lunedì 15 settembre 2025

Ringraziamenti e saluti alla comunità di Marcellina



 Carissimi,

 

                        al termine di questa celebrazione eucaristica sento di aggiungere qualche parola per esplicitare il ringraziamento che abbiamo appena celebrato.

 

                        Quando il vescovo mi comunicò la decisione di inviarmi come amministratore prima e parroco poi qui a Marcellina, in quella calda sagrestia di Belvedere Marittimo, trasalii sulla sedia e opposi un timido no. La comunità ben avviata e strutturata, tra le più popolate della nostra diocesi, mi sembrava troppo per un giovane prete alle prime armi. Quando poi Mons. Bonanno che ringrazio per la fiducia accordatami quattro anni fa, e in seguito anche don Paolo, insistettero nel dirmi che ero il prete giusto per questa comunità, mi rassegnai a pensare che era il Signore che di nuovo mi chiamava ad andare in un paese che non conoscevo e quel che dovevo fare era solo fidarmi.

 

                        Sono arrivato qui – mentre per altro iniziavo anche il servizio da docente a Catanzaro – pieno di paure, di apprensioni, di dubbi che spesso mi hanno fatto apparire – soprattutto agli occhi di chi difficilmente varca la soglia di questa chiesa – rigido, duro, poco comprensivo. Era solo tanta paura. Il covid non era ancora terminato, tutte le attività erano sospese, non si potevano visitare le famiglie, né fare attività con i ragazzi in oratorio. Mi sembrava tutto così confuso e informe e mi domandavo spesso: cosa posso fare?

 

                        La risposta da parte di Dio non tardò ad arrivare. Era semplice: osserva e impara ad amare. Bisognava osservare, scoprire, direi contemplare, quante cose belle Dio aveva già fatto in questa comunità, per custodirle e valorizzarle. E così è iniziata l’avventura riassunta nell’assemblea parrocchiale tenutasi prima della celebrazione.

 

                        Questa avventura però è fatta di volti, di persone, di incoraggiamenti. Menzionarli tutti non è possibile. Il primo certamente è quello di Dio: non mi sono mai sentito solo, abbandonato; sempre ho percepito che veramente Dio è Padre e si prende cura di me, mi incoraggia, mi aiuta, mi sostiene e lo fa attraverso volti e persone.

 

                        Grazie quindi voglio dirlo ai confratelli sacerdoti dell’unità pastorale e ai confratelli amici, in modo particolare a don Gaetano e don Roberto, che oggi – come tante altre volte – mi hanno consolato e sostenuto nei momenti in cui avevo bisogno di un consiglio, di un aiuto, di un incoraggiamento; grazie ai sacerdoti originari della comunità Padre Marcello (persona di cui ho una stima esagerata per la sua delicatezza d’animo) don Augusto, don Francesco e don Mattia; quest’ultimo ho avuto anche la gioia di avere tra i miei primi studenti.

 

                        Un grazie affettuosissimo ai due consigli pastorali e al consiglio di affari economici che hanno condiviso con me gioie e dolori, entusiasmi e frustrazioni di questi quattro anni. Mai ho preso una decisione da solo, nella piena consapevolezza che – come dissi al mio arrivo, anche allora in clima di elezioni regionali – la chiesa non è né una monarchia, né una democrazia, ma una cristocrazia: al centro c’è Cristo che parla per mezzo di tutti ed è per questo che bisogna saper ascoltare tutti.

 

                        Grazie ai vari gruppi. Quelli che hanno curato la liturgia e la custodia del luogo qui e a Pastina (cori, ministranti, gruppi liturgici, lettori e gruppo santa marta). Era un orgoglio sentire i tanti confratelli che in questi quattro anni sono passati dalla comunità che dicevano: sei fortunato: qui si prega bene; c’è tanta gente che organizza bene le liturgie e che crea un clima bello di comunità.

 

                       

Ai gruppi associativi: al gruppo famiglia con cui abbiamo sperimentato la forza della Parola di Dio capace di cucire ferite profonde, di dare entusiasmo dove era perduto, e vigore dove c’era stanchezza. Quanto imbarazzo la prima sera con voi. Vi guardavo e rivedevo un po’ i miei genitori e mi domandavo: che ci faccio con questi? Boh … Eppure, gli incontri con voi, le vostre domande che si protraevano ben oltre il limite stabilito sono stati preziosi per la mia crescita umana e spirituale. Mi dispiaceva dovervi lasciare sul sagrato della chiesa a discutere ancora degli argomenti trattati, avrei voluto aver più tempo per starvi ad ascoltare. Grazie perché con voi ho sentito in modo più chiaro che chi lascia la propria famiglia in nome di Dio trova cento volte tanto.

 

                        Grazie Ai gruppi di preghiera: la Pia Unione, l’Apostolato ed il Gruppo mariano e ai ministri straordinari dell’eucarestia. Con voi ho imparato ad entrare in punta di piedi nelle case della nostra comunità, soprattutto in quelle di coloro che sentono la Chiesa come una realtà lontana. Ma soprattutto sento di dirvi grazie – ricordando con particolare affetto Maria Franca e Zia filomena – per aver dato ad un razionale professore di teologia il calore della devozione semplice, fatto di gesti teneri e affettuosi, di tradizioni e devozioni autentiche e genuine.

