È di poche ore fa la notizia secondo la quale la giunta comunale di Cetraro guidata dal Prof. Giuseppe Aieta ha deciso di costituirsi quale parte civile ad un processo che vede imputati 21 concittadini per diversi reati tra i quali anche quello di associazione mafiosa (https://www.pillamaro.it/politica/ndrangheta-a-cetraro-il-comune-di-costituisce-parte-civile).
Non è una decisione che piove dall’alto, bensì frutto di un percorso che questa comunità ha avviato da oltre un ventennio. Il comune di Cetraro, infatti, ci ha abituato a questi gesti. Basti pensare che altre volte si è costituito parte civile, l'ultima nel processo “Frontiera”; oppure come presidiò il Mercato Ittico del porto cittadino, nonostante poi l’asta andò deserta; e ancora le prese di posizione affinché si evitassero infiltrazioni negli appalti dei lavori pubblici, la collaborazione con le scuole, le parrocchie e le associazioni culturali.
Ma cosa significa nello specifico questa nuova presa di posizione?
È molto semplice: la giunta comunale si dichiara parte lesa rispetto ai reati che vengono contestati agli imputati. Ovverosia la massima espressione di democrazia cittadina dice, con un gesto che vale più di mille parole, che ogni atto criminale ferisce non solo le vittime dirette, ma tutta la comunità.
È un segno potente che parla, rompe muri, e soprattutto dice da che parte stanno coloro che amministrano la cosa pubblica. E così, mentre abbiamo altri politici che nell’ultima tornata elettorale si sono affaticati a dire che dalle parti nostre non c’è mafia o criminalità e che era ingiusto continuare a denigrare un territorio, ci sono altri servitori dello stato che riconoscono quel semplice principio secondo il quale non c’è sviluppo senza verità.
E la verità è una: il nostro territorio patisce una guerra volta alla rivendicazione di quel potere che deve passare alle nuove generazioni. Sono i numeri degli omicidi, delle persone scomparse, degli atti intimidatori avvenuti in pieno giorno e in luoghi molto frequentati a dircelo; non se ne ricordavano così numerosi dagli anni ‘80. E vale la pena ricordare che dietro a questi atti non ci sono solo numeri: volti, storie, mamme e papà che piangono, figli che crescono nel dolore e nella disperazione.
I ben pensanti obbiettano: ma non se ne deve parlare altrimenti poi il turismo … a volte ho l’impressione che chi parla così lo faccia soltanto per difendere il proprio consenso. Chi, infatti, riceve amicizia e appoggio da certi ambienti non può parlare di alcune cose, altrimenti rovinerebbe alleanze preziose e soprattutto farebbe emergere le proprie inadempienze.
E così avanti con la giostra che prevede il solito cliché: aiuti a pioggia, eventi pubblici da sbandierare sui social come soluzioni ai mali atavici della Calabria; come se le questioni della sanità, delle infrastrutture, del Turismo, del lavoro che manca si potessero risolvere con qualche evento stagionale che, per carità dà risalto al territorio, ma non aiuta le famiglie.
E i cittadini – che anche se hanno sventuratamente rifiutato l’idea di manifestare il proprio dissenso nelle urne elettorali – non sono stupidi e si domandano: perché alcuni amministratori che frequentano eventi pubblici, pagine social, studi televisivi di tutto parlano, ma di alcuni argomenti tacciono? Peggio ancora: come mai alcuni amministratori che hanno strutturato la loro carriera e il loro consenso sulla lotta alla criminalità improvvisamente non se ne interessano più? È una domanda che fatica a trovare risposta anche perché, quando viene posta agli interessati, glissano ricordando l’importanza di altre questioni.
Ho ancora ben chiare nelle orecchie le parole di un sindaco che, durante una processione, ebbe a commentare le parole del parroco il quale, chiedendo di pregare per la conversione degli uomini di ‘Ndrangheta, invitava i fedeli a non abdicare al proprio impegno sociale. Così si espresse rivolto ai suoi colleghi, senza nemmeno curarsi della presenza e del parroco e degli altri fedeli: chissu sempre di chisse cose adda parlà.
A fronte di queste atteggiamenti il messaggio inviato dalla comunità cetrarese ci piace perché parla di coraggio e soprattutto ci ricorda che se ognuno, al proprio posto, facesse il proprio dovere certe dinamiche di violenza cesserebbero con grande facilità.
Don Giuseppe Fazio
gfazio92@gmail.com

