Mentre ci apprestiamo a vivere la festa del Natale del Signore Gesù, mi ritrovo, per l’ennesima volta, a compilare le carte per la richiesta della Residenza nel comune di San Marco Argentano nel quale da qualche mese risiedo felicemente.
È da quando avevo circa 5 anni che mi trovo a vagare, prima per il lavoro dei miei genitori (da Rende a Cetraro), poi per la mia vocazione: San Marco, Roma, Verbicaro, Belvedere, Marcellina, Catanzaro e ora di Nuovo San Marco. Un elenco che mi ricorda esperienze, relazioni, volti anche di persone che ora contemplano già il volto bello del Padre nel quale quello di ciascuno di noi è mirabilmente contenuto, tanto da poter dire anche noi con Gesù che chi vede me vede il Padre.
Mentre compilo queste carte sono diversi i pensieri che mi abitano: da un lato la curiosità di poter vedere cosa Dio ha pensato per la mia storia in questo nuovo capitolo; quella curiosità che avevo da bambino proprio in queste ore mentre vedevo crescere sotto l’albero di Natale il numero dei pacchi e mi domandavo, scrutandoli, quale potesse toccare a me. Di tanto in tanto però il sospiro della nostalgia gonfia i polmoni mentre i miei pensieri si soffermano su altri volti, quelli delle persone che in qualche modo non abitano più la mia vita costantemente e che invece fino a pochi mesi fa erano il pane quotidiano.
Compilo queste carte e mi domando: ma io a chi appartengo? Certo mi sono sempre definito orgogliosamente cetrarese, ma a ben vedere a Cetraro ho vissuto solo da 5 ai 15 anni, lo stesso numero di anni che ho vissuto a Roma. Si dice che i figli sono di chi li cresce non di chi li fa per cui va anche bene dire che sono cetrarese. Però sento che il mio cuore ha il desiderio di sentirsi legato a qualcuno o qualcosa che non può rispondere al nome di nessuno di questi paesi.
E così mi viene da pensare ad un altro Giuseppe, figlio di Giacobbe, che, venduto dai suoi fratelli si ritrova in Egitto e cresce lì, e si sarà confrontato anche lui con questa domanda: di chi sono se i miei fratelli, la mia terra, mi hanno venduto? Poi mi viene da pensare anche a quell’altro Giuseppe che ha dovuto accogliere un figlio non suo, partorito in fretta in una capanna perché un re aveva indetto un censimento per quantificare la residenza (guarda un po’!) dei suoi sudditi. Quel Giuseppe che è dovuto fuggire in Egitto perché un altro potente minacciava la vita della sua prole; perché è sempre così: chi si pensa padrone del mondo finisce per togliere la vita agli altri, condannandosi però ad un'esistenza senza patria e senza affetto. Anche Giuseppe, dunque, forse smarrito e stanco, sentendo il bimbo piangere e poggiando i propri occhi sul volto bello e provato di Maria, si sarà domandato: e ora di chi siamo?
Immagino in questo momento siano le domande di tanti studenti e lavoratori fuori sede, di mio fratello che vive in Germania e come lui di tanti altri costretti a lasciare la propria terra; saranno le domande di tanti fratelli e sorelle che dal sud del mondo arrivano in Europa nella speranza di trovare fratelli accoglienti che gli ricordino che non sono mostri, ma nostri; come i due fratelli Beninesi che abbiamo accolto nel nostro seminario diocesano affinché, terminati gli studi qui in Italia, possano ritornare a contribuire alla crescita della loro nazione. Accompagnando loro in questi giorni presso la Questura di Cosenza per sbrigare le pratiche necessarie ho visto file di immigrati stanchi, nervosi, speranzosi, innocenti come lo sanno essere solo i bambini … accenti strani che ripetono questa domanda che è di tutti, al di là dei colori, delle lingue, delle esperienze, dei meriti e degli sbagli: Qual è la nostra cittadinanza? La nostra Residenza? A chi appartengo?
È una domanda feroce che si ripropone anche nel momento della morte quando tutto sembra finire ed essere consumato, lei ritorna lì, come non fosse mai andata via, forse mutata di forma, ma con la stessa forza: a cosa è servito vivere?
Compilo questi fogli e penso però a Gesù che una casa ce l’aveva e questa casa non era una cosa o una terra, ma una persona: il Padre. Lui con il Padre, nella gioia dello Spirito, era dall’eternità a casa e nessuno avrebbe potuto spodestarlo. Eppure, nasce in una stalla. Sarà un girovago senza tana né nido o pietra dove poggiare il capo. E a tutti dirà: seguimi, mettiti in cammino. E quando gli chiederanno dove abiti? Ancora Lui risponderà: venite e vedete. E condurrà tutti e ciascuno sotto quella croce in cui a Pasqua sentiremo queste parole: Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito.
E allora, mentre compilo queste carte, sento che questo bambino che sta per essere deposto di nuovo nella mangiatoia dei nostri presepi torna a dirmi che l’unica mia casa è il cuore del Padre che non ha confini di terre, case o abitazioni perché questo Padre abita i cieli e, abitando i cieli, mi ricorda che non siamo fatti per la terra; che su d’essa, bella e feconda, noi non siamo altro che pellegrini.
Sorrido, mentre metto le ultime firme e, avvertendo una parte di me che si domanda quante volte ancora mi toccherà cambiare residenza, mi rispondo: che importa se uno o altri cento alla fine sarò a casa solo nelle Braccia del Padre perciò ogni terra mi è straniera e ogni cuore di fratello mi è casa perché è proprio vero che a chi si mette in cammino Dio regala cento volte tanto in fratelli, sorelle, padri, madri, campi e la vita eterna … l’unica dimora che in fondo il mio cuore attende con ansia, anche quando non me ne accorgo.
Sia questo Natale per ciascuno di noi l’occasione per ravvivare nel nostro cuore sia la Consapevolezza che se Cristo ha rinunciato alla Sua dimora per venire incontro a noi, anche noi possiamo rinunciare alle nostre comodità per andare incontro agli altri; sia l’invito speranzoso a non attaccarci troppo a ciò che alla fine è solo terra, nient’altro che terra.
Don Giuseppe Fazio
gfazio92@gmail.com
