venerdì 19 dicembre 2025

Se è Natale ... ogni terra mi è straniera e ogni cuore mi è casa.

             Mentre ci apprestiamo a vivere la festa del Natale del Signore Gesù, mi ritrovo, per l’ennesima volta, a compilare le carte per la richiesta della Residenza nel comune di San Marco Argentano nel quale da qualche mese risiedo felicemente. 

            È da quando avevo circa 5 anni che mi trovo a vagare, prima per il lavoro dei miei genitori (da Rende a Cetraro), poi per la mia vocazione: San Marco, Roma, Verbicaro, Belvedere, Marcellina, Catanzaro e ora di Nuovo San Marco. Un elenco che mi ricorda esperienze, relazioni, volti anche di persone che ora contemplano già il volto bello del Padre nel quale quello di ciascuno di noi è mirabilmente contenuto, tanto da poter dire anche noi con Gesù che chi vede me vede il Padre

 

            Mentre compilo queste carte sono diversi i pensieri che mi abitano: da un lato la curiosità di poter vedere cosa Dio ha pensato per la mia storia in questo nuovo capitolo; quella curiosità che avevo da bambino proprio in queste ore mentre vedevo crescere sotto l’albero di Natale il numero dei pacchi e mi domandavo, scrutandoli, quale potesse toccare a me. Di tanto in tanto però il sospiro della nostalgia gonfia i polmoni mentre i miei pensieri si soffermano su altri volti, quelli delle persone che in qualche modo non abitano più la mia vita costantemente e che invece fino a pochi mesi fa erano il pane quotidiano

 

            Compilo queste carte e mi domando: ma io a chi appartengo? Certo mi sono sempre definito orgogliosamente cetrarese, ma a ben vedere a Cetraro ho vissuto solo da 5 ai 15 anni, lo stesso numero di anni che ho vissuto a Roma. Si dice che i figli sono di chi li cresce non di chi li fa per cui va anche bene dire che sono cetrarese. Però sento che il mio cuore ha il desiderio di sentirsi legato a qualcuno o qualcosa che non può rispondere al nome di nessuno di questi paesi. 

 

            E così mi viene da pensare ad un altro Giuseppe, figlio di Giacobbe, che, venduto dai suoi fratelli si ritrova in Egitto e cresce lì, e si sarà confrontato anche lui con questa domanda: di chi sono se i miei fratelli, la mia terra, mi hanno venduto? Poi mi viene da pensare anche a quell’altro Giuseppe che ha dovuto accogliere un figlio non suo, partorito in fretta in una capanna perché un re aveva indetto un censimento per quantificare la residenza (guarda un po’!) dei suoi sudditi. Quel Giuseppe che è dovuto fuggire in Egitto perché un altro potente minacciava la vita della sua prole; perché è sempre così: chi si pensa padrone del mondo finisce per togliere la vita agli altri, condannandosi però ad un'esistenza senza patria e senza affetto. Anche Giuseppe, dunque, forse smarrito e stanco, sentendo il bimbo piangere e poggiando i propri occhi sul volto bello e provato di Maria, si sarà domandato: e ora di chi siamo?

 

            Immagino in questo momento siano le domande di tanti studenti e lavoratori fuori sede, di mio fratello che vive in Germania e come lui di tanti altri costretti a lasciare la propria terra; saranno le domande di tanti fratelli e sorelle che dal sud del mondo arrivano in Europa nella speranza di trovare fratelli accoglienti che gli ricordino che non sono mostri, ma nostri; come i due fratelli Beninesi che abbiamo accolto nel nostro seminario diocesano affinché, terminati gli studi qui in Italia, possano ritornare a contribuire alla crescita della loro nazione. Accompagnando loro in questi giorni presso la Questura di Cosenza per sbrigare le pratiche necessarie ho visto file di immigrati stanchi, nervosi, speranzosi, innocenti come lo sanno essere solo i bambini … accenti strani che ripetono questa domanda che è di tutti, al di là dei colori, delle lingue, delle esperienze, dei meriti e degli sbagli: Qual è la nostra cittadinanza? La nostra Residenza? A chi appartengo?

 

            È una domanda feroce che si ripropone anche nel momento della morte quando tutto sembra finire ed essere consumato, lei ritorna lì, come non fosse mai andata via, forse mutata di forma, ma con la stessa forza: a cosa è servito vivere?

 

            Compilo questi fogli e penso però a Gesù che una casa ce l’aveva e questa casa non era una cosa o una terra, ma una persona: il Padre. Lui con il Padre, nella gioia dello Spirito, era dall’eternità a casa e nessuno avrebbe potuto spodestarlo. Eppure, nasce in una stalla. Sarà un girovago senza tana né nido o pietra dove poggiare il capo. E a tutti dirà: seguimi, mettiti in cammino. E quando gli chiederanno dove abiti? Ancora Lui risponderà: venite e vedete. E condurrà tutti e ciascuno sotto quella croce in cui a Pasqua sentiremo queste parole: Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito

 

E allora, mentre compilo queste carte, sento che questo bambino che sta per essere deposto di nuovo nella mangiatoia dei nostri presepi torna a dirmi che l’unica mia casa è il cuore del Padre che non ha confini di terre, case o abitazioni perché questo Padre abita i cieli e, abitando i cieli, mi ricorda che non siamo fatti per la terra; che su d’essa, bella e feconda, noi non siamo altro che pellegrini. 

