Carissimi,
al termine di questa celebrazione eucaristica sento di aggiungere qualche parola per esplicitare il ringraziamento che abbiamo appena celebrato.
Quando il vescovo mi comunicò la decisione di inviarmi come amministratore prima e parroco poi qui a Marcellina, in quella calda sagrestia di Belvedere Marittimo, trasalii sulla sedia e opposi un timido no. La comunità ben avviata e strutturata, tra le più popolate della nostra diocesi, mi sembrava troppo per un giovane prete alle prime armi. Quando poi Mons. Bonanno che ringrazio per la fiducia accordatami quattro anni fa, e in seguito anche don Paolo, insistettero nel dirmi che ero il prete giusto per questa comunità, mi rassegnai a pensare che era il Signore che di nuovo mi chiamava ad andare in un paese che non conoscevo e quel che dovevo fare era solo fidarmi.
Sono arrivato qui – mentre per altro iniziavo anche il servizio da docente a Catanzaro – pieno di paure, di apprensioni, di dubbi che spesso mi hanno fatto apparire – soprattutto agli occhi di chi difficilmente varca la soglia di questa chiesa – rigido, duro, poco comprensivo. Era solo tanta paura. Il covid non era ancora terminato, tutte le attività erano sospese, non si potevano visitare le famiglie, né fare attività con i ragazzi in oratorio. Mi sembrava tutto così confuso e informe e mi domandavo spesso: cosa posso fare?
La risposta da parte di Dio non tardò ad arrivare. Era semplice: osserva e impara ad amare. Bisognava osservare, scoprire, direi contemplare, quante cose belle Dio aveva già fatto in questa comunità, per custodirle e valorizzarle. E così è iniziata l’avventura riassunta nell’assemblea parrocchiale tenutasi prima della celebrazione.
Questa avventura però è fatta di volti, di persone, di incoraggiamenti. Menzionarli tutti non è possibile. Il primo certamente è quello di Dio: non mi sono mai sentito solo, abbandonato; sempre ho percepito che veramente Dio è Padre e si prende cura di me, mi incoraggia, mi aiuta, mi sostiene e lo fa attraverso volti e persone.
Grazie quindi voglio dirlo ai confratelli sacerdoti dell’unità pastorale e ai confratelli amici, in modo particolare a don Gaetano e don Roberto, che oggi – come tante altre volte – mi hanno consolato e sostenuto nei momenti in cui avevo bisogno di un consiglio, di un aiuto, di un incoraggiamento; grazie ai sacerdoti originari della comunità Padre Marcello (persona di cui ho una stima esagerata per la sua delicatezza d’animo) don Augusto, don Francesco e don Mattia; quest’ultimo ho avuto anche la gioia di avere tra i miei primi studenti.
Un grazie affettuosissimo ai due consigli pastorali e al consiglio di affari economici che hanno condiviso con me gioie e dolori, entusiasmi e frustrazioni di questi quattro anni. Mai ho preso una decisione da solo, nella piena consapevolezza che – come dissi al mio arrivo, anche allora in clima di elezioni regionali – la chiesa non è né una monarchia, né una democrazia, ma una cristocrazia: al centro c’è Cristo che parla per mezzo di tutti ed è per questo che bisogna saper ascoltare tutti.
Grazie ai vari gruppi. Quelli che hanno curato la liturgia e la custodia del luogo qui e a Pastina (cori, ministranti, gruppi liturgici, lettori e gruppo santa marta). Era un orgoglio sentire i tanti confratelli che in questi quattro anni sono passati dalla comunità che dicevano: sei fortunato: qui si prega bene; c’è tanta gente che organizza bene le liturgie e che crea un clima bello di comunità.
Ai gruppi associativi: al gruppo famiglia con cui abbiamo sperimentato la forza della Parola di Dio capace di cucire ferite profonde, di dare entusiasmo dove era perduto, e vigore dove c’era stanchezza. Quanto imbarazzo la prima sera con voi. Vi guardavo e rivedevo un po’ i miei genitori e mi domandavo: che ci faccio con questi? Boh … Eppure, gli incontri con voi, le vostre domande che si protraevano ben oltre il limite stabilito sono stati preziosi per la mia crescita umana e spirituale. Mi dispiaceva dovervi lasciare sul sagrato della chiesa a discutere ancora degli argomenti trattati, avrei voluto aver più tempo per starvi ad ascoltare. Grazie perché con voi ho sentito in modo più chiaro che chi lascia la propria famiglia in nome di Dio trova cento volte tanto.
