lunedì 24 febbraio 2025

Una rubrica per Brunori: Canzone Contro la Paura

             Il testo che guardiamo da vicino questa settimana è del 2017 e fa parte dell’album A casa tutto bene. Il titolo è: canzone contro la paura.

            Il brano inizia con una sottile autoironia dal sapore di Sono solo canzonette (cfr. Bennato). Brunori definisce le sue creazioni poco intelligenti, buone per una passeggiata al mare o mentre si pranza; canzoni che non sono irriverenti, mordenti. L’autoironia, però, si trasforma in un solo passaggio in ironia sottile e tagliente verso uno stile di vita che già prima della pandemia era diventato il must a cui piegarsi e che ora è portato all’esasperazioni. Dice, infatti, che le sue canzoni sono per chi non ha voglia d’abbaiare o di ringhiare. Dunque, di chi sono? Non per coloro che hanno fatto della rabbia e della lotta uno stile di vita rendendosi simili agli animali, ma bensì per gli uomini. 

 

            Perché l’uomo a differenza dell’animale, che è guidato solamente da istinti, è capace di fare cose per il gusto di farle. Pare – secondo alcuni curiosi racconti – che il demonio dinanzi all’uomo rimanga confuso per la sua capacità di essere libero di fare qualcosa, disobbedendo anche a sé stesso; cosa che lui, nella sua esagerata superbia, non riesce a fare. 

 

            Così queste canzoni poco irriverenti lo diventano, senza volerlo, per una società che ci ha addestrato alla lotta, come se sempre fosse necessario difendersi da qualcosa o da qualcuno. Sono canzoni d’amore perché – prosegue ancora il testo – di che altro vuoi parlare? Se ti guardi intorno […] c’è solamente un grande vuoto che a guardarlo fa male. Bisognerebbe ricordarlo ai nostri cuori e anche al cuore dei potenti di questo mondo che ad abbaiare e combattere, magari la guerra la si vince pure, ma quanto vuoto si lascia e a quanto solitudine ci si destina. È il vuoto di tante bombe che in nome della democrazia, della giustizia e della pace continuano in queste ore a martoriare la nostra bella terra. Perciò magari sarà anche superficiale, ma in mezzo al dolore e al rancore, non vale la pena trovare un posto nel coro dei can che abbiano, ma continuare a cantare. E qui mi pare di risentire quella fiaba che mi si raccontava da bimbo secondo la quale il pifferaio che libera la città dai topi è quello che suona la sua musica e basta. Ed è di nuovo poesia: non si perde tempo ad inseguire un problema, bisogna suonare ognuno la propria musica per se stessi: infatti si fa il bene soltanto nella misura in cui si trova la pace nel proprio cuore.

 

            Riprende il testo con la terza strofa rilanciando un tono autoironico che però sfocia nella quarta strofa in cui l’autore, dialogando con un contestatore immaginario, dà voce a chi vuole altro: canzoni emozionanti, che acchiappano alla gola, belle da restarci male, canzoni contro la paura. È paradossale che in questo momento del brano la musica diventa passionale, quasi più convincente. Chi è sempre in guerra con sé stesso e poi con gli altri ha bisogno di persone e situazioni emozionati, che spingano in avanti, che non ti facciano fermare, rilassare, riposare. In guerra non ci si può fermare perché chi si ferma è perduto. In questa condizione c'è il bisogno di qualcuno che dica che “non è ancora finita”, che ce la si può fare, che si può andare avanti, che si è sulla strada giusta e che si sta portando avanti una guerra giusta.

 

            Dobbiamo riconoscere che tante volte il miracolo più bello che è la vita la trasformiamo in una guerra senza frontiere. Un matrimonio, la paternità, la maternità, un lavoro, un impegno nel sociale o una missione di fede diventano – senza che ce ne accorgiamo – una tricea in cui ci sono – per citare un altro poeta dei nostri tempi – solo buoni o cattivi. 

 

            E così Brunori risponde a questo oppositore e forse anche a sé stesso con un’altra questione, come uso dei profeti che non danno risposte, ma pongono domande: Ma non ti sembra un miracolo che in mezzo a questo dolore a tutto questo rumore a volte basta una canzone anche una stupida canzone, solo una stupida canzone a ricordarti chi sei

 

            Ed è questo il vero miracolo: ritornare alla semplicità del nostro essere uomini e donne capaci di vivere non da schiavi degli istinti, ma per il gusto di vivere, di respirare, di gioire e di piangere. Quest’anno forse il festival ha emozionato più delle altre edizioni perché ci sono state tante stupide canzoni che ci hanno ricordato chi siamo. Allo stesso tempo, forse, ha sollevato altrettante critiche perché chi ha abbia non può tollerare le cose semplici in quanto le ritiene quali perdita di tempo ai fini dei propri bilanci di guerra.



don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com






giovedì 20 febbraio 2025

Una rubrica per Brunori: L'albero delle noci

    In questi giorni sono rimasto positivamente impressionato dal successo riscosso dal nostro conterraneo Brunori Sas. Una grande scoperta per la maggior parte del popolo del Bel Paese, ma anche per la sua Calabria. In realtà Brunori è un cantautore affermato da diversi anni ormai e le sue canzoni sono diventate anche colonne sonore di alcuni film. 