 

            Sorrido, mentre metto le ultime firme e, avvertendo una parte di me che si domanda quante volte ancora mi toccherà cambiare residenza, mi rispondo: che importa se uno o altri cento alla fine sarò a casa solo nelle Braccia del Padre perciò ogni terra mi è straniera e ogni cuore di fratello mi è casa perché è proprio vero che a chi si mette in cammino Dio regala cento volte tanto in fratelli, sorelle, padri, madri, campi e la vita eterna … l’unica dimora che in fondo il mio cuore attende con ansia, anche quando non me ne accorgo.

 

            Sia questo Natale per ciascuno di noi l’occasione per ravvivare nel nostro cuore sia la Consapevolezza che se Cristo ha rinunciato alla Sua dimora per venire incontro a noi, anche noi possiamo rinunciare alle nostre comodità per andare incontro agli altri; sia l’invito speranzoso a non attaccarci troppo a ciò che alla fine è solo terra, nient’altro che terra.

 

            


Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com







domenica 19 ottobre 2025

Apriti Cielo! Un invito alla lettura ...



  

            È stata presentata ieri la seconda lettera pastorale del nostro vescovo, Mons. Stefano Rega, dal titolo simpatico e provocatorio Apriti cielo!

 

            Il testo, sintetico e agevole, vuole essere una pro-vocazione a tutta la Chiesa diocesana a riscoprire la bellezza del raccontare al cuore dell’uomo lo sconfinato amore di Dio. Lo scrive nelle prime battute il vescovo quando afferma: Parlare del suo amore alle persone che incontriamo è la ragione del nostro vivere (pag. 4). Del resto, se ci soffermassimo per un attimo a pensare all’esperienza del Nazareno, capace di convertire le prostitute, i pescatori, gli esattori delle tasse e finanche gli esaltati religiosi come Paolo di Tarso, troveremmo che ciò che ha annunciato Gesù è questo amore indefinibile e incondizionato di un Padre che addirittura permette la morte del Suo Figlio per la nostra salvezza.

 

            La lettera pastorale potrebbe essere definita un accorato invito ad ogni battezzato della nostra diocesi a tornare a credere che è possibile parlare ai cuori di ogni uomo, anche ai più induriti. Leggendo la lettera mi sono domandato: perché un cuore si indurisce? Un mafioso (mi scorrono davanti agli occhi diversi nomi di persone della nostra diocesi), un indolente, un infedele, un arrogante non nascono così. La Scrittura ci ricorda fin dalle sue prima pagine che, uscendo dalle mani di Dio, siamo tutti creati come molto belli perché Dio prima di crearci – ancora prima – ci benedice! 

 

            E allora perché un cuore si indurisce? Trovo una sola risposta: non ha incontrato e ricevuto l’amore; non quello egoistico che si agita per un po’ tranquillità, che vuole l’altro a disposizione secondo le proprie infantili voglie di affetto e attenzione, ma quell’amore che salva, quell’amore che supera difetti, fragilità, povertà, precarietà; quell’amore che prima accoglie senza troppi giri e poi educa alla crescita; quell’amore che solo da un Essere infinito può sorgere e che noi, a giusta ragione, chiamiamo Padre. 

 

            Scorgendo le pagine di questa lettera ci si può sentire un po’ rimproverati perché forse tante volte tante persone, girando dalle nostre parti, non hanno trovato il racconto e la testimonianza di questo amore, ma compromesso, rassegnazione, risentimento (quanto è brutto affermare anche cose vere, risentiti, rancorosi, con quella stessa violenza che si condanna!), soluzioni facili e isolamento. In questa prospettiva l'impegno per il sociale - che il vescovo incoraggia considerando la crescita della violenza criminale nel nostro territorio - ha senso solo se diventa una testimonianza credibile di quel Dio che è sempre e comunque amore e verità.

 

            Si percepisce, però, un rimprovero altro … un rimprovero paterno che diventa, anche attraverso il testimone scelto come icona di testimonianza (Don Peppe Diana), incoraggiamento. Non il rimprovero di chi dice: tu hai finito, ma lo scossone di chi desidera riattivare le energie che ci sono in questa nostra bella diocesi (cfr. Incipit della lettera).

