giovedì 28 agosto 2025

L’innamoramento non è l’amore (Omelia per la festa della Sacra Famiglia)

 Carissimi fratelli e sorelle,

 

            celebriamo la festa della sacra famiglia in questa XXI domenica del tempo ordinario. Domenica scorsa avevamo accolto un Gesù inedito che non parla di pace e comunione, ma di divisione e guerra. Ci diceva che quando si accoglie la verità nel proprio cuore si inizia a fare una divisione: la vita non è compatibile con la morte; il servizio con l’arroganza; la verità con la violenza. E questo crea una divisione dentro e fuori di noi.

 

            E Gesù ci diceva che in fondo senza questa divisione non si entra nella gloria del Padre. Ecco uno che ascolta il maestro insegnare ad un certo punto – probabilmente si sarà guardato intorno – avrà valutato la violenza dell’impero romano, l’ipocrisia dei sacerdoti, l’arroganza di Erode, le tante piccole violenze di ogni giorno … e domanda a bruciapelo: Allora sono pochi quelli che si salvano?

 

            In fondo se ci guardiamo intorno anche a noi sembra di trovare poche persone che sono totalmente dedite al bene, che non cercano il compromesso, trasparenti, capaci di sacrificare se stesse per il bene dei fratelli e del regno del Padre. Anche a noi verrebbe da fare questa domanda, e tante volte la trasformiamo in un’affermazione: u chiu sanu tene la rogna. Sono pochi …

 

            E Gesù – che solitamente non parla di sforzo – qui risponde dicendo sforzatevi di entrare per la porta stretta. Curioso… il Regno del Padre ha una porta che è stretta. Perché? perché è il Regno dell’Amore … e l’amore – mi dispiace dirvelo così a bruciapelo – non è per tutti.

 

            Tante volte scambiamo l’innamoramento per l’Amore: quel momento in cui senti le farfalle nel cuore, ti senti spensierato, pensi solo a lui o lei e credi che sia il migliore del mondo. Poi come dice De Andrè la passione finisce … e il figlio rimane e tanti ne uccide la fame.

 

            Tante altre volte scambiamo l’amore per il sentirci completati e allora andiamo alla ricerca di qualcuno che ci faccia stare bene … e saltiamo di fiore in fiore, come le api. E alla fine rimaniamo delusi, vuoti, tristi con la paura di ricominciare una relazione perché possa finire come le altre.

 

            Ecco … questo non è amore, questo è egoismo. Questa è la ricerca egoistica di qualcuno che ti sazi, questo è infantilismo. Abbiamo tanta gente che varca le porte larghe dell’innamoramento infantile, fatto di passioni e di istinti.

 

            L’amore è un’altra cosa. E noi lo contempliamo nella Sacra Famiglia e in ogni famiglia dove questo si realizza.

 

            Da un lato abbiamo Maria: una donna di circa 14-15 anni (a quei tempi si era già donne; adesso forse verso i 45 anni iniziano a comparire le donne).

 

1.     Per accogliere la vita, rischia la sua. Passa per prostituta e per pazza. Se ne deve fuggire. Se non è questo amore, ditemi cos’è? Una donna che sacrifica tutta se stessa per un figlio e non in nome del figlio – perché anche l’amore per i figli può essere egoistico; quanti matrimoni si distruggono per amore malato verso i figli che diventano il centro del mondo. Lei lo fa in nome di Dio; perché Dio gliel’ha mandato a dire da un angelo.

 

2.     Poi abbiamo Giuseppe. Un lavoratore, un uomo giusto. Che accetta di passare da fesso, di prendersi una donna che dagli ebrei viene chiamata Pantera, cioè infedele. E accoglie un figlio che non è suo e lo difende con tutto se stesso, contro erode, rischiando il suo lavoro, la sua carriera, i suoi sogni. E difende la sua sposa con tutto se stesso e anche lui non lo fa per maria e per Gesù, no… perché maria la voleva congedare. Lo fa in nome di Dio perché anche a Lui un angelo ha parlato.

 

3.     Alla fine abbiamo Gesù. Un bambino cresciuto con questi genitori come può essere: uno che ascolta Dio e fa tutto in nome suo e sacrifica tutto se stesso per amore, senza trattenere niente per se, nemmeno i vestiti, nemmeno l’onore, nemmeno la madre. Se non è amore questo.

 

 

Ecco … perché è stretta la porta dell’amore perché implica due cose:

1.     Ascoltare Dio e non fare di testa propria

2.     Spendere tutto se stessi.

 

Attenti però a quel che dice ancora Gesù: molti vogliono entrare. E perché? Perché l’amore è l’unico modo per essere felici. Avere qualcuno per cui dare la propria vita ci rende allegri. Guardate ho solo 33 anni, ma il Signore mi ha dato di incontrare gente che il mondo ritiene grande: capi di stato, papi, cardinali, illustri docenti, gente dello spettacolo. Persone veramente felici ne ho trovate poche.