 

                        Grazie alle nostre suore! Grazie per la disponibilità verso questa comunità; per il servizio che svolgete con i nostri bambini, per il servizio agli ammalati e per quello del catechismo. Grazie perché ogni volta che abbiamo avuto bisogno, siete state sempre generose e disponibili. Il tocco femminile delle suore in una comunità dà delle sfumature che altrimenti si perderebbero.

 

                        Quando quattro anni fa celebrai la mia prima eucarestia in mezzo a voi ci fu una cosa che mi era chiara e mi impressionò tantissimo: i ragazzi sotto i trent’anni si contavano sulla punta di una mano. È stata una sfida grande per me che sono più abituato a confrontarmi con adulti. E proprio per questo è stata una grande gioia riformare il catechismo e incontrare ogni settimana un centinaio di bambini; avere i ministranti che mi gironzolavano per la sagrestia facendo anche qualche danno; poter andare a fare visita agli ammalati, accompagnato ogni settimana da 2 o 3 adolescenti. Non nascondo questa sera poi una piccola preferenza per il gruppo giovani. Abbiamo iniziato che erano pochissimi insieme a Laura ed Elena a cui poi si è aggiunta Benedetta; quest’anno abbiamo avuto problemi di spazi perché il salone delle suore risultava piccolo. Per me – che ora il Signore mi chiama ad essere educatore a tempo pieno di ragazzi e ragazze – è stata una preziosa conferma: quando ai giovani si porta la bellezza del Vangelo te li ritrovi intorno in ogni circostanza e ad ogni ora. A voi come a dei figli mi permetto di dire questo: credo che se custodirete il bene vissuto in questi anni e lo alimenterete insieme a don Valerio e a tutta la comunità senza stancarvi, da voi sorgeranno miracoli che lasceranno a bocca aperta tutti quanti. Ne sono intimamente convinto. Del resto, Avete già dimostrato in tante piccole occasioni che siete capaci di dare una testimonianza di maturità e di fede anche a persone molto più grandi di voi! Continuate così!

 

                        Grazie ai tanti ammalati che ho potuto visitare in questi anni. Ai letti di questi nostri fratelli ho potuto raccogliere fede autentica, incoraggiamenti, affetto sincero e privo di qualsiasi interesse. Sempre di nuovo – davanti al mistero della sofferenza e della sofferenza di tanti giusti – mi è tornato chiaro davanti agli occhi del cuore che la vita e la bontà delle persone non si valutano dai titoli, dagli obbiettivi raggiunti, dalle onorificenze o dalle proprie convinzioni, ma dalla nobiltà dell’animo che neppure la sofferenza può oscurare, anzi – in qualche strano modo – accade che essa la fa brillare ancor di più.

 

Grazie anche al gruppo caritas che lascio come ultimo genito appena nato nella speranza che possa diventare un gruppo solido che aiuti la comunità a crescere nella dimensione della carità.

 

                        Grazie ancora voglio dirlo all’amministrazione comunale e al sindaco (presenti questa sera), alla polizia municipale, carabinieri, polizia stradale e a tutte le altre associazioni e istituzioni del territorio con le quali c’è stata sempre una buona collaborazione quando si è trattato di organizzare momenti condivisi all’esterno e all’interno della comunità parrocchiale

 

                        Un ultimo grazie sento di dirlo a tutti coloro che hanno sorriso davanti e ferito alle spalle; a coloro che alla cordialità delle parole altisonanti, facevano seguire scortesie, scorrettezze e calunnie; a coloro che hanno anche provato a giocare sull’affetto e l’amicizia sincera e reciproca custodita con don Paolo. A voi devo dire grazie perché mi avete insegnato a voler bene senza misure; mi avete costretto a non insuperbirmi; mi avete ricordato che se si è veramente discepoli di Cristo lo si vede non tanto dal bene che ci capita di fare, ma da come si reagisce al male subito e all’ingratitudine; mi avete anche costretto a rimanere in ginocchio in questi banchi a pregare per voi forse più che per tanti altri. Vado via senza alcun rancore nel cuore certo come sono che giudizi e condanne non spettano a me, Dio che vede tutto saprà mettere in luce il cuore di tutti e quando tutto sarà visibile per davvero ognuno riceverà da Lui, secondo la Sua Misericordia. Io continuerò a portarvi nel cuore sperando che possiate scoprire l’autentico valore della verità che rende liberi e della lealtà che rende fratelli. Anche perché la Scrittura dice che è vero che chi semina vento raccoglie tempesta e, lo dico con sincerità, non vorrei vedervi soffrire. Dal canto mio sempre ho usato correttezza e sincerità, parlando apertamente e guardando negli occhi gli interessati ed è proprio la cosa per cui questa sera sperimento una certa serenità e pace.