 

            Un sussulto – consentitemelo di condividerlo – lo ho avuto scorgendo le ultime righe del testo di mons. Rega nel quale ricorda alla nostra memoria alcuni tra i testimoni eminenti della nostra diocesi. Ci sono certamente i santi canonizzati e poi alcuni testimoni che hanno versato il sangue: Lucio Ferrami, Giannino Losardo e poi ancora Suor Crocifissa Militerni e Fra Albenzio Rossi. Non sono sobbalzato dalla sedia leggendo questi nomi soltanto perché 3 di sono cetraresi e uno è quasi come lo fosse (anche se la cosa mi fa sognare e desiderare che ai loro nomi un giorno si possa associare anche il mio), ma soprattutto perché ci serve ricordare che è possibile vivere quanto il vescovo ci chiede perché altri (vicini a noi) lo hanno già vissuto. E noi delle loro vite, dei loro sacrifici oggi godiamo felicemente (troppe volte inconsapevolmente)! E allora questa lettera mi ha lasciato con una domanda bella, impegnativa, ma anche un po’ pungente: quando io non ci sarò più della mia esistenza i posteri cosa avranno da godere? Non voglio immaginare le risposte che tanti giustamente potreste dare altrimenti …   Apriti cielo! Mi piace invece immaginare quale risposta nella decisione di crearmi Dio abbia voluto dare! E sia così – lo spero e lo auguro – per tanti!





Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com






venerdì 3 ottobre 2025

Un voto che fa paura ....

            C’è un voto che fa paura. Fa paura a chi ha già fatto i suoi calcoli (a destra e a sinistra), fa paura a chi ha composto le liste sulla base dei dati delle ultime elezioni, dei sondaggi, delle amicizie e degli accordi che non emergeranno mai alla luce del sole, ma che potremo, anche se in modo sfuocato, intuire leggendo in maniera critica i risultati di questa tornata elettorale che ci apprestiamo a vivere. 

 

C’è un voto che fa paura perché è un voto imprevedibile, che non si può calcolare, qualificare, indirizzare. 

 

È il voto del 56% degli astenuti del 2021. Perché fa paura? Perché questa è gente libera. Se non sono andati a votare sicuramente non avevano padroni o padrini a cui sottomettersi, non hanno fatto ragionamenti del tipo “va beh mi ha dato il posto di lavoro” oppure “se non lo voto poi si vendica”. È gente di tutte le estrazioni sociali e condizioni culturali, o forse è gente che è semplicemente stanca e senza interessi da coltivare, senza favori da chiedere, senza amici da interpellare; forse è la gente che è dovuta scappare via dalla Calabria e che non ha voglia di spendere soldi e tempo per chi non si è speso affinché lui/lei potesse rimanere nella sua terra e in mezzo ai suoi affetti. 

 

Però provate per un attimo ad immaginare se questo 56% andasse a votare, ma se anche andasse solo il 30% in più. Ecco a qualcuno verrebbe un po’ di paura, ne sono certo. Perché guardate avere sotto controllo e indirizzare 900.000 preferenze è relativamente più facile, ma controllarne 1.800.000 (è un dato approssimativo) è un po’ più complessa come manovra. 

 

Per altro proviamo a farci questa domanda: chi sono questi 900.000? Togliamone un 60% (esagero? Forse sì, non lo sapremo mai) di persone che credono nel partito, nei candidati a cui daranno la loro preferenza e soprattutto nella politica in generale. L’altro 40% invece? Dipendenti, amici, persone compromesse, gente che ha interessi, persone intranee ad ambienti mafiosi e occulti. Alla fine, quel 40% sarà il dato derimente che condizionerà, come sempre, il risultato ultimo delle elezioni, ma questo non solo in Calabria, bensì in tutta Italia. 

 

Dunque, c’è un voto che fa paura: è quello degli astensionisti

 

E allora l’augurio è che il cosiddetto partito del non voto manifesti la propria presenza; così qualcuno magari potrebbe pensare che forse queste persone vanno calcolate, forse questi delusi vanno ascoltati, forse questo “partito” va formalizzato e incoraggiato, forse non possiamo più accontentarci di lasciarli al margine.




Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com





sabato 27 settembre 2025

Una canzone per Brunori: LA VERITÀ

 Cos’è la verità? Domanda Pilato a Gesù. La risposta? Un silenzio assordante. La verità … una domanda con cui ci si rompe il capo, il cuore e tante relazioni. Ognuno pensa di averla in tasca come un teorema da applicare a cose o persone. E in questa trappola ci si cade un po’ tutti. 

 

Te ne sei accorto sì? Comincia così la canzone di Brunori che ha proprio come titolo La verità. Una domanda che nel testo ripete per ben quattro volte. Un po’ come a dire fin dall’inizio che la verità non si costruisce, si rinviene. Il giusto nella Scrittura è uno che rinviene la verità di Dio nella vita. Non è un caso che gli orientali rappresentano i santi con la bocca piccola e gli occhi grandi. Per cogliere la verità bisogna saper contemplare la realtà senza paura di vedere la vita com’è (per citare un’altra canzone di Brunori che abbiamo già visto da vicino). 