 

E allora accade che lo sappiamo che alla fine i titoli, gli onori, il lavoro, gli obbiettivi raggiunti non danno la felicità e tutti – ripeto tutti – anche i più orgogliosi proviamo ad amare. Ma alla fine … la maggior parte desistono. E rimangono fuori.

 

Sai cos’è quel senso di frustrazione che ti porti dentro tutte le volte che non ami? Tutte le volte che pensi solo a te stesso? Sai cos’è quel velo di grigiore che ti guasta tutto, anche le più belle soddisfazioni? Il richiamo di Dio ad un amore più disinteressanto e libero, come quello di Gesù, Giuseppe e Maria.

 

Molti di quelli che sembrano i primi nell’amore quelli che sembrano realizzati, quelli che sanno sempre tutto e sbandierano verità e teorie sull’amore, rimarranno fuori. Tanti di quelli che invece sembra siano ultimi, insignificanti, insicuri … saranno primi nel regno del Padre. Perché l’amore non si valuta con cifre, obbiettivi, e parole … l’amore è la presenza di Dio in noi che ci dona di vivere per Lui e per gli altri e non più per se stessi.

 

Chiediamo alla Santa Famiglia di Nazaret di avere più genitori, educatori, preti, politici che sappiano amare così. Cerchiamo quelli che amano così e scegliamoli a nostri modelli, indichiamoli ai più giovani e allora troveremo finalmente che quella porta stretta non è in cielo, ma già su questa terra.











sabato 16 agosto 2025

Omelia San Marcellino 2025

 Carissimi fratelli e sorelle, 

 

            prima di condividere il pane della parola consentitemi di salutare quanti giungono da lontano per un periodo di riposo, i nostri concittadini che per lavoro sono stati costretti ad andare fuori paese e anche coloro che scelgono la nostra terra per un periodo di riposo. 

 

Saluto anche il Sindaco e l’amministrazione comunale, la Polizia municipale, la Polizia stradale e con particolare affetto – mi sia consentito – l’arma dei carabinieri che da qualche giorno ha qui a Santa Maria un nuovo comandante che ho avuto il piacere di conoscere nei giorni scorsi. Comandante, questa comunità cristiana l’accoglie con gioia ed è certa che l’esperienza che lei ha accumulato in importanti paesi della nostra costa, porterà frutto anche per tutta Santa Maria del Cedro. Benvenuto.

 

Domenica scorsa avevamo avevamo visto questo discepolo che dinanzi alla proposta di Gesù di spendere tutta la propria vita senza tenere niente aveva interrotto il maestro chiedendogli di difendere la sua eredità dall’avidità del fratello. 

 

Come non capire quest’uomo che in fondo rispecchia ogni uomo e l’atavica paura di perdere quel che si è guadagnato. Ognuno di noi ha paura di perdere qualcosa: soldi, consenso, amicizie, affetti, la vita stessa. La paura è radicata nella nostra carne ed è in qualche modo una condizione primordiale dell’uomo che già da quando nasce piangeper paura di essere stato abbandonato. 

 

È la Paura che ha sperimentato San Marcellino quando si è trovato dinanzi all’Imperatore che lo  costringeva a scegliere: o la fede o la vita. Quella paura che – secondo alcune tradizioni minoritarie – hanno portato il santo a rinnegare la fede. Come non capire anche San Marcellino? Anche oggi – lo stiamo vedendo ancora in Palestina – ci sono potenti di turno che in nome del consenso, dei soldi o del potere minacciano con la violenza verbale e fisica chi non si omologa al pensiero comune. Perché quando qualcuno pensa con la propria testa destabilizza, rende inquieto il potere … ed è per questo che quel nazareno appeso alla croce ha fatto e continua a fare paura: perché lui insegna ad essere liberi, ad esercitare i propri diritti e doveri, fuggendo dai compromessi che i pochi vogliono imporre ai molti facendoli passare come piaceri personali.

 

Eppure … questo uomo – Marcellino - che avrebbe rinnegato la fede è santo. Che bella che è la nostra fede che non ha nulla a che fare con coloro che spesso invocano la coerenza per giustificare la propria tiepidezza. Perché la fede non è una questione di coerenza, in fondo dovremmo avere tutti il coraggio di dire che dinanzi al bene e alla verità abbiamo le nostre sacche di incoerenza e che se Dio dovesse valutarci sulla nostra coerenza saremmo davvero spacciati.

