sabato 30 maggio 2026

Cara Sorella Obbedienza ...

 

            Qualche giorno fa – seminando un po’ il panico tra i curiosi e i benpensanti – ho scritto al tuo fratello minore celibato. Tu lo sai, lui non ha una buona reputazione di questi tempi, ma deve essere un problema di famiglia, perché anche di te non si parla proprio bene bene. 

 

            Io e te ci siamo conosciuti fin da quando, piccolo terrorista che gattonava, la mamma, con il dito alzato e la voce perentoria, forse stanca dei miei capricci, mi diceva: obbedisci o ti metto in punizione. Certo poi capisci che se all’inizio mi stavi un po’ antipatica era anche perché tu da subito sei intervenuta a castrare i miei infantili deliri di onnipotenza. Alla fine, però, poiché ho sempre avuto paura di essere rifiutato, ho capito che tu mi eri utile. Se faccio il bravo – mi dicevo – sarò apprezzato.

 

            E allora, in modo superficiale, ma anche convinto, cominciai a fare tutto quel che si deve fare. Entrato in seminario mi hai permesso di risultare tra le fila del seminarista modello, e poco importava se il mio voler essere apprezzato e inappuntabile faceva rosicare altri a tal punto da risultare poi insopportabile e pedante. Tu eri il mio passpartou per il riconoscimento e l’ingresso nel mondo degli adulti; mi facevi sentire importante; specie quando poi mi sentivo dire: chi obbedisce non sbaglia mai. Ecco, pronto – mi ripetevo – io non sbaglio mai, faccio sempre quello che si deve fare e per fortuna non sono come gli altri, quei pubblicani disobbedienti e zozzoni.

 

            Nel frattempo, però, questo atteggiamento faceva sì che sempre meno dessi ob-udienza ad una parte profonda di me: l'emotività. Cosa provasse quel seminarista, poi diacono e infine prete, non contava: contava solo ciò che era giusto, ciò che si doveva fare, ciò che faceva sentire bene gli altri. Del resto anche Gesù nel Getsemani e, prima ancora nel Padre Nostro, ci aveva insegnato che ciò che conta è la Sua volontà; quella del Padre. E allora ancor di più mi incoraggiavo pensando: sei fai il bravo e obbedisci, non solo i grandi ti vorranno bene, ma anche Dio Padre

 

            Avanti tutta, dunque, con il valzer delle cose da fare, gli impegni da rispettare in modo stoico, mentre finanche le analisi del sangue cominciavano a dire che qualcosa stava funzionando male. Quanta pazienza hai avuto con me, sorella obbedienza, nel dover mantenere distacco, nel non regalarmi subito quella gioia che il Signore Gesù ha promesso per coloro che lo avrebbero ascoltato e seguito. Mi frustravi ogni volta con una gioia a cui mancava sempre un numero per fare tombola.

 

            Finché un giorno, proprio insieme a tuo fratello celibato, non mi hai urlato che obbedire non è sottomettersi, annientarsi, azzerare il volume di ogni emozione o sentimento in vista di un bene maggiore, come macchine sottomesse ad un profitto ultimo, fosse anche di carattere spirituale.

 

            Ti sei stancata quel giorno e mi hai ricordato che tu, sei figlia di Ascolto ed Umiltà e che ben poco posso obbedire a Dio e agli altri, se non imparo ad ascoltare il mio cuore, le mie paure, i miei desideri, le mie frustrazioni, i miei sogni e aspirazioni e finanche la mia rabbia. Perché la prima e ultima obbedienza alla fine la si deve alla propria coscienza, quel sacrario bello e altrettanto difficile da praticare, in cui Dio parla a tu per tu con i suoi figli. 

 

            Per un attimo, quel giorno, mi sembrò che crollasse tutto quanto. Dovetti ammettere a me stesso che tanta obbedienza, pur motivata con le più sante delle intenzioni, non era altro che vanagloria truccata, ansia di riconoscimento, paura di essere dimenticato, porta sul baratro della depressione e della ribellione. 

 

            Mi ricordai allora dei primi momenti in cui sperimentai la presenza e l’amicizia di Gesù. Fu quando, dialogando con lui, mi dissi: basta inseguire i miei sogni, se seguo i tuoi è tutto molto più bello. A 13 anni quello fu l’atto più autentico, più libero e più alto di obbedienza … sarà forse per questo che Gesù ha lasciato detto che solo chi torna ad essere come un bambino entra nel Regno del Padre. A pensarci bene, infatti, quando un bambino ascolta un adulto e si entusiasma accoglie ogni consiglio e indicazione con una generosità di cui non sarebbe capace nemmeno il più virtuoso dei militari di fronte al suo generale in caso di emergenza. 

            

            E allora tornai a comprendere che quel Maestro che chiede di essere obbedito (cioè ascoltato) parla nelle emozioni, come nei sentimenti, nei segreti più inconfessabili, come nei desideri più alti e puri; parla nelle persone che incontri e in quelle che non vorresti incontrare; nei successi e negli insuccessi e finanche nei peccati; parla addirittura nelle malattie e nei lutti. Insomma, non sta mai zitto. Non sarà mica un caso se Giovanni – l’aquila che vola alto e vede in profondità – ha voluto chiamare il suo maestro il Verbo

 

            Obbedienza, dunque, non sei tu un cieco reclinare del capo per eseguire ordini non condivisi, ma piuttosto orecchio teso verso il cielo, capace di scorgere la voce dell’Amico celeste in ogni circostanza; sei sorella preziosa che mi sussurra che la più grande libertà si manifesta proprio quando, pur ascoltando tutto e tutti, impari a disobbedire a te stesso, per donarti agli altri e che a volte, proprio per questo, ti nutri del dissenso e dell’obiezione di coscienza.

 

            Perché quando tu sei veramente tu rendi l’uomo capace di scelte così alte che possono andare contro il consenso, la popolarità, la paura dell’abbandono e del tradimento. Insomma, quando tu sei veramente tu compare un uomo capace di mostrare il cielo, un uomo davanti al quale anche il più pagano e crudele dei centurioni, che non si fa problema a conficcare chiodi nelle mani dei poveri condannati a morte, deve rassegnarsi a dire: Veramente quest’uomo era figlio di Dio.

            

* Come la precedente, non si tratta di autobiografia, seppur, com'è ovvio che sia (e menomale!) queste sono esperienze da cui tutti passiamo, nella fattispecie ancor di più noi preti. 

 


Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com





            

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