 

E allora molto provocatoriamente il cantautore domanda a sé stesso (forse) e all’ascoltatore (certamente) se ce ne siamo accorti … che oggi è un po’ così: vuoi scalare le montagne e poi ti fermi alla prima compensazione; che per fare qualcosa di grande devi calcolare tutti, costi e ricavi; che in fondo non ci giochiamo e che alla fine ci accontentiamo di disegnare barchette in mezzo al mare dei nostri desideri e delle nostre nostalgie senza mai buttarci fino in fondo. 

 

Non ci vuole molto per capire che, ancora una volta, Brunori colpisce nel segno con una leggerezza che è simile a lama affilata. Basterebbe accedere ad un qualsiasi social media per sentire gente che millanta sogni di grandi amore, teorie di grandezza e umiltà che naufragano contro il sacrificio di alzarsi dal divano per andare a fare una piccola opera di amore, magari senza andare troppo lontano, cominciando dal proprio marito o dalla propria moglie, dai genitori o dai fratelli; che c’è gente che proclama la pace e poi dinanzi al primo sbaglio della persona che chiede pace si diventa tutti carnefici violenti senza un briciolo di tenerezza e misericordia.

 

Te ne sei accorto che è così, però, significa non solo semplicemente l’hai visto. L’etimologia della parola suggerisce piuttosto un significato di "correggere" o "aggiustare" il proprio pensiero, la percezione o la posizione rispetto a qualcosa che si è scorto o si è venuto a conoscenza (Fonte Al Overview). Infatti, accorgere contiene in sé il verbo correggere

 

Non so se Brunori fosse al corrente di questa etimologia, ma la prende sul serio quando nelle strofe che intercalano le domande riprende con un Ma l’hai capito, ripetuto questo per ben due volte. Perché appunto accorgersi significa capire; capire che passare il tempo a sorridere o a sembrare intelligente davanti alle persone non serve perché il dolore serve come la felicità morire serve a rinascere.

 

Forse per questo Gesù rimase in silenzio davanti a Pilato. Lui che si stava preparando a morire per risorgere non poteva dialogare con uno che lo avrebbe mandato a morte pur di non far morire il proprio potere e le proprie sicurezze in cui – come si evince dal Vangelo di Giovanni – non credeva con tutto sé stesso. 

 

Ecco allora le ultime quattro strofe sono davvero un capolavoro, quattro stilettate a un modo ben pensante e borghese di stare dinanzi alla vita: La verità è

 

1.     Che non vuoi scomparire

2.     Che non vuoi cambiare

3.     Che ti fa paura l’idea che tutto ciò a cui ti aggrappi prima o poi dovrà morire

4.     Che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose a cui non credi neanche più

 

Insomma, la verità è che abbiamo perso il desiderio di vivere e la vita è cambiamento, mutamento, perdita e guadagno, morte e risurrezione, lasciare spazio agli altri perché altri vivano e siano felici; non prendersi e non prendere le proprie idee troppo sul serio, come fossero assoluti che tutti dovrebbero onorare e riconoscere. 

 

La verità è che forse quel bambino che diceva alla propria madre che la dittatura è bella, solo se io sono il dittatore, abita nel cuore di ciascuno di noi. Te ne sei accorto?




don Giuseppe Fazio

gfazio92gmail.com








lunedì 22 settembre 2025

Calabria, Elezioni e Vangelo

  

            È di ieri il messaggio che i nostri vescovi (Link) hanno voluto indirizzare a tutti i battezzati di Calabria. Un messaggio intenso che richiama al senso di responsabilità (da respondeo, cioè capace di dare risposte).

 

            I nostri vescovi, invitando al voto e alla scelta responsabile, hanno richiamato ciò che Papa Francesco ebbe a dire in occasione della Settimana Sociale celebrata a Trieste nel 2024: la democrazia, in questo momento, è come un cuore ferito che ha bisogno di cura, e della cura di tutti. 

 

            Se questo è vero per le democrazie di tutto il mondo, lo è ancor di più per la nostra terra di Calabria che vive, come sempre, situazioni al limite del credibile: una campagna elettorale scialba dove gli unici che - almeno un po’ - parlano di programmi sono i candidati a presidenti, gli altri (almeno la maggior parte) si limitano a regalarci un’esposizione di volti e fotografie degne dei social dei nostri adolescenti. Gli unici veri colori che stanno animando queste settimane che ci condurranno al voto sono quelle dei soliti cambi improvvisi di bandiera, dove tutto e il contrario di tutto è tacitamente ammesso; senza più nemmeno preoccuparsi del caro principio di non contraddizione e dei cittadini che giustamente si sentono presi in giro. Perché se quattro anni fa gli avversari erano mafiosi, inetti e inconsistenti, adesso improvvisamente sono diventati amici e persone perbene in grado di risollevare le sorti della nostra regione e nessuno deve poter sollevare dubbi o domande. Niente di nuovo, intendiamoci. Era successo quattro anni fa, e prima ancora, e risuccederà. Che dire poi dei soliti dinosauri che hanno affossato politica e partiti e che rimangono ancora lì a perpetuare il gioco delle tre carte che – ancora una volta – farà in modo che soltanto alcuni territori e famiglie verranno rappresentati. 