Grazie Ai gruppi di preghiera: la Pia Unione, l’Apostolato ed il Gruppo mariano e ai ministri straordinari dell’eucarestia. Con voi ho imparato ad entrare in punta di piedi nelle case della nostra comunità, soprattutto in quelle di coloro che sentono la Chiesa come una realtà lontana. Ma soprattutto sento di dirvi grazie – ricordando con particolare affetto Maria Franca e Zia filomena – per aver dato ad un razionale professore di teologia il calore della devozione semplice, fatto di gesti teneri e affettuosi, di tradizioni e devozioni autentiche e genuine.
Grazie alle nostre suore! Grazie per la disponibilità verso questa comunità; per il servizio che svolgete con i nostri bambini, per il servizio agli ammalati e per quello del catechismo. Grazie perché ogni volta che abbiamo avuto bisogno, siete state sempre generose e disponibili. Il tocco femminile delle suore in una comunità dà delle sfumature che altrimenti si perderebbero.
Quando quattro anni fa celebrai la mia prima eucarestia in mezzo a voi ci fu una cosa che mi era chiara e mi impressionò tantissimo: i ragazzi sotto i trent’anni si contavano sulla punta di una mano. È stata una sfida grande per me che sono più abituato a confrontarmi con adulti. E proprio per questo è stata una grande gioia riformare il catechismo e incontrare ogni settimana un centinaio di bambini; avere i ministranti che mi gironzolavano per la sagrestia facendo anche qualche danno; poter andare a fare visita agli ammalati, accompagnato ogni settimana da 2 o 3 adolescenti. Non nascondo questa sera poi una piccola preferenza per il gruppo giovani. Abbiamo iniziato che erano pochissimi insieme a Laura ed Elena a cui poi si è aggiunta Benedetta; quest’anno abbiamo avuto problemi di spazi perché il salone delle suore risultava piccolo. Per me – che ora il Signore mi chiama ad essere educatore a tempo pieno di ragazzi e ragazze – è stata una preziosa conferma: quando ai giovani si porta la bellezza del Vangelo te li ritrovi intorno in ogni circostanza e ad ogni ora. A voi come a dei figli mi permetto di dire questo: credo che se custodirete il bene vissuto in questi anni e lo alimenterete insieme a don Valerio e a tutta la comunità senza stancarvi, da voi sorgeranno miracoli che lasceranno a bocca aperta tutti quanti. Ne sono intimamente convinto. Del resto, Avete già dimostrato in tante piccole occasioni che siete capaci di dare una testimonianza di maturità e di fede anche a persone molto più grandi di voi! Continuate così!
Grazie ai tanti ammalati che ho potuto visitare in questi anni. Ai letti di questi nostri fratelli ho potuto raccogliere fede autentica, incoraggiamenti, affetto sincero e privo di qualsiasi interesse. Sempre di nuovo – davanti al mistero della sofferenza e della sofferenza di tanti giusti – mi è tornato chiaro davanti agli occhi del cuore che la vita e la bontà delle persone non si valutano dai titoli, dagli obbiettivi raggiunti, dalle onorificenze o dalle proprie convinzioni, ma dalla nobiltà dell’animo che neppure la sofferenza può oscurare, anzi – in qualche strano modo – accade che essa la fa brillare ancor di più.
Grazie anche al gruppo caritas che lascio come ultimo genito appena nato nella speranza che possa diventare un gruppo solido che aiuti la comunità a crescere nella dimensione della carità.
Grazie ancora voglio dirlo all’amministrazione comunale e al sindaco (presenti questa sera), alla polizia municipale, carabinieri, polizia stradale e a tutte le altre associazioni e istituzioni del territorio con le quali c’è stata sempre una buona collaborazione quando si è trattato di organizzare momenti condivisi all’esterno e all’interno della comunità parrocchiale
Un ultimo grazie sento di dirlo a tutti coloro che hanno sorriso davanti e ferito alle spalle; a coloro che alla cordialità delle parole altisonanti, facevano seguire scortesie, scorrettezze e calunnie; a coloro che hanno anche provato a giocare sull’affetto e l’amicizia sincera e reciproca custodita con don Paolo. A voi devo dire grazie perché mi avete insegnato a voler bene senza misure; mi avete costretto a non insuperbirmi; mi avete ricordato che se si è veramente discepoli di Cristo lo si vede non tanto dal bene che ci capita di fare, ma da come si reagisce al male subito e all’ingratitudine; mi avete anche costretto a rimanere in ginocchio in questi banchi a pregare per voi forse più che per tanti altri. Vado via senza alcun rancore nel cuore certo come sono che giudizi e condanne non spettano a me, Dio che vede tutto saprà mettere in luce il cuore di tutti e quando tutto sarà visibile per davvero ognuno riceverà da Lui, secondo la Sua Misericordia. Io continuerò a portarvi nel cuore sperando che possiate scoprire l’autentico valore della verità che rende liberi e della lealtà che rende fratelli. Anche perché la Scrittura dice che è vero che chi semina vento raccoglie tempesta e, lo dico con sincerità, non vorrei vedervi soffrire. Dal canto mio sempre ho usato correttezza e sincerità, parlando apertamente e guardando negli occhi gli interessati ed è proprio la cosa per cui questa sera sperimento una certa serenità e pace.
