando ormai era quasi giunta l'ora della mia ordinazione, ogni volta che tornavo da un colloquio con il vescovo mi domandava: "Allora? Quando sarà?" con la tenerezza che può fare un bimbo impaziente di gustare uno dei suoi piatti preferiti.


Ancora potrei raccontare i momenti di confronto, di sfogo o, forse, quei momenti di comicità che la sua età con il tempo ci ha spontaneamente regalato. 

 

Tanti sono i pensieri e le parole che mi frullano in testa in questo momento, come quando si finisce di leggere un libro che regala storie capaci di toccare le corde più profonde del cuore. Con Don Sebastiano in effetti si chiude un ciclo, quello del parroco più longevo di Cetraro, quella della mia più piccola infanzia parrocchiale, quella di un uomo che ha saputo essere, pur con i suoi limiti, fedeli fino alla fine.  

 

A don Sebastiano mi legava, mi lega, un affetto particolare, modesto, mai eclatante, perché lui non era un tipo cerimonioso, ma sincero, schietto; un affetto che passava attraverso quello sguardo che gli si illuminava ogni volta che ci incontravamo e quel sorriso che gli riempiva il suo piccolo volto chiaro. 

 

Delle sue virtù certamente quelle che rimangono incastonate nel mio giovane cuore presbiterale ce ne sono senz’altro tre:

 

a)     La costanza. Ogni giorno in Chiesa, fino a quando ha potuto. Disponibile ad ascoltare, consigliare, al confronto. Lo si trovava sempre nel suo ufficio e, se non c’era, era in giro a visitare ammalati o famiglie. Senza fronzoli per la testa. Dedito fino in fondo alla comunità parrocchiale.

 

b)    La fedeltà. Al Signore prima di tutto. Preciso come un orologio svizzero lo si trovava al mattino con il breviario in mano, al pomeriggio con la corona del rosario e poi, dopo messa, di nuovo con il breviario. E alla Chiesa. Mai una parola fuori posto contro uno dei tanti vescovi che ha visto passare, contro uno dei suoi predecessori o successori, nonostante avessero stili totalmente diversi dai suoi. Non ha vacillato neppure quando il vescovo gli ha chiesto di lasciare il suo posto da parroco. Sempre obbediente, disponibile. E, quando ancora era in salute, arrivato il suo co-parroco, ha sempre detto “adesso il parroco è lui”. Mai uno sgarbo, una parola fuori posto, anzi disponibile a collaborare anche quando le decisioni pastorali ridisegnavano lo stile della comunità parrocchiale che lui aveva contribuito a formare. 

 

c)     La Schiettezza. Era un uomo trasparente. Gli si leggeva in volto quel che pensava e, se diceva una cosa, potevi stare tranquillo che non v’erano pensieri nascosti o seconde verità. 

 

Non posso dimenticare le parole che volle dire in preparazione alla mia ordinazione diaconale, mentre lui celebrava il suo anniversario di ordinazione sacerdotale: “Se guardo me e penso a te, vedo un sole che tramonta e uno che sorge”. 

 

Non credo che il paragone che generosamente volle formulare possa reggere per davvero, ma spero di poter fare mie almeno un po’ queste tre virtù che mi ha testimoniato con semplicità e nel silenzio. 

 

Non saprei descrivere il mio stato d’animo. Non mi sento triste, ma quasi felice perché so che lui ha compiuto il viaggio della sua esistenza terrena e che ora contemplerà il volto di quel Dio che ha annunciato e testimoniato.

 

Alla fine, sono contento perché, come nel giorno della mia ordinazione, anche adesso dal cielo terrà le sue mani sulla mia testa per proteggermi, illuminarmi e sostenermi nei giorni che il Signore vorrà ancora donarmi di vivere. 

 

Sono contento per averlo conosciuto e, ancor di più, perché sono certo che un giorno rivedrò quegli occhi sorridenti e quello sguardo affettuoso. Ci rivedremo e sarà bellissimo!


Don Giuseppe Fazio










giovedì 30 dicembre 2021

VACCINATI NELLA FEDE (?) - BUON ANNO!