 

            Insomma, il cuore della politica calabrese è realmente malato, infartuato, quasi agonizzante. Ed è per questo che ha bisogno di un intervento urgente: quello dei calabresi. Perché se c’è un dato che è capace di dare uno shock è solo la percentuale dei votanti. E non importa se saranno schede nulle o bianche o di altro colore. Il numero che dichiarerà la percentuale dei votanti sarà quel semaforo che darà il via libera ai soliti noti per continuare a fare quel che si vuole, oppure l’alt che imporrà un immediato cambiamento. 

 

            In fondo se c’è una manovra che una certa politica – più o meno consciamente – è riuscita a mettere in pratica è quella di far credere che tanto andare a votare non serve a niente. E, invece, no … serve perché se il popolo torna a dire con chiarezza il proprio parere (fosse anche la stanchezza e la frustrazione!) i giochi si interrompono. Altrimenti? Altrimenti voteranno sempre gli amici degli amici e ognuno – conti alla mano – potrà sempre decidere prima chi passa e chi invece dovrà tentare al prossimo giro con un’altra casacca.

 

            Allora l’invito dei vescovi vale la pena di essere ascoltato. Bisogna partecipare alle elezioni e scegliere responsabilmente, guardando alla carriera politica dei candidati, alla loro moralitàcoerenza e ai loro programmi.




don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com







lunedì 15 settembre 2025

Ringraziamenti e saluti alla comunità di Marcellina



 Carissimi,

 

                        al termine di questa celebrazione eucaristica sento di aggiungere qualche parola per esplicitare il ringraziamento che abbiamo appena celebrato.

 

                        Quando il vescovo mi comunicò la decisione di inviarmi come amministratore prima e parroco poi qui a Marcellina, in quella calda sagrestia di Belvedere Marittimo, trasalii sulla sedia e opposi un timido no. La comunità ben avviata e strutturata, tra le più popolate della nostra diocesi, mi sembrava troppo per un giovane prete alle prime armi. Quando poi Mons. Bonanno che ringrazio per la fiducia accordatami quattro anni fa, e in seguito anche don Paolo, insistettero nel dirmi che ero il prete giusto per questa comunità, mi rassegnai a pensare che era il Signore che di nuovo mi chiamava ad andare in un paese che non conoscevo e quel che dovevo fare era solo fidarmi.

 

                        Sono arrivato qui – mentre per altro iniziavo anche il servizio da docente a Catanzaro – pieno di paure, di apprensioni, di dubbi che spesso mi hanno fatto apparire – soprattutto agli occhi di chi difficilmente varca la soglia di questa chiesa – rigido, duro, poco comprensivo. Era solo tanta paura. Il covid non era ancora terminato, tutte le attività erano sospese, non si potevano visitare le famiglie, né fare attività con i ragazzi in oratorio. Mi sembrava tutto così confuso e informe e mi domandavo spesso: cosa posso fare?

 

                        La risposta da parte di Dio non tardò ad arrivare. Era semplice: osserva e impara ad amare. Bisognava osservare, scoprire, direi contemplare, quante cose belle Dio aveva già fatto in questa comunità, per custodirle e valorizzarle. E così è iniziata l’avventura riassunta nell’assemblea parrocchiale tenutasi prima della celebrazione.

 

                        Questa avventura però è fatta di volti, di persone, di incoraggiamenti. Menzionarli tutti non è possibile. Il primo certamente è quello di Dio: non mi sono mai sentito solo, abbandonato; sempre ho percepito che veramente Dio è Padre e si prende cura di me, mi incoraggia, mi aiuta, mi sostiene e lo fa attraverso volti e persone.

 

                        Grazie quindi voglio dirlo ai confratelli sacerdoti dell’unità pastorale e ai confratelli amici, in modo particolare a don Gaetano e don Roberto, che oggi – come tante altre volte – mi hanno consolato e sostenuto nei momenti in cui avevo bisogno di un consiglio, di un aiuto, di un incoraggiamento; grazie ai sacerdoti originari della comunità Padre Marcello (persona di cui ho una stima esagerata per la sua delicatezza d’animo) don Augusto, don Francesco e don Mattia; quest’ultimo ho avuto anche la gioia di avere tra i miei primi studenti.

 

                        Un grazie affettuosissimo ai due consigli pastorali e al consiglio di affari economici che hanno condiviso con me gioie e dolori, entusiasmi e frustrazioni di questi quattro anni. Mai ho preso una decisione da solo, nella piena consapevolezza che – come dissi al mio arrivo, anche allora in clima di elezioni regionali – la chiesa non è né una monarchia, né una democrazia, ma una cristocrazia: al centro c’è Cristo che parla per mezzo di tutti ed è per questo che bisogna saper ascoltare tutti.

 

                        Grazie ai vari gruppi. Quelli che hanno curato la liturgia e la custodia del luogo qui e a Pastina (cori, ministranti, gruppi liturgici, lettori e gruppo santa marta). Era un orgoglio sentire i tanti confratelli che in questi quattro anni sono passati dalla comunità che dicevano: sei fortunato: qui si prega bene; c’è tanta gente che organizza bene le liturgie e che crea un clima bello di comunità.