 

                        Questo però non mi esime alla fine di aggiungere, Insieme al grazie, un’altra parola che spero non vi suoni retorica. Una parola di scuse sincere. So di non essere perfetto e di aver un carattere a volte spigoloso, peggiorato anche dal fatto che spesso ero costretto a scappare a destra e a sinistra. Tante volte sono stato frettoloso nell’ascolto e imprudente nelle risposte; altre volte sono stato irremovibile su cose piccole e secondarie. In alcune circostanze forse avrei dovuto parlare di meno, in altre magari di più e so che questo ha fatto soffrire in diversi. Mi avete sentito spesso prendermi in giro sui miei difetti che sono molto più vistosi dei miei pochi pregi e per questo Mentre vi chiedo scusa se non sono stato sempre il parroco che avrei dovuto, anche per via di incertezze ed inesperienze, di cuore posso dirvi che non sono mai stato animato da particolarismi, preferenze o parzialità; né tantomeno ho mai voluto ferire o fare del male a qualcuno.

 

                        Che dire di altro? Sappiate che Mi mancherà tanto essere parroco in generale ed essere il vostro parroco. Non è vero come qualcuno ha detto che me ne sono voluto andare, né che sono stato mandato via. Fare il parroco Era la dimensione che ho sempre sognato nei 13 anni di seminario in cui mi preparavo ad essere prete. Ma se c’è una cosa che mi è stata chiara 7 anni fa mentre Mons. Bonanno mi ordinava presbitero è stata che non avrei dovuto fare la mia volontà, quello che mi sarebbe piaciuto di più o che più mi avrebbe fatto comodo, ma quello che sarebbe servito alla comunità diocesana e che i vescovi mi avrebbero chiesto. Questo è l’unico motivo per cui vado via, pur avendo inizialmente chiesto che mi fossero tolti gli incarichi regionali per dedicarmi esclusivamente alla parrocchia. Tutto quanto ho provato a testimoniare ed insegnare in mezzo a voi – e ne sono orgoglioso – diventa vero nella mia carne proprio perché oggi vado via. Se fossi rimasto qui, garantito dalla nomina di nove anni, chiudendomi alla richiesta di Mons. Rega – che per altro è un vescovo che si sta spendendo senza riserve per tutto il territorio, molto di più di tanti che a questo territorio appartengono; ecco … allora avrei nullificato il mio ministero in mezzo a voi e non avrei più potuto invitarvi ad accogliere la volontà di Dio perché ad essa mi sarei chiuso io per primo.

 

Dunque, mi mancherà fare il parroco? Sì. Mi mancherà passare ore e ore anche fino a tarda notte in quel confessionale a raccogliere lacrime, speranze, e paure che dopo l’assoluzione si trasformavano in sorrisi grandi e in ringraziamenti distensivi. Quel confessionale che all’inizio molti ha messo a disagio, è il vero ospedale di questa comunità che, per fortuna, non condivide la salute della sanità calabrese. Quanto ho imparato confessando, di quanta grazia sono stato spettatore gioioso, di quanto amore! Lì dentro ho assistito a veri e propri miracoli. Mi mancherà poter condividere stabilmente la parola di Dio di Domenica in domenica con una comunità, le catechesi, i viaggi, le serate di fraternità scambiate da chi (pochi per la verità), forse induriti dalla tristezza, non comprendono il valore della comunione e ci hanno accusati di perdere tempo a mangiare e bere. Questi fratellini non sanno cosa si sono persi. Del resto, Gesù le cose più importanti le ha fatte a tavola!

 

                        Parto da Marcellina con il cuore gonfio di amore, dispiaciuto, ma non triste. Voi mi avete insegnato ad essere Padre e cioè a mettere il bene di altri prima di me stesso e – per la missione che mi viene affidata – questa è una qualità imprescindibile. Questa sera – mi sia consentito - Voglio dire apertamente che sento di non aver amato Marcellina (perché non significa niente), ma di aver amato con tutto me stesso i Marcellinesi. Venendo qui diversi della comunità stessa mi avevano messo in guardia presentandomi una comunità difficile, infida ed ingrata. Io non ci ho mai creduto, ma un po’ mi ero spaventato. Adesso … non solo non ci credo, ma posso attestare che questi tali non solo mentivano per risentimenti personali, ma ancor di più posso dire che la realtà è esattamente l’opposta: questa è una comunità bella, accogliente e generosa! Certo, è anche una comunità intelligente che sa riconoscere a chi dare e a chi togliere.

 

                        Per mia indole non ho mai chiesto tanto e ho faticato ad accettare quel che mi si voleva donare. Ma so bene che la maggior parte di voi avrebbe dato tutto per me e per la comunità. Prova ne è il fatto che quando sono rimasto senza casa sono stato ospitato gratuitamente per più di un mese, per non parlare poi della generosità dimostrata durante la missione popolare. Solo chi non vive veramente questa comunità certe cose non le capisce. Il Signore, dunque, ricompensi ciascuno di voi e vi benedica.

 

                        Mi piace concludere con le parole di San Paolo: State sempre lieti, ve lo ripeto siate sempre lieti. La vostra affabilità sia nota a tutti!  Siate allegri sempre, sorridete anche nei momenti di difficoltà perché Dio si prende cura di noi sempre. Se c’è una cosa per cui mi piace che mi ricordiate è proprio questa: l’invito a sorridere sempre, anche quando si soffre.