Questo però non mi esime alla fine di aggiungere, Insieme al grazie, un’altra parola che spero non vi suoni retorica. Una parola di scuse sincere. So di non essere perfetto e di aver un carattere a volte spigoloso, peggiorato anche dal fatto che spesso ero costretto a scappare a destra e a sinistra. Tante volte sono stato frettoloso nell’ascolto e imprudente nelle risposte; altre volte sono stato irremovibile su cose piccole e secondarie. In alcune circostanze forse avrei dovuto parlare di meno, in altre magari di più e so che questo ha fatto soffrire in diversi. Mi avete sentito spesso prendermi in giro sui miei difetti che sono molto più vistosi dei miei pochi pregi e per questo Mentre vi chiedo scusa se non sono stato sempre il parroco che avrei dovuto, anche per via di incertezze ed inesperienze, di cuore posso dirvi che non sono mai stato animato da particolarismi, preferenze o parzialità; né tantomeno ho mai voluto ferire o fare del male a qualcuno.
Che dire di altro? Sappiate che Mi mancherà tanto essere parroco in generale ed essere il vostro parroco. Non è vero come qualcuno ha detto che me ne sono voluto andare, né che sono stato mandato via. Fare il parroco Era la dimensione che ho sempre sognato nei 13 anni di seminario in cui mi preparavo ad essere prete. Ma se c’è una cosa che mi è stata chiara 7 anni fa mentre Mons. Bonanno mi ordinava presbitero è stata che non avrei dovuto fare la mia volontà, quello che mi sarebbe piaciuto di più o che più mi avrebbe fatto comodo, ma quello che sarebbe servito alla comunità diocesana e che i vescovi mi avrebbero chiesto. Questo è l’unico motivo per cui vado via, pur avendo inizialmente chiesto che mi fossero tolti gli incarichi regionali per dedicarmi esclusivamente alla parrocchia. Tutto quanto ho provato a testimoniare ed insegnare in mezzo a voi – e ne sono orgoglioso – diventa vero nella mia carne proprio perché oggi vado via. Se fossi rimasto qui, garantito dalla nomina di nove anni, chiudendomi alla richiesta di Mons. Rega – che per altro è un vescovo che si sta spendendo senza riserve per tutto il territorio, molto di più di tanti che a questo territorio appartengono; ecco … allora avrei nullificato il mio ministero in mezzo a voi e non avrei più potuto invitarvi ad accogliere la volontà di Dio perché ad essa mi sarei chiuso io per primo.
Dunque, mi mancherà fare il parroco? Sì. Mi mancherà passare ore e ore anche fino a tarda notte in quel confessionale a raccogliere lacrime, speranze, e paure che dopo l’assoluzione si trasformavano in sorrisi grandi e in ringraziamenti distensivi. Quel confessionale che all’inizio molti ha messo a disagio, è il vero ospedale di questa comunità che, per fortuna, non condivide la salute della sanità calabrese. Quanto ho imparato confessando, di quanta grazia sono stato spettatore gioioso, di quanto amore! Lì dentro ho assistito a veri e propri miracoli. Mi mancherà poter condividere stabilmente la parola di Dio di Domenica in domenica con una comunità, le catechesi, i viaggi, le serate di fraternità scambiate da chi (pochi per la verità), forse induriti dalla tristezza, non comprendono il valore della comunione e ci hanno accusati di perdere tempo a mangiare e bere. Questi fratellini non sanno cosa si sono persi. Del resto, Gesù le cose più importanti le ha fatte a tavola!