 

                       

Ai gruppi associativi: al gruppo famiglia con cui abbiamo sperimentato la forza della Parola di Dio capace di cucire ferite profonde, di dare entusiasmo dove era perduto, e vigore dove c’era stanchezza. Quanto imbarazzo la prima sera con voi. Vi guardavo e rivedevo un po’ i miei genitori e mi domandavo: che ci faccio con questi? Boh … Eppure, gli incontri con voi, le vostre domande che si protraevano ben oltre il limite stabilito sono stati preziosi per la mia crescita umana e spirituale. Mi dispiaceva dovervi lasciare sul sagrato della chiesa a discutere ancora degli argomenti trattati, avrei voluto aver più tempo per starvi ad ascoltare. Grazie perché con voi ho sentito in modo più chiaro che chi lascia la propria famiglia in nome di Dio trova cento volte tanto.

 

                        Grazie Ai gruppi di preghiera: la Pia Unione, l’Apostolato ed il Gruppo mariano e ai ministri straordinari dell’eucarestia. Con voi ho imparato ad entrare in punta di piedi nelle case della nostra comunità, soprattutto in quelle di coloro che sentono la Chiesa come una realtà lontana. Ma soprattutto sento di dirvi grazie – ricordando con particolare affetto Maria Franca e Zia filomena – per aver dato ad un razionale professore di teologia il calore della devozione semplice, fatto di gesti teneri e affettuosi, di tradizioni e devozioni autentiche e genuine.

 

                        Grazie alle nostre suore! Grazie per la disponibilità verso questa comunità; per il servizio che svolgete con i nostri bambini, per il servizio agli ammalati e per quello del catechismo. Grazie perché ogni volta che abbiamo avuto bisogno, siete state sempre generose e disponibili. Il tocco femminile delle suore in una comunità dà delle sfumature che altrimenti si perderebbero.

 

                        Quando quattro anni fa celebrai la mia prima eucarestia in mezzo a voi ci fu una cosa che mi era chiara e mi impressionò tantissimo: i ragazzi sotto i trent’anni si contavano sulla punta di una mano. È stata una sfida grande per me che sono più abituato a confrontarmi con adulti. E proprio per questo è stata una grande gioia riformare il catechismo e incontrare ogni settimana un centinaio di bambini; avere i ministranti che mi gironzolavano per la sagrestia facendo anche qualche danno; poter andare a fare visita agli ammalati, accompagnato ogni settimana da 2 o 3 adolescenti. Non nascondo questa sera poi una piccola preferenza per il gruppo giovani. Abbiamo iniziato che erano pochissimi insieme a Laura ed Elena a cui poi si è aggiunta Benedetta; quest’anno abbiamo avuto problemi di spazi perché il salone delle suore risultava piccolo. Per me – che ora il Signore mi chiama ad essere educatore a tempo pieno di ragazzi e ragazze – è stata una preziosa conferma: quando ai giovani si porta la bellezza del Vangelo te li ritrovi intorno in ogni circostanza e ad ogni ora. A voi come a dei figli mi permetto di dire questo: credo che se custodirete il bene vissuto in questi anni e lo alimenterete insieme a don Valerio e a tutta la comunità senza stancarvi, da voi sorgeranno miracoli che lasceranno a bocca aperta tutti quanti. Ne sono intimamente convinto. Del resto, Avete già dimostrato in tante piccole occasioni che siete capaci di dare una testimonianza di maturità e di fede anche a persone molto più grandi di voi! Continuate così!

 

                        Grazie ai tanti ammalati che ho potuto visitare in questi anni. Ai letti di questi nostri fratelli ho potuto raccogliere fede autentica, incoraggiamenti, affetto sincero e privo di qualsiasi interesse. Sempre di nuovo – davanti al mistero della sofferenza e della sofferenza di tanti giusti – mi è tornato chiaro davanti agli occhi del cuore che la vita e la bontà delle persone non si valutano dai titoli, dagli obbiettivi raggiunti, dalle onorificenze o dalle proprie convinzioni, ma dalla nobiltà dell’animo che neppure la sofferenza può oscurare, anzi – in qualche strano modo – accade che essa la fa brillare ancor di più.

 

Grazie anche al gruppo caritas che lascio come ultimo genito appena nato nella speranza che possa diventare un gruppo solido che aiuti la comunità a crescere nella dimensione della carità.