 

E allora com’è che San Marcellino Papa, pur avendo rinnegato la fede, diviene santo?

 

Perché Dio, carissimi, non teme le nostre paure. Sì, Dio le conosce e le vuole abitare. Mentre noi quando avvertiamo qualcosa o qualcuno che ci spaventa fuggiamo via, Cristo viene ad abitare le nostre paure. 

 

Ed è per questo che oggi il Vangelo è iniziato con queste parole: Non temere piccolo gregge. Sono parole di una tenerezza inaudita – altro sentimento che la paura distrugge con l’ansia di volersi mostrare forti, più forti del presuntonemico. 

 

Dio, invece, che è infinito, eterno e incommensurabile guarda il suo popolo e rivolge a lui queste parole: non temere piccolo gregge che potremmo tradurre così: non temere cucciolo mio. Sono le Parole di un Padre che rinuncia ad essere Padrone in nome di un amore eterno ed infinito. Sono le parole che rivolge a noi in ogni notte della nostra esistenza quando la paura davvero soffoca e toglie il fiato. E perché non c’è da temere? Perché al Padre è piaciuto dare a noi il Suo Regno. 

 

Alla paura Dio oppone una promessa. Certo una promessa diversa da quelle di cui siamo capaci noi uomini quando abbiamo un obbiettivo da raggiungere, perché questa promessa è certificata nel sacrificio del suo figlio, è firmata con il sangue sparso sulla croce.

 

San Marcellino, dopo il presunto rinnegamento, è tornato sui suoi passi ed ha affrontato il martirio insegnandoci due cose: 

 

1.     Che ci si può rialzare dai propri sbagli. Da tutti gli sbagli. Fosse anche aver tradito Dio stesso, un uomo, se ritorna alla verità, può rialzarsi. 

2.     Che non esiste tiranno o violento che non possa essere affrontato.

 

Ma in nome di cosa lo ha fatto? Ci ha detto la lettera agli Ebrei che abbiamo appena ascoltato che per fede Abramo, Isacco e Giacobbe affrontarono il buon combattimento della propria vita. 

 

Perché san Marcellino ha potuto guardare in faccia il suo tiranno, sfidando la morte e perché mai noi cristiani di oggi non siamo più capaci di sfidare a viso aperto i tanti tiranni che ci vorrebbero sottomessi ad un mondo scialbo e de-socializzato?

 

Penso alla criminalità organizzata che sul nostro territorio si sta ri-organizzando, ribadendo il proprio potere attraverso omicidi, atti intimidatori messi in atto in modo sprezzante di ogni istituzione o convivenza sociale e nel silenzio assordante di molti che dovrebbero levare la voce e invece tacciono; penso alla massoneria che nel segreto di logiche occulte fa in calabria affari con la ‘Ndrangheta e con la politica corrotta – come ha dimostrato l’inchiesta che ha condotto al processo Gotha nel quale per altro era coinvolto anche un confratello sacerdote –; penso anche a chi vuole servirsi del nome di cristiano per pervertire la fede dall’interno generando dolorosi scandali anche a causa di chi tante volte conosce e non denuncia. 

 

Perché oggi non siamo capaci di questa profezia? È una domanda breve, ma allo stesso tempo pesante e dolorosa. 

 

La risposta è altrettanto semplice e sconvolgente: perché siamo divenuti cristiani che non credono al ritorno del loro maestro. Abbiamo ormai abdicato all’idea che Gesù mantenga la sua ultima promessa di felicità che abbiamo ascoltato poco fa: beato quel servo che, tornando il Padrone lo troverà sveglio.

 

Ormai siamo convinti che la nostra felicità si giochi in quel che siamo capaci di raggiungere con i nostri sforzi … e allora se la cosa più importante è farmi quadrare i conti su questa terra oppure non soffrire mai, non avere rogne e problemi, và da sé che è meglio starsene tranquilli e non dare fastidio a nessuno e magari tenersi buoni buoni qualche amico che non si sa mai.

 

Cari fratelli e sorelle, celebro con voi per l’ultima volta la festa di san marcellino prima della mia partenza che – lo so – a molti rende tristi, ma ad altri.– come è giusto che sia – li rallegra. Del resto non si può piacere a tutti.

 

E così come piccolo regalo alla comunità ho voluto realizzare una croce in argento d’orato che all’inizio della processione imporrò all’effige del santo. 

 

Ho voluto fare questo gesto per due motivi: 

 

1.     Il primo è perché ho sempre sentito vicina la presenza di San Marcellino. Un santo che purtroppo non è troppo venerato da queste parti, ma che mi ha sempre dato coraggio quando ho dovuto assumermi la responsabilità di scelte poco popolari; ogni volta che ne ho guardato l’effige e ho guardato quell’ascia che rappresenta lo strumento della sua decapitazione mi sono sentito dire: è meglio perdere la testa per la verità, che la dignità per la convenienza. 

