Carissimi fratelli e sorelle,
prima di condividere il pane della parola consentitemi di salutare quanti giungono da lontano per un periodo di riposo, i nostri concittadini che per lavoro sono stati costretti ad andare fuori paese e anche coloro che scelgono la nostra terra per un periodo di riposo.
Saluto anche il Sindaco e l’amministrazione comunale, la Polizia municipale, la Polizia stradale e con particolare affetto – mi sia consentito – l’arma dei carabinieri che da qualche giorno ha qui a Santa Maria un nuovo comandante che ho avuto il piacere di conoscere nei giorni scorsi. Comandante, questa comunità cristiana l’accoglie con gioia ed è certa che l’esperienza che lei ha accumulato in importanti paesi della nostra costa, porterà frutto anche per tutta Santa Maria del Cedro. Benvenuto.
Domenica scorsa avevamo avevamo visto questo discepolo che dinanzi alla proposta di Gesù di spendere tutta la propria vita senza tenere niente aveva interrotto il maestro chiedendogli di difendere la sua eredità dall’avidità del fratello.
Come non capire quest’uomo che in fondo rispecchia ogni uomo e l’atavica paura di perdere quel che si è guadagnato. Ognuno di noi ha paura di perdere qualcosa: soldi, consenso, amicizie, affetti, la vita stessa. La paura è radicata nella nostra carne ed è in qualche modo una condizione primordiale dell’uomo che già da quando nasce piangeper paura di essere stato abbandonato.
È la Paura che ha sperimentato San Marcellino quando si è trovato dinanzi all’Imperatore che lo costringeva a scegliere: o la fede o la vita. Quella paura che – secondo alcune tradizioni minoritarie – hanno portato il santo a rinnegare la fede. Come non capire anche San Marcellino? Anche oggi – lo stiamo vedendo ancora in Palestina – ci sono potenti di turno che in nome del consenso, dei soldi o del potere minacciano con la violenza verbale e fisica chi non si omologa al pensiero comune. Perché quando qualcuno pensa con la propria testa destabilizza, rende inquieto il potere … ed è per questo che quel nazareno appeso alla croce ha fatto e continua a fare paura: perché lui insegna ad essere liberi, ad esercitare i propri diritti e doveri, fuggendo dai compromessi che i pochi vogliono imporre ai molti facendoli passare come piaceri personali.
Eppure … questo uomo – Marcellino - che avrebbe rinnegato la fede è santo. Che bella che è la nostra fede che non ha nulla a che fare con coloro che spesso invocano la coerenza per giustificare la propria tiepidezza. Perché la fede non è una questione di coerenza, in fondo dovremmo avere tutti il coraggio di dire che dinanzi al bene e alla verità abbiamo le nostre sacche di incoerenza e che se Dio dovesse valutarci sulla nostra coerenza saremmo davvero spacciati.
E allora com’è che San Marcellino Papa, pur avendo rinnegato la fede, diviene santo?
Perché Dio, carissimi, non teme le nostre paure. Sì, Dio le conosce e le vuole abitare. Mentre noi quando avvertiamo qualcosa o qualcuno che ci spaventa fuggiamo via, Cristo viene ad abitare le nostre paure.
Ed è per questo che oggi il Vangelo è iniziato con queste parole: Non temere piccolo gregge. Sono parole di una tenerezza inaudita – altro sentimento che la paura distrugge con l’ansia di volersi mostrare forti, più forti del presuntonemico.
Dio, invece, che è infinito, eterno e incommensurabile guarda il suo popolo e rivolge a lui queste parole: non temere piccolo gregge che potremmo tradurre così: non temere cucciolo mio. Sono le Parole di un Padre che rinuncia ad essere Padrone in nome di un amore eterno ed infinito. Sono le parole che rivolge a noi in ogni notte della nostra esistenza quando la paura davvero soffoca e toglie il fiato. E perché non c’è da temere? Perché al Padre è piaciuto dare a noi il Suo Regno.
Alla paura Dio oppone una promessa. Certo una promessa diversa da quelle di cui siamo capaci noi uomini quando abbiamo un obbiettivo da raggiungere, perché questa promessa è certificata nel sacrificio del suo figlio, è firmata con il sangue sparso sulla croce.
