Quando ci siamo conosciuti non avevo pienamente nella testa e nel cuore cosa sarebbe significato farti entrare nella mia vita. Di te ho sempre sentito parlare apertamente bene, ma nel silenzio di confidenze private ho accolto anche cose molto tristi. Sarà perché come ogni amicizia veramente profonda anche quella con te porta gioie e dolori, sorrisi leggeri e lacrime pesanti.
Nell’entusiasmo della gioventù e degli anni del seminario forse non ho mai preso troppo sul serio quello che tu mi chiedevi. Per me era scontato averti accanto: volevo dare tutto me stesso al Signore, anzi era Lui che mi aveva dato tutto sé stesso per cui non vedevo spazio per un’altra relazione esclusiva. Era normale, scontato, ovvio.
A te devo la grazia di aver vissuto con intensità i miei primi anni di ministero: giornate intense, strapazzanti, ritmi accelerati, un cuore, come la porta della sagrestia, aperto a tutti a tutte le ore. Ricordo bene quando la sera, tornando a casa solo e stanco, senza neppure aver cenato, tu mi nutrivi con una consapevolezza: vedi? Ne vale la pena.
Certo. Vale la pena aver consacrato tutto, anche la propria affettività, quando questo spazio di solitudine che tu hai aperto nella mia vita, diventa lo spazio fecondo in cui tanti trovano riposo, gli sfiduciati il coraggio, i disperati la speranza, i tristi la gioia.
Poi però è subentrata la stanchezza. Il vescovo che chiede un altro trasferimento, abbracciato anch’esso con grande generosità per paura di perdere la relazione con il maestro in cambio di quattro spiccioli di sicurezza. Tuttavia, mentre il cuore andava da una parte, la carne tirava da un’altra. Lo strappo, anche ben dissimulato all’esterno e forse anche a me stesso, ha prodotto dentro una ferita notevole. Ricominciare da capo, lasciare persone, amici, figli.
E così quella sera, arrivato in un’ennesima struttura deserta dove mi si chiedeva di ricominciare da capo, tu mi sussurravi le stesse parole, ma con un punto di domanda finale: ne vale la pena? Non era la domanda di chi voleva provocare quel pianto liberatorio che pure è arrivato, nemmeno la provocazione sadica e fredda di un nemico, volevi solo che io maturassi con quella domanda una nuova consapevolezza. E invece, asciugate le lacrime, andai a dormire, liquidando velocemente quella feroce interrogazione.
Nel frattempo, proprio in quei giorni, si riaffacciava alla porta della mia vita una ragazza che sempre ho reputato solare, bella, intelligente, ma con la quale non c’era mai stato niente. Adesso appariva in modo diverso. Velocemente ci siamo riavvicinati, abbiamo scambiato carezze e sorrisi, baci e silenzi. Ed ecco che in quel momento tutto è cambiato. Emozioni che tu mi avevi nascosto, o meglio che io avevo rinchiuso in un angolo segreto del cuore per paura che tu ti potessi offendere, sono tornate a far battere il petto, ad accelerare la sudorazione, a rimanere sveglio in attesa di un messaggio. Mi sembrava di essere tornato adolescente; eppure, mi piaceva provare quelle sensazioni, anche se tu mi sussurravi all’orecchio una parola dolce, ma ferma: “Il tuo cuore non è fatto per questo”. Questa parola divenne certezza quando baciandola ancora una volta sentii il vuoto dentro. Sembrava tutto finito. Eppure, non era così.
Avevi ancora un’altra lezione da consegnarmi. Forse è questo quello che non capiscono quelli che di te dicono male, che pensano che tu sia roba da medioevo da relegare in cantina, una privazione repressiva per la quale non v’è più spazio. Dovevi insegnarmi che avere un cuore celibe non significa avere un cuore sordo, freddo, inarrivabile, ma capace di sentire con maggiore sensibilità tutte le onde dell’affettività. Un cuore capace di tremare e di sognare, di sperare e di soffrire. Volevi portarmi fin qui, caro amico mio, e me l’hai nascosto perché forse avevi paura che prima mi sarei spaventato o forse, ancora una volta, io mi nascondevo per paura di essere inadeguato.
E allora hai atteso di parlarmi attraverso gli occhi di G., attraverso i suoi sorrisi, attraverso la sua pelle e le sue labbra, come anche attraverso la gelosia suscitata dalla notizia che lei adesso pensa ad un altro.
Credimi se ti dico che questa lezione sta facendo sanguinare il mio cuore, mentre toglie il sonno ai miei occhi, eppure sento che il mio spirito proprio adesso impara un po’ di più la povertà della sensibilità. Perché per essere davvero sensibili – lo imparo a mie spese – bisogna saper sentire tutto e tutti, bisogna lasciarsi colpire dalla vita, ma senza lasciarsi travolgere. E io, per paura che questo accadesse, molte volte ho preferito rimanere sordo, chiudere le esperienze in ragionamenti alti, ma freddi; profondi, ma vuoti; religiosi, ma forse anche un po’ disincarnati.
Caro Celibato, se l'altro giorno una parrocchiana, dopo l'ennesimo incontro, mi ha scritto ringraziandomi per la mia paternità, è perché – anche se un po’ inconsciamente ed incoscientemente – ti ho fatto entrare nella mia vita. Non mi pento di averti accolto anche se a volte mi regali notte di solitudine, di aridità e di dolore. Sì, dunque, ne vale la pena perché proprio tu sei la porta preziosa per la quale Cristo continua ad attraversare la mia esistenza per incontrare tanti fratelli e sorelle. E questo può valere tutto il dolore possibile, nella consapevolezza che tu, amico mio celibato, non sei privazione, ma donazione. E non v’è donazione alcuna senza la possibilità di ferirsi, perdersi e addirittura morire.
E se, morendo a me stesso, qualcuno gioirà e sorriderà, ripeterò ancora una volta in più che ne è valsa la pena, che la mia umanità, desiderosa di affetto e di fraternità, si è compiuta proprio mentre, appeso alla croce dell’amore, chiuderò gli occhi a questa vita. E allora sorriderà il mio cuore a sentire finalmente le parole sussurrate da quello sposo che a Cana di Galilea si è coniugato con la nostra fragile umanità: vieni a me perché avevo fame e mi hai dato da mangiare, avevo sete e mi hai dato da bere, ero carcerato e malato e sei venuto a visitarmi (Cfr. Mt 25,35-44).
* Questo scritto rielabora liberamente alcune confidenze ricevute e alcuni stimoli ricevuti lungo alcune letture e incontri formativi
don Giuseppe Fazio
gfazio92@gmail.com

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