 

                        Io davvero non so valutare se sono stato un buon parroco, a me sembra sempre di fare poco e di farlo male, ma … se qualcosa di buono ho fatto lo si vedrà da domani in avanti. Di solito quando cambia un parroco ci sono due movimenti: le persone a cui stava antipatico il parroco precedente rientrano in Chiesa. E questo benvenga se succede!  Ma spesso succede anche il contrario. Sappiate che se ci sarà gente che si allontanerà perché non c’è più don Giuseppe allora vorrà dire che don Giuseppe aveva legato le persone a sé e non a Dio e questo mi farebbe soffrire terribilmente. Se don Valerio, invece, troverà questa comunità più viva e bella di come l’ho trovata e di come lascio, allora vorrà dire che qualcosa di buono ho fatto.

 

                        A quelli che mi hanno detto: ecco ora che ti stavamo conoscendo per davvero e vedevamo che non eri così malaccio, te ne vai, ripeto: non fate lo stesso errore fatto con me. Un parroco non si giudica all’inizio da come parla o cammina in piazza; questo lo fanno coloro che vogliono accaparrarsi facili simpatie; se proprio lo si deve giudicare lo si giudica dopo che è andato via.

 

                        Da domani dovrò dedicarmi al seminario diocesano, alle vocazioni in diocesi e continuare il mio servizio in regione da docente stabile del nuovo istituto teologico calabro. Pregate per me perché questo ministero è ancora più delicato di quello da parroco e mi fa sentire inadeguato ancora di più di quando venni in mezzo a voi. Sento che la mia vita nelle mani di Dio è un vero mistero di amore a cui assisto come felice spettatore delle tenere premure del Padre Celeste; da Dio non merito nulla eppure non smette mai di stupirmi con le sue attenzioni, di arricchirmi delle sue grazie dando pace al mio cuore, sicché in ogni istante della mia esistenza, da quell’1 Aprile 2005 fino ad oggi, continuano ad avverarsi quelle parole del salmo: Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla; pur se andassi per una valle di morte non temerei alcun male perché tu sei con me, il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.

 

A voi tutti, dunque, il mio grazie affettuoso. Grazie per essere entrati nel mio cuore con pazienza e forza, abbattendo i muri delle mie testardaggini, delle mie paure, dei miei traumi, delle mie ferite; grazie per aver allargato gli spazi del mio cuore preparandolo a coloro che da domani in poi dovrò amare senza riserve.

 

Carissimi alla fine mi piace pensare che con don Paolo, dopo diversi periodi complessi, questa comunità si è rimessa in piedi; con me dopo il Covid, ha tirato su la schiena … vi auguro allora di vero cuore che con don Valerio possiate alzare la testa e valorizzare tutte le belle ricchezze che attendono ancora di essere messe a frutto per il bene di tutta la comunità. E allora coraggio, sorriso sul volto, pace nel cuore e fiducia in Dio e andare avanti!

 

San francesco di Assisi sul finire della sua vita ebbe a dire delle parole che ora voglio fare mie: Io la mia parte in mezzo a voi l’ho fatta, la vostra ora ve la insegni Dio. Grazie di cuore a tutti!





giovedì 28 agosto 2025

L’innamoramento non è l’amore (Omelia per la festa della Sacra Famiglia)

 Carissimi fratelli e sorelle,

 

            celebriamo la festa della sacra famiglia in questa XXI domenica del tempo ordinario. Domenica scorsa avevamo accolto un Gesù inedito che non parla di pace e comunione, ma di divisione e guerra. Ci diceva che quando si accoglie la verità nel proprio cuore si inizia a fare una divisione: la vita non è compatibile con la morte; il servizio con l’arroganza; la verità con la violenza. E questo crea una divisione dentro e fuori di noi.

 

            E Gesù ci diceva che in fondo senza questa divisione non si entra nella gloria del Padre. Ecco uno che ascolta il maestro insegnare ad un certo punto – probabilmente si sarà guardato intorno – avrà valutato la violenza dell’impero romano, l’ipocrisia dei sacerdoti, l’arroganza di Erode, le tante piccole violenze di ogni giorno … e domanda a bruciapelo: Allora sono pochi quelli che si salvano?

 

            In fondo se ci guardiamo intorno anche a noi sembra di trovare poche persone che sono totalmente dedite al bene, che non cercano il compromesso, trasparenti, capaci di sacrificare se stesse per il bene dei fratelli e del regno del Padre. Anche a noi verrebbe da fare questa domanda, e tante volte la trasformiamo in un’affermazione: u chiu sanu tene la rogna. Sono pochi …

 

            E Gesù – che solitamente non parla di sforzo – qui risponde dicendo sforzatevi di entrare per la porta stretta. Curioso… il Regno del Padre ha una porta che è stretta. Perché? perché è il Regno dell’Amore … e l’amore – mi dispiace dirvelo così a bruciapelo – non è per tutti.

 

            Tante volte scambiamo l’innamoramento per l’Amore: quel momento in cui senti le farfalle nel cuore, ti senti spensierato, pensi solo a lui o lei e credi che sia il migliore del mondo. Poi come dice De Andrè la passione finisce … e il figlio rimane e tanti ne uccide la fame.

 

            Tante altre volte scambiamo l’amore per il sentirci completati e allora andiamo alla ricerca di qualcuno che ci faccia stare bene … e saltiamo di fiore in fiore, come le api. E alla fine rimaniamo delusi, vuoti, tristi con la paura di ricominciare una relazione perché possa finire come le altre.