San Marcellino, dopo il presunto rinnegamento, è tornato sui suoi passi ed ha affrontato il martirio insegnandoci due cose:
1. Che ci si può rialzare dai propri sbagli. Da tutti gli sbagli. Fosse anche aver tradito Dio stesso, un uomo, se ritorna alla verità, può rialzarsi.
2. Che non esiste tiranno o violento che non possa essere affrontato.
Ma in nome di cosa lo ha fatto? Ci ha detto la lettera agli Ebrei che abbiamo appena ascoltato che per fede Abramo, Isacco e Giacobbe affrontarono il buon combattimento della propria vita.
Perché san Marcellino ha potuto guardare in faccia il suo tiranno, sfidando la morte e perché mai noi cristiani di oggi non siamo più capaci di sfidare a viso aperto i tanti tiranni che ci vorrebbero sottomessi ad un mondo scialbo e de-socializzato?
Penso alla criminalità organizzata che sul nostro territorio si sta ri-organizzando, ribadendo il proprio potere attraverso omicidi, atti intimidatori messi in atto in modo sprezzante di ogni istituzione o convivenza sociale e nel silenzio assordante di molti che dovrebbero levare la voce e invece tacciono; penso alla massoneria che nel segreto di logiche occulte fa in calabria affari con la ‘Ndrangheta e con la politica corrotta – come ha dimostrato l’inchiesta che ha condotto al processo Gotha nel quale per altro era coinvolto anche un confratello sacerdote –; penso anche a chi vuole servirsi del nome di cristiano per pervertire la fede dall’interno generando dolorosi scandali anche a causa di chi tante volte conosce e non denuncia.
Perché oggi non siamo capaci di questa profezia? È una domanda breve, ma allo stesso tempo pesante e dolorosa.
La risposta è altrettanto semplice e sconvolgente: perché siamo divenuti cristiani che non credono al ritorno del loro maestro. Abbiamo ormai abdicato all’idea che Gesù mantenga la sua ultima promessa di felicità che abbiamo ascoltato poco fa: beato quel servo che, tornando il Padrone lo troverà sveglio.
Ormai siamo convinti che la nostra felicità si giochi in quel che siamo capaci di raggiungere con i nostri sforzi … e allora se la cosa più importante è farmi quadrare i conti su questa terra oppure non soffrire mai, non avere rogne e problemi, và da sé che è meglio starsene tranquilli e non dare fastidio a nessuno e magari tenersi buoni buoni qualche amico che non si sa mai.
Cari fratelli e sorelle, celebro con voi per l’ultima volta la festa di san marcellino prima della mia partenza che – lo so – a molti rende tristi, ma ad altri.– come è giusto che sia – li rallegra. Del resto non si può piacere a tutti.
E così come piccolo regalo alla comunità ho voluto realizzare una croce in argento d’orato che all’inizio della processione imporrò all’effige del santo.
Ho voluto fare questo gesto per due motivi:
1. Il primo è perché ho sempre sentito vicina la presenza di San Marcellino. Un santo che purtroppo non è troppo venerato da queste parti, ma che mi ha sempre dato coraggio quando ho dovuto assumermi la responsabilità di scelte poco popolari; ogni volta che ne ho guardato l’effige e ho guardato quell’ascia che rappresenta lo strumento della sua decapitazione mi sono sentito dire: è meglio perdere la testa per la verità, che la dignità per la convenienza.
2. E poi una croce … perché in quella croce – ogni volta che la contempliamo – possiamo sentire il grido tenero di Dio che squarcia realmente ogni paura: non temere, io sono con te. È solo la fede in questa promessa di vicinanza e di amore che ci dona la possibilità di essere autenticamente rivoluzionari e finalmente liberi da ogni oppressione.
Chiediamo dunque questa grazia al nostro protettore: ci doni la gioia di credere che non siamo soli. Chi crede non è mai solo, non lo è nella vita e nemmeno nella morte, come amava dire Benedetto XVI. Ci doni di credere che siamo sempre nelle mani del Padre e che lui – come recita una bella preghiera di Sant’Ignazio – ci sostiene e ci difende dal nemico maligno. Amen.
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