Parto da Marcellina con il cuore gonfio di amore, dispiaciuto, ma non triste. Voi mi avete insegnato ad essere Padre e cioè a mettere il bene di altri prima di me stesso e – per la missione che mi viene affidata – questa è una qualità imprescindibile. Questa sera – mi sia consentito - Voglio dire apertamente che sento di non aver amato Marcellina (perché non significa niente), ma di aver amato con tutto me stesso i Marcellinesi. Venendo qui diversi della comunità stessa mi avevano messo in guardia presentandomi una comunità difficile, infida ed ingrata. Io non ci ho mai creduto, ma un po’ mi ero spaventato. Adesso … non solo non ci credo, ma posso attestare che questi tali non solo mentivano per risentimenti personali, ma ancor di più posso dire che la realtà è esattamente l’opposta: questa è una comunità bella, accogliente e generosa! Certo, è anche una comunità intelligente che sa riconoscere a chi dare e a chi togliere.
Per mia indole non ho mai chiesto tanto e ho faticato ad accettare quel che mi si voleva donare. Ma so bene che la maggior parte di voi avrebbe dato tutto per me e per la comunità. Prova ne è il fatto che quando sono rimasto senza casa sono stato ospitato gratuitamente per più di un mese, per non parlare poi della generosità dimostrata durante la missione popolare. Solo chi non vive veramente questa comunità certe cose non le capisce. Il Signore, dunque, ricompensi ciascuno di voi e vi benedica.
Mi piace concludere con le parole di San Paolo: State sempre lieti, ve lo ripeto siate sempre lieti. La vostra affabilità sia nota a tutti! Siate allegri sempre, sorridete anche nei momenti di difficoltà perché Dio si prende cura di noi sempre. Se c’è una cosa per cui mi piace che mi ricordiate è proprio questa: l’invito a sorridere sempre, anche quando si soffre.
Io davvero non so valutare se sono stato un buon parroco, a me sembra sempre di fare poco e di farlo male, ma … se qualcosa di buono ho fatto lo si vedrà da domani in avanti. Di solito quando cambia un parroco ci sono due movimenti: le persone a cui stava antipatico il parroco precedente rientrano in Chiesa. E questo benvenga se succede! Ma spesso succede anche il contrario. Sappiate che se ci sarà gente che si allontanerà perché non c’è più don Giuseppe allora vorrà dire che don Giuseppe aveva legato le persone a sé e non a Dio e questo mi farebbe soffrire terribilmente. Se don Valerio, invece, troverà questa comunità più viva e bella di come l’ho trovata e di come lascio, allora vorrà dire che qualcosa di buono ho fatto.
A quelli che mi hanno detto: ecco ora che ti stavamo conoscendo per davvero e vedevamo che non eri così malaccio, te ne vai, ripeto: non fate lo stesso errore fatto con me. Un parroco non si giudica all’inizio da come parla o cammina in piazza; questo lo fanno coloro che vogliono accaparrarsi facili simpatie; se proprio lo si deve giudicare lo si giudica dopo che è andato via.
Da domani dovrò dedicarmi al seminario diocesano, alle vocazioni in diocesi e continuare il mio servizio in regione da docente stabile del nuovo istituto teologico calabro. Pregate per me perché questo ministero è ancora più delicato di quello da parroco e mi fa sentire inadeguato ancora di più di quando venni in mezzo a voi. Sento che la mia vita nelle mani di Dio è un vero mistero di amore a cui assisto come felice spettatore delle tenere premure del Padre Celeste; da Dio non merito nulla eppure non smette mai di stupirmi con le sue attenzioni, di arricchirmi delle sue grazie dando pace al mio cuore, sicché in ogni istante della mia esistenza, da quell’1 Aprile 2005 fino ad oggi, continuano ad avverarsi quelle parole del salmo: Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla; pur se andassi per una valle di morte non temerei alcun male perché tu sei con me, il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.
A voi tutti, dunque, il mio grazie affettuoso. Grazie per essere entrati nel mio cuore con pazienza e forza, abbattendo i muri delle mie testardaggini, delle mie paure, dei miei traumi, delle mie ferite; grazie per aver allargato gli spazi del mio cuore preparandolo a coloro che da domani in poi dovrò amare senza riserve.
Carissimi alla fine mi piace pensare che con don Paolo, dopo diversi periodi complessi, questa comunità si è rimessa in piedi; con me dopo il Covid, ha tirato su la schiena … vi auguro allora di vero cuore che con don Valerio possiate alzare la testa e valorizzare tutte le belle ricchezze che attendono ancora di essere messe a frutto per il bene di tutta la comunità. E allora coraggio, sorriso sul volto, pace nel cuore e fiducia in Dio e andare avanti!
San francesco di Assisi sul finire della sua vita ebbe a dire delle parole che ora voglio fare mie: Io la mia parte in mezzo a voi l’ho fatta, la vostra ora ve la insegni Dio. Grazie di cuore a tutti!