 

            Ecco … questo non è amore, questo è egoismo. Questa è la ricerca egoistica di qualcuno che ti sazi, questo è infantilismo. Abbiamo tanta gente che varca le porte larghe dell’innamoramento infantile, fatto di passioni e di istinti.

 

            L’amore è un’altra cosa. E noi lo contempliamo nella Sacra Famiglia e in ogni famiglia dove questo si realizza.

 

            Da un lato abbiamo Maria: una donna di circa 14-15 anni (a quei tempi si era già donne; adesso forse verso i 45 anni iniziano a comparire le donne).

 

1.     Per accogliere la vita, rischia la sua. Passa per prostituta e per pazza. Se ne deve fuggire. Se non è questo amore, ditemi cos’è? Una donna che sacrifica tutta se stessa per un figlio e non in nome del figlio – perché anche l’amore per i figli può essere egoistico; quanti matrimoni si distruggono per amore malato verso i figli che diventano il centro del mondo. Lei lo fa in nome di Dio; perché Dio gliel’ha mandato a dire da un angelo.

 

2.     Poi abbiamo Giuseppe. Un lavoratore, un uomo giusto. Che accetta di passare da fesso, di prendersi una donna che dagli ebrei viene chiamata Pantera, cioè infedele. E accoglie un figlio che non è suo e lo difende con tutto se stesso, contro erode, rischiando il suo lavoro, la sua carriera, i suoi sogni. E difende la sua sposa con tutto se stesso e anche lui non lo fa per maria e per Gesù, no… perché maria la voleva congedare. Lo fa in nome di Dio perché anche a Lui un angelo ha parlato.

 

3.     Alla fine abbiamo Gesù. Un bambino cresciuto con questi genitori come può essere: uno che ascolta Dio e fa tutto in nome suo e sacrifica tutto se stesso per amore, senza trattenere niente per se, nemmeno i vestiti, nemmeno l’onore, nemmeno la madre. Se non è amore questo.

 

 

Ecco … perché è stretta la porta dell’amore perché implica due cose:

1.     Ascoltare Dio e non fare di testa propria

2.     Spendere tutto se stessi.

 

Attenti però a quel che dice ancora Gesù: molti vogliono entrare. E perché? Perché l’amore è l’unico modo per essere felici. Avere qualcuno per cui dare la propria vita ci rende allegri. Guardate ho solo 33 anni, ma il Signore mi ha dato di incontrare gente che il mondo ritiene grande: capi di stato, papi, cardinali, illustri docenti, gente dello spettacolo. Persone veramente felici ne ho trovate poche.

 

E allora accade che lo sappiamo che alla fine i titoli, gli onori, il lavoro, gli obbiettivi raggiunti non danno la felicità e tutti – ripeto tutti – anche i più orgogliosi proviamo ad amare. Ma alla fine … la maggior parte desistono. E rimangono fuori.

 

Sai cos’è quel senso di frustrazione che ti porti dentro tutte le volte che non ami? Tutte le volte che pensi solo a te stesso? Sai cos’è quel velo di grigiore che ti guasta tutto, anche le più belle soddisfazioni? Il richiamo di Dio ad un amore più disinteressanto e libero, come quello di Gesù, Giuseppe e Maria.

 

Molti di quelli che sembrano i primi nell’amore quelli che sembrano realizzati, quelli che sanno sempre tutto e sbandierano verità e teorie sull’amore, rimarranno fuori. Tanti di quelli che invece sembra siano ultimi, insignificanti, insicuri … saranno primi nel regno del Padre. Perché l’amore non si valuta con cifre, obbiettivi, e parole … l’amore è la presenza di Dio in noi che ci dona di vivere per Lui e per gli altri e non più per se stessi.

 

Chiediamo alla Santa Famiglia di Nazaret di avere più genitori, educatori, preti, politici che sappiano amare così. Cerchiamo quelli che amano così e scegliamoli a nostri modelli, indichiamoli ai più giovani e allora troveremo finalmente che quella porta stretta non è in cielo, ma già su questa terra.











sabato 16 agosto 2025

Omelia San Marcellino 2025

 Carissimi fratelli e sorelle, 

 

            prima di condividere il pane della parola consentitemi di salutare quanti giungono da lontano per un periodo di riposo, i nostri concittadini che per lavoro sono stati costretti ad andare fuori paese e anche coloro che scelgono la nostra terra per un periodo di riposo. 

 

Saluto anche il Sindaco e l’amministrazione comunale, la Polizia municipale, la Polizia stradale e con particolare affetto – mi sia consentito – l’arma dei carabinieri che da qualche giorno ha qui a Santa Maria un nuovo comandante che ho avuto il piacere di conoscere nei giorni scorsi. Comandante, questa comunità cristiana l’accoglie con gioia ed è certa che l’esperienza che lei ha accumulato in importanti paesi della nostra costa, porterà frutto anche per tutta Santa Maria del Cedro. Benvenuto.

