domenica 19 ottobre 2025

Apriti Cielo! Un invito alla lettura ...



  

            È stata presentata ieri la seconda lettera pastorale del nostro vescovo, Mons. Stefano Rega, dal titolo simpatico e provocatorio Apriti cielo!

 

            Il testo, sintetico e agevole, vuole essere una pro-vocazione a tutta la Chiesa diocesana a riscoprire la bellezza del raccontare al cuore dell’uomo lo sconfinato amore di Dio. Lo scrive nelle prime battute il vescovo quando afferma: Parlare del suo amore alle persone che incontriamo è la ragione del nostro vivere (pag. 4). Del resto, se ci soffermassimo per un attimo a pensare all’esperienza del Nazareno, capace di convertire le prostitute, i pescatori, gli esattori delle tasse e finanche gli esaltati religiosi come Paolo di Tarso, troveremmo che ciò che ha annunciato Gesù è questo amore indefinibile e incondizionato di un Padre che addirittura permette la morte del Suo Figlio per la nostra salvezza.

 

            La lettera pastorale potrebbe essere definita un accorato invito ad ogni battezzato della nostra diocesi a tornare a credere che è possibile parlare ai cuori di ogni uomo, anche ai più induriti. Leggendo la lettera mi sono domandato: perché un cuore si indurisce? Un mafioso (mi scorrono davanti agli occhi diversi nomi di persone della nostra diocesi), un indolente, un infedele, un arrogante non nascono così. La Scrittura ci ricorda fin dalle sue prima pagine che, uscendo dalle mani di Dio, siamo tutti creati come molto belli perché Dio prima di crearci – ancora prima – ci benedice! 

 

            E allora perché un cuore si indurisce? Trovo una sola risposta: non ha incontrato e ricevuto l’amore; non quello egoistico che si agita per un po’ tranquillità, che vuole l’altro a disposizione secondo le proprie infantili voglie di affetto e attenzione, ma quell’amore che salva, quell’amore che supera difetti, fragilità, povertà, precarietà; quell’amore che prima accoglie senza troppi giri e poi educa alla crescita; quell’amore che solo da un Essere infinito può sorgere e che noi, a giusta ragione, chiamiamo Padre. 

 

            Scorgendo le pagine di questa lettera ci si può sentire un po’ rimproverati perché forse tante volte tante persone, girando dalle nostre parti, non hanno trovato il racconto e la testimonianza di questo amore, ma compromesso, rassegnazione, risentimento (quanto è brutto affermare anche cose vere, risentiti, rancorosi, con quella stessa violenza che si condanna!), soluzioni facili e isolamento. In questa prospettiva l'impegno per il sociale - che il vescovo incoraggia considerando la crescita della violenza criminale nel nostro territorio - ha senso solo se diventa una testimonianza credibile di quel Dio che è sempre e comunque amore e verità.

 

            Si percepisce, però, un rimprovero altro … un rimprovero paterno che diventa, anche attraverso il testimone scelto come icona di testimonianza (Don Peppe Diana), incoraggiamento. Non il rimprovero di chi dice: tu hai finito, ma lo scossone di chi desidera riattivare le energie che ci sono in questa nostra bella diocesi (cfr. Incipit della lettera).

 

            Un sussulto – consentitemelo di condividerlo – lo ho avuto scorgendo le ultime righe del testo di mons. Rega nel quale ricorda alla nostra memoria alcuni tra i testimoni eminenti della nostra diocesi. Ci sono certamente i santi canonizzati e poi alcuni testimoni che hanno versato il sangue: Lucio Ferrami, Giannino Losardo e poi ancora Suor Crocifissa Militerni e Fra Albenzio Rossi. Non sono sobbalzato dalla sedia leggendo questi nomi soltanto perché 3 di sono cetraresi e uno è quasi come lo fosse (anche se la cosa mi fa sognare e desiderare che ai loro nomi un giorno si possa associare anche il mio), ma soprattutto perché ci serve ricordare che è possibile vivere quanto il vescovo ci chiede perché altri (vicini a noi) lo hanno già vissuto. E noi delle loro vite, dei loro sacrifici oggi godiamo felicemente (troppe volte inconsapevolmente)! E allora questa lettera mi ha lasciato con una domanda bella, impegnativa, ma anche un po’ pungente: quando io non ci sarò più della mia esistenza i posteri cosa avranno da godere? Non voglio immaginare le risposte che tanti giustamente potreste dare altrimenti …   Apriti cielo! Mi piace invece immaginare quale risposta nella decisione di crearmi Dio abbia voluto dare! E sia così – lo spero e lo auguro – per tanti!





Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com






venerdì 3 ottobre 2025

Un voto che fa paura ....

            C’è un voto che fa paura. Fa paura a chi ha già fatto i suoi calcoli (a destra e a sinistra), fa paura a chi ha composto le liste sulla base dei dati delle ultime elezioni, dei sondaggi, delle amicizie e degli accordi che non emergeranno mai alla luce del sole, ma che potremo, anche se in modo sfuocato, intuire leggendo in maniera critica i risultati di questa tornata elettorale che ci apprestiamo a vivere. 

 

C’è un voto che fa paura perché è un voto imprevedibile, che non si può calcolare, qualificare, indirizzare. 

 

È il voto del 56% degli astenuti del 2021. Perché fa paura? Perché questa è gente libera. Se non sono andati a votare sicuramente non avevano padroni o padrini a cui sottomettersi, non hanno fatto ragionamenti del tipo “va beh mi ha dato il posto di lavoro” oppure “se non lo voto poi si vendica”. È gente di tutte le estrazioni sociali e condizioni culturali, o forse è gente che è semplicemente stanca e senza interessi da coltivare, senza favori da chiedere, senza amici da interpellare; forse è la gente che è dovuta scappare via dalla Calabria e che non ha voglia di spendere soldi e tempo per chi non si è speso affinché lui/lei potesse rimanere nella sua terra e in mezzo ai suoi affetti. 

 

Però provate per un attimo ad immaginare se questo 56% andasse a votare, ma se anche andasse solo il 30% in più. Ecco a qualcuno verrebbe un po’ di paura, ne sono certo. Perché guardate avere sotto controllo e indirizzare 900.000 preferenze è relativamente più facile, ma controllarne 1.800.000 (è un dato approssimativo) è un po’ più complessa come manovra. 

 

Per altro proviamo a farci questa domanda: chi sono questi 900.000? Togliamone un 60% (esagero? Forse sì, non lo sapremo mai) di persone che credono nel partito, nei candidati a cui daranno la loro preferenza e soprattutto nella politica in generale. L’altro 40% invece? Dipendenti, amici, persone compromesse, gente che ha interessi, persone intranee ad ambienti mafiosi e occulti. Alla fine, quel 40% sarà il dato derimente che condizionerà, come sempre, il risultato ultimo delle elezioni, ma questo non solo in Calabria, bensì in tutta Italia. 

 

Dunque, c’è un voto che fa paura: è quello degli astensionisti

 

E allora l’augurio è che il cosiddetto partito del non voto manifesti la propria presenza; così qualcuno magari potrebbe pensare che forse queste persone vanno calcolate, forse questi delusi vanno ascoltati, forse questo “partito” va formalizzato e incoraggiato, forse non possiamo più accontentarci di lasciarli al margine.




Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com