  RUBRICA DI ATTUALITÀ



"Pensare fuori dalle Righe"




 

Dovessi fare un rendiconto personale di questo 2021 non sarei affatto negativo. È stato, infatti, l’anno in cui ho concluso il mio dottorato, l’anno in cui ho pubblicato il mio primo libro, l’anno in cui sono diventato Amministratore Parrocchiale ed anche l’anno in cui sono stato chiamato ad Insegnare all’Istituto Teologico di Catanzaro. Insomma, un sacco di motivi per cui le persone normali scoppierebbero dalla gioia. In realtà le cose per cui sono davvero felice sono altre e chiaramente le custodisco nel profondo del mio cuore dinanzi al mio Signore al quale so di dovere profonda ed eterna gratitudine. 

 

Tuttavia, questo 2021 è stato un anno negativo per tanti altri motivi che un cristiano, e ancor di più un sacerdote, non può passare sotto silenzio. 

 

Quest’anno, infatti, è stato l’anno in cui, ancor di più, questa pandemia ci ha mostrato quanto siamo gretti e superficiali. È stato l’anno in cui tanti battezzati non hanno segnalato la loro positività al covid o contatti con i positivi per evitare di avere danno alle proprie attività (poco importa della vita degli altri); è stato l’anno della caccia alle streghe in cui tanti battezzati hanno preferito alimentare dubbio, diffidenza e arroganza, piuttosto che far diventare questa tragedia globale l’occasione per risplendere in fede, speranza e carità (alla faccia del credere che la vita eterna esiste e noi ne siamo testimoni orgogliosi). Non ne parliamo dei vaccini: è stato anche l’anno in cui il rimedio alla pandemia (che ha portato frutti incontrovertibili) è stato fatto passare come il problema stesso della pandemia; in questa circostanza, sempre tanti cattoliconi, hanno fatto ampio sfoggio di un egoismo atavico: “non mi vaccino perché forse mi fa male” e poco mi interessa se questo ha portato e continua a portare danno ai vicini, ai parenti e alla nazione intera. A poco – in merito – è valso anche l’appello del papa! Anche qui alla faccia del credere in quel Dio che per il bene di tutti si è fatto ammazzare. Ma questo non si può dire perché se no si strumentalizza la fede. E allora … fate finta di non averlo letto. Anzi, non l’ho scritto, vi siete confusi!

 

Dalle mie parti – purtroppo – poi è stato anche l’anno in cui si è sparato contro i carabinieri, contro le macchine di alcuni commercianti, si è preso a schiaffi e a calci in pubblica piazza durante la sfilata degli Europei un commerciante che aveva denunciato il pizzo (ovviamente tanti battezzati presenti non hanno visto nulla e molte autorità locali hanno preferito non esprimersi in merito); è stato anche l’anno in cui per una manciata di euro qualcuno rischia il proprio posto di lavoro, mentre qualche altro politicante passa per il martire del nuovo millennio. 

 

Insomma … alla fine della giostra questo è l’anno in cui abbiamo proprio dimostrato di non essere vaccinati nella fede(Quasi) ovunque ci siamo girati abbiamo potuto percepire fisicamente che la fede occidentale non produce più anticorpi contro la paura della morte, contro l’egoismo, la violenza e l’arroganza. Ed è questa la vera tristezza! Passerà questa pandemia, ma non passerà questa povertà.

 

E allora, mentre ancora c’è gente che si sta disperando perché non potrà festeggiare il capodanno insieme a parenti e amici, io mi auguro, da cane di una porzione di gregge, e, ancor di più, da fratello che il prossimo anno sarà un’occasione buona per farci una sana dose di vaccino nella fede: l’unico capace di rendere il cuore dell’uomo un po’ più tenero.

 

Il Signore della storia ci concede ancora un altro anno e ci viene incontro con la sua dose di misericordia e bontà … chissà sia l’anno giusto. Dal canto mio la sua misericordia la giudico come sorgente di incoraggiamento; se Lui, che è onnipotente e onnisciente, non perde la speranza nell’intelligenza dell’uomo non vedo perché debba perderla io! Auguri a tutti!





Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com










venerdì 26 novembre 2021

I Anniversario della nascita al cielo di Eugenio Pepere

 Carissimi,

 

          a distanza di un anno ci ritroviamo in questa Chiesa per pregare, ancora una volta, per Eugenio e con Eugenio. Sono molto felice di poter presiedere questa eucarestia e per questo ringrazio e saluto Don Loris che mi ha chiesto di portare i suoi saluti, il suo affetto e la sua preghiera. Purtroppo per impegni precedentemente presi, a malincuore, è assente. Con lui saluto anche il carissimo don Mario che ben conosceva Eugenio per il suo ministero svolto per tanti anni a Buonvicino. 