 

Domenica scorsa avevamo avevamo visto questo discepolo che dinanzi alla proposta di Gesù di spendere tutta la propria vita senza tenere niente aveva interrotto il maestro chiedendogli di difendere la sua eredità dall’avidità del fratello. 

 

Come non capire quest’uomo che in fondo rispecchia ogni uomo e l’atavica paura di perdere quel che si è guadagnato. Ognuno di noi ha paura di perdere qualcosa: soldi, consenso, amicizie, affetti, la vita stessa. La paura è radicata nella nostra carne ed è in qualche modo una condizione primordiale dell’uomo che già da quando nasce piangeper paura di essere stato abbandonato. 

 

È la Paura che ha sperimentato San Marcellino quando si è trovato dinanzi all’Imperatore che lo  costringeva a scegliere: o la fede o la vita. Quella paura che – secondo alcune tradizioni minoritarie – hanno portato il santo a rinnegare la fede. Come non capire anche San Marcellino? Anche oggi – lo stiamo vedendo ancora in Palestina – ci sono potenti di turno che in nome del consenso, dei soldi o del potere minacciano con la violenza verbale e fisica chi non si omologa al pensiero comune. Perché quando qualcuno pensa con la propria testa destabilizza, rende inquieto il potere … ed è per questo che quel nazareno appeso alla croce ha fatto e continua a fare paura: perché lui insegna ad essere liberi, ad esercitare i propri diritti e doveri, fuggendo dai compromessi che i pochi vogliono imporre ai molti facendoli passare come piaceri personali.

 

Eppure … questo uomo – Marcellino - che avrebbe rinnegato la fede è santo. Che bella che è la nostra fede che non ha nulla a che fare con coloro che spesso invocano la coerenza per giustificare la propria tiepidezza. Perché la fede non è una questione di coerenza, in fondo dovremmo avere tutti il coraggio di dire che dinanzi al bene e alla verità abbiamo le nostre sacche di incoerenza e che se Dio dovesse valutarci sulla nostra coerenza saremmo davvero spacciati.

 

E allora com’è che San Marcellino Papa, pur avendo rinnegato la fede, diviene santo?

 

Perché Dio, carissimi, non teme le nostre paure. Sì, Dio le conosce e le vuole abitare. Mentre noi quando avvertiamo qualcosa o qualcuno che ci spaventa fuggiamo via, Cristo viene ad abitare le nostre paure. 

 

Ed è per questo che oggi il Vangelo è iniziato con queste parole: Non temere piccolo gregge. Sono parole di una tenerezza inaudita – altro sentimento che la paura distrugge con l’ansia di volersi mostrare forti, più forti del presuntonemico. 

 

Dio, invece, che è infinito, eterno e incommensurabile guarda il suo popolo e rivolge a lui queste parole: non temere piccolo gregge che potremmo tradurre così: non temere cucciolo mio. Sono le Parole di un Padre che rinuncia ad essere Padrone in nome di un amore eterno ed infinito. Sono le parole che rivolge a noi in ogni notte della nostra esistenza quando la paura davvero soffoca e toglie il fiato. E perché non c’è da temere? Perché al Padre è piaciuto dare a noi il Suo Regno. 

 

Alla paura Dio oppone una promessa. Certo una promessa diversa da quelle di cui siamo capaci noi uomini quando abbiamo un obbiettivo da raggiungere, perché questa promessa è certificata nel sacrificio del suo figlio, è firmata con il sangue sparso sulla croce.

 

San Marcellino, dopo il presunto rinnegamento, è tornato sui suoi passi ed ha affrontato il martirio insegnandoci due cose: 

 

1.     Che ci si può rialzare dai propri sbagli. Da tutti gli sbagli. Fosse anche aver tradito Dio stesso, un uomo, se ritorna alla verità, può rialzarsi. 

2.     Che non esiste tiranno o violento che non possa essere affrontato.

 

Ma in nome di cosa lo ha fatto? Ci ha detto la lettera agli Ebrei che abbiamo appena ascoltato che per fede Abramo, Isacco e Giacobbe affrontarono il buon combattimento della propria vita. 

 

Perché san Marcellino ha potuto guardare in faccia il suo tiranno, sfidando la morte e perché mai noi cristiani di oggi non siamo più capaci di sfidare a viso aperto i tanti tiranni che ci vorrebbero sottomessi ad un mondo scialbo e de-socializzato?

 

Penso alla criminalità organizzata che sul nostro territorio si sta ri-organizzando, ribadendo il proprio potere attraverso omicidi, atti intimidatori messi in atto in modo sprezzante di ogni istituzione o convivenza sociale e nel silenzio assordante di molti che dovrebbero levare la voce e invece tacciono; penso alla massoneria che nel segreto di logiche occulte fa in calabria affari con la ‘Ndrangheta e con la politica corrotta – come ha dimostrato l’inchiesta che ha condotto al processo Gotha nel quale per altro era coinvolto anche un confratello sacerdote –; penso anche a chi vuole servirsi del nome di cristiano per pervertire la fede dall’interno generando dolorosi scandali anche a causa di chi tante volte conosce e non denuncia. 

 

Perché oggi non siamo capaci di questa profezia? È una domanda breve, ma allo stesso tempo pesante e dolorosa. 