    Non ho potuto non pensare però che, come spesso succede in Calabria, affinché un calabrese sia veramente apprezzato deve essere riconosciuto prima fuori. E, dunque, poiché ascolto da anni le poesie (sono poesie) di questo conterraneo di cui vado orgoglioso, ho pensato di dedicare una piccola rubrica ai suoi testi. Mi sembra quanto mai opportuno iniziare dall'albero delle noci

    Chi come me e Brunori è cresciuto con un vero albero delle noci davanti casa ne conosce il significato e la portata. Era tradizione consolidata in alcune zone della Calabria e non solo, piantarne uno alla nascita di un figlio e per questo l'albero è divenuto nell'immaginario il segno potente della storia di un albero ben più imponente, quello genealogico. L'albero di noci, infatti, cresce con un tronco robusto e con dei rami che si espandono per diversi metri, allargandosi in un modo che é anche difficile da contenere.

    Dunque, l'autore apre con questa immagine: l'albero cresce velocemente, come velocemente passano gli anni di una famiglia. La velocità del tempo e la frenesia della vita è qualcosa a cui ci stiamo tristemente abituando. Sì corre e mentre si corre si perde l'attitudine a vivere il tempo presente, sempre saltellando tra passato e futuro, e ci si perde nei calcoli per evitare di cadere da una distanza siderale e perdere tutto ciò che ci si è illusi di costruire. Ci si abitua così tanto ai calcoli che li si fa anche con il cuore. Tutto, infatti, ormai viene trattato come un bilancio a partita doppia: gli affetti, l'educazione, l'amore, i sogni, le amicizie. 

    E così succede che la vita procede nella rigidità di schemi che non possono essere toccati perché si è sempre fatto così, perché i calcoli freddi dei burocrati o di coloro che pensano di detenere la vita non lo hanno previsto. Questo inevitabilmente comporta che il desiderio, vero motore di ogni grande impresa, viene chiuso a chiave nel proprio cuore. Brunori sembra aver colto quella domanda che ricorre nel Vangelo di Giovanni e che Gesù praticamente rivolge ad ogni uomo: ma tu vuoi guarire? Ovverosia vuoi una vita bella, limpida, allegra, senza ansia e paura?  Una domanda che rimane inevasa perché il desiderio rimane bloccato e soffocato dal dovere, dalla corsa, dai traguardi freddi e stabiliti a tavolino. E con il desiderio rimane paralizzato l'amore. Se c'è una paura che caratterizza questa nostra generazione è la paura dell'amore che il cantautore nostrano immortala con un immagine bellissima: Tutto questo amore io non lo posso sopportare perchè conosco benissimo le dimensioni del mio cuore.

    Le dimensioni del cuore di questa generazione abituata a calcolare tutto sono evidentemente piccole e inadeguate all'amore che è oltremisura, che non fa calcoli, moltiplica dividendo ogni istante, ogni bene, ogni possesso; perché in fondo aveva ragione San Paolo quando in un bellissimo suo inno diceva che l'amore comprende tutto, tutto sopporta e tutto spera. Il cuore di chi ama, infatti, diventa infinito come infinito è il cuore di Dio. 

    Si capisce allora molto bene il ritornello della canzone che arriva con la delicatezza di una carezza e con la forza di un desiderio che vorrebbe uscire fuori. Cambiare la voce per cantare l'amore: senza parole, cioè con la vita; senza mentire e cioè senza quelle sovrastrutture che creiamo per difendere qualcuno dalla verità (altra grande canzone di Brunori), senza cadere come tante volte cadiamo dinnanzi alla realtà perché anestetizzati dalle tante droghe contemporanee (lavoro, social, sesso, alcol, droga) non riusciamo a reggere la bellezza della vita che non è né giusta, né sbagliata, ma un mistero dentro al quale avventurarsi correndo, ma in punta di piedi.

    La seconda strofa affonda allora nella realtà di una terra dolce e semplice come la scirubetta (ritenuto il primo gelato al mondo) e amara come è l'amarezza prodotta dalla 'Ndrangheta, dalla Massoneria, da una Politica miope che urla grandi risultati, ma fa affari ambigui nel silenzio, e tante volte anche da una Chiesa distratta e che hanno condotto tante persone buone a portare corone di spine e a morire per un pezzetto di carne o di pane. E allora di fronte al dramma della durezza della vita e della gioia semplice, ma essenziale, di avere una famiglia, insiste l'autore che non ci si può abituare alla felicità perché, prima o poi, arriveranno le vacche magre e non perché sia necessario soffrire o per una questione di pessimismo, ma perché la vita ha i suoi ritmi. È il Sogno del faraone del libro della Genesi, ma dei tanti faraoni di tutti i tempi che sentendosi invincibili, perfetti e onnipotenti, dimenticano che la vita non è da loro governata.

    Il ritornello che subentra per la seconda volta curiosamente non chiude la canzone, ma fa da assist all'ultima strofa che manifesta una delicatezza impressionante. Ad essere cresciuti velocemente ora sono i riccioli della figlia del cantautore che apre ad una considerazione: come l'albero di noci crescendo cambia l'architettura dell'ecosistema in cui si trova, così questa figlia, che di nuovo potrebbe essere anche l'emblema della vita e dell'amore che maturano secondo ritmi propri, crescendo cambia l'architettura e le proporzioni del cuore del padre. 

    La chiusa è geniale: non più un canguro che salta tra passato e futuro, con la pretesa di non aver bisogno di punti di riferimento, ma un navigante che ora ha una stella polare. Ed è forse questa la conversione che, come profeta del nostro tempo (i poeti sono sempre profeti), Brunori annuncia: non più canguri saltellanti tra progetti e rimpianti, ma marinai pazienti che sappiano affrontare tempeste e bonacce guardando in alto e seguendo una stella che, anche se in modo sommesso (il testo contiene ben tre citazioni implicite della Scrittura) ricorda la stella seguita dai Re Magi. 


Don Giuseppe Fazio

gfazio92@gmail.com