 

                        Grazie ancora voglio dirlo all’amministrazione comunale e al sindaco (presenti questa sera), alla polizia municipale, carabinieri, polizia stradale e a tutte le altre associazioni e istituzioni del territorio con le quali c’è stata sempre una buona collaborazione quando si è trattato di organizzare momenti condivisi all’esterno e all’interno della comunità parrocchiale

 

                        Un ultimo grazie sento di dirlo a tutti coloro che hanno sorriso davanti e ferito alle spalle; a coloro che alla cordialità delle parole altisonanti, facevano seguire scortesie, scorrettezze e calunnie; a coloro che hanno anche provato a giocare sull’affetto e l’amicizia sincera e reciproca custodita con don Paolo. A voi devo dire grazie perché mi avete insegnato a voler bene senza misure; mi avete costretto a non insuperbirmi; mi avete ricordato che se si è veramente discepoli di Cristo lo si vede non tanto dal bene che ci capita di fare, ma da come si reagisce al male subito e all’ingratitudine; mi avete anche costretto a rimanere in ginocchio in questi banchi a pregare per voi forse più che per tanti altri. Vado via senza alcun rancore nel cuore certo come sono che giudizi e condanne non spettano a me, Dio che vede tutto saprà mettere in luce il cuore di tutti e quando tutto sarà visibile per davvero ognuno riceverà da Lui, secondo la Sua Misericordia. Io continuerò a portarvi nel cuore sperando che possiate scoprire l’autentico valore della verità che rende liberi e della lealtà che rende fratelli. Anche perché la Scrittura dice che è vero che chi semina vento raccoglie tempesta e, lo dico con sincerità, non vorrei vedervi soffrire. Dal canto mio sempre ho usato correttezza e sincerità, parlando apertamente e guardando negli occhi gli interessati ed è proprio la cosa per cui questa sera sperimento una certa serenità e pace.

 

                        Questo però non mi esime alla fine di aggiungere, Insieme al grazie, un’altra parola che spero non vi suoni retorica. Una parola di scuse sincere. So di non essere perfetto e di aver un carattere a volte spigoloso, peggiorato anche dal fatto che spesso ero costretto a scappare a destra e a sinistra. Tante volte sono stato frettoloso nell’ascolto e imprudente nelle risposte; altre volte sono stato irremovibile su cose piccole e secondarie. In alcune circostanze forse avrei dovuto parlare di meno, in altre magari di più e so che questo ha fatto soffrire in diversi. Mi avete sentito spesso prendermi in giro sui miei difetti che sono molto più vistosi dei miei pochi pregi e per questo Mentre vi chiedo scusa se non sono stato sempre il parroco che avrei dovuto, anche per via di incertezze ed inesperienze, di cuore posso dirvi che non sono mai stato animato da particolarismi, preferenze o parzialità; né tantomeno ho mai voluto ferire o fare del male a qualcuno.

 

                        Che dire di altro? Sappiate che Mi mancherà tanto essere parroco in generale ed essere il vostro parroco. Non è vero come qualcuno ha detto che me ne sono voluto andare, né che sono stato mandato via. Fare il parroco Era la dimensione che ho sempre sognato nei 13 anni di seminario in cui mi preparavo ad essere prete. Ma se c’è una cosa che mi è stata chiara 7 anni fa mentre Mons. Bonanno mi ordinava presbitero è stata che non avrei dovuto fare la mia volontà, quello che mi sarebbe piaciuto di più o che più mi avrebbe fatto comodo, ma quello che sarebbe servito alla comunità diocesana e che i vescovi mi avrebbero chiesto. Questo è l’unico motivo per cui vado via, pur avendo inizialmente chiesto che mi fossero tolti gli incarichi regionali per dedicarmi esclusivamente alla parrocchia. Tutto quanto ho provato a testimoniare ed insegnare in mezzo a voi – e ne sono orgoglioso – diventa vero nella mia carne proprio perché oggi vado via. Se fossi rimasto qui, garantito dalla nomina di nove anni, chiudendomi alla richiesta di Mons. Rega – che per altro è un vescovo che si sta spendendo senza riserve per tutto il territorio, molto di più di tanti che a questo territorio appartengono; ecco … allora avrei nullificato il mio ministero in mezzo a voi e non avrei più potuto invitarvi ad accogliere la volontà di Dio perché ad essa mi sarei chiuso io per primo.

 

Dunque, mi mancherà fare il parroco? Sì. Mi mancherà passare ore e ore anche fino a tarda notte in quel confessionale a raccogliere lacrime, speranze, e paure che dopo l’assoluzione si trasformavano in sorrisi grandi e in ringraziamenti distensivi. Quel confessionale che all’inizio molti ha messo a disagio, è il vero ospedale di questa comunità che, per fortuna, non condivide la salute della sanità calabrese. Quanto ho imparato confessando, di quanta grazia sono stato spettatore gioioso, di quanto amore! Lì dentro ho assistito a veri e propri miracoli. Mi mancherà poter condividere stabilmente la parola di Dio di Domenica in domenica con una comunità, le catechesi, i viaggi, le serate di fraternità scambiate da chi (pochi per la verità), forse induriti dalla tristezza, non comprendono il valore della comunione e ci hanno accusati di perdere tempo a mangiare e bere. Questi fratellini non sanno cosa si sono persi. Del resto, Gesù le cose più importanti le ha fatte a tavola!