 

Bene … a distanza di un anno siamo qui con diversi sentimenti nel cuore: certamente ci sarà la mancanza causata dall’assenza fisica di Eugenio, probabilmente ancora tanto dolore, smarrimento.

 

Forse non esiste un’immagine più adeguata di quella che abbiamo ascoltato nella prima lettura: abbiamo l’impressione di stare dinanzi ad una di queste bestie descritte, la morte, che ha fagocitato e distrutto la presenza del nostro caro Eugenio con arroganza, forza e sentenza inappellabile. 

 

Tante volte di fronte all’esperienza della morte ci sentiamo proprio così: inermi. Durante la nostra vita scappiamo, corriamo, ci agitiamo, ci facciamo domande e ci diamo anche le risposte (in una sorta di Marzullo mood); dinanzi all’esperienza della morte, però, avvertiamo tutta la nostra impotenza. 

 

Di recente ho visionato questa nuova serie Netflix, “Strappare lungo i bordi”. L’autore – un genio assoluto – ha saputo ben descrivere questa esperienza: scappi lungo tutta la tua vita, pensi di rigare diritto, non ti accorgi che a volte fai tante cose e non costruisci niente, ma quando arriva la morte vieni completamente messo a contatto con una realtà: il problema non è morire, ma quanto male vivi!

 

Il problema non è capire perché si muore – il protagonista è a contatto nell’ultima puntata con il suicidio della ragazza che ha sempre amato e non ha mai avuto il coraggio di ammetterlo – il problema è che prima di quel momento lui ha sprecato tanto.

 

In questo anno ho parlato tanto di Eugenio: ne ho parlato ai bambini, agli adulti, anche agli anziani. E sempre … sempre … raccontare la storia di Eugenio ha portato tanta vita, voglia di riappropriarsi della propria esistenza, di guardare alla propria storia con occhi più profondi, con quegli occhi che Eugenio aveva guadagnato nel periodo della malattia: gli occhi di Dio. 

 

Ho pensato anche al tempo che avrei potuto dedicargli in più. Al fatto che ci eravamo persi e che è venuto lui a cercarmi e che all’inizio gli ho dato poca retta perché ero preso da mille impegni. 

 

Ecco allora l’immagine del Vangelo: da un lato ci siamo noi che spesso sprechiamo vita e dinanzi alla morte ci sentiamo rasi al suolo e da un altro c’è chi, come Eugenio, dinanzi alla morte, e prima ancora dinanzi alla vita, è saputo stare come sta un agricoltore dinanzi ad un albero che diventa tenero: vede che il suo tempo è giunto e non se ne duole, ma sa abbracciarlo. 

 

Eugenio aveva visto il suo tempo arrivare, il ramo del suo corpo era diventato ormai tenero, ovverosia fragile, e aveva capito che era il momento di dare frutto, proprio come il fico che prima di dare frutto diventa più tenero, più fragile. 

 

Il momento della sua morte è stato il momento massimo della sua esplosione di vita. Non dimenticherò mai i giorni successivi al suo funerale: ho passato ore a rispondere a messaggi di ragazzi, di molti di voi, che mi chiedevano un colloquio, una confessione, una preghiera. 

 

Il funerale di Eugenio è riuscito molto meglio di chiunque altro prete o di qualunque altra predica a farvi sentire che questa vita ha un senso superiore, anzi che questa vita e questa morte hanno senso solo se c’è qualcosa di più grande.

 

Tra questi che mi scrivevano c’era gente che non era mai entrata in chiesa, gente che non partecipava ad una messa da decenni, gente che pensava di essere arrivata e invece si è ritrovata, dinnanzi alla statura monumentale di eugenio, nel mezzo di una crisi benedetta. 

 

In Eugenio si è ripetuto – e continua a ripetersi – il miracolo della Pasqua: è quanto sono debole che sono forte. Nel momento della sua massima debolezza lui ha concesso a ciascuno di noi una forza di vita straripante. 