 

La risposta è altrettanto semplice e sconvolgente: perché siamo divenuti cristiani che non credono al ritorno del loro maestro. Abbiamo ormai abdicato all’idea che Gesù mantenga la sua ultima promessa di felicità che abbiamo ascoltato poco fa: beato quel servo che, tornando il Padrone lo troverà sveglio.

 

Ormai siamo convinti che la nostra felicità si giochi in quel che siamo capaci di raggiungere con i nostri sforzi … e allora se la cosa più importante è farmi quadrare i conti su questa terra oppure non soffrire mai, non avere rogne e problemi, và da sé che è meglio starsene tranquilli e non dare fastidio a nessuno e magari tenersi buoni buoni qualche amico che non si sa mai.

 

Cari fratelli e sorelle, celebro con voi per l’ultima volta la festa di san marcellino prima della mia partenza che – lo so – a molti rende tristi, ma ad altri.– come è giusto che sia – li rallegra. Del resto non si può piacere a tutti.

 

E così come piccolo regalo alla comunità ho voluto realizzare una croce in argento d’orato che all’inizio della processione imporrò all’effige del santo. 

 

Ho voluto fare questo gesto per due motivi: 

 

1.     Il primo è perché ho sempre sentito vicina la presenza di San Marcellino. Un santo che purtroppo non è troppo venerato da queste parti, ma che mi ha sempre dato coraggio quando ho dovuto assumermi la responsabilità di scelte poco popolari; ogni volta che ne ho guardato l’effige e ho guardato quell’ascia che rappresenta lo strumento della sua decapitazione mi sono sentito dire: è meglio perdere la testa per la verità, che la dignità per la convenienza. 

 

2.     E poi una croce … perché in quella croce – ogni volta che la contempliamo – possiamo sentire il grido tenero di Dio che squarcia realmente ogni paura: non temere, io sono con te. È solo la fede in questa promessa di vicinanza e di amore che ci dona la possibilità di essere autenticamente rivoluzionari e finalmente liberi da ogni oppressione.

 

 

Chiediamo dunque questa grazia al nostro protettore: ci doni la gioia di credere che non siamo soliChi crede non è mai solo, non lo è nella vita e nemmeno nella morte, come amava dire Benedetto XVI. Ci doni di credere che siamo sempre nelle mani del Padre e che lui – come recita una bella preghiera di Sant’Ignazio – ci sostiene e ci difende dal nemico maligno. Amen.







 

sabato 9 agosto 2025

Una Canzone per Brunori: LA VITA COM'È



 

            Nei giorni scorsi presso i Ruderi di Cirella il nostro Brunori ha tenuto un concerto che – a dire dei partecipanti – è stato spettacolare. E allora in occasione di questo evento di orgoglio calabrese vorrei tornare a commentare qualche testo del cantautore. 

 

            Vorrei ripartire da “La vita com’è”. Già il titolo la dice lunga. A fronte di un main stream globalizzato secondo il quale tutto ciò che non ci piace può essere cambiato o modificato, questo pezzo ci invita a riscoprire l’arte dell’accogliere e assecondare la vita per come si presenta nella convinzione, paventata fin dall’inizio, che avere vent’anni o cento non cambia poi mica tanto se non riesci ad accogliere la vita com’è

 

            Proviamo ad immaginare per un istante quanto tempo abbiamo sprecato in nervosismi, ansie e agitazioni per far andare le cose come volevamo noi. Matrimoni, compleanni, Pranzi in famiglia, vacanze … tutto perché andasse secondo le nostre aspettative. Per poi raggiungere cosa? L’aborto della sorpresa, dell’inedito … una vita ad inscatolare l’esistenza in dinamiche pre-confezionate che, come dice in un’altra canzone, alla fine toglie il sapore pure al cioccolato

 

            Il testo di questa canzone appare particolarmente provocatorio – stile tipico dell’autore calabrese – ma qui riesce a raggiungere picchi di sarcasmo capaci di trafiggere l’animo umano. Come quando, nella prima strofa, si allude al fatto che ognuno di noi ha visto nella propria esistenza momenti che sapevano da fine del mondo (un lutto, un dolore, un fallimento, un tradimento) eppure anche dinanzi alla percezione di una fine che potrebbe arrivare da un momento all’altro, ecco che non riusciamo ad accogliere la vita com’è

 

            Il ritornello ha poi del geniale. Canticchiando con una leggerezza impressionante la dura ed essenziale legge delnon poter tornare indietro, Brunori ha la capacità di affondare le retorica comune dicendo che se anche si potesse tornare indietro alla fine non troverebbero noi, ma altri. Artefatti. Provate a fare di nuovo lo sforzo immaginare di poter riavvolgere sempre il nastro, come si faceva con le vecchie VHS. Sarebbe davvero bello? Gli istanti perderebbero la loro unicità e noi ci costringeremmo a ripetere attimi e momenti fino a raggiungere chissà quale perfezione, perdendo di fatto la cosa più bella della vita: la possibilità di andare avanti, sempre e comunque

 

            Tuttavia, la perla nascosta in questo testo è il parallelismo tra l’amore e la vita. Entrambi, infatti, non sono come volevi tu. La sfida di amare non è la sfida di trovare qualcuno che ci rispecchi, ma qualcuno per cui, nella sua unicità e differenza, vale la pena spendere la nostra esistenza. 