 

                        Parto da Marcellina con il cuore gonfio di amore, dispiaciuto, ma non triste. Voi mi avete insegnato ad essere Padre e cioè a mettere il bene di altri prima di me stesso e – per la missione che mi viene affidata – questa è una qualità imprescindibile. Questa sera – mi sia consentito - Voglio dire apertamente che sento di non aver amato Marcellina (perché non significa niente), ma di aver amato con tutto me stesso i Marcellinesi. Venendo qui diversi della comunità stessa mi avevano messo in guardia presentandomi una comunità difficile, infida ed ingrata. Io non ci ho mai creduto, ma un po’ mi ero spaventato. Adesso … non solo non ci credo, ma posso attestare che questi tali non solo mentivano per risentimenti personali, ma ancor di più posso dire che la realtà è esattamente l’opposta: questa è una comunità bella, accogliente e generosa! Certo, è anche una comunità intelligente che sa riconoscere a chi dare e a chi togliere.

 

                        Per mia indole non ho mai chiesto tanto e ho faticato ad accettare quel che mi si voleva donare. Ma so bene che la maggior parte di voi avrebbe dato tutto per me e per la comunità. Prova ne è il fatto che quando sono rimasto senza casa sono stato ospitato gratuitamente per più di un mese, per non parlare poi della generosità dimostrata durante la missione popolare. Solo chi non vive veramente questa comunità certe cose non le capisce. Il Signore, dunque, ricompensi ciascuno di voi e vi benedica.

 

                        Mi piace concludere con le parole di San Paolo: State sempre lieti, ve lo ripeto siate sempre lieti. La vostra affabilità sia nota a tutti!  Siate allegri sempre, sorridete anche nei momenti di difficoltà perché Dio si prende cura di noi sempre. Se c’è una cosa per cui mi piace che mi ricordiate è proprio questa: l’invito a sorridere sempre, anche quando si soffre.

 

                        Io davvero non so valutare se sono stato un buon parroco, a me sembra sempre di fare poco e di farlo male, ma … se qualcosa di buono ho fatto lo si vedrà da domani in avanti. Di solito quando cambia un parroco ci sono due movimenti: le persone a cui stava antipatico il parroco precedente rientrano in Chiesa. E questo benvenga se succede!  Ma spesso succede anche il contrario. Sappiate che se ci sarà gente che si allontanerà perché non c’è più don Giuseppe allora vorrà dire che don Giuseppe aveva legato le persone a sé e non a Dio e questo mi farebbe soffrire terribilmente. Se don Valerio, invece, troverà questa comunità più viva e bella di come l’ho trovata e di come lascio, allora vorrà dire che qualcosa di buono ho fatto.

 

                        A quelli che mi hanno detto: ecco ora che ti stavamo conoscendo per davvero e vedevamo che non eri così malaccio, te ne vai, ripeto: non fate lo stesso errore fatto con me. Un parroco non si giudica all’inizio da come parla o cammina in piazza; questo lo fanno coloro che vogliono accaparrarsi facili simpatie; se proprio lo si deve giudicare lo si giudica dopo che è andato via.

 

                        Da domani dovrò dedicarmi al seminario diocesano, alle vocazioni in diocesi e continuare il mio servizio in regione da docente stabile del nuovo istituto teologico calabro. Pregate per me perché questo ministero è ancora più delicato di quello da parroco e mi fa sentire inadeguato ancora di più di quando venni in mezzo a voi. Sento che la mia vita nelle mani di Dio è un vero mistero di amore a cui assisto come felice spettatore delle tenere premure del Padre Celeste; da Dio non merito nulla eppure non smette mai di stupirmi con le sue attenzioni, di arricchirmi delle sue grazie dando pace al mio cuore, sicché in ogni istante della mia esistenza, da quell’1 Aprile 2005 fino ad oggi, continuano ad avverarsi quelle parole del salmo: Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla; pur se andassi per una valle di morte non temerei alcun male perché tu sei con me, il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.

 

A voi tutti, dunque, il mio grazie affettuoso. Grazie per essere entrati nel mio cuore con pazienza e forza, abbattendo i muri delle mie testardaggini, delle mie paure, dei miei traumi, delle mie ferite; grazie per aver allargato gli spazi del mio cuore preparandolo a coloro che da domani in poi dovrò amare senza riserve.

 

Carissimi alla fine mi piace pensare che con don Paolo, dopo diversi periodi complessi, questa comunità si è rimessa in piedi; con me dopo il Covid, ha tirato su la schiena … vi auguro allora di vero cuore che con don Valerio possiate alzare la testa e valorizzare tutte le belle ricchezze che attendono ancora di essere messe a frutto per il bene di tutta la comunità. E allora coraggio, sorriso sul volto, pace nel cuore e fiducia in Dio e andare avanti!

 

San francesco di Assisi sul finire della sua vita ebbe a dire delle parole che ora voglio fare mie: Io la mia parte in mezzo a voi l’ho fatta, la vostra ora ve la insegni Dio. Grazie di cuore a tutti!