Il testo che guardiamo da vicino questa settimana è del 2017 e fa parte dell’album A casa tutto bene. Il titolo è: canzone contro la paura.
Il brano inizia con una sottile autoironia dal sapore di Sono solo canzonette (cfr. Bennato). Brunori definisce le sue creazioni poco intelligenti, buone per una passeggiata al mare o mentre si pranza; canzoni che non sono irriverenti, mordenti. L’autoironia, però, si trasforma in un solo passaggio in ironia sottile e tagliente verso uno stile di vita che già prima della pandemia era diventato il must a cui piegarsi e che ora è portato all’esasperazioni. Dice, infatti, che le sue canzoni sono per chi non ha voglia d’abbaiare o di ringhiare. Dunque, di chi sono? Non per coloro che hanno fatto della rabbia e della lotta uno stile di vita rendendosi simili agli animali, ma bensì per gli uomini.
Perché l’uomo a differenza dell’animale, che è guidato solamente da istinti, è capace di fare cose per il gusto di farle. Pare – secondo alcuni curiosi racconti – che il demonio dinanzi all’uomo rimanga confuso per la sua capacità di essere libero di fare qualcosa, disobbedendo anche a sé stesso; cosa che lui, nella sua esagerata superbia, non riesce a fare.
Così queste canzoni poco irriverenti lo diventano, senza volerlo, per una società che ci ha addestrato alla lotta, come se sempre fosse necessario difendersi da qualcosa o da qualcuno. Sono canzoni d’amore perché – prosegue ancora il testo – di che altro vuoi parlare? Se ti guardi intorno […] c’è solamente un grande vuoto che a guardarlo fa male. Bisognerebbe ricordarlo ai nostri cuori e anche al cuore dei potenti di questo mondo che ad abbaiare e combattere, magari la guerra la si vince pure, ma quanto vuoto si lascia e a quanto solitudine ci si destina. È il vuoto di tante bombe che in nome della democrazia, della giustizia e della pace continuano in queste ore a martoriare la nostra bella terra. Perciò magari sarà anche superficiale, ma in mezzo al dolore e al rancore, non vale la pena trovare un posto nel coro dei can che abbiano, ma continuare a cantare. E qui mi pare di risentire quella fiaba che mi si raccontava da bimbo secondo la quale il pifferaio che libera la città dai topi è quello che suona la sua musica e basta. Ed è di nuovo poesia: non si perde tempo ad inseguire un problema, bisogna suonare ognuno la propria musica per se stessi: infatti si fa il bene soltanto nella misura in cui si trova la pace nel proprio cuore.
Riprende il testo con la terza strofa rilanciando un tono autoironico che però sfocia nella quarta strofa in cui l’autore, dialogando con un contestatore immaginario, dà voce a chi vuole altro: canzoni emozionanti, che acchiappano alla gola, belle da restarci male, canzoni contro la paura. È paradossale che in questo momento del brano la musica diventa passionale, quasi più convincente. Chi è sempre in guerra con sé stesso e poi con gli altri ha bisogno di persone e situazioni emozionati, che spingano in avanti, che non ti facciano fermare, rilassare, riposare. In guerra non ci si può fermare perché chi si ferma è perduto. In questa condizione c'è il bisogno di qualcuno che dica che “non è ancora finita”, che ce la si può fare, che si può andare avanti, che si è sulla strada giusta e che si sta portando avanti una guerra giusta.
Dobbiamo riconoscere che tante volte il miracolo più bello che è la vita la trasformiamo in una guerra senza frontiere. Un matrimonio, la paternità, la maternità, un lavoro, un impegno nel sociale o una missione di fede diventano – senza che ce ne accorgiamo – una tricea in cui ci sono – per citare un altro poeta dei nostri tempi – solo buoni o cattivi.
E così Brunori risponde a questo oppositore e forse anche a sé stesso con un’altra questione, come uso dei profeti che non danno risposte, ma pongono domande: Ma non ti sembra un miracolo che in mezzo a questo dolore a tutto questo rumore a volte basta una canzone anche una stupida canzone, solo una stupida canzone a ricordarti chi sei.
Ed è questo il vero miracolo: ritornare alla semplicità del nostro essere uomini e donne capaci di vivere non da schiavi degli istinti, ma per il gusto di vivere, di respirare, di gioire e di piangere. Quest’anno forse il festival ha emozionato più delle altre edizioni perché ci sono state tante stupide canzoni che ci hanno ricordato chi siamo. Allo stesso tempo, forse, ha sollevato altrettante critiche perché chi ha abbia non può tollerare le cose semplici in quanto le ritiene quali perdita di tempo ai fini dei propri bilanci di guerra.
don Giuseppe Fazio
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