 

            E allora questo splendido inno alla vita e all’amore si trasforma in un invito alla contemplazioneL’odore del mare. La voce di tua madre. Ma non ti fa commuovere la vita com’è?

 

            La perdita dell’arte della contemplazione è ciò che ha maggiormente intristito la nostra quotidianità. La capacità di contemplare nel frammento imperfetto e fugace della nostra esistenza la profondità dell’universo nel quale si manifesta l’infinito di Dio. Converrebbe, per citare un altro grande (Niccolò Fabi), togliere il coltello dai denti per cominciare ad accogliere il fluire dell’esistenza: le partenze, come gli arrivi; le vittorie come i fallimenti; le gioie, come i dolori; la noia, come l’allegria … intrecciati da una sapiente mano che, come un artista, sa fare capolavori. 




don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com



 

 

mercoledì 28 maggio 2025

Se si torna ad uccidere ... abbiamo bisogno di non sentirci soli e isolati.

Così terminavo il 24 Giugno 2022 una lettera aperta a chi aveva tentato di uccidere a colpi di Kalashnikov Guido Pinto, proprio sulla stessa strada statale lungo la quale ieri hanno assassinato Pino Corallo:

Mi fa rabbia perché i tuoi capi si crogiolano sul fatto che tanto, se si continua così, non cambierà un bel nulla. Constatare che hanno realmente ragione, mi fa una rabbia che non so descriverti. Ma questa rabbia – davvero – non è per te! Potessi avere un solo motivo per dirmi che la mia rabbia è immotivata chiederei perdono in ginocchio sui ceci in piena piazza, mi farebbe meno male. 

 

Dal 24 Giugno in poi ho cercato diversi motivi per dirmi che forse esageravo, che mi ero fatto prendere troppo dal momento, tanto più che all’epoca diversi amministratori minacciarono addirittura denunce di diffamazione tramite ricorso al vescovo del tempo, ma onestamente di ragioni sufficienti non ne ho trovate. Anzi ho trovato conferme. Nemmeno troppo tempo dopo, nel Novembre del 2023, si è verificato, infatti, quanto in diversi temevamo: un omicidio in stile mafioso, in piena sera, davanti ad una pizzeria gremita.

 

Ieri, all’indomani delle elezioni comunali (sarà stato un caso o una scelta mirata?), l’ennesimo grave atto. Era chiaro che si sarebbe verificato. Dalle indagini degli ultimi anni – ma bisogna avere pazienza con chi non ha tempo per leggere queste carte – è risultato evidente che sul territorio lavorano ormai diversi clan che stanno combattendo per l’affermazione del proprio potere. 

 

Era chiaro che se non ci fosse stata una reazione ferma di tutto il tessuto sociale, come una sfera su un piano inclinato, la situazione sarebbe precipitata.

 

Cosa è cambiato da quel 24 Giugno 2022? Dà Speranza e attenua la rabbia, il comunicato del nostro Vescovo che chiede che tutta la diocesi si raccolga insieme alla comunità di Cetraro per pregare e reagire come a dire che questo non è il problema di una comunità, ma di tutti. Dà speranza che il neo-sindaco sospenda il comizio di ringraziamento dopo le elezioni per ripartire da una caserma dei carabinieri fantasma che, non si capisce perché (o forse sì), da troppo tempo non era più al centro dell’attenzione. 

 

Fa respirare ossigeno la denuncia dell’imprenditore Francesco Occhiuzzi che squarcia un velo di omertà fino ad oggi superato soltanto da un altro imprenditore, Silvio Aprile, il quale non è morto ammazzato, come a dire che chi denuncia ce la fa – anche tra tante difficoltà – a difendere la dignità del proprio lavoro e della propria famiglia.

 

Dà Speranza il movimento diocesano degli studenti di Azione Cattolica istituito all’indomani dell’omicidio di Alessandro Cataldo nei licei di Cetraro e che ancora quest’anno ha visto diversi ragazzi lavorare sui temi della politica e del territorio come spazio da abitare e difendere; come anche le iniziative organizzate in pubblica piazza dall’oratorio San Benedetto di Cetraro; e così tanto altro lavoro silenzioso e quotidiano meno esposto all'opinione pubblica. Sono segni di speranza che però da soli non bastano.

 

Serve una reazione compatta di tutto il tessuto sociale, facendo sì che dinanzi a queste situazioni ogni forma di rancore, di diversità di colore politico, di diversità di veduta vadano sotterrati in favore della coesione per la tutela del bene comune. 

 

O tornerà ad essere chiaro che il territorio di Cetraro e dell’Alto Tirreno Cosentino non è affare di pochi scellerati o saremo costretti ad ammettere tra qualche anno che questo omicidio era solo l’ouverture di una più drammatica e radicata tragedia. 

 

Sogno e spero che l’invito del Vescovo che chiama a raccolta tutta la diocesi serva da incoraggiamento a tutti gli amministratori dell’Alto Tirreno Cosentino, alle associazioni di ogni genere e alle istituzioni della Pubblica Istruzione. Ora più che mai c’è bisogno di sentire che non siamo soli, né divisi, né isolati. 




Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com