 

Voglio consegnarvi quello che ci scrivemmo il 15 Luglio. Scriveva:

 

un detto popolare dice “Aiutati che Dio ti aiuta” però io ho sempre aggiunto: “ma tu aiutati però”. Io ci provo e non ho intenzione di mollare! Veramente dico, non voglio siano solo parole. Voglio continuare a stare con questo mio spirito convinto che sarà solo un passaggio che debba insegnarmi qualcosa di vero e di cui oltre a farne tesoro, deve essere una testimonianza.

 

Gli rispondevo:

 

Prego perché queste tue parole trovino conferma. E, se qualcosa andrà diversamente, che tu possa capirne a fondo il senso per vivere la tua vita come testimonianza.

 

Concludeva: vediamo come andrà.

 

Penso che né io né lui sapessimo quanto fossero vere le parole che ci stavamo scambiando in quel momento. Lui ha parlato di passaggio per capire qualcosa che avrebbe voluto testimoniare.

 

Sapete come si dice passaggio in ebraico? Pasqua! Eugenio ha celebrato la sua Pasqua e ha testimoniato a noi, e continua a farlo ancora oggi, il senso della vita e della morte: passare, fare pasqua, da una vita vissuta per le cose banali di questa terra, ad una vita, che anche se muore, sa dare frutti eterni agli altri. 

 

Sì, Eugenio è una luminosa testimonianza di Pasqua. Badate bene, però, le testimonianze servono a poco se non ti cambiano dentro. 

 

Se ora torni a casa e continui la vita di prima: banale, mediocre, fatta di cose piccole, di egoismi, rimpianti, rimorsi … questo sarà stato solo un momento per piangere insieme. 

 

Se torni a casa e da questa testimonianza porti nella tua vita la forza che in Eugenio è brillata, tu già oggi celebri Pasqua perché passerai da una vita troppo terrena ad una vita divina: la vita di Cristo e quella di Eugenio in te torneranno attuali, saranno prolungate! 

 

Sapete … ci vuole coraggio per questo! Ci vuole il coraggio di Eugenio! Io spero che ci sia qualche coraggioso qui dentro, che ci siano qualcuno che sia davvero stanco di una vita mediocre, grigia, sgonfia. Qualcuno che abbia il coraggio di vivere, e anche di morire, com’è morto Cristo e com’è morto Eugenio! 

 

Chissà se c’è qualche coraggioso, Eugè?


Si … si … lo so …. Me lo hai già scritto quel 15 Luglio: vediamo come andrà!  





Don Giuseppe Fazio







mercoledì 29 settembre 2021

SALUTO ALLA COMUNITÀ DI BELVEDERE

Considerato che le norme anti-covid non hanno permesso a molti di partecipare alla celebrazione eucaristica, volentieri condivido il discorso di saluto e ringraziamento alla comunità.


Al termine di questa celebrazione eucaristica vorrei esprimere qualche parola di saluto e di ringraziamento. 

 

Ho tanto per cui ringraziare il Signore. In questi quattro anni mi ha donato tanta grazia, tanta misericordia, tante benedizioni attraverso altrettanti volti e parole. 

 

Anzitutto mediante i confratelli dell’unità pastorale: fin da appena giunto ho potuto sperimentare un clima di sincero affetto e simpatia. Con loro, in questi anni, ho potuto sviluppare un confronto fruttuoso che si è rivelato pressoché fondamentale per un giovane prete che muove i primi passi nella vita pastorale. Per questo voglio ringraziarli di vero cuore; anche se impossibilitati ad essere presenti fisicamente, lo sono certamente con il cuore e con la preghiera.

Ringrazio padre Gianluca per la piacevolissima sorpresa. Dobbiamo fargli gli auguri: lo hanno nominato superiore! 

Evidentemente un grazie speciale lo rivolgo a don Giovanni. Ho espresso più volte, pubblicamente e privatamente, l’affetto che provo nei suoi confronti e tuttavia il ringraziamento che voglio rivolgergli questa sera va ben oltre l’affetto che rimane nella sua autenticità nel profondo dei nostri cuori.

 

Il grazie che esprimo oggi è per come ha impostato, fin da subito, il nostro rapporto “pastorale”. Non mi sono sentito, neppure per un minuto, un esecutore di ordini o un semplice celebratore di messe. Ha voluto, infatti, che entrassi attivamente nella vita comunitaria dandomi la possibilità di sperimentarmi, di mettermi alla prova, senza temere la mia inesperienza. 