 

2.     E poi una croce … perché in quella croce – ogni volta che la contempliamo – possiamo sentire il grido tenero di Dio che squarcia realmente ogni paura: non temere, io sono con te. È solo la fede in questa promessa di vicinanza e di amore che ci dona la possibilità di essere autenticamente rivoluzionari e finalmente liberi da ogni oppressione.

 

 

Chiediamo dunque questa grazia al nostro protettore: ci doni la gioia di credere che non siamo soliChi crede non è mai solo, non lo è nella vita e nemmeno nella morte, come amava dire Benedetto XVI. Ci doni di credere che siamo sempre nelle mani del Padre e che lui – come recita una bella preghiera di Sant’Ignazio – ci sostiene e ci difende dal nemico maligno. Amen.







 

sabato 9 agosto 2025

Una Canzone per Brunori: LA VITA COM'È



 

            Nei giorni scorsi presso i Ruderi di Cirella il nostro Brunori ha tenuto un concerto che – a dire dei partecipanti – è stato spettacolare. E allora in occasione di questo evento di orgoglio calabrese vorrei tornare a commentare qualche testo del cantautore. 

 

            Vorrei ripartire da “La vita com’è”. Già il titolo la dice lunga. A fronte di un main stream globalizzato secondo il quale tutto ciò che non ci piace può essere cambiato o modificato, questo pezzo ci invita a riscoprire l’arte dell’accogliere e assecondare la vita per come si presenta nella convinzione, paventata fin dall’inizio, che avere vent’anni o cento non cambia poi mica tanto se non riesci ad accogliere la vita com’è

 

            Proviamo ad immaginare per un istante quanto tempo abbiamo sprecato in nervosismi, ansie e agitazioni per far andare le cose come volevamo noi. Matrimoni, compleanni, Pranzi in famiglia, vacanze … tutto perché andasse secondo le nostre aspettative. Per poi raggiungere cosa? L’aborto della sorpresa, dell’inedito … una vita ad inscatolare l’esistenza in dinamiche pre-confezionate che, come dice in un’altra canzone, alla fine toglie il sapore pure al cioccolato

 

            Il testo di questa canzone appare particolarmente provocatorio – stile tipico dell’autore calabrese – ma qui riesce a raggiungere picchi di sarcasmo capaci di trafiggere l’animo umano. Come quando, nella prima strofa, si allude al fatto che ognuno di noi ha visto nella propria esistenza momenti che sapevano da fine del mondo (un lutto, un dolore, un fallimento, un tradimento) eppure anche dinanzi alla percezione di una fine che potrebbe arrivare da un momento all’altro, ecco che non riusciamo ad accogliere la vita com’è

 

            Il ritornello ha poi del geniale. Canticchiando con una leggerezza impressionante la dura ed essenziale legge delnon poter tornare indietro, Brunori ha la capacità di affondare le retorica comune dicendo che se anche si potesse tornare indietro alla fine non troverebbero noi, ma altri. Artefatti. Provate a fare di nuovo lo sforzo immaginare di poter riavvolgere sempre il nastro, come si faceva con le vecchie VHS. Sarebbe davvero bello? Gli istanti perderebbero la loro unicità e noi ci costringeremmo a ripetere attimi e momenti fino a raggiungere chissà quale perfezione, perdendo di fatto la cosa più bella della vita: la possibilità di andare avanti, sempre e comunque

 

            Tuttavia, la perla nascosta in questo testo è il parallelismo tra l’amore e la vita. Entrambi, infatti, non sono come volevi tu. La sfida di amare non è la sfida di trovare qualcuno che ci rispecchi, ma qualcuno per cui, nella sua unicità e differenza, vale la pena spendere la nostra esistenza. 

 

            E allora questo splendido inno alla vita e all’amore si trasforma in un invito alla contemplazioneL’odore del mare. La voce di tua madre. Ma non ti fa commuovere la vita com’è?

 

            La perdita dell’arte della contemplazione è ciò che ha maggiormente intristito la nostra quotidianità. La capacità di contemplare nel frammento imperfetto e fugace della nostra esistenza la profondità dell’universo nel quale si manifesta l’infinito di Dio. Converrebbe, per citare un altro grande (Niccolò Fabi), togliere il coltello dai denti per cominciare ad accogliere il fluire dell’esistenza: le partenze, come gli arrivi; le vittorie come i fallimenti; le gioie, come i dolori; la noia, come l’allegria … intrecciati da una sapiente mano che, come un artista, sa fare capolavori. 




don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com