 

E così in quattro anni ha voluto che proponessi la catechesi degli adulti, che accompagnassi il gruppo giovani di Azione Cattolica; d’accordo con il delegato diocesano, ha promosso l’idea che fossi assistente spirituale della Confraternita della Madonna delle Grazie per avviare la revisione dello statuto, ha lasciato che gestissi il gruppo Caritas, nato nel periodo della Pandemia, con il relativo fondo scaturito dalle vostre generose offerte, e ancora il catechismo nella forma ragazzi-adulti che abbiamo felicemente sperimentato lo scorso anno.

 

Senza la sua disponibilità, la sua fiducia ed il suo incoraggiamento questi quattro anni a Belvedere sarebbero stati molto più poveri di come, invece, adesso li guardo e li benedico. 

 

Sento di ringraziarlo anche per aver avuto pazienza con la mia giovane età, con i miei tanti entusiasmi, tal volta privi di prudenza e di pazienza. Ma ancor di più lo ringrazio per l’esempio di umiltà che mi ha consegnato: sempre prima di fare qualcosa ha voluto sentire il mio parere e diverse volte, in base a quanto dicevo, ha rimesso in discussioni anche il suo punto di vista. Questo atteggiamento, non solo mi è stato di esempio, ma lo custodisco in modo prezioso nel mio cuore, nella consapevolezza che non è usuale trovare in un adulto tale disposizione verso un ragazzo di molto più giovane ed inesperto. Sono sicuro, caro don Giovanni, che il Signore vi ricompenserà abbondantemente!

 

Penso che nessuno si offenderà se dico che la più bella opera pastorale che ho imparato a vivere in questi anni è stata la collaborazione sacerdotale. Tante volte, purtroppo, proprio noi preti mostriamo un presbiterio diviso, invece, qui ho sperimentato la gioia della fraternità, non senza diversità o incomprensioni, ma sempre nella verità e nella misericordia. 

 

Dovrei adesso ringraziare tutte le realtà parrocchiali: il diacono e ministri straordinari, il gruppo liturgico, l’azione cattolica, la caritas, le confraternite, il coro, i catechisti, il gruppo adulti della catechesi … capite che non ne usciremmo più e sicuramente finirei per dimenticare qualcuno.

 

Ringrazio allora di vero cuore tutti quanti: ognuno di voi ha portato nel mio cuore un valore aggiunto. Vi ringrazio singolarmente e comunitariamente per quanto mi avete testimoniato. In modo particolare per tre aspetti:

 

1.     In primo luogo, come ho scritto nell’annuncio del mio trasferimento, per “la voglia della Parola di Dio” che ho trovato in questa comunità. Quando arrivai 4 anni fa, in una omelia, dissi: “dai preti tante volte si viene per cose inutili. A noi preti, invece, dovreste chiedere tempo per le cose più profonde, più importanti, per la vita spirituale! Per questo dovreste toglierci il sonno!” Non pensavo che queste parole potessero essere accolte così profondamente. La maggior parte del mio tempo qui in mezzo a voi l’ho passato seduto ad una sedia ad ascoltare confessioni e colloqui. E ogni volta sono stato spettatore di quanta grazia Dio opera nei cuori di chi sinceramente si dispone a cercarlo. Grazie per avermi fatto entrare nelle vostre storie di sofferenza, di speranza, di gioia e di conversione. 

 

2.     In secondo luogo, vi ringrazio per la generosità. Per la generosità che avete usato nei miei confronti. Non c’è stato un momento che non mi sia sentito a casa. Mi bastava dire “a” e subito qualcuno era a disposizione. Non mi è mai mancato niente. Ne è prova il fatto che – anche se lo nascondo bene - parto da Belvedere ingrassato, ed è quanto dire! Ma vorrei anche ringraziarvi per la testimonianza di generosità verso i bisogni della comunità di cui sono stato testimone, attraverso il gruppo della caritas. Con le vostre offerte assistiamo numerose famiglie della nostra comunità, abbiamo accolto la bontà delle ACLI che hanno messo a nostra disposizione la loro convenzione con il banco alimentare, abbiamo rimesso in moto il pulmino parrocchiale utile per fare il carico e la distribuzione degli alimenti e abbiamo sopperito ad altre esigenze di alcuni bisognosi. Grazie! Se è vero che Dio ama chi dona con gioia, questa comunità credo sia tanto amata da Dio.

 

3.     In terzo luogo - Non bisogna negarlo - ci sono stati i momenti in cui alcuni atteggiamenti o situazioni hanno reso la quotidianità meno leggera, eppure sento di volervi ringraziare anche per questo: in quelle situazioni ho compreso più a fondo quanto io ancora abbia bisogno di convertirmi; ho capito che per essere un buon padre bisogna imparare ad amare anche le pieghe meno belle dei figli che il Signore ci affida, senza troppo infastidirsi o arrabbiarsi. Vi ringrazio anche perché è lì che ho capito che con me siete stati veri, nel bene e nel male, con i vostri pregi e difetti. Dove questa verità non si è nascosta alla fine ci siamo ritrovati più maturi e ricchi. 

 

 

Credo che rimanga ancora una parola doverosa: una parola di scuse. Avete avuto tanta pazienza anche con i miei difetti, con la mia schiettezza a volte troppo diretta (e il troppo storpia, sempre!), con la mia “inafferrabilità”, non poche volte qualcuno mi ha detto: “corri sempre”; ma anche con la mia apparente freddezza che spesso non fa trasparire le emozioni più profonde e nascoste nel fondo del cuore. 

 

Se qualcuno ho ferito o trattato male chiedo sinceramente perdono, ma sappia anche che non è mai stato fatto con cattiveria, parzialità o altro. Sono semplicemente un ragazzino e devo crescere ancora molto.

 

Alla fine … parto per Marcellina carico di tanti volti ed esperienze. Qui ho vissuto il periodo drammatico del primo lockdown. Come potrò dimenticarlo?


Che altro mi porto? Una pietra … qualcuno mi ha chiesto: “Don Giuseppe, quella pietra davanti casa tua che ci fa?”

 

Non ho mai capito il perché, ma una notte qualcuno ha voluto intimidirmi lanciando diverse robuste pietre contro la porta della mia abitazione. Ringrazio di godere di sonno profondo così ho evitato almeno la paura del momento. Al mattino dopo quando le stavo raccogliendo, mi è venuta in mente un suggerimento: “lasciala davanti alla porta; entrando e uscendo, ti ricorderai che, facendo il prete, potrai rischiare antipatia e violenza”. E così quella pietra, ad ogni ora del giorno, mi ha ricordato la serietà dell’amore. Era un po’ come se mi ripetesse: “se vuoi amare questa comunità devi rischiarti tutto”. Quella pietra la porto con me a Marcellina e sarà un po’ la vostra voce quando le cose sembreranno un po’ dure; mi ricorderò che nella durezza di quella pietra lanciata contro la porta, sono fioriti comunque tanti bei rapporti di amicizia e simpatia.

 

A voi cosa lascio? Il mio affetto, la mia preghiera e che altro? Il gatto – Pino – trattatemelo bene! 

 

Posso dire ancora questo: in questi quattro anni ci siamo “addomesticati reciprocamente” – sapete addomesticare letteralmente vuol dire “portare a casa” – ci siamo portati reciprocamente ognuno nella casa del cuore dell’altro, e, proprio per questo, forse, questa sera è segnata un po’ dal dispiacere. 

 

E tuttavia Ringraziamo insieme Dio perché è Lui che realmente ci sta addomesticando, cioè ci sta portando, giorno dopo giorno, nella casa Sua.

 

Un’ultima parola voglio dirla su alcune frasi che ho sentito in questi giorni. Frasi del tipo: “ora che va via don Giuseppe non vengo più in Chiesa”; frasi che – lo ammetto – un po’ mi hanno fatto soffrire.

 

Sapete quand’è che si vede se un prete ha lavorato bene? Quando se ne va. Se la gente non si allontana dalla parrocchia, ma rimane con più entusiasmo, vuol dire che quel prete ha lavorato bene. Altrimenti vuol dire che ha legato le persone a sé stesso. Ecco … spero che da domani in poi possa vedersi che qualcosa di buono sono riuscito a trasmetterla.

 

Alla fine, Mi piace concludere con le parole che Paolo scrive alla comunità dei Filippesi: 

 

Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi.La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino!Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti;e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù. (Fil 4,4-7)

 

 Il Signore vi ricompensi di tutto il bene che mi avete abbondantemente e gratuitamente donato! Grazie!





Don Giuseppe Fazio